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Vi prego (se avete un po' di tempo) d'andar a visitare quel vecchio casone di
Via Alessandria, dove abitavano i coniugi Porrella e anche, in due stanzette del
piano di sotto, Nicola Petix.
È uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come bollati col marchio
della comune volgarità del tempo in cui furon levati in gran furia, nella
previsione che poi si riconobbe errata d'un precipitoso e strabocchevole affluir
di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a terza Capitale del
regno.
Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma anche d'illustri casati,
e tutti i sussidiò prestati dalle banche di credito a quei costruttori, che
parvero per piú anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora
travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.
E si videro, dov'erano antichi parchi patrizii, magnifiche ville e, di là dal
fiume, orti e prati, sorger case e case e case, interi isolati, per vie
eccentriche appena tracciate; e tante all'improvviso restare – ruderi nuovi –
alzate fino ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani delle
finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi dei muri grezzi, qualche
resto dell'impalcatura abbandonata, annerito e imporrito dalle piogge; e altri
isolati, già compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri nuovi, per
cui non passava mai nessuno; e l'erba nel silenzio dei mesi rispuntare ai
margini dei marciapiedi, rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente
a ogni soffio d'aria, riprendersi tutto il battuto delle strade.
Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi per accogliere agiati
inquilini, furono aperte, tanto per trarne qualche profitto, all'invasione della
gente del popolo. La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco tempo
tale scempio, che quando alla fine, con l'andar degli anni, cominciò a Roma
veramente la penuria degli alloggi, troppo presto temuta prima, troppo tardi
rimediata poi per la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa di
quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le avevano acquistate a
poco prezzo dalle banche sussidiatrici degli antichi costruttori falliti,
facendosi ora il conto di quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e
rimetterle in uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini disposti a
pagare una piú alta pigione, stimarono piú conveniente non farne nulla e
contentarsi di lasciar le scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente
imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri rotti imbandierate di
cenci sporchi e rattoppati, stesi sui cordini ad asciugare.
Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e miserabili case, pur tra
cotali inquilini rimasti a compie l'opera di distruzione sulle pareti e sugli
usci e sui pavimenti, qualche nobile famiglia decaduta o di ceto medio,
d'impiegati o di professori, ha cominciato a cercar ricovero, o per non averlo
trovato altrove o per bisogno o amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto
quel lerciume e piú della mescolanza con quello che si, Dio mio, prossimo è, non
si nega, ma che pur certamente, poco poco che si ami la pulizia e la buona
creanza, dispiace aver troppo vicino; e non si può dire del resto che il
dispiacere non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti sono
stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco a poco, se han voluto
esser visti men male, han dovuto acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese
che accordate.
Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il delitto, i coniugi
Porrella abitavano da circa quindici anni; Nicola Petix, da una decina. Ma
mentre quelli da un pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i piú antichi
casigliani, Petix s'era attirato al contrario sempre piú l'antipatia generale,
per il disprezzo con cui guardava, a cominciar dal portinajo ciabattino, tutti;
senza mai voler degnare non che d'una parola, ma neppur d'un lieve cenno di
saluto, nessuno.
Ho detto, veniamo al fatto. Ma un fatto è come un sacco che, vuoto, non si
regge.
Se n'accorgerà bene il signor giudice istruttore, se come pare – vorrà provarsi
a farlo reggere così, senza prima farci entrar dentro tutte quelle ragioni che
certamente lo han determinato, e che lui forse non immagina neppure.
Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da gran tempo e morto in America, il
quale tutta la fortuna raccolta in tanti anni laggiú con l'esercizio della
professione lasciò in eredità a un altro figliuolo, maggiore di due anni di
Petix e ingegnere anche lui, con l'obbligo di passare mensilmente al fratello
minore, vita natural durante, un assegnino di poche centinaja di lire, quasi a
titolo d'elemosina e non perché gli spettassero di diritto, essendosi già «
mangiata », com'era detto nel testamento, « tutta la legittima a lui spettante
in un ozio vergognoso ».
Quest'ozio di Petix sarà bene intanto che non venga considerato solamente dal
lato del padre, ma un po' anche da quello di lui, perché Petix veramente
frequentò per anni e anni le aule universitarie, passando da un ordine di studii
all'altro, dalla medicina alla legge, dalla legge alle matematiche, da queste
alle lettere e alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun esame, perché non
si sognò mai di fare il medico o l'avvocato, il matematico o il letterato o il
filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai nulla; ma ciò non vuoi dire che
se ne sia stato in ozio, e che quest'ozio sia stato vergognoso. Ha meditato
sempre, studiando a suo modo, sui casi della vita e sui costumi degli uomini.
Frutto di queste continue meditazioni, un tedio infinito, un tedio
insopportabile tanto della vita quanto degli uomini.
Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro alla cosa da fare, come un
cieco, senza vederla da fuori; o se no, assegnarle uno scopo. Che scopo?
Soltanto quello di farla? Ma sì, Dio mio: come si fa. Oggi questa e domani
un'altra O anche la stessa cosa ogni giorno. Secondo le inclinazioni o le
capacità, secondo le intenzioni, secondo i sentimenti o gl'istinti. Come si fa.
Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e capacità e intenzioni, di quei
sentimenti e istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si sentono, si vuoi
vedere da fuori lo scopo, che appunto perché cercato così da fuori non si trova
piú, come non si trova piú nulla.
Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che dovrebbe essere la quintessenza
d'ogni filosofia.
La vista quotidiana dei cento e piú inquilini di quel casone lercio e tetro,
gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni
giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli
un'uggia, un'insofferenza smaniosa; che si esasperava sempre piú di giorno in
giorno.
Soprattutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini
che brulicavano nel cortile e per le scale. Non poteva affacciarsi alla finestra
su quel cortile, che non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lì i
loro bisogni mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o
sull'acciottolato sconnesso, ove stagnavano pozze di acqua putrida (seppure era
acqua) tre maschietti buttati carponi a spiare donde e come faceva pipi una
bambinuccia di tre anni che non se ne curava, grave, ignara e con un occhio
fasciato. E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffi che si davano, le
strappate di capelli, e gli strilli che ne seguivano, á cui partecipavano le
mamme da tutte le finestre dei cinque piani; mentre, ecco, la signorina
maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli cascanti attraversa il cortile
con un grosso mazzo di fiori, dono del fidanzato che le sorride accanto.
Petix aveva la tentazione di correre al cassetto del comodino per tirare una
rivoltellata a quella maestrina, tale e tanta furia d'indignazione gli
provocavano quei fiori e quel sorriso del fidanzato, le lusinghe dell'amore in
mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella sporca figliolanza, che tra
poco quella maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad accrescere.
Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola Petix assisteva in quel casone
alle periodiche immancabili gravidanze di quella signora Porrella, la quale,
arrivata fra nausee, trepidazioni e patimenti al settimo o l'ottavo mese, ogni
volta rischiando di morire, abortiva In diciannove anni di matrimonio quella
carcassa di donna contava già quindici aborti.
La cosa piú spaventevole per Nicola Petix era questa: che non si riusciva a
vedere in quei due la ragione per cui, con un'ostinazione così cieca e feroce
contro se stessi, volevano un figlio
Forse perché diciott'anni addietro, al tempo della prima gravidanza, la donna
aveva preparato di tutto punto il corredino del nascituro: fasce, cuffiette,
camicine, bavaglini, vestine lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che
aspettavano ancora di essere usati ormai ingialliti e stecchiti nella loro
insaldatura, come cadaverini.
Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del casamento che figliavano a piú
non posso e Nicola Petix che a piú non posso odiava questa loro sporca
figliolanza, s'era impegnata come una sfida: quelle a sostenere che la signora
Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e lui a dir di no, che neanche
questa volta l'avrebbe fatto E quanto piú premurose, con infinite cure e
consigli e attenzioni, quelle covavano il ventre della donna che di mese in mese
ingrossava; tanto piú lui, vedendolo di mese in mese ingrossare, si sentiva
crescere l'irritazione, la smania, il furore. Negli ultimi giorni d'ogni
gravidanza, alla sua fantasia sovreccitata tutto quel casone si rappresentava
come un ventre enorme travagliato disperatamente dalla gestazione dell'uomo che
doveva nascere. Non si trattava piú per lui del parto imminente della signora
Porrella, che doveva dargli una sconfitta; si trattava dell'uomo, dell'uomo che
tutte quelle donne volevano che nascesse dal ventre di quella donna; dell'uomo
quale può nascere dalla bruta necessità dei due sessi che si sono accoppiati.
Ebbene, l'uomo volle distruggere Petix quando fu certo che finalmente quella
sedicesima gravidanza avrebbe avuto il suo compimento. L'uomo. Non uno dei
tanti, ma tutti in quell'uomo; per fare in quell'uno la vendetta dei tanti che
vedeva lì, piccoli bruti che vivevano per vivere, senza saper di vivere, se non
per quel poco che ogni giorno parevano condannati a fare; sempre le stesse cose.
E avvenne pochi giorni dopo ch'io vidi i due coniugi Porrella per il viale
nomentano, tra il turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi allo stesso
modo, nello stesso tempo, gravi, compunti, come per un compito assegnato.
La meta della quotidiana passeggiata era un pietrone oltre la Barriera, dove il
viale, svoltando ancora una volta dopo Sant'Agnese e restringendosi un poco,
declina verso la vallata dell'Aniene. Ogni giorno, seduti su quel pietrone, si
riposavano della lunga e lenta camminata per una mezz'oretta, il signor Porrella
guardando il ponte fosco e certamente pensando che di là erano passati gli
antichi romani; la signora Porrella seguendo con gli occhi qualche vecchia
cercatrice d'insalata tra l'erba del declivio lungo il corso del fiume, che
appare Il sotto per un breve tratto dopo il ponte; o guardandosi le mani e
rigirandosi Pian piano gli anelli attorno alle tozze dita.
Anche quel giorno vollero arrivare alla meta, non ostante che il fiume per le
abbondanti piogge recenti fosse in piena e straripato minacciosamente sul
declivio quasi fin sotto a quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su
questo, come se stesse ad aspettarli, scorgessero da lontano il loro coinquilino
Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sè come un grosso gufo.
Si fermarono, scorgendolo, contrariati e perplessi per un istante, se andare a
sedere altrove o tornare indietro. Ma quello stesso avvertimento di contrarietà
e di diffidenza li spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro
irragionevole ammettere che la presenza invisa di quell'uomo e anche
l'intenzione che pareva in lui evidente d'esser venuto lì per essi potessero
rappresentare qualcosa di così grave, da rinunziare a quella sosta consueta, di
cui la pregnante specialmente aveva bisogno.
Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un attimo, quasi quietamente. Come
la donna s'accostò al pietrone per mettervisi a sedere egli la afferrò per un
braccio e la trasse con uno strappo fino all'orlo delle acque straripate; la le
diede uno spintone e la mandò ad annegare nel fiume.
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