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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "LA MOSCA"
Pubblicata nel 1923, la raccolta La mosca costituisce il quinto volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1901 ed il 1922. |
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14. Il sonno del vecchio (1906)
Già composta nel 1905, in
"Erma
bifronte", Treves, Milano 1906.
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Mentre nel salotto della Venanzi
ferveva la conversazione in varie lingue su i piú disparati argomenti, Vittorino
Lamanna pensava alle due notizie che la padrona di casa gli aveva date, appena
entrato. L'una buona, l'altra cattiva. La buona, che alla lettura della sua
commedia avrebbe assistito, quel giorno, Alessandro De Marchis, il vecchio
venerando che tanta luce di pensiero aveva diffuso nel mondo co' suoi libri di
scienza e di filosofia e che giustamente ora la patria considerava come una
delle sue piú fulgide glorie. La cattiva, che Casimiro Luna, il « brillante »
giornalista Luna, reduce da Londra, ove si era recato a « intervistare » un
giovine scienziato italiano che aveva fatto or ora una grande scoperta
scientifica, ne avrebbe parlato nella radunanza, prima che 1'« intervista »
fosse pubblicata sul giornale della sera.
Il Lamanna non invidiava al Luna tutte quelle doti appariscenti, che in pochi
anni lo avevano reso il beniamino del pubblico, specialmente femminile;
gl'invidiava la fortuna. Prevedeva che tra breve tutti gli sguardi si sarebbero
rivolti con simpatia al giornalista effimero, elegantissimo, e che nessuno piú
avrebbe badato a lui; e si lasciava vincere a poco a poco dal malumore, al
quale, senza bisogno, pareva facesse da mantice un certo signore che la Venanzi
gli aveva messo alle costole: un signore arguto, calvo, di cui non ricordava piú
il nome, ma che gli ricordava invece quello di tutti gli altri lì presenti,
dicendo male di ciascuno.
– Chi vuole, caro signore, che capisca un'acca della sua commedia, tra tutta
questa gente qui? Non se ne curi, però. Basterà si sappia che lei l'ha letta nel
salotto intellettuale della Venanzi. |
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Ne parleranno i giornali. Il che, al
giorno d'oggi, vuoi dire tutto. La maggior parte, come vede, sono forestieri che
spiccicano appena appena qualche parola d'italiano. Non sanno bene come si
scriva la parola soldo, ma s'accorgono subito adesso se il soldo è falso, e
sanno meglio di noi che vale cinque centesimi. L'industria dei forestieri? Idea
sbagliata, caro signore! Perché...
Venne, per fortuna, la signora Alda Venanzi a liberarlo da quel tormento. Era
entrata nel salotto la marchesa Landriani, a cui la Venanzi lo voleva
presentare.
– Marchesa, eccole il nostro Vittorino Lamanna, futura gloria del teatro
nazionale.
– Per carità! – disse Vittorino Lamanna, arrossendo, inchinandosi e sorridendo.
La vecchia e grassa marchesa Landriani, dall'aria perennemente stordita, stava a
togliersi dal naso gli occhiali a staffa azzurri e, prima d'inforcarsi quelli
chiari, rimase un pezzo con gli occhi chiusi e un sorriso freddo, rassegato
sulle labbra pallide.
– Conosco, conosco... – disse, molle molle. – Mi ajuti a rammentare dove ho
letto di recente roba sua.
– Mah, – fece il Lamanna, compiaciuto, cercando nella memoria. – Non saprei.
E citò una o due riviste, dove aveva di recente stampato qualche cosa.
– Ah! ecco, sì. Bravo! Non ricordavo bene. Leggo tanto, leggo tanto, che poi mi
trovo imbarazzata. Sì sì, appunto, bravo, bravo.
E lo guardò con le lenti chiare, e col sorriso freddo rassegato ancora sulle
labbra.
– Quella lì? – diceva, poco dopo, all'orecchio del Lamanna il signore calvo, che
evidentemente lo perseguitava – Quella lì? Una talpa, caro signore! Non conosce
neppure l'o. E non di meno, va ripetendo che conosce tutti, ch'a ha letto roba
di tutti. Lo avrà detto anche a lei, scusi, non è vero? Non ci creda, per
carità! Una talpa di prima forza, le dico.
Entrò, in quel momento, Casimiro Luna. Vittorino Lamanna lo conosceva bene, fin
da quand'era, come lui, un ignoto. Ragion per cui il Luna lo degnò appena d'un
freddissimo saluto.
– Miro! Miro!
Lo chiamavano tutti per nome, così, di qua e di là, ed egli aveva un sorriso e
una parola graziosa per ciascuno. Accennò di ghermire una rosa dal seno d'una
signora e poi egli stesso fece un gesto di stupore e d'indignazione per la sua
temerità, e la signora ne rise, felicissima. La padrona di casa non ebbe bisogno
di presentarlo a nessuno. Lo conoscevano tutti.
Nel vederlo così vezzeggiato e incensato, Vittorino Lamanna pensava quanto
facile dovesse riuscire a colui il far valere quel po' d'ingegno di cui era
dotato, quanto facile la vita. «Vita?» domandò tuttavia a se stesso. « E che
vita è mai quella ch'egli vive? Una continua stomachevole finzione! Non uno
sguardo, non un gesto, non una parola, sinceri. Non è piú un uomo: è una
caricatura ambulante. E bisogna ridursi a quel modo per aver fortuna, oggi? »
Sentiva, così pensando, un profondo disgusto anche di sè, vestito e pettinato
alla moda, e si vergognava d'esser venuto a cercare la lode, la protezione, l'ajuto
di quella gente che non gli badava.
A un tratto, nel salotto si fece silenzio e tutti si volsero verso l'uscio, in
attesa. Entrava, a braccio della moglie, Alessandro De Marchis.
Ansava il grand'uomo, tozzo e corpulento, dal testone calvo, sotto la cui cute
liscia giallastra spiccava la trama delle vene turgide. La moglie coi capelli
fulvi, pomposamente acconciati, lo sorreggeva, diritta, tronfia, e guardava di
qua e di là, sorridendo con le labbra dipinte.
Tutti si mossero a ossequiare
Alessandro De Marchis, lasciandosi cadere pesantemente sul seggiolone preparato
apposta per lui, sorrideva con la bocca sdentata, senza baffi né barba, ed
emetteva, tra l'ànsito che gli davano la pinguedine e la vecchiaja, come un
grugnito, e guardava con gli occhi quasi spenti, scialbi, acquosi.
Ma subito un vivissimo imbarazzo si diffuse nel salotto: tutti gli occhi, appena
guardavano al grand'uomo, si voltavano altrove, schivandosi a vicenda.
La De Marchis, infocata in volto, contenendo a stento il dispetto, accorse
presso il marito, gli si parò davanti, vicinissima, e gli disse piano, ma con
voce vibrata:
– Alessandro, abbottonati! Vergogna! Inizio pagina

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Il povero vecchio si recò subito la grossa mano tremante, ove la moglie
imperiosamente con gli occhi gl'indicava, e la guardò quasi impaurito, con un
sorriso scemo sulle labbra.
Poco dopo, mentre Casimiro Luna riferiva « brillantemente » il suo colloquio col
giovine inventore italiano sulla famosa scoperta, un'altra impressione piú
penosa della prima dovettero provare i convenuti nel salotto della Venanzi,
guardando il vecchio glorioso.
Alessandro De Marchis, che era pure un celebre fisico, i cui libri senza dubbio
quel giovane inventore italiano aveva dovuto studiare e consultare, Alessandro
De Marchis sera messo a dormire, col testone reclinato sul petto.
Vittorino Lamanna fu tra i primi ad accorgersene, e si sentì gelare. Casimiro
Luna seguitava a parlare; ma, a un certo punto, seguendo lo sguardo degli altri,
e vedendo anche lui il De Marchis immerso nel sonno, atteggio il volto di tal
commiserazione che a piú d'uno scappò irresistibilmente un breve riso subito
soffocato.
Ma a ottantasei anni, scusi, – osservò piano, all'orecchio del Lamanna, quello
stesso signore arguto, – a ottantasei anni, davanti alla soglia della morte, che
può piú importare, caro signore, ad Alessandro De Marchis che Guglielmo Marconi
abbia scoperto il telegrafo senza fili? Domani morrà. È già morto. Lo guardi.
Vittorino Lamanna, pallido, alterato, si voltò per dirgli sgarbatamente che si
stesse zitto; ma incontrò lo sguardo della Venanzi che gli fece un cenno,
levandosi e uscendo dal salotto. Si alzò anche lui poco dopo, e la seguì nel
salottino accanto.
La trovò, che accendeva una sigaretta, traendo con voluttà le prime boccate di
fumo.
– Fumate, fumate, Lamanna, fumate anche voi, – gli disse, presentandogli una
scatola di sigarette. – Non ne potevo piú! Se non fumo, muojo.
Arrivò dal salotto, attraverso la vetrata, un fragoroso scoppio di risa.
– Caro, caro, quel Luna! Sentite? Trova modo di far ridere anche parlando di una
scoperta scientifica. Speriamo che si svegli! – sospirò poi, alludendo al De
Marchis. – Chi sa come deve soffrire quella povera Cristina!
– Cristina? – domandò, accigliato, Vittorino La Manna.
– La moglie, – spiegò la Venanzi. – Non l'avete veduta? È tanto bella! Forse ora
s'ajuta un po' con la chimica. Ah, è stato un vero peccato sacrificare alla
gloria di quel vecchio tanta bellezza! Calcolo sbagliato! Il vecchio glorioso se
ne sta lì, come vedete, abbandonato dalla vita, dimenticato dalla morte. La
povera Cristina, evidentemente, contò che, sì, il sacrifizio della sua bellezza
alla gloria non sarebbe durato tanto, e che la luce di questa gloria avrebbe poi
illuminato meglio la sua bellezza. Calcolo sbagliato! E ora, poverina, vuol
cavare dalla gloria a cui s'è sacrificata tutte quelle magre soddisfazioni che
può: si trascina il marito dappertutto; per miracolo non si appende al collo le
innumerevoli decorazioni di lui, nazionali e forestiere. Il vecchio però, eh! il
vecchio se ne vendica: dorme così dappertutto, sapete! Dorme, dorme. Ed è già
molto che non ronfi!
Vittorino Lamanna sentì cascarsi le braccia. Pensò alla prossima lettura della
sua commedia, mentre il vecchio dormiva; pensò al detto di un celebre
commediografo francese: che durante la lettura o la rappresentazione d'un
dramma, il sonno debba esser considerato come un'opinione, e si lasciò scappare
dalle labbra:
– Oh Dio! E allora?
La Venanzi, a questo ingenuo sospiro, scoppiò a ridere, proprio di cuore.
– Non temete, non temete! – gli disse poi. – Procureremo di tenerlo sveglio. Ma
già, vedrete che non ce ne sarà bisogno. L'arte vostra farà da sè il miracolo.
– Ma se mi dice che dorme sempre!
– No: sempre sempre poi no! Se mai, però, gli metteremo accanto il Gabrini:
sapete? quello che vi tormenta. Me ne sono accorta. Ah, il Gabrini è terribile!
Capacissimo d'allungargli sotto sotto qualche pizzicotto. Lasciate fare a me!
Entrò in quel momento Flora, la bellissima figliuola della Venanzi, a chiamare
la madre. Casimiro Luna aveva finito d'esporre la sua « intervista » ed era
scappato via.
La Venanzi carezzò la splendida figliuola alla presenza del giovanotto, le
ravviò i capelli, le rassettò sul seno ricolmo le pieghe della camicetta di
seta. Flora la lasciò fare, sorridente, con gli occhi rivolti al giovine; poi
disse alla madre:
– Sai che donna Cristina è andata via anche lei?
La madre allora s'adirò fieramente.
– Via? E mi lascia lì quel mausoleo addormentato? Ah! È un po' troppo, mi pare!
Dov'è andata?
Mah! – sospirò la figlia. – Ha detto che ritornerà tra poco.
Poi si volse al Lamanna e aggiunse:
– Non dubiti: glielo sveglio io, or ora, con una tazza di tè.
Il Lamanna, già col sangue tutto rimescolato, avrebbe voluto pregare la Venanzi
di mandare a monte la lettura della commedia e di permettergli d'andar via di
nascosto. Ma la signora Alba s'era già levata e aveva schiuso la bussola per
rientrare in salotto con la figlia.
Quando, di lì a poco, questa con una tazza di tè in una mano e nell'altra il
bricco del latte, pregò la signora inglese che sedeva accanto al De Marchis di
scuoterlo per un braccio, Vittorino Lamanna, divenuto nervosissimo, avrebbe
voluto gridarle: « Ma lo lasci dormire, perdio! ». Così, quelli che non sapevano
del continuo sonno del vecchio, avrebbero potuto attribuirne la causa alla
relazione del Luna e non alla prossima lettura della sua commedia.
Destato, Alessandro De Marchis guardò Flora con gli occhi stralunati:
– Ah sì... Guglielmo... Guglielmo Marconi...
– No, scusi, senatore, – disse Flora, con un sorriso. – Col latte o senza?
– Col... col latte, sì, grazie.
Preso il tè, rimase sveglio. Vittorino Lamanna, che già si disponeva alla
lettura, accolse in sè la lusinga che la sua commedia avrebbe veramente
incatenato l'attenzione del vecchio, come la Venanzi gli aveva lasciato sperare,
e lesse a voce alta il titolo: Conflitto.
Lesse i personaggi, lesse la descrizione della scena, e volse una rapida
occhiata al De Marchis.
Questi se ne stava ancora con le ciglia corrugate e pareva attentissimo. Il
Lamanna si riaffermò in quella lusinga, e cominciò a leggere la prima scena,
tutto rianimato.
S'era proposto di rappresentare un conflitto d'anime, diceva lui. Un vecchio
benefattore, ancor valido, aveva sposato la sua beneficata; questa, presa poco
dopo d'amore per un giovane, si dibatteva tra il sentimento del dovere e della
gratitudine e il ribrezzo che provava nell'adempimento de' suoi doveri di sposa,
mentre il suo cuore era pieno di quell'altro. Tradire, no; ma mentire, mentire
neppure!
Orbene, chi sa! il De Marchis forse avrebbe potuto intravedere in quella
situazione drammatica un caso simile al suo, e avrebbe prestato attenzione fino
all'ultimo. E il Lamanna seguitava a leggere con molto calore.
A un tratto però, dagli occhi degli ascoltatori comprese che il vecchio s'era
rimesso a dormire. Non ebbe il coraggio di guardare per accertarsene. Cercò
invece gli occhi del Gabrini e li incontrò subito appuntati su di lui, taglienti
di ironia.
– A ottantasei anni, davanti alla soglia della morte... – gli parve di leggere
in quello sguardo; e subito sentì tutto il sangue affluirgli alle guance, dalla
stizza; si confuse, s'impappinò, perdette il tono, il colore, la misura; e, con
un gran ronzio negli orecchi, in preda a una esasperazione crescente di punto in
punto, strascinò miseramente la lettura del suo lavoro fino alla fine.
Fu un supplizio per lui e per gli altri, che parve durasse un secolo. Finito,
non vide l'ora di trovarsi solo in casa per lacerare in mille minutissimi pezzi
quel suo atto unico, ch'era stato per lui strumento d'indicibile tortura.
Mezz'ora dopo, nel salotto della Venanzi non c'era piú nessuno, tranne il
vecchio che dormiva sul seggiolone, col capo rovesciato sul petto, le labbra
flosce, da cui pendeva sul panciotto un filo di bava.
Madre e figlia, nel salottino accanto, parlavano della pessima figura fatta dal
Lamanna e mangiucchiavano intanto qualche violetta inzuccherata.
Oh! – esclamò a un tratto la madre. – Quella lì non torna. Bisogna svegliare il
vecchio.
Si recarono nel salotto e stettero un po' a contemplare con una certa pena mista
di ribrezzo quel glorioso dormente, in cui ogni luce d'intelletto era estinta da
un pezzo.
Lo scossero piano piano, poi piú forte. Stentò non poco Alessandro De Marchis a
comprendere che la moglie lo aveva abbandonato lì.
– Se vuole, – gli disse la Venanzi, – lo farò accompagnare fino a casa.
– No, – rispose il vecchio, provandosi piú volte a levarsi dal seggiolone. – Mi
basta.. mi basta fino a piè della scala. Poi mi metto in vettura.
Riuscì finalmente a tirarsi su; guardò Flora; le accarezzò una guancia.
– Sei un po' sciupatina, – le disse. – Bellina mia, che cos'è? facciamo forse
all'amore?
Flora, senza arrossire, alzò una spalla e sorrise.
– Che dice mai, senatore!
– Male! – riprese allora il De Marchis. – A diciannove anni bisogna fare
all'amore. E credi pure che non c'è niente di meglio, bellina mia.
Si accostò lentamente a una mensola, per tuffar la faccia in un gran mazzo di
rose; poi, ritraendola, sospirò:
– Povero vecchio...
Scese pian piano, a gran fatica, la scala, appoggiato al cameriere; si mise in
vettura e poco dopo si addormentò anche lì, senza il piú lontano sospetto che la
sera, nelle "note mondane", tutti i giornali piú in vista avrebbero parlato di
lui, del suo grande compiacimento per i trionfi di Guglielmo Marconi, della sua
vivissima simpatia per Casimiro Luna e anche della sua paterna benevolenza per
Vittorino Lamanna, giovane commediografo di belle speranze.
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