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Aveva quattr'anni piú di lui, Lillì. E che passione, che frenesie, prima ch'ella
accondiscendesse a fidanzarsi con lui, corteggiata da tanti, anche da quel
povero Silvestro Crispo, che s'affannava in tutti i modi a lavorare per farsi
uno stato e ottener subito la mano di lei! Ma allora Lillì non si curava di
nessuno dei due: di Silvestro Crispo, perché troppo rozzo, ispido e brutto; di
lui, perché troppo ragazzo; e s'univa perfidamente a tutti i parenti che se lo
prendevano a godere per lo spettacolo che dava loro con quella sua passione
precoce e della gelosia che lo assaliva appena vedeva qualcuno ottenere i
sorrisi di lei. Finché, all'improvviso, chi sa perché, forse per qualche
dispetto o per qualche disinganno inatteso o per prendersi una subita rivincita
su qualcuno, ella gli s'era accostata amorosa, gli s'era promessa, ma a patto
che subito egli si fosse apertamente fidanzato con lei. Lì per lì gli era parso
di toccare il cielo col dito. Per piú d'un mese aveva dovuto combattere per
strappare il consenso al padre. il quale saggiamente gli aveva fatto osservare
ch'era troppo intempestivo per lui un impegno di quel genere; che la cugina
aveva quattr'anni piú di lui, e che egli, ancora studente, avrebbe dovuto
aspettare per lo meno altri sei anni per farla sua. Ostinato, dopo molte
promesse e giuramenti, era riuscito a spuntarla. Se non che, subito dopo, nel
vedersi presentare a tutti, così ancor quasi ragazzo, senza uno stato, come
promesso sposo di Lillì, s'era sentito ridicolo agli occhi di tutti e
specialmente di quegli altri giovanotti che, corrisposti, avevano per qualche
tempo amoreggiato con la sua fidanzata. La passione, così cocente quand'era
nascosta, contrariata e derisa, aveva perduto a un tratto il fervore, tutta la
poesia; e poco dopo egli se n'era scappato dalla Sicilia per troncare quel
fidanzamento, ch'era stato intanto il colpo di grazia per quel Silvestro Crispo.
Nel vedersi posposto a un giovanottino ancor imberbe, senza né arte né parte,
lui che già lavorava, lui che era già uomo; sdegnato, disperato, aveva voluto
uccidersi; ed era stato salvato per miracolo.
Ora eccolo là! Marito di Lillì. Padre (sapeva anche questo, Faustino Sangelli),
padre d'un bambino, di cui gli avevano tanto vantato la bellezza. Bello come
mammà. Dunque, forse felice, quell'uomo lì. Mentre lui... Ecco perché, correndo
appresso a quei bambini non belli e mal vestiti, aveva bisogno di sorridere a
quel modo Faustino Sangelli in quel momento; bisogno, proprio bisogno di veder
viva, di ventidue anni, là, fuggente e ammiccante, tra il rimescolio dei
passeggeri Lillì, Lillì che accennava, così fuggendo e riparandosi dietro le
spalle dei passeggeri, di scoprirsi ancora il seno e far con la mano appena
appena l'atto d'offrirglielo e subito con la stessa mano l'atto di
nasconderselo. Ah, tante volte, tante volte, ebbro d'amore gliel'aveva baciato,
lui, quel piccolo seno! E ora voleva che quell'uomo lì lo sapesse. Sì sì.
Sorrideva a quel modo per farglielo sapere. E con tal rabbia, con tal livore –
pur con quel sorriso sulle labbra – pensava, sentiva, vedeva tutto questo, che a
un certo punto costretto a correre fin quasi ai piedi di Silvestro Crispo per
acchiappare a tempo uno dei bambini che stava per cadere, acchiappatolo, si
rizzò tutto fremente davanti a lui, quasi a petto, come se si aspettasse che
quello dovesse saltargli al collo per strozzarlo.
Silvestro Crispo, invece, lo guardò appena con la coda dell'occhio;
evidentemente senza riconoscerlo. E s'allontanò pian piano.
Faustino Sangelli restò di gelo a quello sguardo d'assoluta indifferenza. Da che
rideva, da che baciava vivo, con labbra ardenti, il tepido, piccolo seno bianco
di Lillì, e costringeva quell'uomo a chiudersi in camera con un braciere acceso
per asfissiarsi, ecco che d'un tratto spariva in lui l'immagine di ciò ch'era
stato, come un'ombra; e un'altra ombra d'improvviso sottentrava, l'ombra
miserabile di se stesso, ombra irriconoscibile, se colui non lo aveva
riconosciuto, dopo sedici anni: i sedici anni di tutti i suoi sogni svaniti, e
di tante noje e di tante amarezze; i sedici anni che lo avevano invecchiato
precocemente; che gli avevano portato la sciagura di quella moglie, il tormento
di quei figliuoli.
Di furia, inferocito, con la scusa della caduta di quel piccino riparata a
tempo, mentre tra il cresciuto clamore la sirena della ciminiera avventava il
rauco fischio formidabile, acchiappò gli altri due, andò a prendere la moglie, e
giú, a cuccia! a cuccia!
– Andiamo a dormire!
Ma Ninì voleva il biscotto; l'acqua, Bicetta; Carluccio, la tromba.
– A dormire! a dormire! Avete sentito il babau?
– Oh Dio, Faustino, e non è presto?
– Che presto! che presto! Meglio che ti trovi accucciata, prima che si esca dal
porto! Giú! giú!
– La tromba, papà!
– Oh Dio, Faustino, mi gira la testa...
– Ma se siamo ancora fermi! Se ancora non si muove!
– Biccotto, papà!
– Papà, quando bevo?
– Giú! giú! Berrai giú! Andiamo!
– Oh Dio, Faustino...
– Corpo di... Giusto qua? ... Cameriere! cameriere!
Tutta la nottata, quella delizia lì. E fosse stato cattivo il mare! Ma che! Un
olio. E che strilli, che strilli!
– Sta' zitta! Pare che ti scànnino!
– Oh Dio, muojo! Reggimi, Faustino! Ah, non arrivo... non arrivo... Voglio
scendere!
– Scendiamo, papà.
– A casa, andiamo a casa, papà!
– Mammà, oh Dio! ho paura, papà!
– Fermi, perdio! E tu stenditi giú, supina, o vado a buttarmi a mare!
Di solito tanto paziente con la moglie e coi figliuoli, era diventato una belva,
Faustino Sangelli, quella notte, per mare.
Ma come Dio volle, verso il tocco, la moglie s'assopì; i bambini
s'addormentarono.
Egli rimase un pezzo nella cuccetta, seduto, coi gomiti sulle ginocchia e la
testa tra le mani. E stando così seduto si vide, a un certo punto, sotto gli
occhi emergere il pancino, che da alcuni anni gli era cresciuto; e vide quasi
per ischerno ciondolare dalla catena dell'orologio una medaglina d'oro, premio
volgare d'un misero concorso vinto. A diciott'anni, innamorato di Lillì, aveva
sognato la gloria. Era finito professor di liceo, non tanto miserabile perché la
moglie gli aveva recato una buona dote. Ah Dio, un po' d'aria, un po' d'aria! Si
sentita soffocare!
Spense la lampadina elettrica; uscì dalla cuccetta; attraversò un po'
barcollando e reggendosi alle pareti di legno del corridojo, e salì in coperta.
La notte era scurissima, polverata di stelle. Gli alberi del piroscafo vibravano
allo scotimento della macchina e dalla ciminiera sboccava continuo un pennacchio
di fumo denso, rossastro. Il mare, tutto nero, rotto dalla prua, s'apriva
spumeggiando un poco lungo i fianchi del piroscafo. Tutti i passeggeri s'erano
ritirati nelle loro cuccette.
Faustino Sangelli tirò su il bavero del pastrano; si diede una rincalcata al
berretto da viaggio; passeggiò un tratto sul ponte riservato alla prima classe;
guardò i passeggeri di terza buttati come bestie a dormire su la coperta, con le
teste sui fagotti, attorno alla bocca della stiva: poi, alzando il capo, vide
dall'altra parte, sul ponte di poppa riservato ai passeggeri di seconda, uno –
lui? – presso il parapetto, appoggiato a una delle bacchette di ferro che
sorreggevano la tenda.
Al bujo non discerneva bene. Ma pareva lui, Silvestro Crispo. Doveva esser lui.
Forse, anche prima che egli lo scorgesse tra i passeggeri in partenza quella
sera da Napoli, era stato scorto da lui. E forse, quand'egli sorreggendo il
bambino che stava per cadere, s'era rizzato a guardarlo, lo sguardo che colui
gli aveva rivolto con la coda dell'occhio nell'allontanarsi non era
d'indifferenza, ma di sdegno, e forse d'odio. Ora là, fermo, insaccato nelle
spalle, anch'esso col bavero del pastrano tirato su e il berretto rincalcato,
guardava il mare. Da guardare però non c'era nulla, in quella tenebra. Dunque
pensava. Anche lui, dunque, sapendo che l'antico rivale viaggiava sullo stesso
piroscafo, non poteva dormire, quella notte. Che pensava?
Faustino Sangelli stette a spiarlo un pezzo con una pena, con una pena che, a
mano a mano crescendo, gli si faceva piú amara e piú angosciosa: pena della vita
che è così; pena delle memorie che dolgono, come se i dolori presenti non
bastassero al cuore degli uomini. Ma a poco a poco, cominciò quasi a
svaporargli, quella pena, nella vastità sconfinata, tenebrosa, sotto quella
polvere di stelle, e si vide, si sentì piccolissimo, e piccolissimo vide il
rivale; piccolissima, la sua miseria annegarsi nel sentimento che gli
s'allargava smisurato, della vanità di tutte le cose. Allora, con amaro
dileggio, si persuase a profittar del mare tranquillo e del sonno della moglie e
dei figliuoli per farsi una dormitina anche lui, fino all'approdo in Sicilia a
giorno chiaro.
Così fece. Ma la bella filosofia gli venne meno di nuovo, come il piroscafo fu
per doppiare Monte Pellegrino e imboccare il golfo di Palermo. Ora la moglie era
diventata coraggiosissima: una leonessa; e anche i figliuoli, tre leoncini.
Volevano andare sul ponte subito subito a godere della magnifica vista
dell'entrata a Palermo
– Nossignori! Non permetto! Prima aspettate che il vapore si fermi!
– Oh Dio, Faustino, ma se tutti gli altri passeggeri sono già su!
– Va bene. E voi state giú. Ma perché?
– Perché voglio così!
Figurarsi se si voleva far vedere da quello alla luce del giorno, con quella
moglie accanto tutta ammaccata e spettinata, con quei tre piccini con gli
abitucci sporchi e tutti raggrinziti!
Ma quando, alla fine, il vapore s'ormeggiò e dalla banchina dello scalo fu
buttato il pontile sul barcarizzo – via! via di furia! il facchino avanti, con
le valige, lui Faustino dietro, coi due maschietti uno per mano; la moglie
appresso, con la Bicetta. Se non che, giunto a mezzo del pontile, gettando per
caso uno sguardo sotto la tettoja della banchina alla gente venuta ad assistere
allo sbarco dei passeggeri, Faustino Sangelli non vide e non capì piú nulla.
Lì, su la banchina, sotto la tettoja, c'era Lillì, Lillì venuta col suo bambino
ad accogliere il marito, Lillì che lo guardava, sbalordita, con tanto d'occhi;
piú che sbalordita, quasi oppressa di stupore.
La intravide appena. Lo stesso viso; lo stesso corpo, saldo, svelto, formoso;
solo gli parve che avesse i capelli ritinti, dorati. Il pontile, la folla, le
valige, lo scalo, la tettoja, tutto gli girò attorno. Avrebbe voluto
sprofondare, sparire. Dov'era il facchino? Chi aveva per mano? Si cacciò
nell'ufficio della dogana, ma, in tempo che faceva visitare le valige ai
doganieri, vide Silvestro Crispo attraversar l'ufficio, fosco e solo.
E come? Lillì dunque non s'era accorta del marito? Se l'era lasciato passar
davanti senz'accorgersene? Ed era venuta apposta così di buon mattino allo
scalo, per accoglierlo all'arrivo. Tanta impressione dunque le aveva fatto la
vista inattesa di lui; dopo tanti anni? E chi sa che scena tra poco sarebbe
accaduta a casa, quand'ella, ritornando col bambino, vi avrebbe trovato il
marito, già arrivato; il marito che avrebbe indovinato subito la ragione per cui
ella non s'era accorta di lui, là sulla banchina dello scalo!
Fu per goderne malignamente, Faustino Sangelli; ma ecco che, sballottato con la
moglie e i tre figliuoli dentro un enorme e sgangherato omnibus d'albergo, tutto
fragoroso di vetri, là per il viale dei Quattro Venti si vide raggiungere da una
carrozzella, la quale si mise lenta lenta a seguire il lentissimo enorme omnibus
fragoroso.
Nella carrozzella c'era Lillì col suo bambino.
Faustino Sangelli si sentì strappare le viscere, tirare il respiro, e non seppe
piú da che parte voltarsi a guardare per non veder l'antica fidanzata che gli
veniva appresso, appresso, e che lo guardava sbalordita con tanto d'occhi. Patì
morte e passione. Quegli occhi, così stupiti gli dicevano quant'era cambiato: lo
guardavano come di là da un abisso ove adesso anche il ricordo della sua lontana
immagine precipitava e ogni rimpianto, tutto. E di qua dall'abisso, sul
carrozzone traballante e fragoroso ecco, c'era lui, lui quale s'era ridotto, fra
quei tre figliuoli non belli e quella stupida moglie. Ah, fare un salto da quel
carrozzone a quella carrozzella, mettere a terra il bambino di lei, e attaccarsi
con la bocca a quella bocca che era stata sua tant'anni fa; commettere l'ultima
pazzia, fuggire, fuggire... – Perché lo guardava ella così? Che pensava? Che
voleva? Ecco, si chinava verso il bambino che le sedeva accanto, poi rialzava la
testa e sorrideva, sorrideva guardando verso lui, tentennando lievemente il
capo. Lo derideva? Su le spine, temendo che la moglie guardando a quella
carrozzella s'accorgesse della sua agitazione, si prese sulle ginocchia uno dei
figliuoli, gli grattò con una mano la pancina e si mise a ridere, a ridere anche
lui, a ridere per fare a sua volta un ultimo dispetto a lei che seguitava a
venirgli appresso senz'essersi accorta del marito arrivato con lui.
– Ti sei smattinata, e adesso a casa sentirai, cara, sentirai!
Pensava, e rideva, rideva. Ma come una lumaca sul fuoco.
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