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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "LA MOSCA"
Pubblicata nel 1923, la raccolta La mosca costituisce il quinto volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1901 ed il 1922. |
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10. Con altri occhi (1901)
«Il Marzocco», 28 luglio 1901,
poi in "Erma bifronte", Treves Milano 1906.
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Dall'ampia finestra, aperta sul
giardinetto pensile della casa, si vedeva come posato sull'azzurro vivo della
fresca mattina un ramo di mandorlo fiorito, e si udiva, misto al reco quatto
chioccolio della vaschetta in mezzo al giardino, lo scampanio festivo delle
chiese lontane e il garrire delle rondini ebbre d'aria e di sole.
Nel ritrarsi dalla finestra sospirando, Anna s'accorse che il marito quella
mattina s'era dimenticato di guastare il letto, come soleva ogni volta, perché i
servi non s'avvedessero che non s'era coricato in camera sua. Poggiò allora i
gomiti sul letto non toccato, poi vi si stese con tutto il busto, piegando il
bel capo biondo sui guanciali e socchiudendo gli occhi, come per assaporare
nella freschezza del lino i sonni che egli soleva dormirvi. Uno stormo di
rondini sbalestrate guizzarono strillando davanti alla finestra. ,
– Meglio se ti fossi coricato qui, – mormorò tra sé, e si rialzò stanca.
Il marito doveva partire quella sera stessa, ed ella era entrata nella camera di
lui per preparargli l'occorrente per il viaggio.
Nell'aprire l'armadio, sentì come uno squittio nel cassetto interno e subito si
ritrasse, impaurita. Tolse da un angolo della camera un bastone dal manico
ricurvo e, tenendosi stretta alle gambe la veste, prese il bastone per la punta
e si provò ad aprire con esso, così discosta, il cassetto. Ma, nel tirare,
invece del cassetto, venne fuori agevolmente dal bastone una lucida lama
insidiosa. Non se l'aspettava; n'ebbe ribrezzo e si lasciò cadere di mano il
fodero dello stocco. |
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In quel punto, un altro squittio la fece voltare di scatto, in dubbio se anche
il primo fosse partito da qualche rondine guizzante davanti alla finestra.
Scostò con un piede l'arma sguainata e trasse in fuori tra i due sportelli
aperti il cassetto pieno d'antichi abiti smessi del marito. Per improvvisa
curiosità si mise allora a rovistare in esso e, nel riporre una giacca logora e
stinta, le avvenne di tastare negli orli sotto il soppanno come un cartoncino,
scivolato lì dalla tasca in petto sfondata; volle vedere che cosa fosse quella
carta caduta lì chi sa da quanti anni e dimenticata; e così per caso Anna scoprì
il ritratto della prima moglie del marito.
Impallidendo, con la vista intorbidata e il cuore sospeso, corse alla finestra,
e vi rimase a lungo, attonita, a mirare l'immagine sconosciuta, quasi con un
senso di sgomento.
La voluminosa acconciatura del capo e la veste d'antica foggia non le fecero
notare in prima la bellezza di quel volto; ma appena poté coglierne le fattezze,
astraendole dall'abbigliamento che ora, dopo tanti anni, appariva goffo, e
fissarne specialmente gli occhi, se ne sentì quasi offesa e un impeto d'odio le
balzò dal cuore al cervello: odio di postuma gelosia; l'odio misto di sprezzo
che aveva provato per colei nell'innamorarsi dell'uomo ch'era adesso suo marito,
dopo undici anni dalla tragedia coniugale che aveva distrutto d'un colpo la
prima casa di lui.
Anna aveva odiato quella donna non sapendo intendere come avesse potuto tradire
l'uomo ora da lei adorato e, in secondo luogo, perché i suoi parenti s'erano
opposti al matrimonio suo col Brivio, come se questi fosse stato responsabile
dell'infamia e della morte violenta della moglie infedele.
Era lei, sì, era lei, senza dubbio! la prima moglie di Vittore: colei che s'era
uccisa!
Ne ebbe la conferma dalla dedica scritta sul dorso del ritratto: Al mio Vittore,
Almira sua – 11 Novembre 1873.
Anna aveva notizie molto vaghe della morta: sapeva soltanto che il marito,
scoperto il tradimento, l'aveva costretta, con l'impassibilità di un giudice, a
togliersi la vita.
Ora ella si richiamò con soddisfazione alla mente questa condanna del marito,
irritata da quel «mio» e da quel «sua» della dedica, come se colei avesse voluto
ostentare così la strettezza del legame che reciprocamente aveva unito lei e
Vittore, unicamente per farle dispetto.
A quel primo lampo d'odio, guizzato dalla rivalità per lei sola ormai
sussistente, seguì nell'anima di Anna la curiosità femminile di esaminare i
lineamenti di quel volto, ma quasi trattenuta dalla strana costernazione che si
prova alla vista di un oggetto appartenuto a qualcuno tragicamente morto;
costernazione ora piú viva, ma a lei non ignota, poiché n'era compenetrato tutto
il suo amore per il marito appartenuto già a quell'altra donna.
Esaminandone il volto, Anna notò subito quanto dissomigliasse dal suo; e le
sorse a un tempo dal cuore la domanda, come mai il marito che aveva amato quella
donna, quella giovinetta certo bella per lui, si fosse poi potuto innamorare di
lei così diversa.
Sembrava bello, molto piú bello del suo anche a lei quel volto che, dal
ritratto, appariva bruno. Ecco: e quelle labbra si erano congiunte nel bacio
alle labbra di lui; ma perché mai agli angoli della bocca quella piega dolorosa?
e perché così mesto lo sguardo di quegli occhi intensi? Tutto il volto spirava
un profondo cordoglio; e Anna ebbe quasi dispetto della bontà umile e vera che
quei lineamenti esprimevano, e quindi un moto di repulsione e di ribrezzo,
sembrandole a un tratto di scorgere nello sguardo di quegli occhi la medesima
espressione degli occhi suoi allorché, pensando al marito, ella si guardava
nello specchio, la mattina, dopo essersi acconciata.
Ebbe appena il tempo di cacciarsi in tasca il ritratto: il marito si presentò,
sbuffando, sulla soglia della camera.
– Che hai fatto? Al solito? Hai rassettato? Oh povero me! Ora non trovo piú
nulla!
Vedendo poi lo stocco sguainato per terra:
– Ah! Hai anche tirato di scherma con gli abiti dell'armadio?
E rise di quel riso che partiva soltanto dalla gola, quasi qualcuno gliel'avesse
vellicata; e, ridendo così, guardò la moglie, come se domandasse a lei il perché
del suo proprio riso. Guardando, batteva di continuo le palpebre
celerissimamente su gli occhietti cauti, neri, irrequieti.
Vittore Brivio trattava la moglie come una bambina non d'altro capace che di
quell'amore ingenuo e quasi puerile di cui si sentiva circondato, spesso con
fastidio, e al quale si era proposto di prestar solo attenzione di tempo in
tempo, mostrando anche allora una condiscendenza quasi soffusa di lieve ironia,
come se volesse dire: « Ebbene, via! per un po' diventerò anch'io bambino con
te: bisogna fare anche questo, ma non perdiamo troppo tempo! ».
Anna s'era lasciata cadere ai piedi la vecchia giacca in cui aveva trovato il
ritratto. Egli la raccattò infilzandola con la punta dello stocco, poi chiamò
dalla finestra nel giardino il servotto che fungeva anche da cocchiere e che in
quel momento attaccava al biroccio il cavallo. Appena il ragazzo si presentò in
maniche di camicia nel giardino davanti alla finestra, il Brivio gli buttò in
faccia sgarbatamente la giacca infilzata, accompagnando l'elemosina con un: «
Tieni, è per te ».
– Così avrai meno da spazzolare – aggiunse, rivolto alla moglie, – e da
rassettare, speriamo!
E di nuovo emise quel suo riso stentato battendo piú e piú volte le pàlpebre.
Altre volte il marito s'era allontanato dalla città e non per pochi giorni
soltanto, partendo anche di notte come quella volta; ma Anna, ancora sotto
l'impressione della scoperta di quel ritratto, provò una strana paura di restar
sola, e lo disse, piangendo, al marito.
Vittore Brivio, frettoloso nel timore di non fare a tempo e tutto assorto nel
pensiero dei suoi affari, accolse con mal garbo quel pianto insolito della
moglie.
– Come! Perché? Via, via, bambinate!
E andò via di furia, senza neppur salutarla. Inizio pagina

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Anna sussultò al rumore della porta ch'egli si chiuse dietro con impeto; rimase
col lume in mano nella saletta e sentì raggelarsi le lagrime negli occhi. Poi si
scosse e si ritirò in fretta nella sua camera, per andar subito a letto.
Nella camera già in ordine ardeva il lampadino da notte.
– Va' pure a dormire – disse Anna alla cameriera che la attendeva. – Fo da me.
Buona notte.
Spense il lume, ma invece di posarlo, come soleva, su la mensola, lo posò sul
tavolino da notte, presentendo – pur contro la propria volontà – che forse ne
avrebbe avuto bisogno piú tardi. Cominciò a svestirsi in fretta, tenendo gli
occhi fissi a terra, innanzi a sè. Quando la veste le cadde attorno ai piedi,
pensò che il ritratto era là e con viva stizza si sentì guardata e commiserata
da quegli occhi dolenti, che tanta impressione le avevano fatto. Si chinò
risolutamente a raccogliere dal tappeto la veste e la posò senza ripiegarla, su
la poltrona a piè del letto, come se la tasca che nascondeva il ritratto e il
viluppo della stoffa dovessero e potessero impedirle di ricostruirsi l'immagine
di quella morta.
Appena coricata, chiuse gli occhi e s'impose di seguire col pensiero il marito
per la via che conduceva alla stazione ferroviaria. Se l'impose per astiosa
ribellione al sentimento che tutto quel giorno l'aveva tenuta vigile a
osservare, a studiare il marito. Sapeva donde quel sentimento le era venuto e
voleva scacciarlo da sé.
Nello sforzo della volontà, che le produceva una viva sovreccitazione nervosa,
si rappresentò con straordinaria evidenza la via lunga, deserta nella notte,
rischiarata dai fanali verberanti il lume tremulo sul lastrico che pareva ne
palpitasse: a piè d'ogni fanale, un cerchio d'ombra; le botteghe, tutte chiuse;
ed ecco la vettura che conduceva Vittore. Come se l'avesse aspettata al varco,
si mise a seguirla fino alla stazione: vide il treno lugubre, sotto la tettoja a
vetri; una gran confusione di gente in quell'interno vasto, fumido, mal
rischiarato, cupamente sonoro: ecco, il treno partiva; e, come se veramente lo
vedesse allontanare e sparire nelle tenebre, rientrò d'un subito in sè, aprì gli
occhi nella camera silenziosa e provò un senso angoscioso di vuoto, come se
qualcosa le mancasse dentro.
Sentì allora confusamente, smarrendosi, che da tre anni forse, dal momento in
cui era partita dalla casa paterna, ella era in quel vuoto, di cui ora soltanto
cominciava ad assumere coscienza. Non se n'era accorta prima, perché lo aveva
riempito solo di sè, del suo amore, quel vuoto; se ne accorgeva ora, perché in
tutto quel giorno aveva tenuto quasi sospeso il suo amore, per vedere, per
osservare, per giudicare.
«Non mi ha neppure salutata!» pensò; e si mise a piangere di nuovo, quasi che
questo pensiero fosse determinatamente la cagione del pianto.
Sorse a sedere sul letto: ma subito arrestò la mano tesa, nel levarsi, per
prendere dalla veste il fazzoletto. Via, era ormai inutile vietarsi di rivedere,
di riosservare quel ritratto! Lo prese. Riaccese il lume.
Come se la era raffigurata diversamente quella donna! Contemplandone ora la vera
effigie, provava rimorso dei sentimenti che la immaginaria le aveva suggeriti.
Si era raffigurata una donna, piuttosto grassa e rubiconda, con gli occhi
lampeggianti e ridenti, inclinata al riso, agli spassi volgari. E invece, ora,
eccola: una giovinetta che dalle pure fattezze spirava un'anima profonda e
addolorata; diversa sì, da lei, ma non nel senso sguajato di prima: al
contrario, anzi quella bocca pareva non avesse dovuto mai sorridere, mentre la
sua tante volte e lietamente aveva riso; e certo, se bruno quel volto (come dal
ritratto appariva), di un'aria men ridente del suo, biondo e roseo.
Perché, perché così triste?
Un pensiero odioso le balenò in mente, e subito staccò gli occhi dall'immagine
di quella donna, scorgendovi d'improvviso un'insidia non solo alla sua pace, al
suo amore che pure in quel giorno aveva ricevuto piú d'una ferita, ma anche alla
sua orgogliosa dignità di donna onesta che non s'era mai permesso neppure il piú
lontano pensiero contro il marito. Colei aveva avuto un amante! E per lui forse
era così triste, per quell'amore adultero, e non per il marito!
Buttò il ritratto sul comodino e spense di nuovo il lume, sperando di
addormentarsi, questa volta, senza pensare piú a quella donna, con la quale non
poteva aver nulla di comune. Ma, chiudendo le palpebre, rivide subito, suo
malgrado, gli occhi della morta, e invano cercò di scacciare quella vista.
– Non per lui, non per lui! – mormorò allora con smaniosa ostinazione, come se,
ingiuriandola, sperasse di liberarsene.
E si sforzò di richiamare alla memoria quanto sapeva intorno a quell'altro,
all'amante, costringendo quasi lo sguardo e la tristezza di (negli occhi a
rivolgersi non piú a lei, ma all'antico amante, di cui ella conosceva soltanto
il nome: Arturo Valli. Sapeva che costui aveva sposato qualche anno dopo, quasi
a provare ch'era innocente della colpa che gli voleva addebitare il Brivio di
cui aveva respinto energicamente la sfida, protestando che non si sarebbe mai
battuto con un pazzo assassino. Dopo questo rifiuto, Vittore aveva minacciato di
ucciderlo ovunque lo avesse incontrato, foss'anche in chiesa; e allora egli era
andato via con la moglie dal paese, nel quale era poi ritornato, appena Vittore,
riammogliatosi, se n'era partito.
Ma dalla tristezza di questi avvenimenti da lei rievocati, dalla viltà del Valli
e, dopo tanti anni, dalla dimenticanza del marito, il quale, come se nulla fosse
stato, s'era potuto rimettere nella vita e riammogliare, dalla gioja che ella
stessa aveva provato nel divenir moglie di lui, da quei tre anni trascorsi da
lei senza mai un pensiero per quell'altra, inaspettatamente un motivo di
compassione per costei s'impose ad Anna spontaneo; ne rivide viva l'immagine, ma
come da lontano lontano, e le parve che con quegli occhi, intensi di tanta pena,
colei le dicesse, tentennando lievemente il capo:
– Io sola però ne son morta! Voi tutti vivete!
Si vide, si sentì sola nella casa: ebbe paura. Viveva, sì, lei; ma da tre anni,
dal giorno delle nozze, non aveva piú riveduto, neanche una volta, i suoi
genitori, la sorella. Lei che li adorava, e ch'era stata sempre con loro docile
e confidente, aveva potuto ribellarsi alla loro volontà, ai loro consigli per
amore di quell'uomo; per amore di quell'uomo s'era mortalmente ammalata e
sarebbe morta, se i medici non avessero indotto il padre a condiscendere alle
nozze. Il padre aveva ceduto, non consentendo, però, anzi giurando che ella per
lui, per la casa, dopo quelle nozze, non sarebbe piú esistita. Oltre alla
differenza di età, ai diciotto anni che il marito aveva piú di lei, ostacolo piú
grave per il padre era stata la posizione finanziaria di lui soggetta a rapidi
cambiamenti per le imprese rischiose a cui soleva gettarsi con temeraria fiducia
in se stesso e nella fortuna.
In tre anni di matrimonio Anna, circondata da agi, aveva potuto ritenere
ingiuste o dettate da prevenzione contraria le considerazioni della prudenza
paterna, quanto alle sostanze del marito, nel quale del resto ella, ignara,
riponeva la medesima fiducia che egli in se stesso; quanto poi alla differenza
d'età, finora nessun argomento manifesto di delusione per lei o di meraviglia
per gli altri, poiché dagli anni il Brivio non risentiva il minimo danno né nel
corpo vivacissimo e nervoso, né tanto meno poi nell'animo dotato d'infaticabile
energia, d'irrequieta alacrità.
Di ben altro Anna, ora per la prima volta, guardando (senza neppur sospettarlo)
nella sua vita con gli occhi di quella morta, trovava da lagnarsi del marito.
Sì, era vero: della noncuranza quasi sdegnosa di lui ella si era altre volte
sentita ferire; ma non mai come quel giorno; e ora per la prima volta si sentiva
così angosciosamente sola, divisa dai suoi parenti, i quali le pareva in quel
momento la avessero abbandonata lì, quasi che, sposando il Brivio, avesse già
qualcosa di comune con quella morta e non fosse piú degna d'altra compagnia. E
il marito che avrebbe dovuto consolarla, il marito stesso pareva non volesse
darle alcun merito del sacrifizio ch'ella gli aveva fatto del suo amore filiale
e fraterno, come se a lei non fosse costato nulla, come se a quel sacrifizio
egli avesse avuto diritto, e per ciò nessun dovere avesse ora di compensarnela.
Diritto, sì, ma perché lei se ne era così perdutamente innamorata allora; dunque
il dovere per lui adesso di compensarla. E invece...
– Sempre così! – parve ad Anna di sentirsi sospirare dalle labbra dolenti della
morta.
Riaccese il lume e di nuovo, contemplando l'immagine. fu attratta
dall'espressione di quegli occhi. Anche lei dunque, davvero, aveva sofferto per
lui? anche lei, anche lei, accorgendosi di non essere amata, aveva sentito quel
vuoto angoscioso?
– Si? sì? – domandò Anna, soffocata dal pianto, all'immagine. E le parve allora
che quegli occhi buoni, intensi di passione, la commiserassero a lor volta, la
compiangessero di quell'abbandono, del sacrifizio non rimeritato dell'amore che
le restava chiuso in seno quasi tesoro in uno scrigno, di cui egli avesse le
chiavi, ma per non servirsene mai, come l'avaro.
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