In
una squallida rivendita di sigari e giornali, accanto ad un altrettanto
miserabile caffè-concerto, il vecchio Papa Re vende la propria mercanzia,
riscaldato, nelle fredde notti, solo da uno scaldino di terracotta che ogni sera
gli porta la nipotina, sua unica parente. Un giorno lo scaldino gli cade di mano
e va in mille pezzi. Quando la sera va ad aprire il chioschetto, vi trova dentro
accoccolata una donna con una bambina in braccio. È Rosalba, una canzonettista
che è stata scacciata dal suo amante, Cesare il milanese, invaghitosi della più
giovane collega, Mignon. Nel chiosco Rosalba attende che esca il suo uomo.
Pigiati nella stretta edicola, il vecchio Papa-Re prende in braccio la bambina
per scaldaria e scaldarsi a sua volta. Quando il milanese esce dal
locale, Rosalba gli spara e poi fugge. Il vecchio rimane con la piccola
addormentata fra le sue braccia.
Quei lecci neri piantati in doppia fila intorno alla vasta piazza rettangolare,
se d'estate per far ombra, d'inverno perché servivano? Per rovesciare addosso ai
passanti, dopo la pioggia, l'acqua rimasta tra le fronde, a ogni scosserella di
vento. E anche per imporrire di piú il povero chiosco di Papa-re, servivano.
Ma
senza questo male, del resto riparabile, ch'essi cagionavano d'inverno,
sarebbero stati poi un bene, un refrigerio d'estate? No. E dunque? Dunque
l'uomo, se qualche cosa gli va bene, se la prende senza ringraziar nessuno, come
se ci avesse diritto; poco poco, invece, che gli vada male, s'inquieta e
strilla. Bestia irritabile e irriconoscente, l'uomo. Gli basterebbe, santo Dio,
non passare sotto i lecci della piazza, quand'è piovuto da poco.
È
vero però che, d'estate, Papa-re non poteva goder dell'ombra di quei lecci là,
dentro il suo chiosco. Non poteva goderne perché non vi stava mai durante il
giorno, né d'estate né d'inverno. Che cosa facesse di giorno e dove se ne
stesse, era un mistero per tutti. Tornava ogni volta da via San Lorenzo, e
veniva da lontano e con la faccia scura. Il chiosco era sempre chiuso, e
Papa-re, quasi senza goderselo, ne pagava la tassa che grava su tutti i beni
immobili.
Poteva parere un'irrisione considerar come «immobile» anche questo chiosco di
Papa-re, che a momenti camminava da solo, dai tanti tarli che lo abitavano, in
luogo del proprietario sempre assente. Ma il fisco non bada ai tarli. Anche se
il chiosco si fosse messo a passeggiare da sé per la piazza e per le strade,
avrebbe pagato sempre la tassa, come un qualunque altro bene immobile
davvero.
Dietro il chiosco, un po' piú là, sorgeva un caffè posticcio, di legname, o -
piú propriamente, con licenza del proprietario - una baracca dipinta con cotal
pretensione di stil floreale, dove fino a tarda notte certe cosí dette
canzonettiste, con l'accompagnamento d'un pianofortino scordato, dai tasti
ingialliti come i denti d'un pover'uomo che digiuni per professione,
strillavano... ma no, che strillavano, poverette, se non avevano neanche fiato
per dire: «Ho fame»?
Eppure, quel caffè-concerto era ogni sera pieno zeppo d'avventori che, con la
gola strozzata dal fumo e dal puzzo del tabacco, si spassavano come a un
carnevale alle smorfie sguajate e compassionevoli, ai lezii da scimmie tisiche,
di quelle femmine disgraziate, le quali, non potendo la voce, mandavano le
braccia e piú spesso le gambe ai sette cieli («Benee! Bravaa!
Biiis!»), e parteggiavano anche per questa o per quella, mettendo negli
applausi e nelle disapprovazioni tanto calore e tanto accanimento, che piú volte
la questura era dovuta intervenire a sedarne la violenza rissosa.
Per questi egregi avventori Papa-re stava, d'inverno, ogni notte fin dopo il
tocco, a morirsi di freddo nel chiosco, pisolando, con la sua mercanzia davanti:
sigari, candele steariche, scatole di fiammiferi, cerini per le scale, e i pochi
giornali della sera, che gli restavano dal giro per le strade consuete.
Sul far della sera, veniva al chiosco e aspettava che una ragazzetta, sua
nipotina, gli recasse un grosso scaldino di terracotta; lo prendeva per il
manico e, col braccio teso, lo mandava un pezzo avanti e dietro per ravvivarne
il fuoco; poi lo ricopriva con un po' di cenere che teneva in serbo nel chiosco
e lo lasciava lí, a covare, senza neanche curarsi di chiudere a chiave lo
sportello.
Non avrebbe potuto resistere al freddo della notte per tante ore, senza quello
scaldino, Papa-re, vecchio com'era ormai e cadente.
Ah, senza un pajo di buone gambe, senza una voce squillante, come far piú il
giornalajo? Ma non gli anni soltanto lo avevano debellato cosí, né soltanto le
membra aveva imbecillite dall'età: anche l'anima, per le tante disgrazie, povero
Papa-re. Prima disgrazia, si sa, la scoronazione del Santo Padre; poi la morte
della moglie; poi quella dell'unica figliuola; morte atroce, in un ospedale
infame, dopo il disonore e la vergogna, dond'era venuta al mondo quella
ragazzetta, per cui egli, ora, seguitava a vivere e a tribolare. Se non avesse
avuto quella povera innocente da mantenere...
L'immagine del destino che opprimeva e affogava, nella vecchiaja, Papa-re, si
poteva intravedere in quel suo gran cappellaccio roccioso e sbertucciato, che,
troppo largo di giro, gli sprofondava fin sotto la nuca e fin sopra gli occhi.
Chi gliel'aveva regalato? dove lo aveva ripescato? Quando, sott'esso, Papa-re
fermo in mezzo alla piazza socchiudeva gli occhi, pareva dicesse: «Eccomi qua.
Vedete? Se voglio vivere, devo stare per forza sotto questo cappello qua, che mi
pesa e mi toglie il respiro!»
Se voglio vivere! Ma non avrebbe voluto vivere per nientissimo affatto,
lui: s'era tremendamente seccato; non guadagnava quasi piú nulla. Prima, i
giornali glieli davano a dozzine; ora il distributore gliene affidava sí e no
poche copie, per carità, quelle che gli restavano dopo aver fornito tutti gli
altri rivenditori che s'avventavano vociando per aver prima le loro dozzine e
far piú presto la corsa. Papa-re, per non farsi schiacciare tra la ressa, se ne
stava indietro ad aspettare che anche le donne fossero provviste prima di lui;
qualche malcreato, spesso, gli lasciava andare un lattone, e lui se lo pigliava
in santa pace e si tirava da canto per non essere investito a mano a mano da
quelli che, ottenute le copie, si scagliavano a testa bassa, con cieca furia, in
tutte le direzioni. Egli li vedeva scappar via come razzi, e sospirava,
tentennando sulle povere gambe piegate.
-
A te, Papa-re: sciala, due dozzine, stasera! C'è la rivoluzione in Russia.
Papa-re alzava le spalle, socchiudeva gli occhi, pigliava il suo pacco, e via
dopo tutti gli altri, adoperandosi anche lui a correre con quelle gambe e
forzando la voce chioccia a strillare:
-
La Tribúuuna!
Poi, con altro tono:
-
La rivoluzione in Russiaaa!
E
infine, quasi tra sé:
-
Importante stasera la Tribuna.
Manco male che due portinaj in via Volturno, uno in via Gaeta, un altro in via
Palestro gli eran rimasti fedeli e lo aspettavano. Le altre copie doveva
venderle cosí, alla ventura, girando per tutto il quartiere del Macao. Verso le
dieci, stanco, affannato, andava a rintanarsi nel chiosco, ove aspettava,
dormendo, che gli avventori uscissero dal caffè. Ne aveva fino alla gola, di
quel mestieraccio! Ma, quando si è vecchi, che rimedio c'è? Vuòtati pure il
capo, non ne trovi nessuno. Là, il muraglione del Pincio.
Vedendo, sul tramonto, apparire la nipotina quasi scalza, con la vesticciuola
sbrendolata, e infagottata, povera creatura, in un vecchio scialle di lana che
una vicina le aveva regalato, Papa-re si pentiva ogni volta anche della poca
spesa di quel fuoco che pur gli era indispensabile. Non gli restava piú altro di
bene nella vita, che quella bambina e quello scaldino. Vedendoli arrivare
entrambi, sorrideva loro da lontano, stropicciandosi le mani. Baciava in fronte
la nipotina e si metteva ad agitar lo scaldino per ravvivarne la brace.
L'altra sera, intanto, o che avesse l'anima piú imbecillita del solito, o che si
sentisse piú stanco, nel mandare avanti e dietro lo scaldino, tutt'a un tratto,
ecco che gli sfugge di mano, e va a schizzar là, in mezzo alla piazza, in
frantumi. «Paf!» Una gran risata della gente, che si trovava a passare, accolse
quel volo e quello scoppio, per la faccia che fece Papa-re nel vedersi scappar
di mano il fido compagno delle sue fredde notti e per l'ingenuità della bimba
che gli era corsa dietro, istintivamente, come se avesse voluto acchiapparlo per
aria.
Nonno e nipotina si guardarono negli occhi, rimminchioniti. Papa-re, ancora col
braccio proteso, nell'atto di mandare avanti lo scaldino. Eh, troppo avanti lo
aveva mandato! E il carbone acceso, ecco, friggeva là, tra i cocci, in una pozza
d'acqua piovana.
-
Viva l'allegria! - diss'egli alla fine, riscotendosi e tentennando il capo. -
Ridete, ridete. Starò allegro anch'io, stanotte. Va', Nena mia, va'. Alla fin
fine, forse è meglio cosí.
E
s'avviò per i giornali.
Quella sera, invece di venire a rintanarsi verso le dieci nel chiosco, prese un
giro piú alla lontana per le vie del Macao. Avrebbe trovato freddo il suo covo
notturno, e piú freddo avrebbe sentito a star lí fermo, seduto. Ma, alla fine,
si stancò. Prima d'entrare nel chiosco volle guardare il punto della piazza, ove
lo scaldino era schizzato, come se gli potesse venire di là un po' di caldo. Dal
caffè posticcio venivano le stridule note del pianofortino e, a quando a quando,
gli scrosci d'applausi e i fischi degli avventori. Papa-re col bavero del
pastrano logoro tirato fin sopra gli orecchi, le mani gronchie dal freddo,
strette sul petto con le poche copie del giornale che gli erano rimaste, si
fermò un pezzo a guardare dietro il vetro appannato della porta. Si doveva star
bene, lí dentro, con un poncino caldo in corpo. Brrr! s'era rimessa la
tramontana, che tagliava la faccia e sbiancava finanche il selciato della
piazza. Non c'era una nuvola in cielo e pareva che anche le stelle lassú
tremassero tutte di freddo. Papa-re guardò, sospirando, il chiosco nero sotto i
lecci neri, si cacciò i giornali sotto l'ascella e s'appressò per sfilare la
sola banda davanti.
-
Papa-re - chiamò allora qualcuno, con voce rôca, dall'interno del chiosco.
Il
vecchio giornalajo ebbe un sobbalzo e si sporse a guardare.
-
Chi è là?
-
Io, Rosalba. E lo scaldino?
-
Rosalba?
-
Vignas. Non ti ricordi piú? Rosalba Vignas.
-
Ah, - fece Papa-re, che riteneva in confuso i nomi strambi di tutte le
canzonettiste passate e presenti del caffè.
-
E perché non te ne vai al caldo? Che stai a far lí?
-
Aspettavo te. Non entri?
-
E che vuoi da me? Fatti vedere.
-
Non voglio farmi vedere. Sto qua accoccolata, sotto la tavoletta. Entra. Ci
staremo bene.
Papa-re girò il chiosco, con la banda in mano, ed entrò, curvandosi, per lo
sportello.
-
Dove sei?
-
Qua, - disse la donna.
Non si vedeva, nascosta com'era sotto la tavoletta su cui Papa-re posava i
giornali, i sigari, le scatole di fiammiferi e le candele. Stava seduta dove di
solito il vecchio appoggiava i piedi, quando si metteva a sedere sul sediolino
alto.
-
E lo scaldino? - domandò quella di nuovo, da lí sotto. - L'hai smesso?
-
Sta' zitta, mi s'è rotto, oggi. M'è scappato di mano, nel dimenarlo.
-
Oh guarda! E ti muori di freddo? Ci contavo io, sullo scaldino. Sú, siedi. Ti
riscaldo io, Papa-re.
-
Tu? Che vuoi piú riscaldarmi, tu, ormai. Sono vecchio, figlia. Va', va'. Che
vuoi da me?
La
donna scoppiò in una stridula risata e gli afferrò una gamba.
-
Va', sta' quieta! - disse Papa-re, schermendosi. - Che tanfo di zozza. Hai
bevuto?
-
Un pochino. Mettiti a sedere. Vedrai che c'entriamo. Sú, cosí... monta sú. Ora
ti riscaldo le gambe. O vuoi un altro scaldino? Eccotelo.
E
gli posò sú le gambe come un involto, caldo, caldo.
-
Che roba è? - domandò il vecchio.
-
Mia figlia.
-
Tua figlia? Ti sei portata appresso anche la bimba?
-
M'hanno cacciata di casa, Papa-re. Mi ha abbandonata.
-
Chi?
-
Lui, Cesare. Sono in mezzo alla strada. Con la pupa in braccio.
Papa-re scese dal seggiolino, si curvò nel bujo verso la donna accoccolata e le
porse la bimba.
-
Tieni qua, figlia, tieni qua, e vattene. Ho i miei guaj; lasciami in pace!
-
Fa freddo, - disse la donna con voce ancor piú rauca. - Mi cacci via anche tu?
-
Ti vorresti domiciliare qua dentro? - le domandò, aspro, Papa-re. - Sei matta o
ubbriaca davvero?
La
donna non rispose, né si mosse. Forse piangeva. Come una sfumatura di suono,
titillante, dal fondo di via Volturno s'intese nel silenzio una mandolinata, che
s'avvicinava di punto in punto, ma che poi, a un tratto, tornò a perdersi man
mano, smorendo, in lontananza.
-
Lasciamelo aspettare qua, ti prego, - riprese, poco dopo, la donna, cupamente.
-
Ma aspettare, chi? - domandò di nuovo Papa-re.
-
Lui, te l'ho detto: Cesare. È là, nel caffè. L'ho veduto dalla vetrata.
-
E tu va' a raggiungerlo, se sai che è là! Che vuoi da me?
-
Non posso, con la pupa. Mi ha abbandonata! È là con un'altra. E sai con
chi? Con Mignon, già! con la celebre Mign... già, che comincerà a cantare domani
sera. La presenta lui, figúrati! Le ha fatto insegnare le canzonette dal
maestro, a un tanto all'ora. Sono venuta per dirgli due paroline, appena esce. A
lui e a lei. Lasciami star qua. Che male ti faccio? Ti tengo anzi piú caldo,
Papa-re. Fuori, con questo freddo, la povera creatura mia... Tanto, ci vorrà
poco: una mezz'oretta sí e no. Via, sii buono, Papa-re! Rimettiti a sedere e
riprenditi la bimba su le ginocchia. Qua sotto non la posso tenere. Starete piú
caldi tutti e due. Dorme, povera creatura, e non dà fastidio.
Papa-re si rimise a sedere e si riprese la bimba sulle ginocchia, borbottando:
-
Oh guarda un po' che altro scaldino son venuto a trovare io qua, stanotte. Ma
che gli vuoi dire?
-
Niente. Due parole, - ripeté quella.
Tacquero per un buon pezzo. Dalla prossima stazione giungeva il fischio
lamentoso di qualche treno in arrivo o in partenza. Passava per la vasta piazza
deserta qualche cane randagio. Laggiú, imbacuccate, due guardie notturne. Nel
silenzio, si sentivano perfino ronzare le lampade elettriche.
-
Tu hai una nipotina, è vero, Papa-re? - domandò la donna, riscotendosi con un
sospiro.
-
Nena, sí.
-
Senza mamma?
-
Senza.
-
Guarda la mia figliuola. Non è bella?
Papa-re non rispose.
-
Non è bella? - insistette la donna. - Ora che ne sarà di lei, povera creatura
mia? Ma cosí... cosí non posso piú stare. Qualcuno dovrà pure averne pietà. Tu
capisci che non trovo da lavorare, con lei in braccio. Dove la lascio? E poi,
sí! chi mi prende? Neanche per serva mi vogliono.
-
Sta' zitta! - la interruppe il vecchio, scrollandosi convulso; e si mise a
tossire.
Ricordava la figlia, che gli aveva lasciato cosí, sulle ginocchia, una
creaturina come quella. La strinse piano piano a sé, teneramente. La carezza
però non era per lei, era per la nipotina, ch'egli in quel punto ricordava cosí
piccola, e quieta e buona come questa.
Venne dal caffè un piú forte scoppio d'applausi e di grida scomposte.
-
Infame! - esclamò a denti stretti la donna. - Se la spassa là, con quella brutta
scimmia piú secca della morte. Di', viene qua ogni sera al solito, è vero? a
comprare il sigaro, appena esce.
-
Non so, - disse Papa-re, alzando le spalle.
-
Cesare, il Milanese, come non sai? Quel biondo, alto, grosso, con la barba
spartita sul mento, sanguigno. Ah, è bello! E lui lo sa, canaglia, e se
n'approfitta. Non ti ricordi che mi prese con sé, l'anno scorso?
-
No, - le rispose il vecchio, seccato. - Come vuoi che mi ricordi, se non ti
lasci vedere?
La
donna emise un ghigno, come un singulto, e disse cupamente:
-
Non mi riconosceresti piú. Sono quella che cantava i duettini con quello
scimunito di Peppot. Peppot, sai? Monte Bisbin? Sí, quello. Ma non fa
nulla, se non ti ricordi. Non sono piú quella. M'ha finita, mi ha distrutta, in
un anno. E sai? In principio, diceva anche che mi voleva sposare. Roba da
ridere, figúrati!
-
Figúrati! - ripeté Papa-re, già mezzo appisolato.
-
Non ci credetti mai, - seguitò la donna. - Dicevo tra me: Purché mi tenga, ora.
E lo dicevo per via di codesta creatura che, non so come, forse perché mi presi
troppo di lui, avevo concepito. Dio mi volle castigare cosí. Poi, che ne sapevo
io? poi fu peggio. Avere una figlia! pare niente! Gilda Boa... ti ricordi di
Gilda Boa? mi diceva: «Buttala!». Come si butta? Lui, sí, la voleva buttare
davvero. Ebbe il coraggio di dirmi che non gli somigliava. Ma guardala, Papa-re,
se non è tutta lui! Ah, infame! Lo sa bene che è sua, che io non potevo farla
con altri, perché per lui io... non ci vedevo piú dagli occhi, tanto mi piaceva!
E gli sono stata peggio d'una schiava, sai? M'ha bastonata, ed io zitta; m'ha
lasciata morta di fame, ed io zitta. Ci ho sofferto, ti giuro, non per me, ma
per codesta creatura, a cui, digiuna, non potevo dar latte. Ora, poi...
Seguitò cosí per un pezzo; ma Papa-re non la sentiva piú: stanco, confortato dal
calore di quella piccina trovata lí in luogo del suo scaldino, s'era al suo
solito addormentato. Si destò di soprassalto, quando, aperta la vetrata del
caffè, gli avventori cominciarono a uscire rumorosamente, mentre gli ultimi
applausi risonavano nella sala. Ma, ov'era la donna?
-
Ohé! Che fai? - le domandò Papa-re, insonnolito.
Ella s'era cacciata carponi, ansimante, tra i piedi della sedia alta, su cui
Papa-re stava seduto; aveva schiuso con una mano lo sportello; e rimaneva lí,
come una belva, in agguato.
-
Che fai? - ripeté Papa-re.
Una pistolettata rintronò in quel punto fuori del chiosco.
-
Zitto, o arrestano anche te! - gridò la donna al vecchio, precipitandosi fuori e
richiudendo di furia lo sportello.
Papa-re, atterrito dagli urli, dalle imprecazioni, dal tremendo scompiglio
dietro il chiosco, si curvò sulla piccina che aveva dato un balzo allo sparo, e
si restrinse tutto in sé, tremando. Accorse di furia una vettura, che, poco
dopo, scappò via di galoppo, verso l'ospedale di Sant'Antonio. E un groviglio di
gente furibonda passò vociando davanti al chiosco e si allontanò verso Piazza
delle Terme. Altra gente però era rimasta lí, sul posto, a commentare
animatamente il fatto, e Papa-re, con gli orecchi tesi, non si moveva, temendo
che la bimba mettesse qualche strillo. Poco dopo, uno dei camerieri del caffè
venne a comperare un sigaro al chiosco.
-
Eh, Papa-re, hai visto che straccio di tragedia?
-
Ho... inteso... - balbettò.
-
E non ti sei mosso? - esclamò ridendo il cameriere. - Sempre col tuo scaldino,
eh?
Col mio scaldino, già... - disse Papa-re, curvo, aprendo la bocca sdentata a
uno squallido sorriso.