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Sciaramè diede un'ingollatina, poi rimase in mezzo alla camera a stirarsi il
labbro e a battere le palpebre, stizzito, non sapeva bene se contro se stesso o
contro Rorò o contro i Reduci. Ma qualche cosa bisognava infine che facesse
Intanto, questa: uscir fuori. Un po' d'aria! All'aria aperta, chi sa! qualche
idea gli sarebbe venuta.
E scese la scaletta, con una mano appoggiata al muro e l'altra al bastoncino che
mandava innanzi; poi giú un piede gonfio c poi l'altro, soffiando per le nari, a
ogni scalino, la pena e lo stento; attraversò la stanza terrena e uscì senza dir
nulla a Rorò, che già parlava con una vicina e non si voltò neppure a guardarlo.
Ah che sollievo sarebbe stato per lui se questa benedetta figliuola si fosse
maritata, magari con qualche altro giovine, se non proprio col La Rosa! Col La
Rosa, veramente – a pensarci bene – gli sembrava difficile: punto primo, perché
Rorò era povera; poi, perché la chiamavano la Garibaldina, e i signori La
Rosa, invece, per il figliuolo sventato cercavano una ragazza assennata, senza
fumi patriottici. Non che Rorò ne avesse: non ne aveva mai avuti; ma s'era fatta
pur troppo questa fama, e forse ora se n avvaleva, come d'una ragna a cui
nessuno poteva dire che lei avesse posto mano per farvi cascare quel farfallina
del La Rosa.
– Magari! – sospirava tra sè e sè Sciaramè, pensando che, veramente, pareva già
avviluppato bene il farfalline.
Via, come andare a guastar quella ragna proprio adesso, per far piacere ai
signori Reduci che non pagavano neppure la pigione? E in che consisteva, alla
fin fine, tutto il male per Amilcare Bellone? Nel fatto che il La Rosa aveva
portato in Grecia la camicia rossa. Dispetto e gelosia! La camicia rossa addosso
a quel giovanotto pareva a quel benedett'uomo un vero e proprio sacrilegio, e lo
faceva infuriare come un toro. Se a leggere i giornali, là dai Reduci, fosse
venuto qualche altro giovanotto, certo non se ne sarebbe curato.
Così pensando, Sciaramè pervenne alla piazza principale del paese e andò a
sedere, com'era solito, davanti a uno dei tavolini del Caffè, disposti sul
marciapiede.
Lì seduto, ogni giorno, aspettava che qualcuno lo chiamasse per qualche
commissione: aspettando, mangiato dalle mosche e dalla noja,. Non prendeva mai
nulla, in quel Caffè, neanche un bicchier d'acqua con lo schizzo di fumetto; ma
il padrone lo sopportava perché spesso gli avventori si spassavano con lui
forzandolo a parlare e di Calatafimi e dell'entrata di Garibaldi a Palermo e di
Milazzo e del Volturno. Sciaramè ne parlava con accorata tristezza, tentennando
il capo e socchiudendo gli occhietti calvi. Ricordava gli episodii pietosi, i
morti, i feriti, senz'alcuna esaltazione e senza mai vantarsi. Sicché, alla
fine, quelli che lo avevano spinto a parlare per goderselo, restavano afflitti,
invece, a considerare come l'antico fervore di quel vecchietto fosse caduto e si
fosse spento nella miseria dei tristi anni sopravvissuti.
Vedendolo, quella mattina, piú oppresso del solito, uno degli avventori gli
gridò:
– E su, coraggio, Sciaramè! Tra pochi giorni sarà la festa dello Statuto. Faremo
prendere un po' d'aria alla vecchia camicia rossa!
Sciaramè fece scattare in aria una mano, in un gesto che voleva dire che aveva
altro per il capo. Stava per posare il mento su le mani appoggiate al pomo del
bastoncino, quando si sentì chiamare rabbiosamente da Amilcare Bellone
sopravvenuto come una bufera. Sobbalzò e si levò in piedi, sotto lo sguardo
iroso del Presidente della Società dei Reduci.
– Gliel'ho detto, sai? a Rorò. Gliel'ho detto questa mattina – premise, per
ammansarlo, accostandoglisi.
Ma il Bellone lo afferrò per un braccio, lo tirò a sé e, mettendogli un pugno
sotto il naso, gli gridò:
– Ma se è là!
– Chi?
– Il La Rosa!
– Là?
– Sì, e adesso te lo accomodo io. Te lo caccio via io, a pedate!
– Per carità! – scongiurò Sciaramè. – Non facciamo scandali! Lascia andar me. Ti
prometto che non ci metterà piú piede. Credevo che bastasse averlo detto a Rorò...
Ci andrò io, lascia fare!
Il Bellone sghignò; poi, senza lasciargli il braccio, gli domandò:
– Vuoi sapere che cosa sei?
Sciaramè sorrise amaramente, stringendosi nelle spalle.
– Mammalucco? – disse. – E te ne accorgi adesso? Lo so da tanto tempo, io, bello
mio.
E s'avviò, curvo, scotendo il capo, appoggiato al bastoncino.
Quando Rorò, che se ne stava seduta presso la porta, scorse il patrigno da
lontano, fece segno a Rosolino La Rosa di scostarsi e di sedere al tavolino dei
giornali. Il La Rosa con una gambata fu a posto; aprì sottosopra una rivista, e
s'immerse nella lettura.
E Rorò:
– Così presto? – domandò al patrigno, col piú bel musino duro della terra. – Che
le è accaduto?
Sciaramè guardò prima il La Rosa che se ne stava coi gomiti sul piano del
tavolino e la testa tra le mani, poi disse alla figliastra:
– Ti avevo pregata di startene su.
E io le ho risposto che a casa mia... – cominciò Rorò; ma Sciaramè la
interruppe, minaccioso, alzando il bastoncino e indicandole la scaletta in
fondo:
– Su, e basta! Debbo dire una parolina qua al signor La Rosa.
– A me? – fece questi, come se cascasse dalle nuvole, voltandosi e mostrando la
bella barba quadra e i baffoni in su.
Si levò in piedi, quant'era lungo, e s'accostò a Sciaramè che restò, di fronte a
lui, piccino piccino.
– State, state seduto, prego, caro don Rosolino. Vi volevo dire, ecco... Va' su
tu, Rorò!
Rosolino La Rosa si spezzò in due per inchinarsi a Rorò, che già s'avviava per
la scaletta, borbottando, rabbiosa.
Sciaramè aspettò che la figliastra fosse su; si volse con un fare umile e
sorridente al La Rosa e cominciò:
– Voi siete, lo so, un buon giovine, caro don Rosolino mio.
Rosolino La Rosa tornò a spezzarsi in due:
– Grazie di cuore!
– No, è la verità – rispose Sciaramè. – E io, per conto mio, mi sento onorato...
– Grazie di cuore!
– Ma no, è la verità vi dico. Onoratissimo, caro don Rosolino, che veniate qua
per... per leggere i giornali. Però ecco, io qua sono padrone e non sono
padrone. V ai vedete: questa è la sede della Società dei Reduci; e io, che sono
padrone e non sono padrone, ho verso i miei compagni, verso i socii, una... una
certa responsabilità, ecco.
– Ma io... – si provò a interrompere Rosolino La Rosa.
– Lo so, voi siete un buon giovine – soggiunse subito Sciaramè protendendo le
mani – venite qua per leggere i giornali; non disturbate nessuno. Questi
giornali, però, ecco... questi giornali, caro don Rosolino mio, non sono miei.
Fossero miei... ma tutti, figuratevi! Non essendo socio...
– Alto là! – esclamò a questo punto il La Rosa, protendendo lui, adesso, le
mani, e accigliandosi. – Vi aspettavo qua: che mi diceste questo. Non sono
socio? Benissimo. Rispondete ora a me: in Grecia, io, ci sono stato, sì o no?
– Ma sicuro che ci siete stato! Chi può metterlo in dubbio?
– Benissimo! E la camicia rossa, l'ho portata, sì o no?
– Ma sicuro! – ripeté Sciaramè.
– Dunque, sono andato, ho combattuto, sono ritornato. Ho prove io, badate,
Sciaramè, prove, prove, documenti che parlano chiaro. E allora, sentiamo un po':
secondo voi, che cosa sono io?
– Ma un bravo giovinetto siete, un buon figliuolo, non ve l'ho detto?
– Grazie tante! – squittì Rosolino La Rosa. – Non voglio saper questo. Secondo
voi, sono o non sono garibaldino?
– Siete garibaldino? Ma sì, perché no? – rispose, imbalordito, Sciaramè, non
sapendo dove il La Rosa volesse andar a parare.
– E reduce? – incalzò questi allora. – Sono anche reduce, perché non sono morto
e sono ritornato. Va bene? Ora i signori veterani non permettono che io venga
qua a leggere i giornali perché non sono socio, è vero? L'avete detto voi
stesso. Ebbene: vado or ora a trovare i miei tre compagni reduci di Domokòs, e
tutt'e quattro d'accordo, questa sera stessa, presenteremo una domanda
d'ammissione alla Società.
– Come? come? – fece Sciaramè, sgranando gli occhi. – Voi socio qua?
– E perché no? – domandò Rosolino La Rosa, aggrottando piú fieramente le ciglia.
– Non ne saremmo forse degni, secondo voi?
– Ma sì, non dico... per me, figuratevi! tanto onore e tanto piacere! – esclamò
Sciaramè. – Ma gli altri, dico, i miei compagni...
– Voglio vederli! – concluse minacciosamente il La Rosa. – Io sì che ho diritto
di far parte di questa Società piú di qualche altro; e, all'occorrenza, Sciaramè,
potrei dimostrarlo. Avete capito?
Così dicendo, Rosolino La Rosa prese con due dita il bavero della giacca di
Sciaramè e gli diede una scrollatina; poi, guardandolo negli occhi, aggiunse:
– A questa sera, Sciaramè, siamo intesi?
Il povero Sciaramè rimase in mezzo alla stanza, sbalordito, a grattarsi la nuca.
Erano rimasti a far parte della Società dei Reduci poco piú d'una dozzina di
veterani, nessuno dei quali era nativo del paese. Amilcare Bellone, il
presidente, era lombardo, di Brescia; il Nardi e il Navetta romagnoli, e tutti
insomma di varie regioni d'Italia, venuti in Sicilia chi per il commercio degli
agrumi e chi per quello dello zolfo.
La Società era sorta, tanti e tanti anni fa, d'improvviso una sera per
iniziativa del Bellone. Si doveva festeggiare a Palermo il centenario dei Vespri
Siciliani. Alla notizia che Garibaldi sarebbe venuto in Sicilia per quella festa
memorabile, s'erano raccolti nel Caffè i pochi garibaldini residenti in paese,
con l'intento di recarsi insieme a Palermo a rivedere per l'ultima volta il loro
Duce glorioso. La proposta del Bellone, di fondare lì per lì un sodalizio di
Reduci che potesse figurare con una bandiera propria nel gran corteo ch'era nel
programma di quelle feste, era stata accolta con fervore. Alcuni avventori del
Caffè avevano allora indicato al Bellone Carlandrea Sciaramè, che se ne stava al
solito appisolato in un cantuccio discosto, e gli avevano detto ch'era anche lui
un veterano garibaldino, il vecchio patriota del paese; e il Bellone, acceso dal
ricordo dei giovanili entusiasmi e un po' anche dal vino, gli s'era senz'altro
accostato: – Ehi, commilitone! Picciotto! Picciotto! – Lo aveva scosso
dal sonno e chiamato, tra gli evviva, a far parte del nascente sodalizio.
Costretto a bere, a quell'ora insolita, tropp'oltre la sua sete, Carlandrea
Sciaramè s'era lasciata scappare a sua volta la proposta che, per il momento, la
nuova Società avrebbe potuto aver sede nella stanza a terreno nel suo Casalino.
I Reduci avevano subito accettato; poi, dimenticandosi che Sciaramè aveva
profferto quella stanza precariamente, erano rimasti lì per sempre, senza pagar
la pigione.
Sciaramè però, dando gratis la stanza, aveva il vantaggio di non pagare le tre
lirette al mese che pagavano gli altri per l'abbonamento ai giornali, per
l'illuminazione, ecc. ecc. Del resto, per lui, il disturbo era, se mai, la sera
soltanto, quando i socii si riunivano a bere qualche fiasco di vino, a giocare
qualche partitina a briscola, a leggere i giornali e a chiacchierar di politica.
Nessuno supponeva che il povero Sciaramè, tra la figliastra e il Bellone, fosse
come tra l'incudine e il martello. Il presidente Bresciano non ammetteva
repliche: impetuoso e urlone, s'avventava contro chiunque ardisse contradirlo.
– I ragazzini! oh! i ragazzini! – cominciò a strillare quella sera, dopo aver
letta la domanda del La Rosa e compagnia, ballando dalla bile e agitando la
carta sotto il naso dei socii e sghignazzando, con tutto il faccione affocato. –
I ragazzini, signori, i ragazzini! Eccoli qua! Le nuove camicie rosse, a tre
lire il metro, di ultima fabbrica, signori miei, inchinate in Grecia, linde,
pulite e senza una macchia! Sedete, sedete; siamo qua tutti; apro la seduta:
senza formalità, senz'ordine del giorno, le liquideremo subito subito, con una
botta di penna! Sedete, sedete.
Ma i socii, tranne Sciaramè, gli s'erano stretti attorno per vedere quella
carta, come se non volessero crederci e lo affollavano di domande, segnatamente
il grasso e sdentato romagnolo Navetta, ch'era un po' sordo e aveva una gamba di
legno, una specie di stanga, su cui il calzone sventolava e che, andando, dava
certi cupi tonfi che incutevano ribrezzo.
Il Bellone si liberò della ressa con una bracciata, andò a prender posto al
tavolino della presidenza, sonò il campanello e si mise a leggere la domanda dei
giovani con mille smorfie e giocolamenti degli occhi, del naso e delle labbra,
che suscitavano a mano a mano piú sguajate le risa degli ascoltatori.
Il solo Sciaramè se ne stava serio serio ad ascoltare, col mento appoggiato al
pomo del bastoncino e gli occhi fissi al lume a petrolio.
Terminata la lettura, il presidente assunse un'aria grave e dignitosa. Sciaramè
lo frastornò, alzandosi.
– A posto! A sedere! – gli gridò Bellone.
– Il lume fila – osservò timidamente Sciaramè.
– E tu lascialo filare! Signori, io ritengo oziosa, io ritengo umiliante per noi
qualsiasi discussione su un argomento così ridicolo. (Benissimo!) Tutti
d'accordo, con una botta di penna, respingeremo questa incredibile, questa
inqualificabile... questa non so come dire! (Scoppio d'applausi).
Ma il Nardi, l'altro romagnolo, volle parlare e disse che stimava necessario e
imprescindibile dichiarare una volta per sempre che per garibaldini dovevano
considerarsi quelli soltanto che avevano seguito Garibaldi (Bene! Bravo!
Benissimo!), il vero, il solo, Giuseppe Garibaldi (Applausi fragorosi,
ovazioni), Giuseppe Garibaldi, e basta.
– E basta, sì, e basta!
– E aggiungiamo! – sorse allora a dire, pum, il Navetta, – aggiungiamo, o
signori, che la... la, come si chiama? la sciagurata guerra della Grecia contro
la... la, come si chiama? la Turchia, non può, non deve assolutamente esser
presa sul serio, per la... sicuro, la, come si chiama? la pessima figura fatta
da quella nazione che... che...
– Senza che! – gridò, seccato, il Bellone, sorgendo in piedi. – Basta dire
soltanto: « da quella nazione degenere! ».
– Bravissimo! Del genere! del genere! Non ci vuol altro! – approvarono tutti.
A questo punto Sciaramè sollevò il mento dal bastoncino e alzò una mano.
– Permettete? – chiese con aria umile.
I socii si voltarono a guardarlo, accigliati, e il Bellone lo squadrò, fosco.
– Tu? Che hai da dire, tu?
Il povero Sciaramè si smarrì, inghiottì, protese un'altra volta la mano.
– Ecco... Vorrei farvi osservare che... alla fin fine... questi... questi
quattro giovanotti...
– Buffoncelli! – scattò il Bellone. – Si chiamano buffoncelli e basta. Ne
prenderesti forse le difese?
– No! – rispose subito Sciaramè. – No, ma, ecco, vorrei farvi osservare, come
dicevo, che... alla fin fine, hanno... hanno combattuto, ecco, questi quattro
giovanotti, sono stati al fuoco, sì sì... si sono dimostrati bravi, coraggiosi,
uno anzi fu ferito... che volete di piú? Dovevano per forza lasciarci la pelle,
Dio liberi? Se Lui, Garibaldi, non ci fu, perché non poteva esserci – sfido! era
morto... – c'è stato il figlio però, che ha diritto, mi sembra, di portarla, la
camicia rossa, e di farla portare perciò a tutti coloro che lo seguirono in
Grecia, ecco. E dunque...
Fino a questo punto Sciaramè poté parlare meravigliato lui stesso che lo
lasciassero dire, ma pur timoroso e a mano a mano vieppiú costernato del
silenzio con cui erano accolte le sue parole. Non sentiva in quel silenzio il
consenso, sentiva anzi che con esso i compagni quasi lo sfidavano a proseguire
per veder dove arrivasse la sua dabbenaggine o la sua sfrontatezza, oppure per
assaltarlo a qualche parola non ben misurata; e perciò cercava di rendere a mano
a mano piú umile l'espressione del volto e della voce. Ma ormai non sapeva piú
che altro aggiungere; gli pareva d'aver detto abbastanza, d'aver difeso del suo
meglio quei giovanotti. E intanto quelli seguitavano a tacere, lo sfidavano a
parlare ancora. Che dire? Aggiunse:
– E dunque mi pare...
– Che ti pare? – proruppe allora, furibondo, il Bellone, andandogli davanti, a
petto.
– Un corno! un corno! – gridarono gli altri, alzandosi anch'essi.
E se lo misero in mezzo e presero a parlare concitatamente tutti insieme e chi
lo tirava di qua e chi di là per dimostrargli che sosteneva una causa indegna e
che se ne doveva vergognare. Vergognare, perché difendeva quattro mascalzoni
scioperati! – O che le epopee, le vere epopee come la garibaldina, potevano
avere aggiunte, appendici? Di ridicolo, di ridicolo s'era coperta la Grecia!
Il povero Sciaramè non poteva rispondere a tutti, sopraffatto, investito. Colse
a volo quel che diceva il Nardi e gli gridò:
– L'impresa non fu nazionale? Ma Garibaldi, scusate, Garibaldi combatté forse
soltanto per l'indipendenza nostra? Combatté anche in America, anche in Francia
combatté, Cavaliere dell'umanità! Che c'entra!
– Ti vuoi star zitto, Sciaramè? – tuonò a questo punto il Bellone, dando un gran
pugno su la tavola presidenziale. – Non bestemmiare! Non far confronti
oltraggiosi! Oseresti paragonare l'epopea garibaldina con la pagliacciata della
Grecia? Vergògnati! Vergògnati, perché so bene io la ragione della tua difesa di
questi quattro buffoni. Ma noi, sappi, prendendo stasera questa decisione,
faremo un gran bene anche a te; ti libereremo da un moscone che insidia
all'onore della tua casa; e tu devi votare con noi, intendi? La domanda
dov'essere respinta all'unanimità, perdio! Vota con noi! vota con noi!
– Permettete almeno che io mi astenga... – scongiurò Sciaramè, a mani giunte.
– No! Con noi! con noi! – gridarono, inflessibili, i socii, irritatissimi.
E tanto fecero e tanto dissero, che costrinsero il povero Sciaramè a votar di
no, con loro.
Due giorni dopo, sul giornaletto locale, comparve questa protesta del Gàsperi,
il ferito di Domokòs.
GARIBALDINI VECCHI E NUOVI
Riceviamo e pubblichiamo:
Egregio Signor Direttore, a nome mio e de' miei compagni, La Rosa, Betti e
Marcolini, Le comunico la deliberazione votata ad unanimità dal Sodalizio dei
Reduci Garibaldini, in seguito alla nostra domanda d'ammissione.
Siamo stati respinti, signor Direttore!
La nostra camicia rossa, per i signori veterani del Sodalizio, non è autentica.
Proprio così! E sa perché? perché, non essendo ancor nati o essendo ancora in
fasce quando Giuseppe Garibaldi – il vero, il solo – come dice la
deliberazione – si mosse a combattere per la liberazione della Patria, noi
poveretti non potemmo naturalmente con le nostre balie e con le nostre mamme
seguir Lui, allora, e abbiamo avuto il torto di seguire invece il Figlio (che
pare, a giudizio dei sullodati veterani, non sia Garibaldi anche lui) nell'Ellade
sacra. Ci si fa una colpa, infatti, del triste e umiliante esito della guerra
greco–turca, come se noi a Domokòs non avessimo combattuto e vinto, lasciando
sul campo di battaglia l'eroico Fratti e altri generosi.
Ora capirà, egregio signor Direttore, che noi non possiamo difendere, come
vorremmo, il Duce nostro, la nobile idealità che ci spinse ad accorrere
all'appello, i nostri compagni d'arme caduti e i superstiti, dall'indegna offesa
contenuta nell'inqualificabile deliberazione dei nostri Reduci: non possiarno,
perché ci troviamo di fronte a vecchi evidentemente rimbecilliti. La parola può
parere in prima un po' dura, ma non parrà piú tale quando si consideri che
questi signori hanno respinto noi dal sodalizio senza pensare che intanto ne fa
parte qualcuno, il quale non solo non è mai stato garibaldino, non solo non
ha mai preso parte ad alcun fatto d'armi, ma osa per giunta d'indossare una
camicia rossa e di fregiarsi il petto di ben sette medaglie che non gli
appartengono, perché furono di suo fratello morto eroicamente a Digione.
Detto questo, mi sembra superfluo aggiungere altri commenti alla deliberazione.
Mi dichiaro pronto a dimostrare coi documenti alla mano quanto asserisco. Se vi
sarò costretto, smaschererò anche pubblicamente questo falso garibaldino, che ha
pure avuto il coraggio di votare con gli altri contro la nostra ammissione.
Intanto, pregandola, signor Direttore, di pubblicare integralmente nel suo
periodico questa mia protesta, ho l'onore di dirmi
Suo dev.mo
ALESSANDRO GÀSPERI
Era noto anche a noi da un pezzo
che della Società dei Reduci Garibaldini faceva parte un messer tale che non è
punto reduce come non fu mai garibaldino. Non ne avevamo mai fatto
parola, per carità di patria, né ce ne saremmo mai occupati, se ora l'atto
inconsulto della suddetta Società non avesse giustamente provocato la protesta
del signor Gàsperi e degli altri giovani calorosi che combatterono in Grecia.
Riteniamo che la Società dei Reduci, per dare almeno una qualche soddisfazione a
questi giovani e provvedere al suo decoro, dovrebbe adesso affrettarsi ad
espellere quel socio per ogni riguardo immeritevole di farne parte.
(N. d. R.)
Amilcare Bellone, col giornaletto in mano – mentre tutto il paese commentava
meravigliato la protesta del Gàsperi – si precipitò, furente, nella sede della
Società e, imbattutosi in Carlandrea Sciaramè, che s'avviava triste e ignaro al
Caffè della piazza, lo prese per il petto e lo buttò a sedere su una seggiola,
schiaffandogli con l'altra mano in faccia il giornale.
– Hai letto? Leggi qua!
– No... Che... che è stato? – balbettò Sciaramè, soprappreso con tanta violenza.
– Leggi! leggi – gli gridò di nuovo il Bellone, serrando le pugna, per frenare
la rabbia; e si mise a far le volte del leone per la stanza.
Il povero Sciaramè cercò con le mani mal ferme le lenti; se le pose sulla punta
del naso; ma non sapeva che cosa dovesse leggere in quel giornale. Il Bellone
gli s'appressò; glielo strappò di mano e, apertolo, gl'indicò nella seconda
pagina la protesta.
– Qua! qua! Leggi qua!
– Ah, – fece, dolente, Sciaramè, dopo aver letto il titolo e la firma. – Non ve
l'avevo detto io?
– Va' avanti! Va' avanti! – gli urlò il Bellone; e riprese a passeggiare.
Sciaramè si mise a leggere, zitto zitto. A un certo punto, aggrottò le ciglia,
poi le spianò, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca. Il giornale fu per
cadergli di mano. Lo riprese, lo accostò di piú agli occhi, come se la vista gli
si fosse a un tratto annebbiata. Il Bellone s'era fermato a guardarlo con occhi
fulminanti, le braccia conserte, e attendeva, fremente, una protesta, una
smentita, una spiegazione.
– Che ne dici? Alza il capo! Guardami!
Sciaramè con faccia cadaverica, restringendo le palpebre attorno agli occhi
smorti, scosse lentamente la testa, in segno negativo, senza poter parlare; posò
sul tavolino il giornale e si recò una mano sul cuore.
– Aspetta... – poi disse, piú col gesto che con la voce.
Si provò a inghiottire; ma la lingua gli s'era d'un tratto insugherita. Non
tirava piú fiato.
– Io... – prese quindi a balbettare, ansimando, – io ci... ci fui io... a... a
Calatafimi... a... a Palermo... poi a Milazzo... e in... in Calabria a... a
Melito... poi su, su fino a... a Napoli... e poi al Volturno...
– Ma come ci fosti? Le prove! Le prove! I documenti! Come ci fosti?
– Aspetta... Io... con... con Stefanuccio... Avevo il somarello...
– Che dici? Che farnetichi? Le medaglie di chi sono? Tue o di tuo fratello?
Parla! Questo voglio sapere!
– Sono... Lasciami dire... A Marsala... stavamo lì, al Sessanta, io e
Stefanuccio, il mio fratellino... Gli avevo fatto da padre... a Stefanuccio...
Aveva appena quindici anni, capisci? Mi scappò di casa, quando... quando
sbarcarono i Mille... per seguir Lui, Garibaldi, coi volontarii... Torno a casa;
non lo trovo... Allora presi a nolo un somarello... Lo raggiunsi prima a
Calatafimi, per riportarmelo a casa... A quindici anni, ragazzino, che poteva
fare, cuore mio?... Ma lui mi minacciò che si sarebbe fatto saltar la... la
testa, dice, con quel vecchio fucile piú alto di lui che gli avevano dato... se
io lo costringevo a tornare indietro... la testa... E allora, persuaso dagli
altri volontarii lasciai in libertà il somarello... che poi mi toccò ripagare...
e... e m'accompagnai con loro.
– Volontario anche tu? E combattesti?
– Non... non avevo... non avevo fucile...
– E avevi invece paura?
– No, no... Piuttosto morire che lasciarlo!
– Seguisti dunque tuo fratello?
– Sì, sempre!
E Sciaramè ebbe come un brivido lungo la schiena, e si strinse piú forte il
petto con la mano, curvandosi vieppiù.
– Ma le medaglie? La camicia rossa? – riprese il Bellone, scrollandolo
furiosamente, – di chi sono? Tue o di tuo fratello? Rispondi!
Sciaramè aprì le braccia, senza ardire di levare il capo; poi disse:
– Siccome Stefanuccio non... non se le poté godere...
– Te le sei portate a spasso tu! – compì la frase il Bellone. – Oh miserabile
impostore! E hai osato di gabbare così la nostra buona fede? Meriteresti ch'io
ti sputassi in faccia; meriteresti ch'io... Ma mi fai pietà! Tu uscirai ora
stesso dal sodalizio! Fuori! Fuori!
– Mi cacciate di casa mia?
– Ce n'andremo via noi, ora stesso! Fa' schiodare subito la tabella dalla porta!
Ma come, ma come non mi passò mai per la mente il sospetto che, per essere così
stupido, bisognava che costui Garibaldi non lo avesse mai veduto nemmeno di
lontano!
– Io? – esclamò Sciaramè con un balzo. – Non lo vidi? io? Ah, se lo vidi! E gli
baciai anche le mani! A Piazza Pretorio, gliele baciai, a Palermo, dove s'era
accampato! Le mani!
– Zitto, svergognato! Non voglio piú sentirti! Non voglio piú vederti! Fai
schiodare la tabella e guai a te se osi piú gabellarti da garibaldino!
E il Bellone s'avviò di furia verso la porta. Prima d'uscire, si voltò a
gridargli di nuovo:
– Svergognato!
Rimasto solo, Sciaramè provò a levarsi in piedi; ma le gambe non lo reggevano
piú; il cuore malato gli tempestava in petto. Aggrappandosi con le mani al
tavolino, alla sedia, alla parete, si trascinò su.
Rorò, nel vederselo comparire davanti in quello stato, gettò un grido: ma egli
le fece segno di tacere; poi le indicò il cassettone nella camera e le domandò
quasi strozzato:
– Tu... le carte di là... al La Rosa?
– Le carte? Che carte? – disse Rorò, accorrendo a sostenerlo, tutta sconvolta.
– Le mie... i documenti di... di mio fratello... – balbettò Sciaramè
appressandosi al cassettone. – Apri... Fammi vedere...
Rorò aprì il cassetto. Sciaramè cacciò una mano con le dita artigliate sul
fascetto dei documenti logori, ingialliti, legati con lo spago; e, rivolto alla
figliastra con gli occhi spenti, le domandò:
– Li... li hai mostrati tu... al La Rosa?
Rorò non poté in prima rispondere; poi, sconcertata e sgomenta, disse:
– Mi aveva chiesto di vederli... Che male ho fatto?
Sciaramè le si abbandonò fra le braccia, assalito da un impeto di singhiozzi.
Rorò lo trascinò fino alla seggiola accanto al letto e lo fece sedere,
chiamandolo, spaventata:
– Papà! papà! perché? Che male ho fatto? Perché piange? che le è avvenuto?
– Va'... va'... lasciami! – disse, rantolando, Sciaramè. – E io che li ho
difesi... io solo... Ingrati!... Io ci fui! Lo accompagnai... Quindici anni
aveva... E il somarello... alle prime schioppettate... Le gambe, le gambe... Per
due, patii... E a Milazzo... dietro quel tralcio di vite... un toffo di terra,
qua sul labbro...
Rorò lo guardava, angosciata e sbalordita, sentendolo sparlare così.
– Papà... papà... che dice?
Ma Sciaramè, con gli occhi senza sguardo, sbarrati, una mano sul cuore, il volto
scontraffatto.. non la sentiva più.
Vedeva, lontano, nel tempo.
Lo aveva seguito davvero, quel suo fratellino minore, a cui aveva fatto da
padre; lo aveva raggiunto davvero, con l'asinello prima di Calatafimi, e
scongiurato a mani giunte di tornarsene indietro a casa in groppa all'asinello,
per carità, se non voleva farlo morire dal terrore di saperlo esposto alla
morte, ancora così ragazzo! Via! Via! Ma il fratellino non aveva voluto saperne,
e allora anche lui, a poco a poco, fra gli altri volontarii, s'era acceso
d'entusiasmo ed era andato. Poi, però, alle prime schioppettate... No, no, non
aveva desiderato di riavere il somarello abbandonato, perché, quantunque la
paura fosse stata piú forte di lui, non sarebbe mai scappato, sapendo che il suo
fratellino, là, era intanto nella mischia e che forse in quel punto, ecco,
gliel'uccidevano. Avrebbe voluto anzi correre, buttarsi nella mischia anche lui
e anche lui farsi uccidere, se avesse trovato morto Stefanuccio. Ma le gambe, le
gambe! Che può fare un povero uomo quando non sia piú padrone delle proprie
gambe? Per due, davvero, aveva patito, patito in modo da non potersi dire,
durante la battaglia e dopo. Ah, dopo, fors'anche piú! quando, sul campo di
battaglia, aveva cercato tra i morti e i feriti il fratellino suo. Ma che gioja,
poi nel rivederlo, sano e salvo! E così lo aveva seguito anche a Palermo, fino a
Gibilrossa, dove lo aveva aspettato, piú morto che vivo, parecchi giorni:
un'eternità! A Palermo, Stefanuccio, per il coraggio dimostrato, era stato
ascritto alla legione dei Carabinieri genovesi, che doveva poi essere decimata
nella battaglia campale di Milazzo. Era stato un vero miracolo, se in quella
giornata non era morto anche lui, Sciaramè. Acquattato in una vigna, sentiva di
tratto in tratto, qua e là, certi tonfi strani tra i pampini; ma non gli passava
neanche per la mente che potessero esser palle, quando, proprio lì, sul tralcio
dietro al quale stava nascosto... Ah, quel sibilo terribile, prima del tonfo!
Carponi, con le reni aperte dai brividi, aveva tentato di allontanarsi ma
invano; ed era rimasto lì, tra il grandinare delle palle, atterrito, basito,
vedendo la morte con gli occhi, a ogni tonfo.
Li conosceva dunque davvero tutti gli orrori della guerra; tutto ciò che
narrava, lo aveva veduto, sentito, provato; c'era stato insomma davvero, alla
guerra, quantunque non vi avesse preso parte attiva. Ritornato in Sicilia, dopo
la donazione di Garibaldi a Re Vittorio del regno delle Due Sicilie, egli era
stato accolto come un eroe insieme al fratellino Stefano. Medaglie lui, però,
non ne aveva avute: le aveva avute Stefanuccio; ma erano come di tutt'e due. Del
resto, lui non s'era mai vantato di nulla: spinto a parlare, aveva sempre detto
quel tanto che aveva veduto. E non avrebbe mai pensato di entrare a far parte
della Società, se quella maledetta sera lì non ve lo avessero quasi costretto,
cacciato in mezzo per forza. Dell'onore che gli avevano fatto e di cui egli alla
fin fine non si sentiva proprio immeritevole, giacché per la patria aveva pure
patito e non poco, s'era sdebitato ospitando gratis per tanti anni la Società.
Aveva indossato, sì, la camicia rossa del fratello e si era fregiato il petto di
medaglie non propriamente sue; ma, fatto il primo passo, come tirarsi piú
indietro? Non aveva potuto farne a meno, e s'era segretamente scusato pensando
che avrebbe così rappresentato il suo povero fratellino in quelle feste
nazionali, il suo povero Stefanuccio morto a Digione, lui che se le era ben
guadagnate, quelle medaglie, e non se le era poi potute godere, nelle belle
feste della patria.
Ecco qua tutto il suo torto. Erano venuti i nuovi garibaldini, avevano litigato
coi vecchi, e lui c'era andato di mezzo, lui che li aveva difesi, solo contro
tutti. Ah, ingrati! Lo avevano ucciso.
Rorò, vedendogli la faccia come di terra e gli occhi infossati e stravolti, si
mise a chiamare ajuto dalla finestra.
Accorsero, costernati ansanti alcuni del vicinato.
– Che è? che è?
Restarono, alla vista di Sciaramè, là sulla seggiola, rantolante.
Due, piú animosi, lo presero per le ascelle e per i piedi e fecero per adagiarlo
sul tettuccio. Ma non lo avevano ancora messo a giacere, che...
– Oh! Che?
– Guardate!
– Morto?
Rorò rimase allibita, con gli occhi sbarrati, a mirarlo. Guardò i vicini
accorsi; balbettò:
– Morto? Oh Dio! Dio! Morto?
E si buttò sul cadavere, poi, in ginocchio, a piè del letto, con la faccia
nascosta, le mani protese:
– Perdono, papà mio! Perdono!
I vicini non sapevano che pensare. Perdono? Perché? Che era accaduto? Ma Rorò
parlava di certe carte, di certi documenti... che ne sapeva lei? Fu strappata
dal letto e trascinata nell'altra camera. Alcuni corsero a chiamare il Bellone,
altri rimasero a vegliare il morto.
Quando il presidente della Società dei Reduci, col Navetta, il Nardi e gli altri
socii, sopravvenne, fosco e combattuto, Carlandrea Sciaramè sul suo tettuccio
era parato con la camicia rossa e le sette medaglie sul petto.
I vicini, vestendo il povero vecchio, avevano creduto bene di fargli indossare
per l'ultima volta l'abito delle sue feste. Non gli apparteneva? Ma ai morti non
si sogliono passare, sulle lapidi, tante bugie, peggiori di questa? Là, le
medaglie! Tutt'e sette sul cuore!
Pum, pum, pum, il Navetta, con la sua gamba di legno, gli s'accostò, aggrondato;
lo mirò un pezzo; poi si voltò ai compagni e disse, cupo:
– Gli si levano?
Il Bellone, che s'era ritratto con gli altri in fondo alla camera, presso la
finestra, a confabulare, lo chiamò a sé con la mano si strinse nelle spalle e
confermò il pensiero di quei vicini, brontolando:
– Lascia. Ora è morto.
Gli fecero un bellissimo funerale.
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