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NOVELLE PER UN ANNO - 1923 - "LA MOSCA"
Pubblicata nel 1923, la raccolta La mosca costituisce il quinto volume delle
Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1901 ed il 1922. |
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1. La mosca (1904)
«Il Marzocco», 2 ottobre 1904,
poi in "Erma bifronte", Treves Milano 1906.
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Trafelati, ansanti, per far piú presto, quando furono
sotto il borgo, – su, di qua, coraggio! – s'arrampicarono per la scabra ripa
cretosa, ajutandosi anche con le mani – forza! forza! – poiché gli scarponi
imbullettati – Dio sacrato! – scivolavano.
Appena s'affacciarono paonazzi sulla ripa, le donne, affollate e vocianti
intorno alla fontanella all'uscita del paese, si voltarono tutte a guardare. O
non erano i fratelli Tortorici, quei due là? Sì, Neli e Saro Tortorici. Oh
poveretti! E perché correvano così?
Neli, il minore dei fratelli, non potendone piú, si fermò un momento per tirar
fiato e rispondere a quelle donne; ma Saro se lo trascinò via, per un braccio.
– Giurlannu Zarú, nostro cugino! – disse allora Neli, voltandosi, e alzò una
mano in atto di benedire.
Le donne proruppero in esclamazioni di compianto d'orrore: una domandò, forte:
– Chi è stato?
– Nessuno: Dio! – gridò Neli da lontano.
Sentirai, sentirai, se mi ci metto per davvero, che bellissimi paragoni ti farò!
Intanto, oltre a quello del muro cadente e della barbara mano, pigliati
quest'altro del monaco di clausura.
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Voltarono, corsero alla piazzetta, ov'era la casa del medico condotto.
Il signor dottore, Sidoro Lopiccolo, scamiciato, spettorato, con una barbaccia
di almeno dieci giorni su le guance flosce, e gli occhi gonfi e cisposi,
s'aggirava per le stanze, strascicando le ciabatte e reggendo su le braccia una
povera malatuccia ingiallita, pelle e ossa, di circa nove anni.La moglie, in un
fondo di letto, da undici mesi; sei figliuoli per casa, oltre a quella che
teneva in braccio, ch'era la maggiore, laceri, sudici, inselvaggiti; tutta la
casa, sossopra, una rovina: cocci di piatti, bucce, l'immondizia a mucchi sui
pavimenti; seggiole rotte, poltrone sfondate, letti non piú rifatti chi sa da
quanto tempo, con le coperte a brandelli, perché i ragazzi si spassavano a far
la guerra sui letti, a cuscinate; bellini!
Solo intatto, in una stanza ch'era stata salottino, un ritratto fotografico
ingrandito, appeso alla parete; il ritratto di lui, del signor dottore Sidoro
Lopiccolo, quand'era ancora giovincello, laureato di fresco: lindo, attillato e
sorridente.
Davanti a questo ritratto egli si recava ora, ciabattando; gli mostrava i denti
in un ghigno aggraziato, s'inchinava e gli presentava la figliuola malata,
allungando le braccia.
– Sisiné, eccoti qua!
Perché così, Sisiné, lo chiamava per vezzeggiarlo sua madre, allora; sua
madre che si riprometteva grandi cose da lui ch'era il beniamino, la colonna, lo
stendardo della casa.
– Sisiné!
Accolse quei due contadini come un cane idrofobo.
– Che volete?
Parlò Saro Tortorici, ancora affannato, con la berretta in mano:
– Signor dottore, c'è un poverello, nostro cugino, che sta morendo...
– Beato lui! Sonate a festa le campane! – gridò il dottore.
– Ah nossignore! Sta morendo, tutt'a un tratto, non si sa di che. Nelle terre di
Montelusa, in una stalla.
Il dottore si tirò un passo indietro e proruppe, inferocito:
– A Montelusa?
C'erano, dal paese, sette miglia buone di strada. E che strada!
– Presto presto, per carità – pregò il Tortorici. – È tutto nero, come un pezzo
di fegato! gonfio, che fa paura. Per carità!
– Ma come, a piedi? – urlò il dottore. – Dieci miglia a piedi? Voi siete pazzi!
La mula! Voglio la mula. L'avete portata?
– Corro subito a prenderla, – s'affrettò a rispondere il Tortorici. – Me la
faccio prestare.
– Ed io allora, – disse Neli, il minore, – nel frattempo, scappo a farmi la
barba.
Il dottore si voltò a guardarlo, come se lo volesse mangiar con gli occhi.
– È domenica, signorino, – si scusò Neli, sorridendo, smarrito. – Sono
fidanzato.
– Ah, fidanzato sei? – sghignò allora il medico, fuori di sé. – E pigliati
questa, allora!
Gli mise, così dicendo, sulle braccia la figlia malata; poi prese a uno a uno
gli altri piccini che gli s'erano affollati attorno e glieli spinse di furia fra
le gambe:
– E quest'altro! e quest'altro! e quest'altro! e quest'altro! Bestia! bestia!
bestia!
Gli voltò le spalle, fece per andarsene, ma tornò indietro, si riprese la
malatuccia e gridò ai due:
– Andate via! La mula! Vengo subito.
Neli Tortorici tornò a sorridere, scendendo la scala, dietro al fratello Aveva
vent'anni, lui; la fidanzata, Luzza, sedici: una rosa! Sette figliuoli? Ma
pochi! Dodici, ne voleva. E a mantenerli, si sarebbe ajutato con quel pajo di
braccia sole, ma buone, che Dio gli aveva dato. Allegramente, sempre. Lavorare e
cantare, tutto a regola d'arte Non per nulla lo chiamavano Liolà, il poeta. E
sentendosi amato da tutti per la sua bontà servizievole e il buon umore
costante, sorrideva finanche all'aria che respirava. Il sole non era ancora
riuscito a cuocergli la pelle, a inaridirgli il bel biondo dorato dei capelli
riccioluti che tante donne gli avrebbero invidiato; tante donne che arrossivano,
turbate, se egli le guardava in un certo modo, con quegli occhi chiari, vivi
vivi.
Piú che del caso del cugino Zarú, quel giorno, egli era afflitto in fondo del
broncio che gli avrebbe tenuto la sua Luzza, che da sei giorni sospirava quella
domenica per stare un po' con lui. Ma poteva, in coscienza, esimersi da quella
carità di cristiano? Povero Giurlannu! Era fidanzato anche lui. Che guajo, così
all'improvviso! Abbacchiava le mandorle, laggiú, nella tenuta del Lopes, a
Montelusa. La mattina avanti, sabato, il tempo s'era messo all'acqua; ma non
pareva ci fosse pericolo di pioggia imminente. Verso mezzogiorno, però, il Lopes
dice: – In un'ora Dio lavora; non vorrei, figliuoli, che le mandorle mi
rimanessero per terra, sotto la pioggia. – E aveva comandato alle donne che
stavano a raccogliere, di andar su, nel magazzino, a smallare. – Voi, – dice,
rivolto agli uomini che abbacchiavano (e c'erano anche loro, Neli e Saro
Tortorici) – voi, se volete, andate anche su, con le donne a smallare. –
Giurlannu Zarú: – Pronto, – dice, – – ma la giornata mi corre col mio salario,
di venticinque soldi? – No, mezza giornata, – dice il Lopes, – te la conto col
tuo salario; il resto, a mezza lira, come le donne. – Soperchieria! Perché,
mancava forse per gli uomini di lavorare e di guadagnarsi la giornata intera?
Non pioveva né piovve difatti per tutta la giornata, né la notte. – Mezza lira,
come le donne – dice Giurlannu Zarú – Io porto calzoni. Mi paghi la mezza
giornata in ragione di venticinque soldi, o vado via.
Non se n andò: rimase ad aspettare fino a sera i cugini che s'erano contentati
di smallare, a mezza lira, con le donne. A un certo punto, però stanco di stare
in ozio a guardare, s'era recato in una stalla lì vicino per buttarsi a dormire,
raccomandando alla ciurma di svegliarlo quando sarebbe venuta l'ora d'andar via.
S'abbacchiava da un giorno e mezzo, e le mandorle raccolte erano poche. Le donne
proposero di smallarle tutte quella sera stessa, lavorando fino a tardi e
rimanendo a dormire lì il resto della notte, per risalire al paese la mattina
dopo, levandosi al bujo. Così fecero. Il Lopes portò fave cotte e due fiaschi di
vino. A mezzanotte, finito di smallare, si buttarono tutti, uomini e donne, a
dormire al sereno su l'aja, dove la paglia rimasta era bagnata dall'umido, come
se veramente fosse piovuto.
– Liolà, canta! Inizio pagina

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E lui, Neli, s'era messo a cantare
all'improvviso. La luna entrava e usciva di tra un fitto intrico di nuvolette
bianche e nere; e la luna era la faccia tonda della sua Luzza che sorrideva e
s'oscurava alle vicende ora tristi e ora liete dell'amore.
Giurlannu Zarú era rimasto nella stalla. Prima dell'alba, Saro si era recato a
svegliarlo e lo aveva trovato lì, gonfio e nero, con un febbrone da cavallo.
Questo raccontò Neli Tortorici, là dal barbiere, il quale, a un certo punto
distraendosi, lo incicciò col rasojo. Una feritina, presso il mento, che non
pareva nemmeno, via! Neli non ebbe neanche il tempo di risentirsene, perché alla
porta del barbiere s'era affacciata Luzza con la madre e Mita Lumia, la povera
fidanzata di Giurlannu Zarú, che gridava e piangeva, disperata.
Ci volle del bello e del buono per fare intendere a quella poveretta che non
poteva andare fino a Montelusa, a vedere il fidanzato: lo avrebbe veduto prima
di sera, appena lo avrebbero portato su, alla meglio. Sopravvenne Saro,
sbraitando che il medico era già a cavallo e non voleva piú aspettare. Neli si
tirò Luzza in disparte e la pregò che avesse pazienza: sarebbe ritornato prima
di sera e le avrebbe raccontato tante belle cose.
Belle cose, difatti, sono anche queste, per due fidanzati che se le dicono
stringendosi le mani e guardandosi negli occhi.
Stradaccia scellerata! Certi precipizi, che al dottor Lopiccolo facevano vedere
la morte con gli occhi, non ostante che Saro di qua, Neli di là reggessero la
mula per la capezza.
Dall'alto si scorgeva tutta la vasta campagna, a pianure e convalli; coltivata a
biade, a oliveti, a mandorleti; gialla ora di stoppie e qua e là chiazzata di
nero dai fuochi della debbiatura; in fondo, si scorgeva il mare, d'un aspro
azzurro. Gelsi, carrubi, cipressi, olivi serbavano il loro vario verde, perenne;
le corone dei mandorli s'erano già diradate.
Tutt'intorno, nell'ampio giro dell'orizzonte, c'era come un velo di vento. Ma la
calura era estenuante; il sole spaccava le pietre. Arrivava or sì or no, di là
dalle siepi polverose di fichidindia, qualche strillo di calandra o la risata
d'una gazza, che faceva drizzar le orecchie alla mula del dottore
– Mula mala! mula mala! – si lamentava questi allora.
Per non perdere di vista quelle orecchie, non avvertiva neppure al sole che
aveva davanti agli occhi, e lasciava l'ombrellaccio aperto foderato di verde,
appoggiato su l'omero.
– Vossignoria non abbia paura, ci siamo qua noi, – lo esortavano i fratelli
Tortorici.
Paura, veramente, il dottore non avrebbe dovuto averne. Ma diceva per i
figliuoli. Se la doveva guardare per quei sette disgraziati, la pelle.
Per distrarlo, i Tortorici si misero a parlargli della mal'annata: scarso il
frumento, scarso l'orzo, scarse le fave; per i mandorli, si sapeva: non
raffermano sempre: carichi un anno e l'altro no; e delle ulive non parlavano: la
nebbia le aveva imbozzacchite sul crescere; né c'era da rifarsi con la
vendemmia, ché tutti i vigneti della contrada erano presi dal male.
– Bella consolazione! – andava dicendo ogni tanto il dottore, dimenando la
testa.
In capo a due ore di cammino, tutti i discorsi furono esauriti. Lo stradone
correva diritto per un lungo tratto, e su lo strato alto di polvere bianchiccia
si misero a conversare adesso i quattro zoccoli della mula e gli scarponi
imbullettati dei due contadini. Liolà, a un certo punto, si diede a
canticchiare, svogliato, a mezza voce; smise presto. Non s'incontrava anima
viva, poiché tutti i contadini, di domenica, erano su al paese, chi per la
messa, chi per le spese, chi per sollievo. Forse laggiú, a Montelusa, non era
rimasto nessuno accanto a Giurlannu Zarú, che moriva solo, seppure era vivo
ancora.
Solo, difatti, lo trovarono, nella stallaccia intanfata, steso sul morello, come
Saro e Neli Tortorici lo avevano lasciato: livido, enorme, irriconoscibile.
Rantolava.
Dalla finestra ferrata, presso la mangiatoja, entrava il sole a percuotergli la
faccia che non pareva piú umana: il naso, nel gonfiore, sparito; le labbra, nere
e orribilmente tumefatte. E il rantolo usciva da quelle labbra, esasperato, come
un ringhio. Tra i capelli ricci da moro una festuca di paglia splendeva nel
sole.
I tre si fermarono un tratto a guardarlo, sgomenti, e come trattenuti
dall'orrore di quella vista. La mula scalpitò, sbruffando, su l'acciottolato
della stalla. Allora Saro Tortorici s'accostò al moribondo e lo chiamò
amorosamente:
– Giurlà, Giurlà, c'è il dottore.
Neli andò a legar la mula alla mangiatoja, presso alla quale, sul muro, era come
l'ombra di un'altra bestia, l'orma dell'asino che abitava in quella stalla e vi
s'era stampato a forza di stropicciarsi.
Giurlannu Zarú, a un nuovo richiamo, smise di rantolare; Si provò ad aprir gli
occhi insanguati, anneriti, pieni di paura; aprì la bocca orrenda e gemette,
come arso dentro:
– Muojo!
– No, no, – s'affrettò a dirgli Saro, angosciato. – C'è qua il medico. L'abbiamo
condotto noi; lo vedi?
– Portatemi al paese! – pregò il Zarù, e con affanno, senza potere accostar le
labbra: – Oh mamma mia!
– Sì, ecco, c'è qua la mula! – rispose subito Saro.
– Ma anche in braccio, Giurlà, ti ci porto io! – disse Neli, accorrendo e
chinandosi su lui. – Non t'avvilire!
Giurlannu Zarú si voltò alla voce di Neli, lo guatò con quegli occhi insanguati
come se in prima non lo riconoscesse, poi mosse un braccio e lo prese per la
cintola.
– Tu, bello? Tu?
– Io, sì, coraggio! Piangi? Non piangere, Giurlà, non piangere. È nulla!
E gli posò una mano sul petto che sussultava dai singhiozzi che non potevano
rompergli dalla gola. Soffocato, a un certo punto il Zarú scosse il capo
rabbiosamente, poi alzò una mano, prese Neli per la nuca e l'attiro a sé:
– Insieme, noi, dovevamo sposare...
– E insieme sposeremo, non dubitare! – disse Neli, levandogli la mano che gli
s'era avvinghiata alla nuca.
Intanto il medico osservava il moribondo. Era chiaro: un caso di carbonchio.
– Dite un po', non ricordate di qualche insetto che v'abbia pinzato?
– No, – fece col capo il Zarú.
– Insetto? – domandò Saro.
Il medico spiegò, come poteva a quei due ignoranti, il male. Qualche bestia
doveva esser morta in quei dintorni, di carbonchio. Su la carogna, buttata in
fondo a qualche burrone, chi sa quanti insetti s'erano posati; qualcuno poi,
volando, aveva potuto inoculare il male al Zarú, in quella stalla.
Mentre il medico parlava così, il Zarù aveva voltato la faccia verso il muro
Nessuno lo sapeva, e la morte intanto era lì, ancora; così piccola, che si
sarebbe appena potuta scorgere, se qualcuno ci avesse fatto caso.
C'era una mosca, lì sul muro, che pareva immobile; ma, a guardarla bene, ora
cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due
esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta.
Il Zarú la scorse e la fissò con gli occhi.
Una mosca.
Poteva essere stata quella o un'altra. Chi sa? Perché, ora, sentendo parlare il
medico, gli pareva di ricordarsi. Sì, il giorno avanti, quando s'era buttato lì
a dormire, aspettando che i cugini finissero di smallare le mandorle del Lopes,
una mosca gli aveva dato fastidio. Poteva esser questa?
La vide a un tratto spiccare il volo e si voltò a seguirla con gli occhi.
Ecco era andata a posarsi sulla guancia di Neli. Dalla guancia, lieve lieve,
essa ora scorreva in due tratti, sul mento, fino alla scalfittura del rasojo, e
s'attaccava lì, vorace.
Giurlannu Zarú stette a mirarla un pezzo, intento, assorto. Poi, tra l'affanno
catarroso, domandò con una voce da caverna:
– Una mosca, può essere?
– Una mosca? E perché no? – rispose il medico.
Giurlannu Zarú non disse altro: si rimise a mirare quella mosca che Neli, quasi
imbalordito dalle parole del medico non cacciava via. Egli, il Zarú, non badava
piú al discorso del medico, ma godeva che questi, parlando, assorbisse così
l'attenzione del cugino da farlo stare immobile come una statua, da non fargli
avvertire il fastidio di quella mosca lì sulla guancia. Oh fosse la stessa!
Allora sì, davvero, avrebbero sposato insieme! Una cupa invidia, una sorda
gelosia feroce lo avevano preso di quel giovane cugino così bello e florido, per
cui piena di promesse rimaneva la vita che a lui, ecco, veniva irnprovvisamente
a mancare.
A un tratto Neli, come se finalmente si sentisse pinzato, alzò una mano, cacciò
via la mosca e con le dita cominciò a premersi il mento, sul taglietto. Si voltò
a Zarú che lo guardava e restò un po' sconcertato vedendo che questi aveva
aperto le labbra orrende, a un sorriso mostruoso. Si guardarono un po' così. Poi
il Zarú disse, quasi senza volerlo:
– La mosca.
Neli non comprese e chinò l'orecchio:
– Che dici?
– La mosca, – ripeté quello.
– Che mosca? Dove? – chiese Neli, costernato, guardando il medico.
– Lì, dove ti gratti. Lo so sicuro! – disse il Zarú.
Neli mostrò al dottore la feritina sul mento:
– Che ci ho? Mi prude.
Il medico lo guardò, accigliato; poi, come se volesse osservarlo meglio, lo
condusse fuori della stalla. Saro li seguì.
Che avvenne poi? Giurlannu Zarú attese, attese a lungo, con un'ansia che
gl'irritava dentro tutte le viscere. Udiva parlare, là fuori, confusamente. A un
tratto, Saro rientrò di furia nella stalla, prese la mula e, senza neanche
voltarsi a guardarlo, uscì, gemendo:
– Ah, Neluccio mio! ah, Neluccio mio!
Dunque, era vero? Ed ecco, lo abbandonavano lì, come un cane. Provò a rizzarsi
su un gomito, chiamò due volte:
– Saro! Saro!
Silenzio. Nessuno. Non si resse piú sul gomito, ricadde a giacere e si mise per
un pezzo come a grufare, per non sentire il silenzio della campagna, che lo
atterriva. A un tratto gli nacque il dubbio che avesse sognato, che avesse fatto
quel sogno cattivo, nella febbre; ma, nel rivoltarsi verso il muro, rivide la
mosca, lì di nuovo.
Eccola.
Ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le
due esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta.
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