Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
16. Il pipistrello
Tutto bene. La commedia, niente di nuovo, che potesse
irritare o frastornare gli spettatori. E congegnata con
bell'industria d'effetti. Un gran prelato tra i personaggi,
una rossa Eminenza che ospita in casa una cognata vedova e
povera, di cui in gioventù, prima d'avviarsi per la carriera
ecclesiastica, era stato innamorato. Una figliuola della
vedova, già in età da marito, che Sua Eminenza vorrebbe
sposare a un giovine suo protetto, cresciutogli in casa fin
da bambino, apparentemente figlio di un suo vecchio
segretario, ma in realtà... - insomma, via, un certo antico
trascorso di gioventù, che non si potrebbe ora rimproverare
a un gran prelato con quella crudezza che necessariamente
deriverebbe dalla brevità d'un riassunto, quando poi è per
così dire il fulcro di tutto il second'atto, in una scena di
grandissimo effetto con la cognata, al bujo, o meglio, al
chiaro di luna che inonda la veranda, poiché Sua Eminenza,
prima di cominciar la confessione, ordina al suo fidato
servitore Giuseppe: «Giuseppe, smorzate i lumi». Tutto bene,
tutto bene, insomma. Gli attori, tutti a posto; e innamorati
a uno a uno della loro parte. Anche la piccola Gàstina, sì.
Contentissima, contentissima della parte della nipote orfana
e povera, che naturalmente non vuol saperne di sposare quel
protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera
ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché
se ne riprometteva un subisso d'applausi.
Per farla breve, più contento di così nell'aspettazione
ansiosa d'un ottimo successo per la sua nuova commedia
l'amico Faustino Perres non poteva essere alla vigilia della
rappresentazione.
Ma c'era un pipistrello.
Un maledetto pipistrello, che ogni sera, in quella stagione
di prosa alla nostra Arena Nazionale, o entrava dalle
aperture del tetto a padiglione, o si destava a una cert'ora
dal nido che doveva aver fatto lassù, tra le imbracature di
ferro, le cavicchie e le chiavarde, e si metteva a svolazzar
come impazzito non già per l'enorme vaso dell'Arena sulla
testa degli spettatori, poiché durante la rappresentazione i
lumi nella sala erano spenti, ma là, dove la luce della
ribalta, delle bilance e delle quinte, le luci della scena,
lo attiravano: sul palcoscenico, proprio in faccia agli
attori.
La piccola Gàstina ne aveva un pazzo terrore. Era stata tre
volte per svenire, le sere precedenti, nel vederselo ogni
volta passar rasente al volto, sui capelli, davanti agli
occhi, e l'ultima volta - Dio che ribrezzo! - fin quasi a
sfiorarle la bocca con quel volo di membrana vischiosa che
stride. Non s'era messa a gridare per miracolo. La tensione
dei nervi per costringersi a star lì ferma a rappresentare
la sua parte mentre irresistibilmente le veniva di seguir
con gli occhi, spaventata, lo svolazzio di quella bestia
schifosa, per guardarsene, o, non potendone più, di scappar
via dal palcoscenico per andare a chiudersi nel suo
camerino, la esasperava fino a farle dichiarare ch'ella
ormai, con quel pipistrello lì, se non si trovava il rimedio
d'impedirgli che venisse a svolazzar sul palcoscenico
durante la rappresentazione, non era più sicura di sé, di
quel che avrebbe fatto una di quelle sere.
Si ebbe la prova che il pipistrello non entrava da fuori, ma
aveva proprio eletto domicilio nelle travature del tetto
dell'Arena, dal fatto che, la sera precedente la prima
rappresentazione della commedia nuova di Faustino Perres,
tutte le aperture del tetto furono tenute chiuse, e all'ora
solita si vide il pipistrello lanciarsi come tutte le altre
sere sul palcoscenico col suo disperato svolazzio. Allora
Faustino Perres, atterrito per le sorti della sua nuova
commedia, pregò, scongiurò l'impresario e il capocomico di
far salire sul tetto due, tre, quattro operai, magari a sue
spese, per scovare il nido e dar la caccia a quella
insolentissima bestia; ma si sentì dare del matto.
Segnatamente il capocomico montò su tutte le furie a una
simile proposta, perché era stufo, ecco, stufo stufo stufo
di quella ridicola paura della signorina Gàstina per i suoi
magnifici capelli.
- I capelli?
- Sicuro! sicuro! i capelli! Non ha ancora capito? Le hanno
dato a intendere che, se per caso le sbatte in capo, il
pipistrello ha nelle ali non so che viscosità, per cui non è
più possibile distrigarlo dai capelli, se non a patto di
tagliarli. Ha capito? Non teme per altro! Invece
d'interessarsi alla sua parte, d'immedesimarsi nel
personaggio, almeno fino al punto di non pensare a simili
sciocchezze!
Sciocchezze, i capelli d'una donna? i magnifici capelli
della piccola Gàstina? Il terrore di Faustino Perres alla
sfuriata del capocomico si centuplicò. Oh Dio! oh Dio! se
veramente la piccola Gàstina temeva per questo, la sua
commedia era perduta!
Per far dispetto al capocomico, prima che cominciasse la
prova generale, la piccola Gàstina, col gomito appoggiato
sul ginocchio d'una gamba accavalciata sull'altra e il pugno
sotto il mento, seriamente domandò a Faustino Perres, se la
battuta di Sua Eminenza al secondo atto: - «Giuseppe,
smorzate i lumi» - non poteva essere ripetuta,
all'occorrenza, qualche altra volta durante la
rappresentazione, visto e considerato che non c'è altro
mezzo per fare andar via un pipistrello, che entri di sera
in una stanza, che spegnere il lume.
Faustino Perres si sentì gelare.
- No, no, dico proprio sul serio! Perché, scusate, Perres:
volete dare veramente, con la vostra commedia, una perfetta
illusione di realtà?
- Illusione? No. Perché dice illusione, signorina? L'arte
crea veramente una realtà.
- Ah, sta bene. E allora io vi dico che l'arte la crea, e il
pipistrello la distrugge.
- Come! perché?
- Perché sì., Ponete il caso che, nella realtà della vita,
in una stanza dove si stia svolgendo di sera un conflitto
familiare, tra marito e moglie, tra una madre e una figlia,
che so! o un conflitto d'interessi o d'altro, entri per caso
un pipistrello. Bene: che si fa? Vi assicuro io, che per un
momento il conflitto s'interrompe per via di quel
pipistrello che è entrato; o si spenge il lume, o si va in
un'altra stanza, o qualcuno anche va a prendere un bastone,
monta su una seggiola e cerca di colpirlo per abbatterlo a
terra; e gli altri allora, credete a me, si scordano lì per
lì del conflitto e accorrono tutti a guardare, sorridenti e
con schifo, come quella odiosissima bestia sia fatta.
- Già! Ma questo, nella vita ordinaria! - obiettò, con un
sorriso smorto sulle labbra, il povero Faustino Perres. -
Nella mia opera d'arte, signorina, il pipistrello, io, non
ce l'ho messo.
- Voi non ce l'avete messo; ma se lui ci si ficca?
- Bisogna non farne caso!
- E vi sembra naturale? V'assicuro io, io che debbo vivere
nella vostra commedia la parte di Livia, che questo non è
naturale; perché Livia, lo so io, lo so io meglio di voi,
che paura ha dei pipistrelli! La vostra Livia, - badate -
non più io. Voi non ci avete pensato, perché non potevate
immaginare il caso che un pipistrello entrasse nella stanza,
mentr'ella si ribellava fieramente all'imposizione della
madre e di Sua Eminenza. Ma questa sera, potete esser certo
che il pipistrello entrerà nella camera durante quella
scena. E allora io vi domando, per la realtà stessa che voi
volete creare, se vi sembri naturale che ella, con la paura
che ha dei pipistrelli, col ribrezzo che la fa contorcere e
gridare al solo pensiero d'un possibile contatto, se ne stia
lì come se nulla fosse, con un pipistrello che le svolazza
attorno alla faccia, e mostri di non farne caso. Voi
scherzate! Livia se ne scappa, ve lo dico io; pianta la
scena e se ne scappa, o si nasconde sotto il tavolino,
gridando come una pazza. Vi consiglio perciò di riflettere,
se proprio non vi convenga meglio di far chiamare Giuseppe
da Sua Eminenza e di fargli ripetere la battuta: -
«Giuseppe, smorzate i lumi». - Oppure... aspettate!
oppure... - ma sì! meglio! sarebbe la liberazione! - che gli
ordinasse di prendere un bastone, montare su una seggiola,
e...
- Già! sì! proprio! interrompendo la scena a metà, è vero?
tra l'ilarità fragorosa di tutto il pubblico.
- Ma sarebbe il colmo della naturalezza, caro mio!
Credetelo. Anche per la vostra stessa commedia, dato che
quel pipistrello c'è e che in quella scena è inutile -
vogliate o non vogliate - ci si ficca: pipistrello vero! Se
non ne tenete conto, parrà finta, per forza, Livia che non
se ne cura, gli altri due che non ne fanno caso e seguitano
a recitar la commedia come se lui non ci fosse. Non capite
questo?
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Faustino Perres si lasciò cader le braccia,
disperatamente.
- O Dio mio, signorina, - disse. - Se volete scherzare,
è un conto...
- No no! Vi ripeto che sto discutendo con voi sul serio,
sul serio, proprio sul serio! - ribatté la Gàstina.
- E allora io vi rispondo che siete matta, - disse il
Perres alzandosi. - Dovrebbe far parte della realtà che
ho creato io, quel pipistrello, perché io potessi
tenerne conto e farne tener conto ai personaggi della
mia commedia; dovrebbe essere un pipistrello finto e non
vero, insomma! Perché non può, così, incidentalmente, da
un momento all'altro, un elemento della realtà casuale
introdursi nella realtà creata, essenziale, dell'opera
d'arte.
- E se ci s'introduce?
- Ma non è vero! Non può! Non s'introduce mica nella mia
commedia, quel pipistrello, ma sul palcoscenico dove voi
recitate.
- Benissimo! Dove io recito la vostra commedia. E allora
sta tra due: o lassù è viva la vostra commedia; o è vivo
il pipistrello. Il pipistrello, vi assicuro io che è
vivo, vivissimo, comunque. Vi ho dimostrato che con lui
così vivo lassù non possono sembrar naturali Livia e gli
altri due personaggi, che dovrebbero seguitar la loro
scena come se lui non ci fosse, mentre c'è. Conclusione:
o via la vostra commedia, o via il pipistrello. Se
stimate impossibile eliminare il pipistrello,
rimettetevi in Dio, caro Perres, quanto alle sorti della
vostra commedia. Ora vi faccio vedere che la mia parte
io la so e che la recito con tutto l'impegno, perché mi
piace. Ma non rispondo dei miei nervi stasera.
Ogni scrittore, quand'è un vero scrittore, ancor che sia
mediocre, per chi stia a guardarlo in un momento come
quello in cui si trovava Faustino Perres la sera della
prima rappresentazione, ha questo di commovente, o
anche, se si vuole, di ridicolo: che si lascia prendere,
lui stesso prima di tutti, lui stesso qualche volta solo
fra tutti, da ciò che ha scritto, e piange e ride e
atteggia il volto, senza saperlo, delle varie smorfie
degli attori sulla scena, col respiro affrettato e
l'animo sospeso e pericolante, che gli fa alzare or
questa or quella mano in atto di parare o di sostenere.
Posso assicurare, io che lo vidi e gli tenni compagnia,
mentre se ne stava nascosto dietro le quinte tra i
pompieri di guardia e i servi di scena, che Faustino
Perres per tutto il primo atto e per parte del secondo
non pensò affatto al pipistrello, tanto era preso dal
suo lavoro e immedesimato in esso. E non è a dire che
non ci pensava perché il pipistrello non aveva ancor
fatto la sua consueta comparsa sul palcoscenico. No. Non
ci pensava perché non poteva pensarci. Tanto vero, che
quando, sulla metà del second'atto, il pipistrello
finalmente comparve, egli nemmeno se n'accorse; non capì
nemmeno perché io col gomito lo urtassi e si voltò a
guardarmi in faccia come un insensato:
- Che cosa?
Cominciò a pensarci solo quando le sorti della commedia,
non per colpa del pipistrello, non per l'apprensione
degli attori a causa di esso, ma per difetti evidenti
della commedia stessa, accennarono di volgere a male.
Già il primo atto, per dir la verità, non aveva riscosso
che pochi e tepidi applausi.
- Oh Dio mio, eccolo, guarda... - cominciò a dire il
poverino, sudando freddo; e alzava una spalla, tirava
indietro o piegava di qua, di là il capo, come se il
pipistrello svoltasse attorno a lui e volesse scansarlo;
si storceva le mani; si copriva il volto. - Dio, Dio,
Dio, pare impazzito... Ah, guarda, a momenti in faccia
alla Rossi!... Come si fa? come si fa? Pensa che proprio
ora entra in iscena la Gàstina!
- Sta' zitto, per carità! - lo esortai, scrollandolo per
le braccia e cercando di strapparlo di là.
Ma non ci riuscii. La Gàstina faceva la sua entrata
dalle quinte dirimpetto, e il Perres, mirandola, come
affascinato, tremava tutto.
Il pipistrello girava in alto, attorno al lampadario che
pendeva dal tetto con otto globi di luce, e la Gàstina
non mostrava d'accorgersene, lusingata certo dal gran
silenzio d'attesa, con cui il pubblico aveva accolto il
suo apparire sulla scena. E la scena proseguiva in quel
silenzio, ed evidentemente piaceva.
Ah, se quel pipistrello non ci fosse stato! Ma c'era!
c'era! Non se n'accorgeva il pubblico, tutto intento
allo spettacolo; ma eccolo lì, eccolo lì, come se, a
farlo apposta, avesse preso di mira la Gàstina, ora,
proprio lei che, poverina, faceva di tutto per salvar la
commedia, resistendo al suo terrore di punto in punto
crescente per quella persecuzione ostinata, feroce,
della schifosa, maledettissima bestia.
A un tratto Faustino Perres vide l'abisso spalancarglisi
davanti agli occhi sulla scena, e si recò le mani al
volto, a un grido improvviso, acutissimo della Gàstina,
che s'abbandonava tra le braccia di Sua Eminenza.
Fui pronto a trascinarmelo via, mentre dalla scena gli
attori si trascinavano a loro volta la Gàstina svenuta.
Nessuno, nel subbuglio del primo momento, là sul
palcoscenico in iscompiglio, poté pensare a ciò che
intanto accadeva nella sala del teatro. S'udiva come un
gran frastuono lontano, a cui nessuno badava. Frastuono?
Ma no, che frastuono! Erano applausi. - Che? - Ma sì!
Applausi! applausi! Era un delirio d'applausi! Tutto il
pubblico, levato in piedi, applaudiva da quattro minuti
freneticamente, e voleva l'autore, gli attori al
proscenio, per decretare un trionfo a quella scena dello
svenimento, che aveva preso sul serio come se fosse
nella commedia, e che aveva visto rappresentare con così
prodigiosa verità.
Che fare? Il capocomico, su tutte le furie, corse a
prendere per le spalle Faustino Perres, che guardava
tutti, tremando d'angosciosa perplessità, e lo cacciò
con uno spintone fuori delle quinte, sul palcoscenico.
Fu accolto da una clamorosa ovazione, che durò più di
due minuti. E altre sei o sette volte dovette
presentarsi a ringraziare il pubblico che non si
stancava d'applaudire, perché voleva alla ribalta anche
la Gàstina.
- Fuori la Gàstina! Fuori la Gàstina!
Ma come far presentare la Gàstina, che nel suo camerino
si dibatteva ancora in una fierissima convulsione di
nervi, tra la costernazione di quanti le stavano attorno
a soccorrerla?
Il capocomico dovette farsi al proscenio ad annunziare,
dolentissimo, che l'acclamata attrice non poteva
comparire a ringraziare l'eletto pubblico, perché quella
scena, vissuta con tanta intensità, le aveva cagionato
un improvviso malore, per cui anche la rappresentazione
della commedia, quella sera, doveva essere purtroppo
interrotta.
Si domanda a questo punto, se quel dannato pipistrello
poteva rendere a Faustino Perres un servizio peggiore di
questo.
Sarebbe stato in certo qual modo un conforto per lui
attribuire a esso la caduta della commedia; ma dovergli
ora il trionfo, un trionfo che non aveva altro sostegno
che nel pazzo volo di quelle sue ali schifose!
Riavutosi appena dal primo stordimento, ancora più morto
che vivo, corse incontro al capocomico che lo aveva
spinto con tanta mala grazia sul palcoscenico a
ringraziare il pubblico, e con le mani tra i capelli gli
gridò:
- E domani sera?
- Ma che dovevo dire? che dovevo fare? - gli urlò
furente, in risposta, il capocomico. - Dovevo dire al
pubblico che toccavano al pipistrello quegli applausi, e
non a lei? Rimedii piuttosto, rimedii subito; faccia che
tocchino a lei domani sera!
- Già! Ma come? - domandò, con strazio, smarrendosi di
nuovo, il povero Faustino Perres.
- Come! Come! Lo domanda a me, come?
- Ma se quello svenimento nella mia commedia non c'è e
non c'entra, commendatore!
- Bisogna che lei ce lo faccia entrare, caro signore, a
ogni costo! Non ha veduto che po' po' di successo? Tutti
i giornali domattina ne parleranno. Non se ne potrà più
fare a meno! Non dubiti, non dubiti che i miei attori
sapranno far per finta con la stessa verità ciò che
questa sera hanno fatto senza volerlo.
- Già... ma, lei capisce, - si provò a fargli osservare
il Perres, - è andato così bene, perché la
rappresentazione, lì, dopo quello svenimento, è stata
interrotta! Se domani sera, invece, deve proseguire...
- Ma è appunto questo, in nome di Dio, il rimedio che
lei deve trovare! - tornò a urlargli in faccia il
commendatore.
Se non che, a questo punto:
- E come? e come? - venne a dire, calcandosi con ambo le
mani sfavillanti d'anelli il berretto di pelo sui
magnifici capelli, la piccola Gàstina già rinvenuta. -
Ma davvero non capite che qua deve dirlo il pipistrello
e non voi, signori miei?
- Lei la finisca col pipistrello! - fremette il
capocomico, facendolesi a petto, minaccioso.
- Io, la finisco? Deve finirla lei, commendatore! -
rispose, placida e sorridente, la Gàstina, sicurissima
di fargli così, ora, il maggior dispetto. - Perché,
guardi, commendatore, ragioniamo: io potrei aver sotto
comando uno svenimento finto, al secondo atto, se il
signor Perres, seguendo il suo consiglio, ce lo mette.
Ma dovreste anche aver voi allora sotto comando il
pipistrello vero, che non mi procuri un altro
svenimento, non finto ma vero al primo atto. O al terzo,
o magari nel secondo stesso, subito dopo quel primo
finto! Perché io vi prego di credere, signori miei, che
sono svenuta davvero, sentendomelo venire in faccia,
qua, qua, sulla guancia! E domani sera non recito, no,
no, non recito, commendatore, perché né lei né altri può
obbligarmi a recitare con un pipistrello che mi sbatte
in faccia!
- Ah no, sa! Questo si vedrà! questo si vedrà! - le
rispose, crollando il capo energicamente, il capocomico.
Ma Faustino Perres, convinto pienamente che la ragione
unica degli applausi di quella sera era stata
l'intrusione improvvisa e violenta di un elemento
estraneo, casuale, che invece di mandare a gambe
all'aria, come avrebbe dovuto, la finzione dell'arte,
s'era miracolosamente inserito in essa, conferendole lì
per lì, nell'illusione del pubblico, l'evidenza d'una
prodigiosa verità, ritirò la sua commedia, e non se ne
parlò più.
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