Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
15. Risposta

Ti sei sfogato bene, amico mio!
Veramente è da rimpiangere che tu, facendo violenza alla tua
nativa disposizione, non abbia potuto dedicarti alle Muse.
Quanto calore nelle tue espressioni, e con quale trasparente
evidenza, in pochi tocchi, fai balzar vivi innanzi agli
occhi luoghi, fatti e persone!
Sei addolorato, sei indignato, povero Marino mio; e non
vorrei che questa mia risposta ti accrescesse il dolore e
l'indignazione. Ma tu vuoi che io ti esponga francamente
quel che penso del tuo caso. Lo farò per contentarti, pur
essendo sicuro che non ti contenterò.
Seguo il mio metodo, se permetti. Prima, riassumo in breve i
fatti, poi ti espongo, con la franchezza che desideri, il
mio parere.
Dunque, con ordine.
I. Persone, connotati e condizioni.
a) La signorina Anita. - Ventisei anni (ne dimostra appena
venti; va bene; ma sono intanto ventisei e sonati). Bruna;
occhi notturni:
Negli occhi suoi la notte si raccoglie.
profonda...
Labbra di corallo; e va bene.
Ma il naso, amico mio? Tu non mi parli del naso. Alle brune,
innanzi tutto, guardare il naso; e segnatamente le pinne del
naso.
Io sono sicuro che la signorina Anita l'ha un po' in su. Non
dico brutto; diciamo anzi nasino; ma in su. E con due pinne
piuttosto carnosette, che le si dilatano molto, quando serra
i denti, quando fissa gli occhi nel vuoto e trae per le nari
un lungo lungo sospiro silenzioso.
Hai notato come gli occhi le si velano e le cangiano di
colore, quando trae qualcuno di questi sospiri silenziosi?
Ha molto sofferto la signorina Anita, perché molto
intelligente. Era agiata, quando il padre era vivo; ora,
morto il padre, è povera. E ventisei anni. Nasino ritto e
occhi notturni.
Andiamo avanti.
b) Il mio amico Marino. - Ventiquattro anni, due di meno
della signorina Anita, che forse perciò ne dimostra appena
venti.
Povero anche lui; orfano di padre anche lui. Cose tristi, ma
care quando si hanno in comune con una persona cara.
Identità, che pajono predestinazioni!
Ma l'amico Marino, orfano e povero com'è, ha la mamma e una
sorella da mantenere. Orfana e povera, la signorina Anita ha
anche lei la mamma, ma non la mantiene.
Pensa al mantenimento il commendator Ballesi.
Il mio amico Marino odia, naturalmente, questo commendatore
Ballesi.
Testa accesa, cuore ardente. Facilissima loquela, colorita,
affascinante, come lo sguardo dei begli occhi cerulei.
Diciamo che il mio amico Marino è il giorno e che la
signorina Anita è la notte. Quello ha il biondo del sole nei
capelli e il cielo azzurro negli occhi; questa, negli occhi,
due stelle, e nei capelli la notte. Mi pare che, parlando
con un poeta, non potrei esprimermi meglio di così.
Proseguiamo.
Costretto dalla necessità a esser saggio, l'amico Marino non
può commettere la follia, finché durano le presenti
condizioni (e dureranno per un pezzo!), di assumersi il
fardello di un'altra donna; e deve lasciar quella che meno
gli peserebbe.
Forse questo terzo peso gli farebbe sentir più lievi quegli
altri due, ch'egli non può, né oserebbe mai togliersi
d'addosso.
Ma c'è chi pensa che in tre sulle spalle di uno non si può
star comodamente e di buon accordo. E anch'egli, saggio per
forza, deve riconoscerlo.
c) Il commentator Ballesi. - Vecchio amico della buon'anima.
S'intende, del babbo d'Anita. Sessantasei anni. Piccoletto,
fino fino; gambette come due dita, ma armate da tacchettini
imperiosi. Testa grossa, grossi baffi spioventi, sotto i
quali sparisce non solo la bocca, ma anche il mento, dato
che si possa dire che il commendator Ballesi abbia davvero
un mento. Folte ciglia sempre aggrottate, e un dito spesso
nel naso. Quel dito pensa. Pensano anche i peli delle sue
sopracciglia. E come un cannoncino carico di pensieri, il
commendator Ballesi. Le sorti finanziarie della nuova Italia
sono ne' suoi piccoli pugni ferrigni.
Ora, non si sa come né perché, tutt'a un tratto il
commendator Ballesi ha creduto di dover cangiare l'amor
paterno per la signorina Anita in un amore d'altro genere. E
l'ha chiesta in isposa.
La signorina Anita ha strappato parecchi fazzoletti, con le
mani e coi denti. Più che sdegno, ha provato onta, ribrezzo,
orrore. La mamma ha pianto. Perché ha pianto la mamma? Per
la gioja, ha detto. Ma di gioja, ammesso che si pianga, si
piange poco, e poi si ride. La mamma della signorina Anita
ha pianto molto e non ride più. Honni soit qui mal y pense.
E veniamo all'ultimo personaggio.
d) Nicolino Respi. - Trent'anni, solido, atletico, nuotatore
e cavalcatore famoso, canottiere, spadaccino; e poi
impudente, ignorante come un pollo d'India, biscazziere,
donnajolo... Di' su, di' su, amico mio: te le passo tutte.
Conosco Nicolino Respi e condivido i tuoi apprezzamenti e la
tua indignazione. Ma non credere, con questo, che gli dia
torto.
Do dunque torto a te? No. Alla signorina Anita? Neppure. Oh
Dio, lasciami dire, lasciami seguire il mio metodo. Credi,
amico mio, che il tuo caso è vecchissimo. Di nuovo, di
originale, qui, non c'è altro che il mio metodo, e la
spiegazione che ti darò.
Proseguiamo per ordine.
II. Il luogo e il fatto.
La spiaggia d'Anzio, d'estate, in una notte di luna.
Me n'hai fatto una tale descrizione, che non m'arrischio a
descriverla anch'io. Soltanto, troppe stelle, caro. Con la
luna quasi in quintadecima, se ne vedono poche. Ma un poeta
può anche non badare a queste cose, che son di fatto. Un
poeta può veder le stelle anche quando non si vedono, e
viceversa poi non vedere tant'altre cose, che tutti gli
altri vedono.
Il commendator Ballesi ha preso in affitto un villino su la
spiaggia, e la signorina Anita è con la mamma ai bagni.
Occupato a Roma, il Commendatore va e viene. Nicolino Respi
è fisso ad Anzio, per i bagni e per la bisca; e dà ogni
mattina, in acqua, e ogni sera al tappeto verde, spettacolo
delle sue bravure.
La signorina Anita ha bisogno di smorzare la fiamma dello
sdegno, e s'indugia perciò molto nel bagno. Non può
competere certamente con Nicolino Respi, ma tuttavia, da
brava nuotatrice, una mattina s'allontana, in gara con lui,
dalla spiaggia. Vanno e vanno. Tutti i bagnanti seguono
ansiosi dalla spiaggia quella gara, prima a occhio nudo, poi
coi binocoli.
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La mamma, a un certo punto, non vuole più guardare;
comincia a smaniare, a trepidare. Oh Dio, come farà
adesso la figliuola a ritornare a nuoto da così lontano?
Certo la lena non le basterà... Oh Dio, oh Dio! Dov'è?
Dio, com'è lontana... non si vede più... Bisogna mandare
subito un ajuto, per carità! una lancia, una lancia!
qualcuno subito in ajuto!
E tanto fa e tanto dice, che alla fine due bravi
giovanotti balzano eroicamente su una lancia, e via a
quattro remi.
Santa ispirazione! Perché la signorina Anita, poco dopo
che i giovani sono partiti, è colta da un crampo a una
gamba, e dà un grido; Nicolino Respi accorre con due
bracciate e la sorregge; ma la signorina Anita è per
svenire e gli s'aggrappa al collo disperatamente;
Nicolino si vede perduto; sta per affogare con lei;
nella rabbia, per farsi lasciare, le dà un morso feroce
al collo. Allora la signorina Anita s'abbandona inerte;
egli può sostenerla; le forze stanno per mancargli
quando la lancia sopravviene. Il salvataggio è compiuto.
Ma la signorina Anita deve curarsi per più d'una
settimana del morso al collo di Nicolino Respi.
Sono impressioni che rimangono. Marino mio!
Per parecchi giorni la signorina Anita, appena muove il
collo, non può negare che Nicolino Respi morde bene. E
quel morso non può dispiacerle, perché deve a esso la
sua salvezza.
Tutto questo è, veramente, antefatto.
Eppure no, forse. È e non è. Perché tutto sta dove e
come si tagliano i fatti.
Quando tu, Marino mio, nella magnifica sera di luna
arrivasti ad Anzio con la morte nel cuore, per avere un
ultimo abboccamento con la signorina Anita già
ufficialmente fidanzata al commendator Ballesi, ella
aveva ancora nel collo l'impressione dei denti di
Nicolino Respi.
Per tua stessa confessione, ella ti seguì docile lungo
la spiaggia, si perdette con te nella lontananza delle
sabbie deserte, fino al grande scoglio inarenato, laggiù
laggiù. Tutti e due, sotto la luna, a braccetto,
inebriati dalla brezza marina, storditi dal sommesso
perpetuo fragorio delle spume d'argento.
Che le dicesti? Lo so, tutto il tuo amore e tutto il tuo
tormento; e le proponesti di ribellarsi all'infame
imposizione di quel vecchio odioso e di accettare la tua
povertà.
Ma ella, amico mio, infiammata, sconvolta, straziata
dalle tue parole, non poteva accettare la tua povertà;
voleva sì, invece, accettare il tuo amore e vendicarsi
con esso anticipatamente, quella sera stessa,
dell'infame imposizione del vecchio, che sopra di lei,
così, da usurajo, voleva pagarsi dei lunghi benefizi.
Tu, onestamente, nobilmente, le hai impedito questa
vendetta.
Amico mio, ti credo: sarai scappato via come un pazzo.
Ma alla signorina Anita, rimasta sola lì, su la sabbia,
all'ombra dello scoglio, non sembrasti un pazzo, te
l'assicuro io, in quella fuga scomposta lungo la
spiaggia, sotto la luna. Sembrasti uno sciocco e un
villano.
E purtroppo, povero Marino, su quello scoglio, quella
sera, a godersi zitto zitto, in grazia delle tasche
vuote, il bel chiaro di luna, e poi anche lo spettacolo
della tua fuga, c'era Nicolino Respi, quello del morso e
del salvataggio.
Gli bastarono tre parole e una risata, di lassù:
- Che sciocco, è vero, signorina?
E saltò giù.
Tu avesti, poco dopo, la soddisfazione di sorprendere,
insieme col commendator Ballesi, arrivato tardi da Roma
in automobile, Nicolino Respi, sotto la luna, a
braccetto con la signorina Anita.
Tu, nell'andata, e lui nel ritorno. Più dolce l'andata o
il ritorno?
Ed ecco, amico mio, che viene adesso il punto originale.
III. Spiegazione.
Tu credi, caro Marino, d'aver sofferto un'atroce
disillusione, perché hai veduto all'improvviso la
signorina Anita orribilmente diversa da quella che
conoscevi tu, da quella ch'era per te. Sei ben certo,
adesso, che la signorina Anita era un'altra.
Benissimo. Un'altra, la signorina Anita è di certo. Non
solo; ma anche tante e tante altre, amico mio, quanti e
quanti altri son quelli che la conoscono e che lei
conosce. Il tuo errore fondamentale, sai dove consiste?
Nel credere che, pur essendo un'altra per come tu credi,
e tante altre per come credo io, la signorina Anita non
sia anche, tuttora, quella che conoscevi tu.
La signorina Anita è quella, e un'altra, e anche tante
altre, perché vorrai ammettere che quella che è per me
non sia quella che è per te, quella che è per sua madre,
quella che è per il commendator Ballesi, e per tutti gli
altri che la conoscono, ciascuno a suo modo.
Ora, guarda. Ciascuno, per come la conosce, le dà - è
vero? - una realtà. Tante realtà, dunque, amico mio, che
fanno «realmente», e non per modo di dire, la signorina
Anita una per te, una per me, una per la madre, una per
il commendator Ballesi, e via dicendo; pur avendo
l'illusione ciascuno di noi che la vera signorina Anita
sia quella sola che conosciamo noi; e anche lei, anzi
lei soprattutto, l'illusione d'esser una, sempre la
stessa, per tutti.
Sai da che nasce questa illusione, amico mio? Dal fatto
che crediamo in buona fede d'esser tutti, ogni volta, in
ogni nostro atto; mentre purtroppo non è così. Ce ne
accorgiamo quando, per un caso disgraziatissimo,
all'improvviso restiamo agganciati e sospesi a un atto
solo tra i tanti che commettiamo; ci accorgiamo bene,
voglio dire, di non esser tutti in quell'atto, e che
un'atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo,
tenerci agganciati e sospesi a esso, alla gogna, per
l'intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata
in quell'atto solo.
Ora questa ingiustizia appunto stai commettendo tu,
amico mio, contro la signorina Anita,
L'hai sorpresa in una realtà diversa da quella che le
davi tu, e vuoi credere adesso, che la sua vera realtà
non sia quella bella che tu le davi prima, ma questa
brutta in cui l'hai sorpresa insieme col commendator
Ballesi di ritorno dallo scoglio con Nicolino Respi.
Non per nulla, amico mio, guarda, tu non mi hai parlato
del nasino all'insù della signorina Anita!
Quel nasino non ti apparteneva. Quel nasino non era
della tua Anita. Erano tuoi gli occhi notturni, il cuore
appassionato, la raffinata intelligenza di lei. Non quel
nasino ardito dalle pinne piuttosto carnosette.
Quel nasino fremeva ancora al ricordo del morso di
Nicolino Respi. Quel nasino voleva vendicarsi
dell'odiosa imposizione del vecchio commendator Ballesi.
Tu non gli hai permesso di fare con te la sua vendetta,
e allora essa l'ha fatta con Nicolino.
Chi sa come piangono adesso quegli occhi notturni, e
come sanguina quel cuore appassionato, e come si rivolta
quella raffinata intelligenza: voglio dire tutto quello
che di lei appartiene a te.
Ah, credi, Marino, fu assai più dolce per lei l'andata
con te allo scoglio, che il ritorno da esso con Nicolino
Respi.
Bisogna che tu te ne persuada e ti disponga a imitare il
Commendatore, il quale - vedrai - perdonerà e sposerà la
signorina Anita.
Ma non pretendere che ella sia una e tutta per te. Sarà
una e tutta per te sincerissimamente; e un'altra per il
commendator Ballesi, non meno sinceramente. Perché non
c'è una sola signorina o signora Anita, amico mio.
Non sarà bello, ma è così.
E procura che Nicolino Respi, mostrando i denti, non
vada a far visita a quel nasino all'insù.
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