Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
14. Rimedio: la geografia
La bussola, il timone... Eh, sì! Volendo navigare...
Dovreste dimostrarmi però che anche sia necessario, voglio
dire che
conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta
anziché un'altra, o anziché a questo porto approdare a
quello.
- Come! - dite, - e gli affari? senza una regola, senza un
criterio direttivo? E la famiglia? l'educazione dei
figliuoli? la buona reputazione in società: l'obbedienza che
si deve alle leggi dello Stato? l'osservanza dei proprii
doveri?
Con quest'azzurro che si beve liquido, oggi... Per carità! E
che non bado forse regolarmente ai miei affari? La mia
famiglia... Ma sì, vi prego di credere, mia moglie mi odia.
Regolarmente e né più né meno di quanto vostra moglie odii
voi. E anche i miei piccini, ma volete che non li educhi
regolarmente, come voi i vostri? Con un profitto, credete,
non molto diverso di quello che la vostra saggezza riesce a
ottenere. Obbedisco a tutte le leggi dello Stato e
scrupolosamente osservo i miei doveri.
Soltanto, ecco, io porto - come dire? - una certa elasticità
spirituale in tutti questi esercizii; profitto di tutte
quelle nozioni scientifiche, positive, apprese nell'infanzia
e nell'adolescenza, delle quali voi, che pur le avete
apprese come me, dimostrate di non sapere o di non volere
profittare.
Con molto danno, v'assicuro, della vostra salute.
Certo non è facile valersi opportunamente di quelle nozioni
che contrastino, ad esempio, con le illusioni dei sensi. Che
la terra si muove, ecco, se ne potrebbe valere
opportunamente, come di elegante scusa, un ubriaco. Noi, in
realtà, non la sentiamo muovere, se non di tanto in tanto,
per qualche modesto terremoto. E le montagne, data la nostra
statura, così alte le vediamo che - capisco - pensarle
piccole grinze della crosta terrestre non è facile. Ma santo
Dio, domando e dico perché abbiamo allora studiato tanto da
piccoli? Se costantemente ci ricordassimo di ciò che la
scienza astronomica ci ha insegnato, l'infimo, quasi
incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa
nell'universo...
Lo so; c'è anche la malinconia dei filosofi che ammettono,
sì, piccola la terra, ma non piccola intanto l'anima nostra
se può concepire l'infinita grandezza dell'universo.
Già. Chi l'ha detto? Biagio Pascal.
Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza
dell'uomo, allora, se mai, è solo a patto d'intendere, di
fronte a quell'infinita grandezza dell'universo, la sua
infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si
sente piccolissimo, l'uomo, e non mai così piccolo come
quando si sente grande.
E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che
consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se
non debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua
condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole
(tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le
grandi, come sarebbero le stelle del cielo. E non varrà
meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni
pubblica o privata calamità, guardare in su e pensare che
dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone
che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?
Voi dite:
- Benissimo. Ma se intanto, qua sulla terra, mi fosse morto,
per esempio, un figliuolo?
Eh, lo so. Il caso è grave. E più grave diventerà, ve lo
dico io, quando comincerete a uscire dal vostro dolore e
sotto gli occhi che non vorrebbero più vedere v'accadrà di
scorgere, che so? la grazia timida di questi fiorellini
bianchi e celesti che spuntano ora nei prati ai primi soli
di marzo; e appena la dolcezza di vivere che, pur non
volendo, sentirete ai nuovi tepori inebrianti della
stagione, vi si tramuterà in una più fitta ambascia pensando
a lui che, intanto, non la può più sentire.
Ebbene?... Ma che consolazione, in nome di Dio, vorreste voi
avere della morte del vostro figliuolo? Non è meglio niente?
Ma sì, niente, credete a me. Questo niente della terra, non
solo per le sciagure, ma anche per questa dolcezza di vivere
che pur ci dà: il niente assoluto, insomma, di tutte le cose
umane che possiamo pensare guardando in cielo Sirio o l'Alpha
del Centauro.
Non è facile. Grazie. E che forse vi sto dicendo che è
facile? La scienza astronomica, vi prego di credere, è
difficilissima non solo a studiare, ma anche ad applicare ai
casi della vita.
Del resto, vi dico che siete incoerenti. Volete avere, di
questo nostro pianeta, l'opinione ch'esso meriti un certo
rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle
passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e
varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete
in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi
sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero
che v'affligge o in una miseria che v'opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è possibile, quando
una cura prema veramente, quando una passione accechi,
sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita
diversa, altrove. Ma io non dico di porre voi stessi con
l'immaginazione altrove, né di fingervi una vita diversa da
quella che vi fa soffrire. Questo lo fate comunemente,
sospirando: Ah, se non fossi così! Ah, se avessi questo o
quest'altro! Ah, se potessi esser là! E son vani sospiri.
Perché la vostra vita, se potesse veramente esser diversa,
chi sa che sentimenti, che speranze, che desiderii vi
susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo
fatto che essa è così! Tanto è vero, che quelli che sono
come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi
vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi
fanno stizza, perché vi sembra che in quelle condizioni da
voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste. Ed
è una stizza - scusatemi - da sciocchi. Perché quelle
condizioni voi le invidiate perché non sono le vostre, e se
fossero, non sareste più voi, voglio dire con codesto
desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei. Il mio rimedio è un altro. Non facile
certo neanche questo, ma possibilissimo. Tanto, che ho
potuto io stesso farne esperienza.
Inizio
pagina
Lo intravidi quella notte - una delle tante tristissime
- che mi toccò vegliare una lunga, eterna agonia: quella
in cui la mia povera madre per mesi e mesi s'era quasi
incadaverita viva.
Per mia moglie, era la suocera; per i miei figliuoli
moriva una, di cui il figlio ero io. Dico così, perché
quando morrò io, mi veglierà qualcuno di loro, si spera.
Avete capito? Quella volta moriva mia madre; e dunque
non toccava a loro, ma a me.
- Ma come! - dite. - La nonna!
Già. La nonnina. La cara nonnina... E poi anche per me,
che - v'assicuro - potevo meritarmela un po' di
considerazione, di non farmi stare in piedi anche la
notte, con tutto quel freddo, che cascavo a pezzi dalla
stanchezza, dopo una giornata di faticosissimo lavoro.
Ma sapete com'è? Il tempo della nonnina, della cara
nonnina era finito da un pezzo. S'era guastato per i
nipotini il giocattolo della cara nonnina, da che
l'avevano veduta, dopo l'operazione della cateratta, con
un occhio grosso grosso e vano nella concavità del vetro
degli occhiali; e l'altro piccolo. A presentare una
nonnina così non c'era più niente di bello. E a poco a
poco era divenuta anche sorda come una pietra, la povera
nonnina; aveva ottantacinque anni e non capiva più
niente: una balla di carne, che ansimava e si reggeva
appena, pesante e traballante; e obbligava a cure, per
cui ci voleva un'adorazione come la mia, a vincer la
pena e il ribrezzo che costavano.
Si pensava, vedendola, a uno spaventoso castigo, di cui
nessuno meglio di me sapeva che la mia povera madre era
immeritevole; lasciata lì, senza più nulla di ciò che un
tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia
carne disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi
sa perché...
Ma il sonno, signori miei... Non c'è più nessun affetto
che tenga, quando una necessità crudele costringa a
trascurar certi bisogni, che si debbono per forza
soddisfare. Provatevi a non dormire per parecchie e
parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il
giorno. Il pensiero dei miei figliuoli, che durante
l'intera giornata non avevano fatto nulla e ora
dormivano saporitamente, al caldo, mentr'io tremavo e
spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal
lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come
un orso, e venir la tentazione di correre a strappar le
coperte dai loro lettucci e dal letto di mia moglie per
vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo. Ma
poi, sentendo in me come avrebbero tremato, e pensando
che avrei voluto esser io al loro posto, perché
tremassero loro in vece mia, non più contro essi, ma mi
rivoltavo contro la crudeltà di quella sorte, che teneva
ancora là, rantolante e insensibile a tutto, il corpo,
il solo corpo ormai, e anch'esso quasi irriconoscibile,
di mia madre; e pensavo, sì, sì, pensavo che, Dio,
poteva finalmente finir di rantolare.
Finché una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto
nella camera a una momentanea sospensione di quel
rantolo, non mi sorpresi nello specchio dell'armadio,
voltando non so perché il capo, curvo sul letto di mia
madre e intento a spiare davvicino, se non fosse morta.
Vidi con orrore in quello specchio la mia faccia.
Proprio come per farsi vedere da me, essa conservava,
mentr'io me la guardavo, la stessa espressione con cui
stava sospesa a spiare in un quasi allegro spavento la
liberazione.
La ripresa del rantolo mi incusse in quel punto un tale
raccapriccio di me, che mi nascosi quella faccia, come
se avessi commesso un delitto. Ma cominciai a piangere
come un bambino: come il bambino che ero stato per
quella mia mamma santa, di cui sì, sì, volevo ancora la
pietà per il freddo e la stanchezza che sentivo, pur
avendo or ora finito di desiderar la sua morte, povera
mamma santa, che n'aveva perdute di notti per me,
quand'ero piccino e malato... Ah! Strozzato
dall'angoscia, mi diedi a passeggiare per la camera.
Ma non potevo guardar più nulla, perché mi parevano
vivi, nella loro immobilità sospesa, gli oggetti della
camera: là lo spigolo illuminato dell'armadio, qua il
pomo d'ottone della lettiera su cui avevo poc'anzi
posato la mano. Disperato, cascai a sedere davanti alla
scrivanietta della più piccola delle mie figliuole, la
nipotina che si faceva ancora i compiti di scuola nella
camera della nonna. Non so quanto tempo rimasi lì. So
che a giorno chiaro, dopo un tempo incommensurabile,
durante il quale non avevo più avvertito minimamente né
la stanchezza, né il freddo, né la disperazione, mi
ritrovai col trattatello di geografia della mia
figliuola sotto gli occhi, aperto a pagina 75, sgorbiato
nei margini e con una bella macchia d'inchiostro
cilestrino su l'emme di Giamaica.
Ero stato tutto quel tempo nell'isola di Giamaica, dove
sono le Montagne Azzurre, dove dal lato di tramontana le
spiagge s'innalzano grado grado fino a congiungersi col
dolce pendio di amene colline, la maggior parte separate
le une dalle altre da vallate spaziose piene di sole, e
ogni vallata ha il suo ruscello e ogni collina la sua
cascata. Avevo veduto sotto le acque chiare le mura
delle case della città di Porto Reale sprofondate nel
mare da un terribile terremoto; le piantagioni dello
zucchero e del caffè, del grano d'India e della Guinea;
le foreste delle montagne; avevo sentito e respirato con
indicibile conforto il tanfo caldo e grasso del letame
nelle grandi stalle degli allevamenti; ma proprio
sentito e respirato, ma proprio veduto tutto, col sole
che è là su quelle praterie, con gli uomini e con le
donne e coi ragazzi come sono là, che portano con le
ceste e rovesciano a mucchi sugli spiazzi assolati il
raccolto del caffè ad asciugarsi; con la certezza
precisa e tangibile che tutto questo era vero, in quella
parte del mondo così lontana; così vero da sentirlo e
opporlo come una realtà altrettanto viva a quella che mi
circondava là nella camera di mia madre moribonda.
Ecco, nient'altro che questa certezza d'una realtà di
vita altrove, lontana e diversa, da contrapporre, volta
per volta, alla realtà presente che v'opprime; ma così,
senza alcun nesso, neppure di contrasto, senz'alcuna
intenzione, come una cosa che è perché è, e che voi non
potete fare a meno che sia. Questo, il rimedio che vi
consiglio, amici miei. Il rimedio che io mi trovai
inopinatamente quella notte.
E per non divagar troppo, e sistemarvi in qualche modo
l'immaginazione, che non abbia a stancarvisi
soverchiamente, fate come ho fatto io, che a ciascuno
dei miei quattro figliuoli e a mia moglie ho assegnato
una parte di mondo, a cui mi metto subito a pensare,
appena essi mi diano un fastidio o una afflizione.
Mia moglie, per esempio, è la Lapponia. Vuole da me una
cosa ch'io non le posso dare? Appena comincia a
domandarmela, io sono già nel golfo di Botnia, amici
miei, e le dico seriamente come se nulla fosse:
- Umèa, Lulèa, Pitèa, Skelleftèa...
- Ma che dici?
- Niente, cara. I fiumi della Lapponia.
- E che c'entrano i fiumi della Lapponia?
- Niente, cara. Non c'entrano per niente affatto. Ma ci
sono, e né tu né io possiamo negare che in questo
preciso momento sboccano là nel golfo di Botnia. E
vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di
certi salici e di certe betulle, là... D'accordo, sì,
non centrano neanche i salici e le betulle; ma ci sono
anch'essi, cara, e tanto tanto tristi attorno ai laghi
gelati tra le steppe. Lap o Lop, sai? è un'ingiuria. I
Lapponi da sé si chiamano Sami. Sudici nani, cara mia!
Ti basti sapere... - sì, lo so, tutto questo veramente
non c'entra - ma ti basti sapere che, mentr'io ti tengo
così cara, essi tengono così poco alla fedeltà
coniugale, che offrono la moglie e le figliuole al primo
forestiere che capita. Per conto mio, puoi star sicura:
non son tentato per nulla, cara, a profittarne.
- Ma che diavolo dici? Sei pazzo? Io ti sto
domandando...
- Sì, cara. Tu mi stai domandando, non dico di no. Ma
che triste paese, la Lapponia!...
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