Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
13. Se...
Parte o arriva? - domandò a se stesso il Valdoggi, udendo il
fischio d'un treno e guardando da un tavolino innanzi allo
châlet in Piazza delle Terme l'edificio della stazione
ferroviaria.
S'era appigliato al fischio del treno, come si sarebbe
appigliato al ronzio sordo continuo che fanno i globi della
luce elettrica, pur di riuscire a distrarre gli occhi da un
avventore, il quale, dal tavolino accanto, stava a fissarlo
con irritante immobilità.
Per qualche minuto vi riuscì. Si rappresentò col pensiero
l'interno della stazione, ove il fulgore opalino della luce
elettrica contrasta con la vacuità fosca e cupamente sonora
sotto l'immenso lucernario fuligginoso; e si diede a
immaginare tutte le seccature d'un viaggiatore, sia che
parta, sia che arrivi.
Inavvertitamente però gli cadde di nuovo lo sguardo su
quell'avventore del tavolino accanto.
Era un uomo sui quarant'anni, vestito di nero, coi capelli e
i baffetti rossicci, radi, spioventi, la faccia pallida e
gli occhi tra il verde e il grigio, torbidi e ammaccati.
Gli stava a fianco una vecchierella mezzo appisolata, alla
cui placidità dava un'aria molto strana la veste color
cannella diligentemente guarnita di cordellina nera a
zig-zag, e il cappellino logoro e stinto su i capelli
lanosi, i cui grossi nastri neri terminati in punta da una
frangia a grillotti d'argento, che li faceva sembrar due
nastri tolti a una corona mortuaria, erano annodati
voluminosamente sotto il mento.
Il Valdoggi distrasse subito, di nuovo, lo sguardo da
quell'uomo, ma questa volta in preda a una vera
esasperazione, che lo fece rigirar su la seggiola
sgarbatamente e soffiar forte per le nari.
Che voleva insomma quello sconosciuto? Perché lo guardava a
quel modo?
Si rivoltò: volle guardarlo anche lui, con l'intenzione di
fargli abbassare gli occhi.
- Valdoggi - bisbigliò quegli allora, quasi tra sé,
tentennando leggermente il capo, senza muover gli occhi.
Il Valdoggi aggrottò le ciglia e si sporse un po' avanti per
discerner meglio la faccia di colui che aveva mormorato il
suo nome. O s'era ingannato? Eppure, quella voce...
Lo sconosciuto sorrise mestamente e ripeté:
- Valdoggi: è vero?
- Sì... - disse il Valdoggi smarrito, provandosi a
sorridergli, indeciso. E balbettò: - Ma io... scusi...
lei...
- Lei? Io son Griffi!
- Griffi? Ah... - fece il Valdoggi, confuso, vieppiù
smarrito, cercando nella memoria un'immagine che gli si
ravvivasse a quel nome.
- Lao Griffi... tredicesimo reggimento fanteria...
Potenza...
- Griffi!... tu? - esclamò il Valdoggi a un tratto,
sbalordito. - Tu?... così...
Il Griffi accompagnò con un desolato tentennar del capo le
esclamazioni di stupore del ritrovato amico; e ogni
tentennamento era forse insieme un cenno e un saluto
lagrimevole ai ricordi del buon tempo andato.
- Proprio io... così! Irriconoscibile, è vero?
- No... non dico... ma t'immaginavo...
- Di', di', come m'immaginavi? - lo interruppe subito il
Griffi; e, quasi spinto da un'ansia strana, con moto
repentino gli s'accostò, battendo più e più volte di seguito
le palpebre e tenendosi le mani, come per reprimer la
smania. - M'immaginavi? Eh, certo... di', di'... come?
- Che so! - fece il Valdoggi. - A Roma? Ti sei dimesso?
- No, dimmi come m'immaginavi, te ne prego! - insisté il
Griffi vivamente. - Te ne prego...
- Mah... ancora ufficiale, che so! - riprese il Valdoggi
alzando le spalle. - Capitano, per lo meno... Ti ricordi?
Oh, e Artaserse?... ti ricordi d'Artaserse, il tenentino?
- Sì... sì... - rispose Lao Griffi, quasi piangendo. -
Artaserse... Eh, altro!
- Chi sa che ne è!
- Chi sa! - ripeté l'altro con solenne e cupa gravità,
sgranando gli occhi.
- Io ti credevo a Udine... - riprese il Valdoggi, per
cambiar discorso.
Ma il Griffi sospirò, astratto e assorto:
- Artaserse...
Poi si scosse di scatto e domandò:
- E tu? Anche tu dimesso, è vero? Che t' è accaduto?
- Nulla a me, - rispose il Valdoggi. - Terminai a Roma il
servizio,..
- Ah, già! Tu, allievo ufficiale... Ricordo benissimo: non
ci badare... Ricordo, ricordo...
La conversazione languì. Il Griffi guardò la vecchierella
che gli stava a fianco appisolata.
- Mia madre! - disse, accennandola con espressione di
profonda tristezza nella voce e nel gesto.
Il Valdoggi, senza saper perché, sospirò.
- Dorme, poverina...
Il Griffi contemplò un pezzo sua madre in silenzio. Le prime
sviolinate d'un concerto di ciechi nel Caffè lo scossero, e
si rivolse al Valdoggi.
- A Udine, dunque. Ti ricordi? io avevo domandato che mi
s'ascrivesse o al reggimento di Udine, perché contavo, in
qualche licenza d'un mese, di passare i confini (senza
disertare), per visitare un po' l'Austria... Vienna: dicono
ch'è tanto bella!... e un po' la Germania; oppure al
reggimento di Bologna per visitar l'Italia di mezzo:
Firenze, Roma... Nel peggior dei casi, rimanere a Potenza
nel peggiore dei casi, bada! Orbene, il Governo mi lasciò a
Potenza, capisci? A Potenza, a Potenza! Economie...
economie... E si rovina, si assassina così un pover uomo!
Pronunziò quest'ultime parole con voce così cangiata e
vibrante, con gesti così insoliti, che molti avventori si
voltarono a guardarlo dai tavolini intorno, e qualcuno
zittì.
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La madre si destò di soprassalto e, accomodandosi in
fretta il gran nodo sotto il mento, gli disse:
- Lao, Lao... ti prego, sii buono...
Il Valdoggi lo squadrò, tra stordito e stupito, non
sapendo come regolarsi.
- Vieni, vieni Valdoggi, - riprese il Griffi, lanciando
occhiatacce alla gente che si voltava. - Vieni...
Alzati, mamma. Ti voglio raccontare... O paghi tu, o
pago io... Pago io, lascia fare...
Il Valdoggi cercò d'opporsi, ma il Griffi volle pagar
lui: si alzarono e si diressero tutti e tre verso Piazza
dell'Indipendenza.
- A Vienna, - riprese il Griffi, appena si furono
allontanati dal Caffè, - è come se io ci fossi stato
veramente. Sì... Ho letto guide, descrizioni... ho
domandato notizie, schiarimenti a viaggiatori che ci
sono stati... ho veduto fotografie, panorami, tutto...
posso insomma parlarne benissimo, quasi con cognizione
di causa, come si dice. E così di tutti quei paesi della
Germania che avrei potuto visitare, passando i confini,
nel mio giretto d'un mese. Sì... Di Udine, poi, non ti
parlo: ci sono stato addirittura; ci son voluto andare
per tre giorni, e ho veduto tutto, tutto esaminato: ho
cercato di viverci tre giorni la vita che avrei potuto
viverci, se il Governo assassino non m'avesse lasciato a
Potenza. Lo stesso ho fatto a Bologna. E tu non sai ciò
che voglia dire vivere la vita che avresti potuto
vivere, se un caso indipendente dalla tua volontà, una
contingenza imprevedibile, non t'avesse distratto,
deviato, spezzato talvolta l'esistenza, com'è avvenuto a
me, capisci? a me...
- Destino! - sospirò a questo punto con gli occhi bassi
la vecchia madre.
- Destino!... - si rivolse a lei il figlio, con ira. -
Tu ripeti sempre codesta parola che mi dà ai nervi
maledettamente, lo sai! Dicessi almeno imprevidenza,
predisposizione... Quantunque, sì - la previdenza! a che
ti giova? Si è sempre esposti, sempre, alla discrezione
della sorte. Ma guarda, Valdoggi, da che dipende la vita
d'un uomo... Forse non potrai intendermi bene neanche
tu; ma immagina un uomo, per esempio, che sia costretto
a vivere, incatenato, con un'altra creatura, contro la
quale covi un intenso odio, soffocato ora per ora dalle
più amare riflessioni: immagina! Oh, un bel giorno,
mentre sei a colazione - tu qui, lei lì - conversando,
ella ti narra che, quand'era bambina, suo padre fu sul
punto di partire, poniamo, per l'America, con tutta la
famiglia, per sempre; oppure, che mancò poco ella non
restasse cieca per aver voluto un giorno ficcare il naso
in certi congegni chimici del padre. Orbene: tu che
soffri l'inferno a cagione di questa creatura, puoi
sottrarti alla riflessione che, se un caso o l'altro (probabilissimi
entrambi) fosse avvenuto, la tua vita non sarebbe quella
che è: «Oh fosse avvenuto! Tu saresti cieca, mia cara;
io non sarei certamente tuo marito!». E immagineresti,
magari commiserandola, la sua vita da cieca e la tua da
scapolo, o in compagnia di un'altra donna qualsiasi...
- Ma perciò ti dico che tutto è destino - disse ancora
una volta, convintissima, senza scomporsi, la
vecchierella, a occhi bassi, andando con passo pesante.
- Mi dai ai nervi! - urlò questa volta, nella piazza
deserta, Lao Griffi. - Tutto ciò che avviene doveva
dunque fatalmente avvenire? Falso! Poteva non avvenire,
se... E qui mi perdo io: in questo se! Una mosca
ostinata che ti molesti, un movimento che tu fai per
scacciarla, possono di qui a sei, a dieci, a quindici
anni, divenir causa per te di chi sa quale sciagura. Non
esagero, non esagero! È certo che noi, vivendo, guarda,
esplichiamo - così - lateralmente, forze imponderate,
inconsiderate - oh, premetti questo. Da per sé, poi,
queste forze si esplicano, si svolgono latenti, e ti
tendono una rete, un'insidia che tu non puoi scorgere,
ma che alla fine t'avviluppa, ti stringe, e tu allora ti
trovi preso, senza saperti spiegar come e perché. E
così! I piaceri d'un momento, i desiderii immediati ti
s'impongono, è inutile! La natura stessa dell'uomo,
tutti i tuoi sensi te li reclamano così spontaneamente e
imperiosamente, che tu non puoi loro resistere; i danni,
le sofferenze che possono derivarne non ti s'affacciano
al pensiero con tal precisione, né la tua immaginativa
può presentir questi danni, queste sofferenze, con tanta
forza e tale chiarezza, che la tua inclinazione
irresistibile a soddisfar quei desiderii, a prenderti
quei piaceri ne è frenata. Se talvolta, buon Dio,
neppure la coscienza dei mali immediati è ritegno che
basti contro ai desiderii! Noi siamo deboli creature...
Gli ammaestramenti, tu dici, dell'esperienza altrui? Non
servono a nulla. Ciascuno può pensare che l'esperienza è
frutto che nasce secondo la pianta che lo produce e il
terreno in cui la pianta è germogliata; e se io mi
credo, per esempio, rosajo nato a produr rose, perché
debbo avvelenarmi col frutto attossicato colto
all'albero triste della vita altrui? No, no. - Noi siamo
deboli creature... - Non destino, dunque, né fatalità.
Tu puoi sempre risalire alla causa de' tuoi danni o
delle tue fortune; spesso, magari, non la scorgi; ma non
di meno la causa c'è: o tu o altri, o questa cosa o
quella. È proprio così, Valdoggi; e senti: mia madre
sostiene ch'io sono aberrato, ch'io non ragiono...
- Ragioni troppo, mi pare... - affermò il Valdoggi, già
mezzo intontito.
- Sì! E questo è il mio male! - esclamò con viva
spontanea sincerità Lao Griffi, sbarrando gli occhi
chiari. - Ma io vorrei dire a mia madre: senti, io sono
stato imprevidente, oh! - quanto vuoi... - ero anche
predisposto, predispostissimo al matrimonio - concedo!
Ma è forse detto che a Udine o a Bologna avrei trovato
un'altra Margherita? (Margherita era il nome di mia
moglie).
- Ah, - fece il Valdoggi. - T'è morta?
Lao Griffi si cangiò subito in volto e si cacciò le mani
in tasca, stringendosi nelle spalle.
La vecchierella chinò il capo e tossì leggermente.
- L'ho uccisa! - rispose Lao Griffi seccamente. Poi
domandò: - Non hai letto nei giornali? Credevo che
sapessi...
- Non... non so nulla... - disse il Valdoggi sorpreso,
impacciato, afflitto d'aver toccato un tasto che non
doveva, ma pur curioso di sapere.
- Te lo racconterò, - riprese il Griffi. - Esco adesso
dal carcere. Cinque mesi di carcere... Ma, preventivo,
bada! Mi hanno assolto. Eh sfido! Ma se mi lasciavano
dentro, non credere che me ne sarebbe importato! Dentro
o fuori, ormai, carcere lo stesso! Così ho detto ai
giurati: «Fate di me ciò che volete: condannatemi,
assolvetemi; per me è lo stesso. Mi dolgo di quel che ho
fatto, ma in quell'istante terribile non seppi, né potei
fare altrimenti. Chi non ha colpa, chi non ha da
pentirsi, è uomo libero sempre; anche se voi mi date la
catena, sarò libero sempre, internamente: del di fuori
ormai non m'importa più nulla». E non volli dir altro,
né volli discolpe d'avvocato. Tutto il paese però sapeva
bene che io, la temperanza, la morigeratezza in persona,
avevo fatto per lei un monte di debiti... ch'ero stato
costretto a dimettermi... E poi... ah poi... Me lo sai
dire come una donna, dopo esser costata tanto a un uomo,
possa far quello che mi fece colei? Infame! Ma sai? con
queste mani... Ti giuro che non volevo ucciderla; volevo
sapere come avesse fatto, e glielo domandavo,
scotendola, afferrata, così, per la gola... Strinsi
troppo. Lui s'era buttato giù dalla finestra, nel
giardino... Il suo ex-fidanzato... Sì, lo aveva prima
piantato, come si dice, per me: per il simpatico
ufficialetto... E guarda, Valdoggi! Se quello sciocco
non si fosse allontanato per un anno da Potenza, dando
così agio a me d'innamorarmi per mia sciagura di
Margherita, a quest'ora quei due sarebbero senza dubbio
marito e moglie, e probabilmente felici... Sì. Li
conoscevo bene tutti e due: erano fatti per intendersi a
meraviglia. Posso benissimo, guarda, immaginarmi la vita
che avrebbero vissuto insieme. Me l'immagino, anzi.
Posso crederli vivi entrambi, quando voglio, laggiù a
Potenza, nella loro casa... So finanche la casa dove
sarebbero andati ad abitare, appena sposi. Non ho che da
metterci Margherita, viva, come tante volte, figurati,
nelle varie occorrenze della vita l'ho veduta... Chiudo
gli occhi e la vedo per quelle stanze, con le finestre
aperte al sole: vi canta con la sua vocina tutta trilli
e scivoli. Come cantava! Teneva, così, le manine
intrecciate sul capo biondo. «Buon dì, sposa felice!» -
Figli, non ne avrebbero, sai? Margherita non poteva
farne... Vedi? Se follia c'è, è questa la mia follia...
Posso veder tutto ciò che sarebbe stato, se quel che è
avvenuto non fosse avvenuto. Lo vedo, ci vivo; anzi vivo
lì soltanto... Il se, insomma, il se, capisci?
Tacque un buon tratto, poi esclamò con tanta
esasperazione, che il Valdoggi si voltò a guardarlo,
credendo che piangesse:
- E se mi avessero mandato a Udine?
La vecchierella non ripeté questa volta: Destino! Ma se
lo disse certo in cuore. Tanto vero, che scosse
amaramente il capo e sospirò piano, con gli occhi sempre
a terra, movendo sotto il mento tutti i grillotti
d'argento di quei due nastri da corona mortuaria.
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