Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
12. Amicissimi
Gigi Mear, in pipistrello quella mattina (eh, con la
tramontana, dopo i quaranta non ci si scherza più!), il
fazzoletto da collo tirato su e rinvoltato con cura fin
sotto il naso, un pajo di grossi guanti inglesi alle mani;
ben pasciuto, liscio e rubicondo, aspettava sul Lungo Tevere
de' Mellini il tram per Porta Pia, che doveva lasciarlo,
come tutti i giorni, in Via Pastrengo, innanzi alla Corte
dei Conti, ove era impiegato.
Conte di nascita, ma purtroppo senza più né contea né
contanti, Gigi Mear aveva nella beata incoscienza
dell'infanzia manifestato al padre il nobile proposito
d'entrare in quell'ufficio dello Stato credendo allora
ingenuamente che fosse una Corte, in cui ogni conte avesse
il diritto d'entrare.
È noto a tutti ormai che i tram non passano mai, quando sono
aspettati. Piuttosto si fermano a mezza via per interruzione
di corrente, o preferiscono d'investire un carro o di
schiacciare magari un pover uomo. Bella comodità, non
pertanto, tutto sommato.
Quella mattina intanto tirava la tramontana, gelida,
tagliente, e Gigi Mear pestava i piedi guardando l'acqua
aggricciata del fiume, che pareva sentisse un gran freddo
anch'esso, poverino, lì, come in camicia, tra quelle dighe
rigide, scialbe, della nuova arginatura.
Come Dio volle, dindìn, dindìn: ecco il tram. E Gigi Mear si
disponeva a montarvi senza farlo fermare, quando, dal nuovo
Ponte Cavour, si sentì chiamare a gran voce:
- Gigin! Gigin!
E vide un signore che gli correva incontro gestendo come un
telegrafo ad asta. Il tram se la filò. In compenso, Gigi
Mear ebbe la consolazione di trovarsi tra le braccia d'uno
sconosciuto, suo intimo amico, a giudicarne dalla violenza
con cui si sentiva baciato, là, là, sul fazzoletto di seta
che gli copriva la bocca.
- T'ho riconosciuto subito, sai, Gigin! Subito! Ma che vedo?
Già venerando? Ih, ih, tutto bianco! E non ti vergogni? un
altro bacio, permetti, Gigione mio? per la tua santa
canizie! Stavi qua fermo - mi pareva che stessi ad
aspettarmi. Quando t'ho visto alzar le braccia per montare
su quel demonio, m'è parso un tradimento, m'è parso!
- Già! - fece il Mear, forzandosi a sorridere. - Andavo
all'ufficio.
- Mi farai il piacere di non parlare di porcherie in questo
momento!
- Come?
- Così! Te lo comando io.
- Pregare sempre, che c'entra! Sai che sei un bel tipo?
- Sì, lo so. Ma tu non m'aspettavi, è vero? Eh, ti vedo
all'aria; non m'aspettavi.
- No... per dire la verità...
- Sono arrivato jersera. E ti porto i saluti di tuo
fratello, il quale... ti faccio ridere! voleva darmi un
biglietto di presentazione per te. - Come! dico. Per
Gigione? Ma sa che io l'ho conosciuto prima di lei, per modo
di dire: amici d'infanzia, perdio, ci siamo rotti tante
volte reciprocamente la testa... Compagni poi
d'Università... La gran Padova, Gigione, ti ricordi? il
campanone, che tu non sentivi mai, mai, dormendo come un...
diciamo ghiro, eh? ti toccherebbe porco, però. Basta. Una
volta sola lo sentisti, e ti parve che chiamassero al fuoco!
Bei tempi! Tuo fratello sta benone, sai, grazie a Dio.
Abbiamo combinato insieme un certo affaruccio, e sono qua
per questo. Oh, ma tu che hai? Sei funebre. Hai preso
moglie?
- No, caro! - esclamò Gigi Mear, riscotendosi.
- Stai per prenderla?
- Sei matto? Dopo i quaranta? Neanche per sogno!
- Quaranta? E se fossero cinquanta, Gigione, e sonati? Ma
già, tu hai la specialità di non sentir sonare mai niente:
né le campane né gli anni, me ne scordavo. Cinquanta,
cinquanta, caro, te l'assicuro io, sonati. Sospiriamo! la
faccenda comincia a farsi un po' seria. Sei nato... aspetta:
nell'aprile del 1851, è vero o non è vero? 12 aprile.
- Maggio, se permetti, e mille ottocento cinquantadue, se
permetti, - corresse il Mear, sillabando, indispettito. - O
vuoi saperlo meglio di me, adesso? Dodici maggio 1852.
Dunque, finora, quarantanove anni e qualche mese.
- E niente moglie! Benissimo. Io sì, sai? Ah, una tragedia:
ti farò schiattare dalle risa. Restiamo intesi, intanto, oh!
che tu mi hai invitato a pranzo. Dove divori di questi
tempi? Sempre dal vecchio Barba?
- Ah, - esclamò con crescente stupore Gigi Mear, - sai anche
del vecchio Barba? C'eri forse anche tu?
- Io? Da Barba? Come vuoi ci fossi, se sto a Padova? Me
l'hanno detto e mi hanno raccontato le belle prodezze che vi
fai, con gli altri commensali, in quella vecchia... debbo
dire bettola, macelleria, trattoria?
- Bettola, bettolaccia, - rispose il Mear, - ma adesso...
eh, se devi desinare con me, bisogna che avverta a casa mia,
la serva...
- Giovane?
- Eh no, vecchia, caro, vecchia! E da Barba, sai? non ci
vado più, e prodezze, basta, da tre anni ormai. A una certa
età...
- Dopo i quaranta!
- Dopo i quaranta, bisogna avere il coraggio di voltar le
spalle a un cammino che, seguitando, ti porterebbe al
precipizio. Scendere, va bene, ma pian pianino, pian
pianino, senza ruzzolare. Ecco, vieni su. Sto qua. Ti fo
vedere come mi son messa per benino la casetta.
- Pian pianino... per benino... la casetta... - cominciò a
dire l'amico, salendo la scala, dietro Gigi Mear. - Ma tu mi
parli anche in diminutivi, adesso, e sei così grosso, così
superlativo, povero Gigione mio! Che t'hanno fatto? T'hanno
bruciato la coda? Vuoi farmi piangere?
- Mah! - fece il Mear, aspettando sul pianerottolo che la
serva venisse ad aprire la porta. - Bisogna prenderla ormai
con le buone questa vitaccia, carezzarla, carezzarla coi
diminutivi, o te la fa. Non voglio mica ridurmi alla fossa a
quattro piedi, io.
- Ah tu credi l'uomo bipede? - scattò l'altro, a questo
punto. - Non lo dire, Gigione! So io che sforzi faccio certi
momenti a tenermi ritto su due zampe soltanto. Credi, amico
mio: a lasciar fare alla natura, noi saremmo, per
inclinazione, tutti quadrupedi. La meglio cosa! Più comodi,
ben posati, sempre in equilibrio... Quante volte mi butterei
a camminare a terra, così con le mani puntute, gattone!
Questa maledetta civiltà ci rovina! Quadrupede, io sarei una
bella bestia selvaggia; quadrupede, ti sparerei un pajo di
calci nel ventre per le bestialità che hai detto;
quadrupede, non avrei moglie, né debiti, né pensieri... Vuoi
farmi piangere? Me ne vado!
Gigi Mear, intontito dalla buffonesca loquela di quel suo
amico piovuto dal cielo, lo osservava mettendo a tortura la
memoria per sapere come diamine si chiamasse, come e quando
lo avesse conosciuto, a Padova, da ragazzo o da studente
d'Università; e passava e ripassava in rassegna tutti i suoi
intimi amici d'allora, invano: nessuno rispondeva alla
fisonomia di questo. Non ardiva intanto di domandargli uno
schiarimento. L'intimità che esso gli dimostrava era tanta e
tale, che temeva d'offenderlo. Si propose di riuscirvi con
l'astuzia.
La serva tardava ad aprire: non s'aspettava il padrone così
presto di ritorno. Gigi Mear sonò di nuovo, e quella venne
alla fine, ciabattando.
- Vecchia mia, - le disse il Mear. - Eccomi di ritorno, e in
compagnia. Apparecchierai per due, oggi, e disimpégnati! Con
questo mio amico, che ha un nome curiosissimo, non si
scherza, bada!
- Antropofago Capribarbicornìpede! - esclamò l'altro con un
versaccio, che lasciò la vecchietta perplessa, se sorriderne
o farsi la croce. - E nessuno vuol più saperne, di questo
mio bel nome, vecchia! I direttori delle banche arricciano
il naso, gli strozzini strabiliano. Soltanto mia moglie è
stata felicissima di prenderselo; ma il nome soltanto, veh!
le ho lasciato prendere. Me, no! me, no! Son troppo bel
giovine, per l'anima di tutti i diavoli! Su, Gigione, poiché
hai codesta debolezza, mostrami adesso le tue miserie. Tu
vecchia, subito: - Biada alla bestia!
Il Mear, sconfitto, se lo portò in giro per le cinque
stanzette del quartierino arredate con cura amorosa, con la
cura di chi non voglia trovar più nulla da desiderare fuori
della propria casa, fatto il proponimento di diventar
chiocciola. Salottino, camera da letto, stanzino da bagno,
sala da pranzo, studiolo.
Inizio
pagina
Nel salottino, il suo stupore e la sua tortura
s'accrebbero nel sentir parlare l'amico delle cose più
intime e particolari della sua famiglia, guardando le
fotografie disposte su la mensola.
- Gigione! Vorrei un cognato come questo tuo. Sapessi
quant'è birbone il mio!
- Tratta forse male tua sorella?
- Tratta male me! E gli sarebbe così facile ajutarmi, in
questi frangenti... Ma!
- Scusa, - disse il Mear, - non ricordo più come si
chiami tuo cognato...
- Lascia fare! non te lo puoi ricordare: non lo conosci.
Sta a Padova da due anni appena. Sai che m'ha fatto? Tuo
fratello, tanto buono con me, m'aveva promesso ajuto, se
quella canaglia m'avesse avallato le cambiali... Lo
crederesti? M'ha negato la firma! E allora tuo fratello,
che alla fin fine, benché amicissimo, è un estraneo, ne
ha fatto a meno, tanto se n'è indignato... È vero che il
nostro negozio è sicuro... Ma se ti dicessi la ragione
del rifiuto di mio cognato! Sono ancora un bel giovine:
non puoi negarlo: simpaticone, non fo per dire. Bene: la
sorella di mio cognato ha avuto la cattiva ispirazione
d'innamorarsi di me, poverina. Ottimo gusto, ma poco
discernimento. Figurati se io... Basta. S'è avvelenata.
- Morta? - domandò il Mear, restando.
- No. Ha vomitato un pochino ed è guarita. Ma io,
capirai, non ho potuto metter più piede in casa di mio
cognato, dopo questa tragedia. Mangiamo, santo Dio, sì o
no? io non ci vedo più dalla fame. Allupo!
Poco dopo, a tavola, Gigi Mear, oppresso dalle
espansioni d'affetto dell'amico, che lo caricava di male
parole e per miracolo non lo picchiava, cominciò a
domandargli notizie di Padova e di questo e di quello,
sperando di fargli uscir di bocca il proprio nome, così
per caso, o sperando almeno, nell'esasperazione
crescente di punto in punto, che gli avvenisse di
distrarsi dalla fissazione di venirne a capo, parlando
d'altro.
- E di' un po', e quel Valverde, direttore della Banca
d'Italia, con quella moglie bellissima e quel magnifico
mostro di sorella, guercia, per giunta, se non
m'inganno? Ancora a Padova?
L'amico, a questa interrogazione, scoppiò a ridere a
crepapelle.
- Che cos'è? - riprese il Mear, incuriosito. - Non è
forse guercia?
- Sta' zitto! sta' zitto! - pregò l'altro che non
riusciva a frenar le risa, come in una convulsione. -
Guercissima. E con un naso, Dio liberi, che le lascia
vedere il cervello. È quella!
- Quella, chi?
- Mia moglie!
Gigi Mear restò intronato e poté a mala pena balbettare
qualche sciocca scusa. Ma quegli riprese a ridere più
forte e più a lungo di prima. Alla fine si quietò,
aggrottò le ciglia, trasse un profondo sospiro.
- Caro mio, - disse, - ci sono eroismi ignorati nella
vita, che la più sbrigliata fantasia di poeta non potrà
mai arrivare a concepire!
- Eh sì! - sospirò il Mear. - Hai ragione...
comprendo...
- Non comprendi un corno! - negò subito l'altro. - Credi
che io voglia alludere a me? Io, l'eroe? Tutt'al più, la
vittima potrei essere. Ma neppure. L'eroismo è stato
quello di mia cognata: la moglie di Lucio Valverde.
Senti un po': cieco, stupido, imbecille...
- Io?
- No, io, io: potei lusingarmi che la moglie di Lucio
Valverde si fosse innamorata di me, fino al punto di
fare un torto al marito che, in coscienza, puoi
crederlo, Gingin, se lo sarebbe meritato. Ma che! Ma
che! Sai che era invece? Disinteressato spirito di
sacrificio. Sta' a sentire. Valverde parte, o meglio,
finge di partire come si fa di solito (d'intesa, certo,
con lei). E lei allora mi riceve in casa. Venuto il
momento tragico della sorpresa, mi caccia in camera
della cognata guercia, la quale, accogliendomi tutta
tremante e pudibonda, aveva l'aria di sacrificarsi anche
lei per la pace e per l'onore del fratello. Io ebbi
appena il tempo di gridare: «Ma abbia pazienza, signora
mia, com'è possibile che Lucio creda sul serio...». Non
potei finire; Lucio irruppe, furibondo, nella camera, e
il resto te lo puoi immaginare.
- E come? - esclamò Gigi Mear, - tu, col tuo spirito...
- E le mie cambiali? - gridò l'altro. - Le mie cambiali
in sofferenza, di cui Valverde m'accordava la
rinnovazione per le finte buone grazie della moglie? Ora
me le avrebbe protestate ipso facto, capisci? E mi
avrebbe rovinato. Vilissimo ricatto! Non ne parliamo
più, ti prego. In fin de' conti, visto e considerato che
non ho neppure un soldo di mio e che non ne avrò mai,
visto e considerato che non ho intenzione di prender
moglie...
- Come! - lo interruppe, a questo punto, Gigi Mear. - Se
hai sposato!
- Io? Ah, io no, davvero! Lei mi ha sposato, lei sola.
Io, per conto mio, gliel'ho detto avanti. Patti chiari,
amici cari: «Lei, signorina, vuole il mio nome? E se lo
pigli pure: non so proprio che farmene! Ma basta, eh?».
- Cosicché, - arrischiò Gigi Mear, gongolante, - non c'è
altro; prima si chiamava Valverde e ora si chiama...
- Purtroppo! - sbuffò l'altro, alzandosi di tavola.
- Ah no, senti! - esclamò Gigi Mear, non potendone più e
prendendo il coraggio a due mani. - Tu m'hai fatto
passare una mattinata deliziosa: io ti ho accolto come
un fratello: ora mi devi fare un favore...
- Vorresti, per caso, in prestito, mia moglie?
- No, grazie! Voglio che tu mi dica come ti chiami.
- Io? come mi chiamo io? - domandò l'amico, sentendosi
cascar dalle nuvole e appuntandosi l'indice d'una mano
sul petto, quasi non credesse a se stesso. - E che vuol
dire? non lo sai? Non ti ricordi più?
- No - confessò, avvilito, il Mear. - Scusami, chiamami
l'uomo più smemorato della terra; ma io proprio potrei
giurare di non averti mai conosciuto.
- Ah sì? Ah, benissimo! benissimo! - riprese quegli. -
Caro Gigione mio, qua la mano. Ti ringrazio con tutto il
cuore del pranzo e della compagnia, e me ne vado senza
dirtelo. Figurati!
- Tu me lo dirai, perdio! - scattò Gigi Mear, balzando
in piedi. - Mi sono torturato il cervello un'intera
mattinata! Non ti faccio uscire di qua, se non me lo
dici.
- Ammazzami, - rispose l'amico impassibile, - tagliami a
pezzi; non te lo dirò.
- Via, sii buono! - riprese, cangiando tono, il Mear. -
Non avevo mai sperimentato prima d'ora... guarda, questa
mia mancanza di memoria, e ti giuro che mi fa una
penosissima impressione: tu, in questo momento,
rappresenti un incubo per me. Dimmi come ti chiami, per
carità!
- Vattelapesca.
- Te ne scongiuro! Vedi: la dimenticanza non m'ha
impedito di farti sedere alla mia tavola; e, del resto,
quand'anche non t'avessi mai conosciuto, quand'anche tu
non fossi mai stato amico mio, lo sei diventato adesso e
carissimo, credi! sento per te una simpatia fraterna, ti
ammiro, ti vorrei sempre con me: dunque, dimmi come ti
chiami!
- E inutile, sai, - concluse l'altro, - non mi seduci.
Sii ragionevole: vuoi che mi privi adesso di questo
inatteso godimento, di farti restare cioè con un palmo
di naso, senza sapere a chi tu abbia dato da mangiare?
No, via: pretendi troppo, e si vede proprio che non mi
conosci più. Se vuoi che non ti serbi rancore
dell'indegna dimenticanza, lasciami andar via così.
- Vattene via subito, allora, te ne scongiuro! - esclamò
Gigi Mear, esasperato. - Non ti posso più vedere innanzi
a me!
- Me ne vado, sì. Ma prima un bacetto, Gigione: me ne
riparto domani...
- Non te lo do! - gridò il Mear, - se non mi dici...
- Basta, no, no, basta. E allora, addio, eh? - troncò
l'altro.
E se n'andò ridendo e voltandosi per la scala a
salutarlo con la mano, ancora una volta.
Inizio pagina