Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
11. E due !
Dopo aver vagato a lungo per il quartiere addormentato dei
Prati di Castello, rasentando i muri delle caserme,
sfuggendo istintivamente il lume dei lampioni sotto gli
alberi dei lunghissimi viali, pervenuto alla fine sul
Lungotevere dei Mellini, Diego Bronner montò, stanco, sul
parapetto dell'argine deserto e vi si pose a sedere, volto
verso il fiume, con le gambe penzoloni nel vuoto.
Non un lume acceso nelle case di fronte, della Passeggiata
di Ripetta, avvolte nell'ombra e stagliate nere nel chiaror
lieve e ampio che, di là da esse, la città diffondeva nella
notte. Immobili, le foglie degli alberi del viale, lungo
l'argine. Solo, nel gran silenzio, s'udiva un lontanissimo
zirlio di grilli e - sotto - il cupo borbogliare delle acque
nere del fiume, in cui, con un tremolio continuo,
serpentino, si riflettevano i lumi dell'argine opposto.
Correva per il cielo una trama fitta d'infinite nuvolette
lievi, basse, cineree, come se fossero chiamate in fretta di
là, di là, verso levante, a un misterioso convegno, e pareva
che la luna, dall'alto, le passasse in rassegna.
Il Bronner stette un pezzo col volto in su a contemplar
quella fuga, che animava con così misteriosa vivacità il
silenzio luminoso di quella notte di luna. A un tratto udì
un rumor di passi sul vicino ponte Margherita e si volse a
guardare.
Il rumore dei passi cessò.
Forse qualcuno, come lui, s'era messo a contemplare quelle
nuvolette e la luna che le passava in rassegna, o il fiume
con quei tremuli riflessi dei lumi nell'acqua nera fluente.
Trasse un lungo sospiro e tornò a guardare in cielo, un po'
infastidito della presenza di quell'ignoto, che gli turbava
il triste piacere di sentirsi solo. Ma egli, qua, era
nell'ombra degli alberi: pensò che colui, dunque, non
avrebbe potuto scorgerlo; e quasi per accertarsene, si voltò
di nuovo a guardare.
Presso un fanale imbasato sul parapetto del ponte scorse un
uomo in ombra. Non comprese dapprima che cosa colui stesse a
far lì, silenziosamente. Gli vide posare come un involto su
la cimasa, a piè del fanale. - Involto? No: era il cappello.
E ora? che! Possibile? Ora scavalcava il parapetto.
Possibile?
Istintivamente il Bronner si trasse indietro col busto,
protendendo le mani e strizzando gli occhi; si restrinse
tutto in sé; udì il tonfo terribile nel fiume.
Un suicidio? Così?
Riaprì gli occhi, riaffondò lo sguardo nel bujo. Nulla.
L'acqua nera. Non un grido. Nessuno. Si guardò attorno.
Silenzio, quiete. Nessuno aveva veduto? nessuno udito? E
quell'uomo intanto affogava... E lui non si moveva,
annichilito. Gridare? Troppo tardi, ormai. Raggomitolato
nell'ombra, tutto tremante, lasciò che la sorte atroce di
quell'uomo si compisse, pur sentendosi schiacciare dalla
complicità del suo silenzio con la notte, e domandandosi di
tratto in tratto: «Sarà finito? sarà finito?» come se con
gli occhi chiusi vedesse quell'infelice dibattersi nella
lotta disperata col fiume.
Riaprendo gli occhi, risollevandosi, dopo quel momento
d'orribile angoscia, la quiete profonda della città
dormente, vegliata dai fanali, gli parve un sogno. Ma come
guizzavano ora quei riflessi dei lumi nell'acqua nera!
Rivolse paurosamente lo sguardo al parapetto del ponte: vide
il cappello lasciato lì da quell'ignoto. Il fanale lo
illuminava sinistramente. Fu scosso da un lungo brivido alle
reni, e col sangue che gli frizzava ancora per le vene, in
preda a un tremito convulso di tutti i muscoli, come se quel
cappello là potesse accusarlo, scese e, cercando l'ombra,
s'avviò rapidamente verso casa.
- Diego, che hai?
- Nulla, mamma. Che ho?
- No, mi pareva... È già tardi...
- Non voglio che tu m'aspetti, lo sai; te l'ho detto tante
volte. Lasciami rincasare quando mi fa comodo.
- Sì, sì. Ma vedi, stavo a cucire... Vuoi che t'accenda il
lumino da notte?
- Dio, me lo domandi ogni sera!
La vecchia madre, come sferzata da questa risposta alla
domanda superflua, corse, curva, trascinando un po' una
gamba, ad accendergli in camera il lumino da notte e a
preparargli il letto.
Egli la seguì con gli occhi, quasi con rancore; ma, com'ella
scomparve dietro l'uscio, trasse un sospiro di pietà per
lei. Subito però il fastidio lo riprese.
E rimase lì ad aspettare, senza saper perché, né che cosa,
in quella tetra saletta d'ingresso che aveva il soffitto
basso basso, di tela fuligginosa, qua e là strappata e con
lo strambello pendente, in cui le mosche s'eran raccolte e
dormivano a grappoli.
Vecchi arredi decaduti, mescolati con rozzi mobili e oggetti
nuovi di sartoria, stipavano quella saletta: una macchina da
cucire, due impettiti manichini di vimini, una tavola liscia
massiccia per tagliarvi le stoffe, con un grosso pajo di
forbici, il gesso, il metro e alcuni smorfiosi giornali di
moda.
Ma, ora, il Bronner, percepiva appena tutto questo.
S'era portato con sé, come uno scenario, lo spettacolo di
quel cielo corso da quelle nuvolette basse e lievi; e del
fiume con quei riflessi dei fanali; lo spettacolo di quelle
alte case nell'ombra, là dirimpetto stagliate nel chiarore
della città, e di quel ponte con quel cappello... E
l'impressione spaventosa, come di sogno, dell'impassibilità
di tutte quelle cose ch'erano con lui là, presenti, più
presenti di lui, perché lui, anzi, nascosto nell'ombra degli
alberi, era veramente come se non ci fosse. Ma il suo
orrore, lo sconvolgimento, adesso, erano appunto per questo,
per esser egli rimasto lì in quell'attimo come quelle cose,
presente e assente, notte, silenzio, argine, alberi, lumi,
senza gridare ajuto, come se non ci fosse; e il sentirsi ora
qua stordito, stralunato, come se quello che aveva veduto e
sentito, lo avesse sognato.
A un tratto vide venire a posarsi con un balzo agile e
netto, là su la tavola massiccia, il grosso gatto bigio di
casa. Due occhi verdi, immobili e vani.
Ebbe un momentaneo terrore di quegli occhi, e aggrottò le
ciglia, urtato.
Pochi giorni addietro, quel gatto era riuscito a far cadere
dal muro di quella saletta una gabbia col cardellino, di cui
sua madre aveva cura amorosa. Con industriosa e paziente
ferocia, cacciando le granfie di tra le gretole, l'aveva
tratto fuori e se l'era mangiato. La madre non se ne sapeva
ancora dar pace; anche lui pensava tuttora allo scempio di
quel cardellino; ma il gatto, eccolo là: del tutto ignaro
del male che aveva fatto. Se egli lo avesse cacciato via da
quella tavola sgarbatamente, non ne avrebbe mica capito il
perché.
Ed ecco già due prove contro di lui, quella sera. Due altre
prove. E questa seconda gli balzava innanzi all'improvviso,
con quel gatto; come all'improvviso gli era venuta l'altra,
con quel suicidio dal ponte. Una prova; che egli non poteva
essere come quel gatto là che, compiuto uno scempio, un
momento dopo non ci pensava più; l'altra prova: che gli
uomini, alla presenza d'un fatto, non potevano restare
impassibili come le cose, per quanto come lui si forzassero,
non solo a non parteciparvi, ma anche a tenersene quasi
assenti.
La dannazione del ricordo in sé, e il non poter sperare che
gli altri dimenticassero. Ecco. Queste due prove. Una
dannazione e una disperazione.
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Che modo nuovo di guardare avevano acquistato da un
pezzo in qua i suoi occhi? Guardava sua madre, ritornata
or ora dall'avergli apparecchiato il letto di là e
acceso il lumino da notte, e la vedeva non più come sua
madre, ma come una povera vecchia qualunque, quale essa
era per sé, con quel grosso porro accanto alla pinna
destra del naso un po' schiacciato, le guance esangui e
flaccide, striate da venicciuole violette, e quegli
occhi stanchi che subito, sotto lo sguardo di lui così
stranamente spietato, le s'abbassavano, ecco, dietro gli
occhiali, quasi per vergogna, di che? Ah, egli lo sapeva
bene, di che. Rise d'un brutto riso; disse:
- Buona notte, mamma.
E andò a chiudersi in camera.
La vecchia madre, piano piano per non farsi sentire, si
rimise a sedere nella saletta e a cucire: a pensare.
Dio, perché così pallido e stravolto, quella notte?
Bere, non beveva, o almeno dal fiato non si sentiva. Ma
se fosse ricaduto in mano dei cattivi compagni che lo
avevano rovinato, o fors'anche di peggiori?
Questa era la paura sua più grave.
Tendeva di tanto in tanto l'orecchio per sentire che
cosa egli facesse di là, se si fosse coricato, se già
dormisse; e intanto ripuliva gli occhiali, che a ogni
sospiro le s'appannavano. Lei, prima d'andare a letto,
voleva finire quel lavoro. La pensioncina che il marito
le aveva lasciato, non bastava più, ora che Diego aveva
perduto l'impiego. E poi accarezzava un sogno, che pur
sarebbe stato la sua morte: metter tanto da parte,
lavorando e risparmiando, da mandare il figlio lontano,
in America. Perché qua, lo capiva, il suo Diego, ora,
non avrebbe trovato più da collocarsi, e nel triste
ozio, che da sette mesi lo divorava, si sarebbe perduto
per sempre.
In America... là - oh, il suo figliuolo era tanto bravo!
sapeva tante cose! scriveva, prima, anche nei
giornali... - in America, là, - lei magari ne sarebbe
morta - ma il suo figliuolo avrebbe ripreso la vita,
avrebbe dimenticato, cancellato il suo fallo di
gioventù, di cui erano stati cagione i cattivi compagni:
quel Russo, o Polacco che fosse, pazzo, crapulone,
capitato a Roma per la sciagura di tante oneste
famiglie. Giovinastri, si sa! Invitati a casa da questo
forestiere, riccone e scostumato, avevano fatto pazzie:
vino, donnacce... s'ubriacavano... Ubriaco, quello
voleva giocare a carte, e perdeva... Se l'era
procacciata da sé, con le sue mani, la rovina: che
c'entrava poi l'accusa a tradimento dei suoi compagni di
crapula, quel processo scandaloso, che aveva sollevato
tanto rumore e infamato tanti giovanotti, scapati, sì,
ma di famiglie onorate e per bene?
Le parve di sentire un singhiozzo di là e chiamò:
- Diego!
Silenzio. Rimase un pezzo con l'orecchio teso e gli
occhi intenti.
Sì: era sveglio ancora. Che faceva?
Si alzò, e, in punta di piedi, s'accostò all'uscio, a
origliare; poi si chinò per guardare attraverso il buco
della serratura: - Leggeva... Ah, ecco! quei maledetti
giornali ancora! il resoconto del processo... - Come
mai, come mai s'era dimenticata di distruggerli, quei
giornali, comperati nei tremendi giorni del processo? -
E perché, quella notte, a quell'ora, appena rincasato,
li aveva ripresi e tornava a leggerli?
- Diego! - chiamò di nuovo, piano; e schiuse timidamente
l'uscio.
Egli si voltò di scatto, come per paura.
- Che vuoi? Ancora in piedi?
- E tu?... - fece la madre. - Vedi, mi fai rimpiangere
ancora la mia stolidaggine...
- No. Mi diverto, - rispose egli, stirando le braccia.
Si alzò; si mise a passeggiare per la stanza.
- Stracciali, buttali via, te ne prego! - supplicò la
madre a mani giunte. - Perché vuoi straziarti ancora?
Non ci pensare più!
Egli si fermò in mezzo alla stanza; sorrise e disse:
- Brava. Come se, non pensandoci più io, per questo poi
non dovessero più pensarci gli altri. Dovremmo metterci
a fare i distratti, tutti quanti... per lasciarmi
vivere. Distratto io, distratti gli altri... - Che è
stato? Niente. Sono stato tre anni «in villeggiatura».
Parliamo d'altro... - Ma non vedi, non vedi come mi
guardi anche tu?
- Io? - esclamò la madre. - come ti guardo?
- Come mi guardano tutti gli altri!
- No, Diego! ti giuro! Guardavo... ti guardavo,
perché... dovresti passare dal sarto, ecco...
Diego Bronner si guardò addosso il vestito, e tornò a
sorridere.
- Già, è vecchio. Per questo tutti mi guardano...
Eppure, me lo spazzolo bene, prima d'uscire; mi
aggiusto... Non so, mi sembra che potrei passare per un
signore qualunque, per uno che possa ancora
indifferentemente partecipare alla vita... Il guajo è
là, è là... - aggiunse, accennando i giornali su la
scrivania. - Abbiamo offerto un tale spettacolo, che,
via, sarebbe troppa modestia presumere che la gente se
ne sia potuta dimenticare... Spettacolo d'anime ignude,
gracili e sudicette, vergognose di mostrarsi in
pubblico, come i tisici alla leva. E cercavamo tutti di
coprirci le vergogne con un lembo della toga
dell'avvocato difensore. E che risate il pubblico! Vuoi
che la gente, per esempio, si dimentichi che il Russo,
noi, quel cagliostro, lo chiamavamo Luculloff e che lo
paravamo da antico romano, con gli occhiali d'oro a
stanghetta sul naso rincagnato? Quando lo han veduto là
con quel faccione rosso brozzoloso, e han saputo come
noi lo trattavamo, che gli strappavamo i coturni dai
piedi e lo picchiavamo sodo sul cranio pelato, e che
lui, sotto a quei picchi sodi, rideva, sghignava,
beato...
- Diego! Diego, per carità! - scongiurò la madre.
- ...Ubriaco. Lo ubriacavamo noi...
- Tu no!
- Anch'io, va' là, con gli altri. Era uno spasso! E
allora venivano le carte da giuoco. Giocando con un
ubriaco, capirai, facilissimo barare...
- Per carità, Diego!
- Così... scherzando... Oh, questo, te lo posso giurare.
Là risero tutti, giudici, presidente; finanche i
carabinieri; ma è la verità. Noi rubavamo senza saperlo,
o meglio, sapendolo e credendo di scherzare. Non ci
pareva una truffa. Erano i denari d'un pazzo schifoso,
che ne faceva getto così... E del resto, neppure un
centesimo ne rimaneva poi nelle nostre tasche: ne
facevamo getto anche noi, come lui, con lui,
pazzescamente...
S'interruppe; s'accostò allo scaffale dei libri; ne
trasse uno.
- Guarda. Questo solo rimorso. Con quei denari comprai
una mattina, da un rivendugliolo, questo libro qua.
E lo buttò su la scrivania. Era La corona d'olivo
selvaggio del Ruskin, nella traduzione francese.
- Non l'ho aperto nemmeno.
Vi fissò lo sguardo, aggrottando le ciglia. Come mai, in
quei giorni, gli era potuto venire in mente di comprare
quel libro? S'era proposto di non leggere più, di non
più scrivere un rigo; e andava lì, in quella casa, con
quei compagni, per abbrutirsi, per uccidere in sé, per
affogare nel bagordo un sogno, il suo sogno giovanile,
poiché le tristi necessità della vita gl'impedivano
d'abbandonarsi a esso, come avrebbe voluto.
La madre stette un pezzo a guardare anche lei quel libro
misterioso; poi gli chiese dolcemente:
- Perché non lavori? perché non scrivi più, come facevi
prima?
Egli le lanciò uno sguardo odioso, contraendo tutto il
volto, quasi per ribrezzo.
La madre insistette, umile:
- Se ti chiudessi un po' in te... Perché disperi? Credi
tutto finito? Hai ventisei anni... Chi sa quante
occasioni ti offrirà la vita, per riscattarti...
- Ah sì, una, proprio questa sera! - sghignò egli. - Ma
sono rimasto lì, come di sacco. Ho visto un uomo
buttarsi nel fiume...
- Tu?
- Io. Gli ho veduto posare il cappello sul parapetto del
ponte; poi l'ho visto scavalcare, quietamente, poi ho
udito il tonfo nel fiume. E non ho gridato, non mi son
mosso. Ero nell'ombra degli alberi, e ci sono rimasto,
spiando se nessuno avesse veduto. E l'ho lasciato
affogare. Sì. Ma poi ho scorto lì, sul parapetto del
ponte, sotto il fanale, il cappello, e sono scappato
via, impaurito...
- Per questo... - mormorò la madre.
- Che cosa? Io non so nuotare. Buttarmi? tentare? La
scaletta d'accesso al fiume era lì, a due passi. L'ho
guardata, sai? e ho finto di non vederla. Avrei
potuto... ma già era inutile... troppo tardi...
Sparito!...
- Non c'era nessuno?
- Nessuno. Io solo.
- E che potevi fare tu solo, figlio mio? È bastato lo
spavento che ti sei preso, e quest'agitazione... Vedi?
tremi ancora... Va', va' a letto, va' a letto... È molto
tardi... Non ci pensare!...
La vecchia madre gli prese una mano e gliela carezzò.
Egli le fe' cenno di sì col capo e le sorrise.
- Buona notte, mamma.
- Dormi tranquillo, eh? - gli raccomandò la madre,
commossa dalla carezza a quella mano, che egli s'era
lasciata fare e, asciugandosi gli occhi, per non
guastarsi questa tenerezza angosciosa, se n'uscì.
Dopo circa un'ora, Diego Bronner era di nuovo seduto
sull'argine del fiume, al posto di prima, con le gambe
penzoloni.
Continuava per il cielo la fuga delle nuvolette lievi,
basse, cineree. Il cappello di quell'ignoto sul
parapetto del ponte non c'era più. Forse eran passate di
là le guardie notturne e se l'erano preso.
All'improvviso, si girò verso il viale, ritraendo le
gambe; scese dalla spalletta dell'argine e si recò là,
sui ponte. Si tolse il cappello e lo posò allo stesso
posto di quell'altro.
- E due! - disse.
Ma come se facesse per giuoco; per un dispetto alle
guardie notturne che avevano tolto di là il primo.
Andò dall'altra parte del fanale, per vedere l'effetto
del suo cappello, solo là, su la cimasa, illuminato come
quell'altro. E rimase un pezzo, chinato sul parapetto,
col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci
fosse più. A un tratto rise orribilmente: si vide là
appostato come un gatto dietro il fanale: e il topo era
il suo cappello... Via, via, pagliacciate!
Scavalcò il parapetto: si sentì drizzare i capelli sul
capo: sentì il tremito delle mani che si tenevano
rigidamente aggrappate: le schiuse; si protese nel
vuoto.
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