Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
9. Lapo Vannetti
I
Ispettore della London Life Assurance Society Limited
(Capit. sociale L. 4.500.000 - Capit. versato L.
2.559.400)
- Prezatissimo signore! - cominciò, e non la finí piú.
Oltre al difetto di vista, ne aveva un altro di pronunzia; e
come cercava di riparar quello dietro la caramella, cercava
di nasconder questo appoggiando una risatina sopra ogni zeta
ch'egli pronunziava in luogo della c e della g.
Invano l'Orsani si provò piú volte a interromperlo.
- Son di passazzo per questa rispettabilissima provinzia, -
badava a dir l'ometto imperterrito, con vertiginosa loquela,
- dove che per merito della nostra Sozietà, la piú
antica, la piú autorevole di quante ne esistano su lo stesso
zenere, ho concluso ottimi, ottimi contratti, sissignore, in
tutte le spezialissime combinazioni che essa offre ai suoi
assoziati, senza dire dei vantazzi ezzezionali, che
brevemente le esporrò per ogni combinazione, a sua scelta.
Gabriele Orsani si avvilí; ma il signor Vannetti vi pose
subito riparo: cominciò a far tutto da sé: domande e
risposte, a proporsi dubbii e a darsi schiarimenti:
- Qui Lei, zentilissimo signore, eh, lo so! potrebbe dirmi,
obbiettarmi: Ecco, sí, caro Vannetti, d'accordo: piena
fiduzia nella vostra Compagnia; ma, come si fa? per me è un
po' troppo forte, poniamo, codesta tariffa; non ho tanto
marzine nel mio bilanzio, e allora... (ognuno sa gli affari
di casa sua, e qui Lei dize benissimo: Su questo punto, caro
Vannetti, non ammetto discussioni). Ecco, io però,
zentilissimo signore, mi permetto di farle osservare: E gli
spezialissimi vantazzi che offre la nostra Compagnia? Eh, lo
so, dize Lei: tutte le Compagnie, qual piú qual meno, ne
offrono. No, no, mi perdoni, signore, se oso mettere in
dubbio codesta sua asserzione. I vantazzi...
A questo punto, l'Orsani, vedendogli trarre da una cartella
di cuojo un fascio di prospettini a stampa, protese le mani,
come in difesa:
- Scusi, - gridò. - Ho letto in un giornale che una
Compagnia ha assicurato non so per quanto la mano d'un
celebre violinista: è vero?
Il signor Lapo Vannetti rimase per un istante sconcertato:
poi sorrise e disse:
- Americanate! Sissignore. Ma noi...
- Glielo domando, - riprese, senza perder tempo, Gabriele, -
perché anch'io, una volta, sa?...
E fece segno di sonare il violino.
Il Vannetti, ancora non ben rimesso, credette opportuno
congratularsene:
- Ah, benissimo! benissimo! Ma noi, scusi, veramente, non
fazziamo di queste operazioni.
- Sarebbe molto utile, però! - sospirò l'Orsani levandosi in
piedi. - Potersi assicurare tutto ciò che si lascia o si
perde lungo il cammino della vita: i capelli! i denti, per
esempio! E la testa? La testa che si perde cosí
facilmente... Ecco: il violinista, la mano; uno zerbinotto,
i capelli; un crapulone, i denti; un uomo d'affari, la
testa... Ci pensi! È una trovata.
Si recò a premere un campanello elettrico alla parete,
presso la scrivania, soggiungendo:
- Permetta un momento, caro signore.
Il Vannetti, mortificato, s'inchinò. Gli parve che l'Orsani,
per cavarselo dai piedi, avesse voluto fare un'allusione,
veramente poco gentile, al suo occhio di vetro.
Rientrò nello scrittojo il Bertone, con un'aria vie piú
smarrita.
- Nel casellario del palchetto della tua scrivania, - gli
disse Gabriele, - alla lettera Z...
- I conti della zolfara? - domandò il Bertone.
- Gli ultimi, dopo la costruzione del piano inclinato...
Carlo Bertone chinò piú volte il capo:
- Ne ho tenuto conto.
L'Orsani scrutò negli occhi del vecchio commesso; rimase
accigliato, assorto; poi gli domandò:
- Ebbene?
Il Bertone, impacciato, guardò il Vannetti.
Questi allora comprese ch'era di troppo, in quel momento; e,
riprendendo il suo fare cerimonioso, tolse commiato.
- Non z'è bisogno d'altro, con me. Capisco a volo. Mi
ritiro. Vuol dire che, se non Le dispiaze, io vado a
prendere un bocconzino qui presso, e ritorno. Non se ne
curi. Stia comodo, per carità! So la via. A rivederla.
Ancora un inchino, e via.
II
- Ebbene? - domandò di nuovo Gabriele Orsani al vecchio
commesso, appena uscito il Vannetti.
- Quella... quella costruzione... giusto adesso, - rispose,
quasi balbettando, il Bertone.
Gabriele s'adirò.
- Quante volte me l'hai detto? Che volevi che facessi,
d'altra parte? Rescindere il contratto, è vero? Ma se per
tutti i creditori quella zolfara rappresenta ancora la
speranza della mia solvibilità... Lo so! lo so! Sono state
piú di centotrenta mila lire buttate lí, in questo momento,
senza frutto... Lo so meglio di te!... Non mi far gridare.
Il Bertone si passò piú volte le mani su gli occhi stanchi;
poi, dandosi buffetti su la manica, dove non c'era neppur
l'ombra della polvere, disse piano, come a se stesso:
- Ci fosse modo, almeno, d'aver danaro per muovere ora tutto
quel macchinario, che... che non è neanche interamente
pagato. Ma abbiamo anche le scadenze delle cambiali alla
Banca...
Gabriele Orsani, che s'era messo a passeggiare per lo
scrittojo, con le mani in tasca, accigliato, s'arrestò:
- Quanto?
- Eh... - sospirò il Bertone.
- Eh... - rifece Gabriele; poi, scattando: - Oh, insomma!
Dimmi tutto. Parla franco: è finita? capitombolo? Sia lodata
e ringraziata la buona e santa memoria di mio padre! Volle
mettermi qua, per forza: io ho fatto quello che dovevo fare:
tabula rasa: non se ne parli piú!
- Ma no, non si disperi, ora... - disse il Bertone,
commosso. - Certo lo stato delle cose... Mi lasci dire!
Gabriele Orsani posò le mani su le spalle del vecchio
commesso:
- Ma che vuoi dire, vecchio mio, che vuoi dire? Tremi tutto.
Non cosí, ora; prima, prima, con l'autorità che ti veniva da
codesti capelli bianchi, dovevi opporti a me, ai miei
disegni, consigliarmi allora, tu che mi sapevi inetto agli
affari. Vorresti illudermi, ora, cosí? Mi fai pietà!
- Che potevo io?... - fece il Bertone, con le lagrime agli
occhi.
- Nulla! - esclamò l'Orsani. - E neanche io. Ho bisogno di
pigliarmela con qualcuno, non te ne curare. Ma, possibile?
io, io, qua, messo agli affari? Se non so vedere
ancora quali siano stati, in fondo, i miei sbagli... Lascia
quest'ultimo della costruzione del piano inclinato, a cui mi
son veduto costretto con l'acqua alla gola... Quali sono
stati i miei sbagli?
Il Bertone si strinse nelle spalle, chiuse gli occhi e aprí
le mani, come per dire: Che giova adesso?
- Piuttosto, i rimedii... - suggerí con voce opaca, di
pianto.
Gabriele Orsani scoppiò di nuovo a ridere.
- Il rimedio lo so! Riprendere il mio vecchio violino,
quello che mio padre mi tolse dalle mani per dannarmi qua, a
questo bel divertimento, e andarmene come un cieco, di porta
in porta, a far le sonatine per dare un tozzo di pane ai
miei figliuoli. Che te ne pare?
- Mi lasci dire, - ripeté il Bertone, socchiudendo gli
occhi. - Tutto sommato, se possiamo superare queste prossime
scadenze, restringendo, naturalmente, tutte, tutte le spese
(anche quelle... mi scusi!... su, di casa), credo che...
almeno per quattro o cinque mesi potremo far fronte agli
impegni. Nel frattempo...
Gabriele Orsani scrollò il capo, sorrise; poi, traendo un
lungo sospiro, disse:
- Fra Tempo è un monaco, vecchio mio, che vuol crearmi
illusioni!
Ma il Bertone insistette nelle sue previsioni e uscí dallo
scrittojo per finir di stendere l'intero quadro dei conti.
- Glielo farò vedere. Mi permetta un momento.
Gabriele andò a buttarsi di nuovo su la sedia a sdrajo
presso la finestra e, con le mani intrecciate dietro la
nuca, si mise a pensare.
Nessuno ancora sospettava di nulla; ma per lui, ormai,
nessun dubbio: qualche mese ancora di disperati espedienti,
e poi il crollo, la rovina.
Da circa venti giorni, non si staccava piú dallo scrittojo.
Come se lí, dal palchetto della scrivania, dai grossi libri
di cassa, aspettasse al varco qualche suggerimento. La
violenta, inutile tensione del cervello a mano a mano però,
contro ogni sforzo, gli s'allentava, la volontà gli
s'istupidiva; ed egli se ne accorgeva sol quando, alla fine,
si ritrovava attonito o assorto in pensieri alieni, lontani
dall'assiduo tormento.
Tornava allora a rimpiangere, con crescente esasperazione,
la sua cieca, supina obbedienza alla volontà del padre, che
lo aveva tolto allo studio prediletto delle scienze
matematiche, alla passione per la musica, e gettato lí in
quel torbido mare insidioso dei negozii commerciali. Dopo
tanti anni, risentiva ancor vivo lo strazio che aveva
provato nel lasciar Roma. Se n'era venuto in Sicilia con la
laurea di dottore in scienze fisiche e matematiche, con un
violino e un usignuolo. Beata incoscienza! Aveva sperato di
potere attendere ancora alla scienza prediletta, al
prediletto strumento, nei ritagli di tempo che i complicati
negozii del padre gli avrebbero lasciato liberi. Beata
incoscienza! Una volta sola, circa tre mesi dopo il suo
arrivo, aveva cavato dalla custodia il violino, ma per
chiudervi dentro, come in una degna tomba, l'usignoletto
morto e imbalsamato.
E ancora domandava a se stesso come mai il padre, tanto
esperto nelle sue faccende, non si fosse accorto
dell'assoluta inettitudine del figliuolo. Gli aveva forse
fatto velo la passione ch'egli aveva del commercio, il
desiderio che l'antica ditta Orsani non venisse a cessare, e
s'era forse lusingato che, con la pratica degli affari, con
l'allettamento dei grossi guadagni, a poco a poco il figlio
sarebbe riuscito ad adattarsi e a prender gusto a quel
genere di vita.
Ma perché lagnarsi del padre, se egli si era piegato ai
voleri di lui senza opporre la minima resistenza, senza
arrischiar neppure la piú timida osservazione, come a un
patto fin dalla nascita stabilito e concluso e ormai non piú
discutibile? se egli stesso, proprio per sottrarsi alle
tentazioni che potevano venirgli dall'ideale di vita ben
diverso, fin allora vagheggiato, s'era indotto a prender
moglie, a sposar colei che gli era stata destinata da gran
tempo: la cugina orfana, Flavia?
Come tutte le donne di quell'odiato paese, in cui gli
uomini, nella briga, nella costernazione assidua degli
affari rischiosi, non trovavan mai tempo da dedicare
all'amore, Flavia, che avrebbe potuto essere per lui l'unica
rosa lí tra le spine, s'era invece acconciata subito, senza
rammarico, come d'intesa, alla parte modesta di badare alla
casa, perché nulla mancasse al marito dei comodi materiali,
quando stanco, spossato, ritornava dalle zolfare o dal banco
o dai depositi di zolfo lungo la spiaggia, dove, sotto il
sole cocente, egli aveva atteso tutto il giorno
all'esportazione del minerale.
Morto il padre quasi repentinamente, era rimasto a capo
dell'azienda, nella quale ancora non sapeva veder chiaro.
Solo, senza guida, aveva sperato per un momento di poter
liquidare tutto e ritirarsi dal commercio. Ma sí! Quasi
tutto il capitale era impegnato nella lavorazione delle
zolfare. E s'era allora rassegnato ad andare innanzi per
quella via, togliendo a guida quel buon uomo del Bertone,
vecchio scritturale del banco, a cui il padre aveva sempre
accordato la massima fiducia.
Che smarrimento sotto il peso della responsabilità
piombatagli addosso d'improvviso, resa anche piú grave dal
rimorso d'aver messo al mondo tre figliuoli, minacciati ora
dalla sua inettitudine nel benessere, nella vita! Ah egli,
fino allora, non ci aveva pensato: bestia bendata, alla
stanga d'una macina. Era stato sempre doglioso il suo amore
per la moglie, pe' figliuoli, testimonii viventi della sua
rinunzia a un'altra vita; ma ora gli attossicava il cuore
d'amara compassione. Non poteva piú sentir piangere i
bambini o che si lamentassero minimamente; diceva subito a
se stesso: - «Ecco, per causa mia!» - e tanta amarezza gli
restava chiusa in petto, senza sfogo. Flavia non s'era mai
curata nemmeno di cercar la via per entrargli nel cuore; ma
forse, nel vederlo mesto, assorto e taciturno, non aveva mai
neppur supposto ch'egli chiudesse in sé qualche pensiero
estraneo agli affari. Anch'ella forse si rammaricava in cuor
suo dell'abbandono in cui egli la lasciava; ma non sapeva
muovergliene rimprovero, supponendo che vi fosse costretto
dalle intricate faccende, dalle cure tormentose della sua
azienda.
E certe sere vedeva la moglie appoggiata alla ringhiera
dell'ampio terrazzo della casa, alle cui mura veniva quasi a
battere il mare.
Da quel terrazzo che pareva il cassero d'una nave, ella
guardava assorta nella notte sfavillante di stelle, piena
del cupo eterno lamento di quell'infinita distesa d'acque,
innanzi a cui gli uomini avevano con fiducia animosa
costruito le lor piccole case, ponendo la loro vita quasi
alla mercé d'altre lontane genti. Veniva di tanto in tanto
dal porto il fischio roco, profondo, malinconico di qualche
vapore che s'apparecchiava a salpare. Che pensava in
quell'atteggiamento? Forse anche a lei il mare, col lamento
delle acque irrequiete, confidava oscuri presagi.
Egli non la richiamava: sapeva, sapeva bene che ella non
poteva entrare nel mondo di lui, giacché entrambi a forza
erano stati spinti a lasciar la propria via. E lí, nel
terrazzo, sentiva riempirsi gli occhi di lagrime silenziose.
Cosí, sempre, fino alla morte, senza nessun mutamento?
Nell'intensa commozione di quelle tetre sere, l'immobilità
della condizione della propria esistenza gli riusciva
intollerabile, gli suggeriva pensieri subiti, strani, quasi
lampi di follia. Come mai un uomo, sapendo bene che si vive
una volta sola, poteva acconciarsi a seguire per tutta la
vita una via odiosa? E pensava a tanti altri infelici,
costretti dalla sorte a mestieri piú aspri e piú ingrati.
Talvolta, un noto pianto, il pianto di qualcuno dei
figliuoli lo richiamava d'improvviso a sé. Anche Flavia si
scoteva dal suo fantasticare; ma egli si affrettava a dire:
- Vado io! - Toglieva dal lettuccio il bambino e si metteva
a passeggiare per la camera, cullandolo tra le braccia, per
riaddormentarlo e quasi per addormentare insieme la sua
pena. A poco a poco, col sonno della creaturina, la notte
diveniva piú tranquilla anche per lui; e, rimesso sul
lettuccio il bambino, si fermava un tratto a guardare
attraverso i vetri della finestra, nel cielo, la stella che
brillava di piú...
Erano passati cosí nove anni. Sul principio di quest'anno,
proprio quando la posizione finanziaria cominciava a
infoscarsi, Flavia s'era messa a eccedere un po' troppo in
certe spese di lusso; aveva voluto anche per sé una
carrozza; ed egli non aveva saputo opporsi.
Ora il Bertone gli consigliava di limitar tutte le spese e
anche, anzi specialmente, quelle di casa.
Certo il dottor Sarti, suo intimo amico fin dall'infanzia,
aveva consigliato a Flavia di cangiar vita, di darsi un po'
di svago, per vincere la depressione nervosa che tanti anni
di chiusa, monotona esistenza le avevano cagionato. A questa
riflessione, Gabriele si scosse, si levò dalla sedia a
sdrajo e si mise a passeggiare per lo scrittojo, pensando
ora all'amico Lucio Sarti, con un sentimento d'invidia e con
dispetto.
Erano stati insieme a Roma, studenti.
Tanto l'uno che l'altro, allora, non potevano stare un sol
giorno senza vedersi; e, fino a poco tempo addietro, quel
legame antico di fraterna amicizia non si era affatto
rallentato. Egli si vietava assolutamente di fondar la
ragione di tal cambiamento su una impressione avuta durante
l'ultima malattia d'uno dei suoi bambini: che il Sarti cioè
avesse mostrato esagerate premure per sua moglie:
impressione e null'altro, conoscendo a prova la rigidissima
onestà dell'amico e della moglie.
Era vero e innegabile tuttavia che Flavia s'accordava in
tutto e per tutto col modo di pensare del dottore: nelle
discussioni, da qualche tempo molto frequenti, ella
assentiva sempre col capo alle parole di lui, ella che, di
solito, in casa, non parlava mai. Se n'era stizzito. O se
ella approvava quelle idee, perché non gliele aveva
manifestate prima? perché non s'era messa a discutere con
lui intorno all'educazione dei figliuoli, per esempio, se
approvava i rigidi criterii del dottore, anziché i suoi? Ed
era arrivato finanche ad accusar la moglie di poco affetto
pe' figli. Ma doveva pur dire cosí, se ella, stimando in
coscienza che egli educasse male i figliuoli, aveva sempre
taciuto, aspettando che un altro ne movesse il discorso.
Il Sarti, del resto, non avrebbe dovuto immischiarsene. Da
un pezzo in qua, pareva a Gabriele che l'amico dimenticasse
troppe cose: dimenticasse per esempio di dover tutto, o
quasi tutto, a lui.
Chi, se non lui, infatti, lo aveva sollevato dalla miseria
in cui le colpe dei genitori lo avevano gettato? Il padre
gli era morto in galera, per furti; dalla madre, che lo
aveva condotto con sé nella prossima città, era fuggito, non
appena con l'uso della ragione aveva potuto intravedere a
quali tristi espedienti era ricorsa per vivere. Ebbene, egli
lo aveva tolto da un misero caffeuccio in cui s'era ridotto
a prestar servizio e gli aveva trovato un posticino nel
banco del padre; gli aveva prestato i suoi libri, i suoi
appunti di scuola, per farlo studiare; gli aveva insomma
aperto la via, schiuso l'avvenire.
E ora, ecco: il Sarti s'era fatto uno stato tranquillo e
sicuro col suo lavoro, con le sue doti naturali, senza dover
rinunziare a nulla: era un uomo; mentre lui... lui, all'orlo
di un abisso!
Due colpi all'uscio a vetri, che dava nelle stanze riserbate
all'abitazione, riscossero Gabriele da queste amare
riflessioni.
- Avanti, - disse.
E Flavia entrò.
Inizio pagina
III
Indossava un vestito azzurro cupo, che pareva dipinto su la
flessibile e formosa persona, alla cui bellezza bionda dava
un meraviglioso risalto. Portava in capo un ricco e pur
semplice cappello scuro; si abbottonava ancora i guanti.
- Volevo domandarti, - disse, - se non ti occorreva la
carrozza, perchè il bajo oggi non si può attaccare alla mia.
Gabriele la guardò, come se ella venisse, cosí elegante e
leggera, da un mondo fittizio, vaporoso, di sogno, dove si
parlasse un linguaggio ormai per lui del tutto
incomprensibile.
- Come? - disse. - Perché?
- Mah, pare che l'abbiano inchiodato, poverino. Zoppica da
un piede.
- Chi?
- Il bajo, non senti?
- Ah, - fece Gabriele, riscotendosi. - Che disgrazia,
perbacco!
- Non pretendo che te ne affligga, - disse Flavia,
risentita. - Ti ho domandato la carrozza. Andrò a piedi.
E s'avviò per uscire.
- Puoi prenderla; non mi serve, - s'affrettò allora a
soggiungere Gabriele. - Esci sola?
- Con Carluccio, Aldo e la Titti sono in castigo.
- Poveri piccini! - sospirò Gabriele, quasi senza volerlo.
Parve a Flavia che questa commiserazione fosse un rimprovero
per lei, e pregò il marito di lasciarla fare.
- Ma sí, sí, se hanno fatto male, - diss'egli allora. -
Pensavo che, senza aver fatto nulla, si sentiranno forse,
tra qualche mese, cader sul capo un ben piú grosso castigo.
Flavia si voltò a guardarlo.
- Sarebbe?
- Nulla, cara. Una cosa lievissima, come il velo o una piuma
di codesto cappello. La rovina, per esempio, della nostra
casa. Ti basta?
- La rovina?
- La miseria, sí. E peggio forse, per me.
- Che dici?
- Ma sí, fors'anche... Ti fo stupire?
Flavia s'appressò, turbata, con gli occhi fissi sul marito,
come in dubbio ch'egli non dicesse sul serio.
Gabriele, con un sorriso nervoso su le labbra, rispose
piano, con calma, alle trepide domande di lei, come se non
si trattasse della propria rovina; poi nel veder la moglie
sconvolta:
- Eh, mia cara! - esclamò. - Se ti fossi curata un tantino
di me, se avessi, in tanti anni, cercato d'intendere che
piacere mi procurava questo mio grazioso lavoro, non
proveresti ora tanto stupore. Non tutti i sacrifizi sono
possibili. E quando un pover'uomo è costretto a farne uno
superiore alle proprie forze...
- Costretto? Chi t'ha costretto? - disse Flavia,
interrompendolo, poiché egli con la voce aveva pigiato su
quella parola.
Gabriele guardò la moglie, come frastornato
dall'interruzione e dall'atteggiamento di sfida, ch'ella,
dominando ora l'interna agitazione, assumeva di fronte a
lui. Sentí come un rigurgito di bile salirgli alla gola e
inaridirgli la bocca. Riaprendo tuttavia le labbra al
sorriso nervoso di prima, ora piú squallido, domandò:
- Spontaneamente, allora?
- Io, no! - soggiunse con forza Flavia, guardandolo negli
occhi. - Se per me, avresti potuto risparmiartelo, codesto
sacrifizio. La miseria piú squallida io l'avrei mille volte
preferita...
- Sta' zitta! - gridò egli infastidito. - Non lo dire,
finché non sai che cosa sia!
- La miseria? Ma che n'ho avuto io, della vita?
- Ah, tu? E io?
Rimasero un pezzo accesi e vibranti, l'uno di fronte
all'altra, quasi sgomenti del loro odio intimo reciproco,
covato per tanti anni nascostamente e scoppiato ora,
all'improvviso, senza la loro volontà.
- Perché dunque ti lagni di me? - riprese Flavia con impeto.
- Se io di te non mi sono mai curata, e tu quando di me? Mi
rinfacci ora il tuo sacrificio, come se non fossi stata
sacrificata anch'io, e condannata qua a rappresentare per te
la rinunzia alla vita che tu sognavi! E per me doveva esser
questa, la vita? Non dovevo sognar altro, io? Tu, nessun
dovere d'amarmi. La catena che t'imprigionava qua, a un
lavoro forzato. Si può amar la catena? E io dovevo esser
contenta, è vero? che tu lavorassi, e non pretendere altro
da te. Non ho mai parlato. Ma tu mi provochi, ora.
Gabriele s'era nascosto il volto con le mani, mormorando di
tratto in tratto: - Anche questo!... anche questo!... - Alla
fine proruppe:
- E anche i miei figli, è vero? verranno qua, adesso, a
buttarmi in faccia, come uno straccio inutile, il mio
sacrifizio?
- Tu falsi le mie parole, - rispose ella, scrollando una
spalla.
- Ma no! - seguitò Gabriele con foga mordace. - Non merito
altro ringraziamento. Chiamali! Chiamali! Io li ho rovinati;
e me lo rinfacceranno con ragione!
- No! - s'affrettò a dir Flavia, intenerendosi per i
figliuoli. - Poveri piccini, non ti rinfacceranno la
miseria... no!
Strizzò gli occhi, s'afferrò le mani e le scosse in aria.
- Come faranno? - esclamò. - Cresciuti cosí...
- Come? - scattò egli. - Senza guida, è vero? Anche questo
mi butteranno in faccia? Va', va' ad imbeccarli! Anche i
rimproveri di Lucio Sarti, per giunta?
- Che c'entra Lucio Sarti? - fece Flavia, stordita da
quell'improvvisa domanda.
- Ripeti le sue parole, - incalzò Gabriele, pallidissimo,
sconvolto. - Non ti resta che da metterti sul naso le sue
lenti da miope.
Flavia trasse un lungo sospiro e, socchiudendo gli occhi con
calmo disprezzo, disse:
- Chiunque sia per poco entrato nell'intimità della nostra
casa, ha potuto accorgersi...
- No, lui! - la interruppe Gabriele, con maggior violenza. -
Lui soltanto! lui che è cresciuto come un aguzzino di se
stesso, perché suo padre...
S'arrestò, pentito di ciò che stava per dire, e riprese:
- Non gliene fo carico; ma dico che lui aveva ragione di
vivere com'ha vissuto, vigilando, pauroso, rigido, ogni suo
minimo atto: doveva sollevarsi, sotto gli occhi della gente,
dalla miseria, dall'ignominia, in cui lo avevano gettato i
suoi genitori. Ma i miei figliuoli, perché? Perché avrei
dovuto essere un tiranno, io, per i miei figliuoli?
Inizio
pagina
- Chi dice tiranno? - si provò a osservare Flavia.
- Ma liberi, liberi! - proruppe egli. - Io volevo che
crescessero liberi i miei figliuoli, poiché io ero stato
dannato qua da mio padre, a questo supplizio! E come un
premio mi ripromettevo, unico premio! di godere della
loro libertà, almeno, procacciata a costo del mio
sacrifizio, della mia esistenza spezzata... inutilmente,
ora, inutilmente spezzata...
A questo punto, come se l'orgasmo a mano a mano
cresciuto gli si fosse a un tratto spezzato dentro, egli
scoppiò in irrefrenabili singhiozzi; poi, in mezzo a
quel pianto strano, convulso, quasi rabbioso, alzò le
braccia tremanti, soffocato, e s'abbandonò, privo di
sensi.
Flavia, smarrita, atterrita, chiamò ajuto. Accorsero
dalle stanze del banco il Bertone e un altro
scritturale. Gabriele fu sollevato e adagiato sul
canapè, mentre Flavia, vedendogli il volto soffuso d'un
pallore cadaverico e bagnato del sudore della morte,
smaniava, disperata:
- Che ha? che ha? Dio, ma guardi... Ajuto!... Ah, per
causa mia!...
Lo scritturale corse a chiamare il dottor Sarti, che
abitava lí vicino.
- Per causa mia!... per causa mia!... - ripeteva Flavia.
- No, signora, - le disse il Bertone, tenendo
amorosamente un braccio sotto il capo di Gabriele. - Da
stamattina... Ma già, da un pezzo, qua... Povero
figliuolo... Se lei sapesse!
- So! so!
- E che vuole, dunque? Per forza!
Intanto urgeva, urgeva un rimedio. Che fare? Bagnargli
le tempie? Sí... ma meglio forse un po' d'etere. Flavia
sonò il campanello; accorse un cameriere:
- L'etere! la boccetta dell'etere: su, presto!
- Che colpo... che colpo, povero figliuolo! - si
rammaricava piano il Bertone, contemplando tra le
lagrime il volto del padrone.
- La rovina... proprio? - gli domandò Flavia, con un
brivido.
- Se m'avesse dato ascolto!... - sospirò il vecchio
commesso. - Ma egli, poverino, non era nato per stare
qui...
Ritornò di corsa il cameriere, con la boccetta
dell'etere.
- Nel fazzoletto?
- No: meglio nella stessa boccetta! Qua... qua... -
suggerí il Bertone. - Vi metta il dito sú... cosí, che
possa aspirare pian piano...
Sopravvenne poco dopo, ansante, Lucio Sarti, seguito
dallo scritturale.
Alto, dall'aspetto rigido, che toglieva ogni grazia alla
fine bellezza dei lineamenti quasi femminili, il Sarti
portava, molto aderenti a gli occhi acuti, un pajo di
piccole lenti. Quasi senza notare la presenza di Flavia,
egli scostò tutti, e si chinò a osservare Gabriele; poi,
rivolto a Flavia che affollava di domande e
d'esclamazioni la sua ansia angosciosa, disse con
durezza:
- Non fate cosí, vi prego. Lasciatemi ascoltare.
Scoprí il petto del giacente, e vi poggiò l'orecchio,
dalla parte del cuore. Ascoltò un pezzo; poi si sollevò,
turbato, e si tastò in petto, come per cercare nelle
tasche interne qualcosa.
- Ebbene? - chiese ancora Flavia.
Egli trasse lo stetoscopio, e domandò:
- C'è caffeina, in casa?
- No... io non so, - s'affrettò a rispondere Flavia. -
Ho mandato a prender l'etere...
- Non giova.
S'appressò alla scrivania, scrisse una ricetta, la porse
allo scritturale.
- Ecco. Presto.
Subito dopo, anche il Bertone fu spedito di corsa alla
farmacia per una siringhetta da iniezioni, che il Sarti
non aveva con sé.
- Dottore... - supplicò Flavia.
Ma il Sarti, senza darle retta, s'appressò di nuovo al
canapè. Prima di chinarsi a riascoltare il giacente,
disse, senza voltarsi:
- Fate disporre per portarlo sú.
- Va', va'! - ordinò Flavia al cameriere: poi, appena
uscito questi, afferrò per un braccio il Sarti e gli
domandò, guardandolo negli occhi: - Che ha? È grave?
Voglio saperlo!
- Non lo so bene ancora neanche io, - rispose il Sarti
con calma forzata.
Poggiò lo stetoscopio sul petto del giacente e vi piegò
l'orecchio per ascoltare. Ve lo tenne a lungo, a lungo,
serrando di tratto in tratto gli occhi, contraendo il
volto, come per impedirsi di precisare i pensieri, i
sentimenti che lo agitavano, durante quell'esame. La sua
coscienza turbata, sconvolta da ciò che percepiva nel
cuore dell'amico, era in quel punto incapace di
riflettere in sé quei pensieri e quei sentimenti, né
egli voleva che vi si riflettessero, come se ne avesse
paura.
Quale un febbricitante che, abbandonato al bujo, in una
camera, senta d'improvviso il vento sforzar le imposte
della finestra, rompendone con fracasso orribile i
vetri, e si trovi d'un tratto smarrito, vaneggiante,
fuor del letto, contro i lampi e la furia tempestosa
della notte, e pur tenti con le deboli braccia di
richiudere le imposte; egli cercava d'opporsi affinché
il pensiero veemente dell'avvenire, la luce sinistra
d'una tremenda speranza non irrompessero in lui, in quel
momento: quella stessa speranza, di cui tanti e tanti
anni addietro, liberatosi dall'incubo orrendo della
madre, lusingato dall'incoscienza giovanile, s'era fatta
come una meta luminosa, alla quale gli era parso d'aver
qualche diritto d'aspirare per tutto quello che gli era
toccato soffrire senza sua colpa. Allora, ignorava che
Flavia Orsani, la cugina del suo amico e benefattore,
fosse ricca, e che il padre di lei, morendo, avesse
affidato al fratello le sostanze della figliuola: la
credeva un'orfana accolta per carità in casa dello zio.
E dunque, forte della testimonianza di ogni atto della
sua vita, intesa tutta a cancellare il marchio d'infamia
che il padre e la madre gli avevano inciso su la fronte;
quando sarebbe ritornato in paese, con la laurea di
medico, e si sarebbe formata un'onesta posizione, non
avrebbe potuto chiedere agli Orsani, in prova
dell'affetto che gli avevano sempre dimostrato, la mano
di quell'orfana, di cui già si lusingava di goder la
simpatia? Ma Flavia, poco dopo il ritorno di lui dagli
studii, era diventata moglie di Gabriele, a cui egli, è
vero, non aveva mai dato alcun motivo di sospettare il
suo amore per la cugina. Sí; ma gliel'aveva pur tolta; e
senza fare la propria felicità, né quella di lei. Ah,
non per lui soltanto quelle nozze, ma per se stesse
erano state un delitto; datava da allora la sciagura di
tutti e tre. Per tanti anni, come se nulla fosse stato,
egli aveva assistito in qualità di medico, in ogni
occasione, la nuova famigliuola dell'amico, celando
sotto una rigida maschera impassibile lo strazio che la
triste intimità di quella casa senza amore gli
cagionava, la vista di quella donna abbandonata a se
stessa, che pur dagli occhi lasciava intendere quale
tesoro d'affetti serbasse in cuore, non richiesti e
neppur forse sospettati dal marito; la vista di quei
bambini che crescevano senza guida paterna. E si era
negato perfino di scrutar negli occhi di Flavia o
d'avere da qualche parola di lei un cenno fuggevole, una
prova anche lieve che ella, da fanciulla, si fosse
accorta dell'affetto che gli aveva ispirato. Ma questa
prova, non cercata, non voluta, gli s'era offerta da sé
in una di quelle occasioni, in cui la natura umana
spezza e scuote ogni imposizione, infrange ogni freno
sociale e si scopre qual è, come un vulcano che per
tanti inverni si sia lasciato cader neve e neve e neve
addosso, a un tratto rigetta quel gelido mantello e
scopre al sole le fiere viscere infocate. E l'occasione
era stata appunto la malattia del bambino. Tutto immerso
negli affari, Gabriele non aveva neppur sospettato la
gravità del male e aveva lasciato sola la moglie a
trepidare per la vita dei figliuolo; e Flavia in un
momento di suprema angoscia, quasi delirante, aveva
parlato, s'era sfogata con lui, gli aveva lasciato
intravedere che ella aveva tutto compreso, sempre,
sempre, fin dal primo momento.
E ora?
- Ditemi, per carità, dottore! - insistette Flavia,
esasperata, nel vederlo cosí sconvolto e taciturno. - È
grave assai?
- Sí, - rispose egli, cupo, bruscamente.
- Il cuore? Che male? Cosí all'improvviso? Ditemelo!
- Vi giova saperlo? Termini di scienza: che
c'intendereste?
Ma ella volle sapere.
- Irreparabile? - chiese poi.
Egli si tolse le lenti, strizzò gli occhi, poi esclamò:
- Ah, non cosí, non cosí, credetemi! Vorrei potergli
dare la mia vita.
Flavia diventò pallidissima; guardò il marito, e disse
piú col cenno che con la voce:
- Tacete.
- Voglio che lo sappiate, - aggiunse egli. - Ma già
m'intendete, non è vero? Tutto, tutto quello che mi sarà
possibile... Senza pensare a me, a voi...
- Tacete, - ripeté ella, come inorridita.
Ma egli seguitò:
- Abbiate fiducia in me. Non abbiamo nulla da
rimproverarci. Del male ch'egli mi fece, non ha
sospetto, e non ne avrà. Avrà tutte le cure che potrà
prestargli l'amico piú devoto.
Flavia, ansante, vibrante, non staccava gli occhi dal
marito.
- Si riscuote! - esclamò a un tratto.
Il Sarti si volse a guardare.
- No...
- Sí, s'è mosso, - aggiunse ella piano.
Rimasero un pezzo sospesi, a spiare. Poi egli si accostò
al canapè, si chinò sul giacente, gli prese il polso e
chiamò:
- Gabriele... Gabriele...
IV
Pallido, ancora un po' affannato per tutti i respiri che
s'era affrettato a trarre appena rinvenuto, Gabriele
pregò la moglie di andarsene.
- Non mi sento piú nulla. Prendi, prendi la carrozza e
vai pure a passeggio, - disse, per rassicurarla. -
Voglio parlare con Lucio. Va'.
Flavia, per non dargli sospetto della gravità del male,
finse d'accettar l'invito; gli raccomandò tuttavia di
non agitarsi troppo, salutò il dottore e rientrò in
casa.
Gabriele rimase un pezzo assorto, guardando la bussola
per cui ella era uscita; poi si recò una mano al petto,
sul cuore, e seguitando a tener fissi gli occhi,
mormorò:
- Qua, è vero? Tu mi hai ascoltato... Io... Che cosa
buffa! Mi pareva che quel signor... come si chiama?...
Lapo, sí: quell'ometto dall'occhio di vetro, mi tenesse
legato, qua; e non potevo svincolarmi; tu ridevi e
dicevi: Insufficienza... è vero?...
insufficienza delle valvole aortiche...
Lucio Sarti, nel sentir proferire quelle parole da lui
dette a Flavia, allibí. Gabriele si scosse, si voltò a
guardarlo e sorrise:
- T'ho sentito, sai?
- Che... che hai sentito? - balbettò il Sarti, con un
sorriso squallido su le labbra, dominandosi a stento.
- Quello che hai detto a mia moglie, - rispose, calmo,
Gabriele, fissando di nuovo gli occhi, senza sguardo. -
Vedevo... mi pareva di vedere, come se avessi gli occhi
aperti... sí! Dimmi, ti prego, - aggiunse, riscotendosi,
- senza ambagi, senza pietose bugie: quanto posso vivere
ancora? Quanto meno, tanto meglio.
Il Sarti lo spiava, oppresso di stupore e di sgomento,
turbato specialmente da quella calma. Ribellandosi con
uno sforzo supremo all'angoscia che lo istupidiva,
scattò.
- Ma che ti salta in mente?
- Un'ispirazione! - esclamò Gabriele, con un lampo negli
occhi. - Ah, perdio!
E sorse in piedi. Si recò ad aprir l'uscio che dava
nella stanza del banco e chiamò il Bertone.
- Senti, Carlo: se tornasse quell'ometto che è venuto
stamattina, fallo aspettare. Anzi manda subito a
chiamarlo, o meglio: va' tu stesso! Subito, eh?
Richiuse l'uscio e si voltò a guardare il Sarti,
stropicciandosi le mani, allegramente:
- Me l'hai mandato tu. Ah, l'acciuffo per quei capelli
svolazzanti e lo pianto qua, tra me e te. Dimmi,
spiegami subito come si fa. Voglio assicurarmi. Tu sei
il medico della Compagnia, è vero?
Lucio Sarti, angosciato dal dubbio tremendo che l'Orsani
avesse inteso tutto quello ch'egli aveva detto a Flavia,
rimase stordito a quella subitanea risoluzione; gli
parve senza nesso, ed esclamò, sollevato per il momento
da un gran peso:
- Ma è una pazzia!
- No, perché? - rispose, pronto, Gabriele. - Posso
pagare, per quattro o cinque mesi. Non vivrò piú a
lungo, lo so!
- Lo sai? - fece il Sarti, forzandosi a ridere. - E chi
ti ha prescritto i termini cosí infallibilmente?
Va' là! va' là!
Rinfrancato, pensò che fosse una gherminella per fargli
dire quel che pensasse della sua salute. Ma Gabriele,
assumendo un'aria grave, si mise a parlargli del suo
prossimo crollo inevitabile. Il Sarti sentí gelarsi. Ora
vedeva il nesso e la ragione di quella risoluzione
improvvisa, e si sentí preso al laccio, a una terribile
insidia, ch'egli stesso, senza saperlo, si era tesa
quella mattina, inviando all'Orsani quell'ispettore
della Compagnia d'Assicurazione, di cui era il medico.
Come dirgli, adesso, che non poteva in coscienza
prestarsi ad ajutarlo, senza fargli intendere nello
stesso tempo la disperata gravità del male, che gli
s'era cosí d'un colpo rivelato?
- Ma tu, col tuo male, - disse, - puoi vivere ancora a
lungo, a lungo, mio caro, purché t'abbi un po' di
riguardo...
- Riguardo? Come? - gridò Gabriele. - Son rovinato, ti
dico! Ma tu ritieni che io possa vivere ancora a lungo?
Bene. E allora, se è vero questo, non avrai
difficoltà...
- E i tuoi calcoli allora? - osservò il Sarti con un
sorriso di soddisfazione, e aggiunse, quasi per il
piacere di chiarire a se stesso quella felice scappatoja,
che gli era balenata all'improvviso: - Se dici che per
tre o quattro mesi soltanto potresti far fronte...
Gabriele rimase un po' sopra pensiero.
- Bada, Lucio! Non ingannarmi, non mettermi davanti
questa difficoltà per avvilirmi, per non farmi
commettere un'azione che tu disapprovi, è vero? e a cui
non vorresti partecipare, sia pure con poca o nessuna
tua responsabilità...
- T'inganni! - scappò detto al Sarti.
Gabriele sorrise allora amaramente.
- Dunque è vero, - disse, - dunque tu sai che io sono
condannato, tra poco, forse prima ancora del tempo
calcolato da me. Ma già, ti ho sentito. Basta, dunque!
Si tratta ora di salvare i miei figliuoli. E li salverò!
Se m'ingannassi, non dubitare, saprei procurarmi a tempo
la morte, di nascosto.
Lucio Sarti si alzò, scrollando le spalle, e cercò con
gli occhi il cappello.
- Vedo che tu non ragioni, mio caro. Lascia che me ne
vada.
- Non ragiono? - disse Gabriele, trattenendolo per un
braccio. - Vieni qua! Ti dico che si tratta di salvare i
miei figliuoli! Hai capito?
- Ma come vuoi salvarli? Vuoi salvarli sul serio, cosí?
- Con la mia morte.
- Pazzie! Ma scusa, vuoi ch'io stia qua a sentir codesti
discorsi?
- Sí - disse con violenza Gabriele, senza lasciargli il
braccio. - Perché tu devi ajutarmi.
- A ucciderti? - domandò il Sarti, con tono derisorio.
- No: a questo, se mai, ci penserò io...
- E allora... a ingannare? a... a rubare, scusa?
- Rubare? A chi rubo? Rubo per me? Si tratta d'una
Società esposta per se stessa al rischio di siffatte
perdite... Lasciami dire! Quel che perde con me, lo
guadagnerà con cento altri. Ma chiamalo pur furto...
Lascia fare! Ne renderò conto a Dio. Tu non c'entri.
- T'inganni! - ripeté con piú forza il Sarti.
- Viene forse a te quel danaro? - gli domandò allora
Gabriele, figgendogli gli occhi negli occhi. - L'avrà
mia moglie e quei tre poveri innocenti. Quale sarebbe la
tua responsabilità?
D'un tratto, sotto lo sguardo acuto dell'Orsani, Lucio
Sarti comprese tutto: comprese che Gabriele aveva bene
udito e che si frenava ancora perché voleva prima
raggiungere il suo scopo: porre cioè un ostacolo
insormontabile fra lui e la moglie, facendolo suo
complice in quella frode. Egli, infatti, medico della
Compagnia, dichiarando ora sano Gabriele, non avrebbe
poi potuto far piú sua Flavia, vedova, a cui sarebbe
venuto il premio dell'assicurazione, frutto del suo
inganno. La Società avrebbe agito, senza dubbio, contro
di lui. Ma perché tanto e cosí feroce odio fin oltre la
morte? Se egli aveva udito, doveva pur sapere che nulla,
nulla aveva da rimproverare né a lui, né alla moglie.
Perché, dunque?
Sostenendo lo sguardo dell'Orsani, risoluto a difendersi
fino all'ultimo, gli domandò con voce mal ferma:
- La mia responsabilità, tu dici, di fronte alla
Compagnia?
- Aspetta! - riprese Gabriele, come abbagliato
dall'efficacia stringente del suo ragionamento. - Devi
pensare che io sono tuo amico da prima assai che tu
diventassi il medico di codesta Compagnia. È vero?
- È vero... ma... - balbettò Lucio.
- Non turbarti! Non voglio rinfacciarti nulla; ma solo
farti osservare che tu, in questo momento, in queste
condizioni, pensi, non a me, come dovresti, ma alla
Compagnia...
- Al mio inganno! - replicò il Sarti, fosco.
- Tanti medici s'ingannano! - ribatté subito Gabriele. -
Chi te ne può accusare? Chi può dire che in questo
momento io non sia sano? Vendo salute! Morrò di qui a
cinque o sei mesi. Il medico non può prevederlo. Tu non
lo prevedi. D'altra parte, il tuo inganno, per te, per
la tua coscienza, è carità d'amico.
Annichilito, col capo chino, il Sarti si tolse le lenti,
si stropicciò gli occhi; poi, losco, con le palpebre
semichiuse, tentò con voce tremante l'estrema difesa:
- Preferirei - disse, - dimostrartela altrimenti, questa
che tu chiami carità d'amico.
- E come?
- Ricordi dove morí mio padre e perché?
Gabriele lo guatò, stordito; bisbigliò tra sé:
- Che c'entra?
- Tu non sei al mio posto, - rispose il Sarti, risoluto,
aspro, rimettendosi le lenti. - Non puoi giudicarne.
Ricordati come sono cresciuto. Ti prego, lasciami agire
correttamente, senza rimorsi.
- Non capisco, - rispose Gabriele con freddezza, - che
rimorso potrebbe essere per te l'aver beneficato i miei
figliuoli...
- Col danno altrui?
- Io non l'ho cercato.
- Sai di farlo!
- So qualche altra cosa che mi sta piú a cuore e che
dovrebbe stare a cuore anche a te. Non c'è altro
rimedio! Per un tuo scrupolo, che non può essere anche
mio ormai, vuoi che rigetti questo mezzo che mi si offre
spontaneo, quest'ancora che tu, tu stesso m'hai gettata?
S'appressò all'uscio, ad origliare, facendo cenno al
Sarti di non rispondere.
- Ecco, è venuto!
- No, no, è inutile, Gabriele! - gridò allora il Sarti,
risolutamente. - Non costringermi!
L'Orsani lo afferrò per un braccio:
- Bada, Lucio! È l'ultima mia salvezza.
- Non questa, non questa! - protestò il Sarti. - Senti,
Gabriele: quest'ora sia sacra per noi. Io ti prometto
che i tuoi figliuoli...
Ma Gabriele non lo lasciò finire:
- L'elemosina? - disse, con un ghigno.
- No! - rispose Lucio, pronto. - Renderei a loro quel
che m'ebbi da te!
- A qual titolo? Come vorresti provvedere ai miei
figliuoli? Tu? Hanno una madre! A qual titolo? Non di
semplice gratitudine, è vero? Tu menti! Per altro fine
ti ricusi, che non puoi confessare.
Cosí dicendo, lo afferrò per le spalle e lo scosse,
intimandogli di parlar piano e domandandogli fino a che
punto avesse osato ingannarlo. Il Sarti tentò di
svincolarsi, difendendo dall'atroce accusa sé e Flavia e
rifiutandosi ancora di cedere a quella violenza.
- Voglio vederti! - ruggí a un tratto fra i denti l'Orsani.
D'un balzo aprí l'uscio e chiamò il Vannetti,
mascherando subito l'estrema concitazione con una
tumultuosa allegria:
- Un premio, un premio, - gridò, investendo l'ometto
cerimonioso, - un grosso premio, signor ispettore,
all'amico nostro, al nostro dottore, che non è soltanto
il medico della Compagnia, ma il suo piú eloquente
avvocato. M'ero quasi pentito; non volevo saperne...
Ebbene, lui, lui mi ha persuaso, mi ha vinto... Gli dia,
gli dia subito da firmare la dichiarazione medica: ha
premura, deve andar via. Poi noi stabiliremo il quanto e
il come...
Il Vannetti, felicissimo, tra uno scoppiettío di
esclamazioni ammirative e di congratulazioni, trasse
dalla cartella un modulo a stampa, e ripetendo: -
Formalità... formalità... - lo porse a Gabriele.
- Ecco, scrivi, - disse questi, rimettendo il modulo al
Sarti, che assisteva come trasognato a quella scena e
vedeva ora in quell'omiciattolo sbricio, quasi
artefatto, estremamente ridicolo, la personificazione
del suo sconcio destino.
Inizio pagina