Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
7. Visto che non piove... (Tonache di Montelusa)
Era ogni anno una sopraffazione indegna, una sconcia
prepotenza di tutto il contadiname di Montelusa contro i
poveri canonici della nostra gloriosa Cattedrale.
La statua della SS. Immacolata, custodita tutto l'anno
dentro un armadio a muro nella sagrestia della chiesa di S.
Francesco d'Assisi, il giorno otto dicembre, tutta parata
d'ori e di gemme, col manto azzurro di seta stellato
d'argento, dopo le solenni funzioni in chiesa, era condotta
sul fercolo in processione per le erte vie di Montelusa, tra
le vecchie casupole screpolate, pigiate, quasi l'una
sull'altra; su, su, fino alla Cattedrale in cima al colle; e
lì lasciata, la sera, ospite del patrono S. Gerlando.
Nella Cattedrale, la SS. Immacolata avrebbe dovuto rimanere
dalla sera del giovedì alla mattina della domenica: due
giorni e mezzo. Ma ormai, per consuetudine, parendo troppo
breve questo tempo, si lasciava stare per quella prima
domenica dopo la festa, e si aspettava la domenica seguente
per ricondurla con una nuova e più pomposa processione alla
chiesa di S. Francesco.
Se non che, quasi ogni anno avveniva che il trasporto,
quella seconda domenica, non si potesse fare per il cattivo
tempo e si dovesse rimandare a un'altra domenica; e, di
domenica in domenica, talvolta per più mesi di seguito.
Ora, questo prolungamento d'ospitalità, per se stesso, non
sarebbe stato niente, se la SS. Immacolata non avesse goduto
per antichissimo privilegio d'una prebenda durante tutto il
tempo della sua permanenza alla Cattedrale. Per tutti i
giorni che la SS. Immacolata vi stava, era come se nel
Capitolo ci fosse un canonico in più: tirava, su le esequie
e su tutto, proprio quando un canonico; e i deputati della
Congregazione sorvegliavano con tanto d'occhi perché nulla
Le fosse detratto di quanto Le spettava, affinché più
splendida, anche coi frutti di quella prebenda, potesse ogni
anno riuscire la festa in Suo onore. Questo, oltre a tutte
le altre spese che gravavano sul Capitolo per quella
permanenza; spese e fatiche: cioè, funzioni ogni giorno,
ogni giorno predica, e spari di mortaretti e di razzi e,
anche per il povero sagrestano, lunghe scampanate tutte le
mattine e tutte le sere.
Forse, per amore della SS. Vergine, i canonici della
Cattedrale avrebbero sopportato in pace e sottrazione e
spese e fatiche, se nel contadiname di Montelusa non si
fosse radicata la credenza che la SS. Immacolata volesse
rimanere nella Cattedrale uno e due mesi a loro marcio
dispetto; e che essi ogni anno pregassero a mani giunte il
cielo che non piovesse almeno la domenica che si doveva fare
il trasporto.
Giusto in quel tempo accadeva che i contadini per i loro
seminati non fossero mai paghi dell'acqua che il cielo
mandava; e se davvero qualche anno non pioveva, ecco che la
colpa era dei canonici della Cattedrale, a cui non pareva
l'ora di levarsi d'addosso la SS. Immacolata.
Ebbene, a lungo andare e a furia di sentirselo ripetere, i
canonici della Cattedrale in verità s'erano presi a
dispetto, non propriamente la Vergine, ma quegli zotici
villanacci, e più quei mezzi signori della Congregazione
che, non contenti di tener desta nell'animo dei contadini
quella sconcia credenza del loro dispetto per la Vergine,
spingevano la tracotanza fino a spedirne tre o quattro ogni
sabato, sul far della sera, tra i più sfrontati, su alla
piazza innanzi alla Cattedrale, con l'incarico di mettersi a
passeggiare con le mani dietro la schiena e il naso
all'aria, in attesa che uno del Capitolo uscisse dalla
chiesa, per domandargli con un riso scemo su le labbra:
- Scusi, signor Canonico, che prevede? pioverà o non pioverà
domani?
Era, come si vede, anche un'intollerabile irriverenza.
Monsignor Partanna avrebbe dovuto farla cessare a ogni
costo. Tanto più ch'era notorio a tutti che quei fratelloni
della Congregazione, nella frenesia di far denari comunque,
arrivavano fino a speculare indegnamente su la Madonna,
mettendo anche in pegno alla banca cattolica di San Gaetano
gli ori, le gemme e finanche il manto stellato, che la
Madonna aveva ricevuto in dono dai fedeli divoti.
Monsignor Vescovo avrebbe dovuto ordinare che il ritorno
della SS. Immacolata alla chiesa di San Francesco non
andasse mai oltre la seconda domenica dopo la festa,
comunque fosse il tempo, piovesse o non piovesse. Tanto, non
c'era pericolo che si bagnasse sotto il magnifico
baldacchino sorretto a turno dai seminaristi di più robusta
complessione.
Erano invece le donne dei contadini, le femmine dei popolo -
o come ripetevano i reverendi canonici del Capitolo - le
sgualdrinelle, le sgualdrinelle, che avevano paura di
bagnarsi; e dicevano la Vergine! Non volevano sciuparsi gli
abiti di seta, con cui si paravano per quella processione
dando uno spettacolo di sacrilega vanità atteggiate tutte
come la SS. Immacolata, con le mani un po' levate e aperte
innanzi al seno, piene d'anelli in tutte le dita, con lo
scialle di seta appuntato con gli spilli alle spalle, gli
occhi volti al cielo, e tutti i pendagli e tutti i lagrimoni
degli orecchini e delle spille e dei braccialetti,
ciondolanti a ogni passo.
Ma Monsignor Vescovo non se ne voleva dar per inteso.
Forse, ora ch'era vecchio e cadente, aveva paura di bagnarsi
anche lui e di prendere un malanno, seguendo a capo scoperto
il fercolo, sotto la pioggia; e poco gl'importava che il
povero vicario capitolare, Monsignor Lentini, fosse ridotto,
quell'anno, per le tante prediche, una al giorno, sempre su
lo stesso argomento, in uno stato da far compassione
finanche alle panche della chiesa.
Erano già undici domeniche, undici, dall'otto dicembre, che
il pover uomo, levando il capo dal guanciale, chiedeva con
voce lamentosa alla Piconella, sua vecchia casiera, la quale
ogni mattina veniva a recargli a letto il caffè:
- Piove?
E la Piconella non sapeva più come rispondergli. Perché
pareva veramente che il tempo si fosse divertito a straziare
quel brav'uomo con una incredibile raffinatezza di crudeltà.
Qualche domenica era aggiornato sereno, e allora la
Piconella era corsa tutta esultante a darne l'annunzio al
suo Monsignor Vicario:
- Il sole, il sole! Monsignor Vicario, il sole!
E il sagrestano della Cattedrale dàgli a sonare a festa le
campane, din don dan, din don dan, ché certo la SS.
Immacolata quella mattina, prima di mezzogiorno, se ne
sarebbe andata via.
Inizio
pagina
Se non che, quando già alla piazza della Cattedrale era
cominciata ad affluir la gente per la processione e
s'era finanche aperta la porta di ferro su la scalinata
presso il seminario, donde la SS. Vergine soleva uscire
ogni anno, e dal seminario erano arrivati a due a due in
lungo ordine i seminaristi parati coi camici trapunti, e
tutt'in giro alla piazza erano stati disposti i
mortaretti, ecco sopravvenire in gran furia dal mare fra
lampi e tuoni una nuova burrasca.
Il sagrestano, dàgli di nuovo a sonar tutte le campane
per scongiurarla, sul fermento della folla che s'era
messa intanto a protestare, indignata perché sotto
quella incombente minaccia del tempo i canonici
volessero mandar via a precipizio la Madonna.
E fischi e urli e invettive sotto il palazzo vescovile,
finché Monsignor Vescovo, per rimettere la calma, non
aveva fatto annunziare da uno de' suoi segretarii che la
processione era rimandata alla domenica seguente, tempo
permettendo.
Per ben cinque domeniche su undici s'era ripetuta questa
scena.
Quell'undicesima domenica, appena la piazza fu sgombra,
tutti i canonici del Capitolo irruppero furenti nella
casa del vicario capitolare, Monsignor Lentini. A ogni
costo, a ogni costo bisognava trovare un rimedio contro
quella soperchieria brutale!
Il povero vicario capitolare si reggeva la testa con le
mani e guardava tutti in giro come se fosse intronato.
S'erano avventati contro lui, più che contro gli altri,
i fischi, gli urli, le minacce della folla. Ma non era
intronato per questo il povero vicario capitolare. Dopo
undici settimane, un'altra settimana di prediche su la
SS. Immacolata! In quel momento il pover uomo non poteva
pensare ad altro, e a questo pensiero, si sentiva
proprio levar di cervello.
Il rimedio lo trovò Monsignor Landolina, il rettore
terribile del Collegio degli Oblati. Bastò che egli
proferisse un nome, perché d'improvviso si sedasse
l'agitazione di tutti quegli animi.
- Il Mèola! Qua ci vuole il Mèola! Amici miei, bisogna
ricorrere al Mèola!
Marco Mèola, il feroce tribuno anticlericale, che
quattr'anni addietro aveva giurato di salvar Montelusa
da una temuta invasione di padri Liguorini, aveva ormai
perduto ogni popolarità. Perché, pur essendo vero da una
parte che il giuramento era stato mantenuto, non era men
vero dall'altra che i mezzi adoperati e le arti che
aveva dovuto usare per mantenerlo, e poi quel ratto, e
poi la ricchezza che glien'era derivata, non erano valsi
a dar credito alla dimostrazione ch'egli voleva fare,
che il suo, cioè, era stato un sacrifizio eroico. Se la
nipote di Monsignor Partanna, infatti, la educanda
rapita, era brutta e gobba, belli e ballanti e sonanti
erano i denari della dote che il Vescovo era stato
costretto a dargli; e, in fondo, i pezzi grossi del
clero montelusano, ai quali non era mai andata a sangue
quella promessa del loro Vescovo di far tornare i padri
Liguorini, se non amici apertamente, avevano di
nascosto, anche dopo quella scappata, anzi appunto per
quella scappata, seguitato a veder di buon occhio Marco
Mèola.
Tuttavia, ora, a costui doveva senza dubbio piacere che,
senza rischio di guastarsi coi segreti amici, gli si
offrisse un'occasione per riconquistar la stima degli
antichi compagni, il prestigio perduto di tribuno
anticlericale.
Orbene, bisognava mandar furtivamente al Mèola due
fidati amici a proporgli a nome dell'intero Capitolo di
tenere per la ventura domenica una conferenza contro le
feste religiose in genere, contro le processioni sacre
in ispecie, togliendo a pretesto i deplorati disordini
delle scorse domeniche, quegli urli, quei fischi, quelle
minacce del popolo per impedire il trasporto della SS.
Immacolata dalla Cattedrale alla chiesa di S. Francesco.
Sparso per tutto il paese con molto rumore l'annunzio di
quella conferenza, si sarebbe facilmente indotto il
Vescovo a pubblicare un'indignata protesta contro la
patente violazione che della libertà del culto avevano
in animo di tentare i liberali di Montelusa, nemici
della fede, e un invito sacro a tutti i fedeli della
diocesi perché la ventura domenica, con qualunque tempo,
piovesse o non piovesse, si raccogliessero nella piazza
della Cattedrale a difendere da ogni possibile ingiuria
la venerata immagine della SS. Immacolata.
Questa proposta di Monsignor Landolina fu accolta e
approvata unanimemente dai canonici del Capitolo.
Solo quel sant'uomo del vicario, Monsignor Lentini, osò
invitare i colleghi a considerare se non fosse
imprudente sollevar disordini anche dall'altra parte,
andare a stuzzicar quel vespajo. Ma, suggeritagli l'idea
che da quella conferenza del Mèola avrebbe tratto
argomento di predica per la settimana ventura contro
l'intolleranza che voleva impedire ai fedeli di
manifestare la propria divozione alla Vergine, con
parecchi: - «Capisco, ma... capisco, ma...» - alla fine
si arrese.
La trovata di Monsignor Landolina ebbe un effetto di
gran lunga superiore a quello che gli stessi canonici
del Capitolo se ne ripromettessero.
Dopo quattr'anni di silenzio, Marco Mèola si scagliò in
piazza con le furie d'un leone affamato. Dopo due giorni
di vociferazioni nel circolo degli impiegati civili, nel
caffè di Pedoca, riuscì a promuovere una tale
agitazione, che Monsignor Vescovo fu costretto veramente
a rispondere con una fierissima pastorale e, nell'invito
sacro, chiamò a raccolta per la ventura domenica non
solo tutti i fedeli di Montelusa ma anche quelli dei
paesi vicini.
«Piova pure a diluvio,» concludeva l'invito, «noi siamo
sicuri che la più fiera tempesta non smorzerà d'un punto
il vostro sacro e fervidissimo ardore. Piova pure a
diluvio, domenica ventura la SS. Immacolata uscirà dalla
nostra gloriosa Cattedrale, e scortata e difesa da tutti
i fedeli della Diocesi, la SS. Ospite rientrerà nella
sua sede.»
Ma, neanche a farlo apposta, quella dodicesima domenica
recò, dopo tanta e così lunga intemperie, il riso della
primavera, il primo riso, e con tale dolcezza, che ogni
turbolenza cadde d'un tratto, come per incanto, dagli
animi.
Al suono festivo delle campane, nell'aria chiara, tutti
i Montelusani uscirono a inebriarsi del voluttuoso
tepore del primo sole della nuova stagione; ed era su
tutte le labbra un liquido sorriso di beatitudine e in
tutte le membra un delizioso languore, un'accorata
voglia d'abbandonarsi in cordiali abbracci fraterni.
Allora il vicario capitolare Monsignor Lentini, che dal
lunedì al sabato di quella dodicesima settimana aveva
dovuto fare altre sei prediche su la SS. Immacolata, con
un filo di voce chiamò attorno a sé i canonici del
Capitolo e domandò loro, se non si potesse in qualche
modo impedire lo scandalo ormai inutile di quella
conferenza anticlericale del Mèola, per cui si sentiva
come una spina nel cuore.
Si poteva esser certi che né per quel giorno sarebbe
piovuto, né più per mesi. Non poteva il Mèola darsi per
ammalato e rimandar la conferenza ad altro tempo,
all'anno venturo magari, per la seconda domenica di
pioggia dopo l'otto dicembre?
- Eh già! Sicuro! - riconobbero subito i canonici. -
Così il rimedio non andrebbe sciupato!
I due fidati amici dell'altra volta furono rimandati in
gran fretta dal Mèola. Un raffreddore, una costipazione,
un attacco di gotta, un improvviso abbassamento di voce:
- Visto che non piove...
Il Mèola recalcitrò, inferocito. Rinunziare? rimandare?
Ah no, perdio, si pretendeva troppo da lui, ora ch'era
riuscito a riacciuffare il favore dei liberali di
Montelusa!
- Va bene, - gli dissero quei due amici. - Se pioveva...
Ma visto che non piove...
- Visto che non piove, - tuonò il Mèola - il signor
Prefetto della provincia che fa? Potrebbe lui solo, lui
solo per ragioni d'ordine pubblico, proibire ormai la
conferenza! Andate subito dal Prefetto, visto che non
piove, e io potrò anche ricevere a letto, fra un'ora,
con un febbrone da cavallo, l'annunzio della
proibizione!
Così la SS. Immacolata ritornò, senz'alcun disordine,
alla chiesa di S. Francesco d'Assisi dopo dodici
domeniche di permanenza alla Cattedrale, il giorno 25 di
febbrajo. E il giubilo del popolo fu quell'anno
veramente straordinario per la sconfitta data dal bel
tempo ai liberali di Montelusa.
Inizio pagina