Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
6. I fortunati (Tonache di Montelusa)
Una commovente processione in casa del giovine sacerdote don
Arturo Filomarino.
Visite di condoglianza.
Tutto il vicinato stava a spiare dalle finestre e dagli usci
di strada il portoncino stinto imporrito fasciato di lutto,
che così, mezzo chiuso e mezzo aperto, pareva la faccia
rugosa di un vecchio che strizzasse un occhio per accennar
furbescamente a tutti quelli che entravano, dopo l'ultima
uscita - piedi avanti e testa dietro - del padrone di casa.
La curiosità, con cui il vicinato stava a spiare, faceva
nascere veramente il sospetto che quelle visite avessero un
significato o, piuttosto, un intento ben diverso da quello
che volevano mostrare.
A ogni visitatore che entrava nel portoncino, scattavano qua
e là esclamazioni di meraviglia:
- Uh, anche questo?
- Chi, chi?
- L'ingegner Franci!
- Anche lui?
Eccolo là, entrava. Ma come? un massone? un trentatré?
Sissignori, anche lui. E prima e dopo di lui, quel gobbo del
dottor Niscemi, l'ateo, signori miei, l'ateo; e il
repubblicano e libero pensatore avvocato Rocco Turrisi, e il
notajo Scimè e il cavalier Preato e il commendator Tino
Laspada, consigliere di prefettura, e anche i fratelli
Morlesi che, appena seduti, poverini, come se avessero le
anime avvelenate di sonno, si mettevano tutt'e quattro a
dormire, e il barone Cerrella, anche il barone Cerrella: i
meglio, insomma, i pezzi più grossi di Montelusa:
professionisti, impiegati, negozianti...
Don Arturo Filomarino era arrivato la sera avanti da Roma,
dove, appena caduto in disgrazia di Monsignor Partanna, per
la pianticina di fragole promessa alle monacelle di
Sant'Anna, s'era recato a studiare per addottorarsi in
lettere e filosofia. Un telegramma d'urgenza lo aveva
richiamato a Montelusa per il padre colto da improvviso
malore. Era arrivato troppo tardi. Neanche l'amara
consolazione di rivederlo per l'ultima volta!
Le quattro sorelle maritate e i cognati, dopo averlo in
fretta in furia ragguagliato della sciagura fulminea e
avergli rinfacciato con certi versacci di sdegno, anzi di
schifo, di abominazione, che i preti suoi colleghi di
Montelusa avevano preteso dal moribondo ventimila lire,
venti, ventimila lire per amministrargli i santi sacramenti,
come se la buon'anima non avesse già donato abbastanza a
opere pie, a congregazioni di carità, e lastricato di marmo
due chiese, edificato altari, regalato statue e quadri di
santi, profuso a piene mani denari per tutte le feste
religiose; se n'erano andati via, sbuffanti, indignati,
dichiarandosi stanchi morti di tutto quello che avevano
fatto in quei due giorni tremendi; e lo avevano lasciato
solo, là, solo, santo Dio, con la governante, piuttosto...
sì, piuttosto giovine, che il padre, buon'anima, aveva avuto
la debolezza di farsi venire ultimamente da Napoli, e che
già con collosa amorevolezza lo chiamava don Arturì.
Per ogni cosa che gli andasse attraverso, don Arturo aveva
preso il vezzo d'appuntir le labbra e soffiare a due, a tre
riprese, pian piano, passandosi le punte delle dita su le
sopracciglia. Ora, poverino, a ogni don Arturì...
Ah, quelle quattro sorelle! quelle quattro sorelle! Lo
avevano sempre malvisto, fin da piccino, anzi propriamente
non lo avevano mai potuto soffrire, forse perché unico
maschio e ultimo nato, forse perché esse, poverette, erano
tutt'e quattro brutte, una più brutta dell'altra, mentre lui
bello, fino fino, biondo e riccioluto. La sua bellezza
doveva parer loro doppiamente superflua, sì perché uomo e sì
perché destinato fin dall'infanzia, col piacer suo, al
sacerdozio. Prevedeva che sarebbero avvenute scene
disgustose, scandali e liti al momento della divisione
ereditaria. Già i cognati avevano fatto apporre i suggelli
alla cassaforte e alla scrivania nel banco del suocero,
morto intestato.
Che c'entrava intanto rinfacciare a lui ciò che i ministri
di Dio avevano stimato giusto e opportuno pretendere dal
padre perché morisse da buon cristiano? Ahi, per quanto
crudele potesse riuscire al suo cuore di figlio, doveva pur
riconoscere che la buon'anima aveva per tanti anni
esercitato l'usura e senza in parte neppur quella
discrezione che può almeno attenuare il peccato. Vero è che
con la stessa mano, con cui aveva tolto, aveva poi anche
dato, e non poco. Non erano però, a dir proprio, denari
suoi. E per questo appunto, forse, i sacerdoti di Montelusa
avevano stimato necessario un altro sacrifizio, all'ultimo.
Egli, da parte sua, s'era votato a Dio per espiare con la
rinunzia ai beni della terra il gran peccato in cui il padre
era vissuto e morto. E ora, per quel che gli sarebbe toccato
dell'eredità paterna, era pieno di scrupoli e si proponeva
di chieder lume e consiglio a qualche suo superiore, a
Monsignor Landolina per esempio, direttore del Collegio
degli Oblati, sant'uomo, già suo confessore, di cui
conosceva bene l'esemplare, fervidissimo zelo di carità.
Tutte quelle visite, intanto, lo imbarazzavano.
Per quel che volevano parere, data la qualità dei
personaggi, rappresentavano per lui un onore immeritato; per
il fine recondito che le guidava, un avvilimento crudele.
Temeva quasi d'offendere a ringraziare per quell'apparenza
d'onore che gli si faceva; a non ringraziare affatto, temeva
di scoprir troppo il proprio avvilimento e d'apparir
doppiamente sgarbato.
D'altra parte, non sapeva bene che cosa gli volessero dire
tutti quei signori, né che cosa doveva rispondere, né come
regolarsi. Se sbagliava? se commetteva, senza volerlo, senza
saperlo, qualche mancanza?
Egli voleva ubbidire ai suoi superiori, sempre e in tutto.
Così, ancor senza consiglio, si sentiva proprio sperduto in
mezzo a quella folla.
Prese dunque il partito di sprofondarsi su un divanuccio
sgangherato in fondo allo stanzone polveroso e sguarnito,
quasi bujo, e di fingersi almeno in principio così disfatto
dal cordoglio e dallo strapazzo del viaggio, da non potere
accogliere se non in silenzio tutte quelle visite.
Dal canto loro i visitatori, dopo avergli stretto la mano,
sospirando e con gli occhi chiusi, si mettevano a sedere
giro giro lungo le pareti e nessuno fiatava e tutti parevano
immersi in quel gran cordoglio del figlio. Schivavano
intanto di guardarsi l'un l'altro, come se a ciascuno
facesse stizza che gli altri fossero venuti là a dimostrare
la sua stessa condoglianza.
Non pareva l'ora, a tutti, di andarsene, ma ognuno aspettava
che prima se n'andassero via gli altri, per dir sottovoce, a
quattr'occhi, una parolina a don Arturo.
E in tal modo nessuno se ne andava.
Lo stanzone era già pieno e i nuovi arrivati non trovavan
più posto da sedere e tutti gonfiavano in silenzio e
invidiavano i fratelli Morlesi che almeno non s'avvedevano
del tempo che passava, perché, al solito, appena seduti,
s'erano addormentati tutt'e quattro profondamente.
Alla fine, sbuffando, s'alzò per primo, o piuttosto scese
dalla seggiola il barone Cerrella, piccolo e tondo come una
balla, e dri dri dri, con un irritatissimo sgrigliolio delle
scarpe di coppale, andò fino al divanuccio, si chinò verso
don Arturo, e gli disse piano:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Quantunque abbattuto, don Arturo balzò in piedi:
- Eccomi, signor barone!
E lo accompagnò, attraversando tutto lo stanzone, fino alla
saletta d'ingresso. Ritornò poco dopo, soffiando, a
sprofondarsi nel divanuccio; ma non passarono due minuti,
che un altro si alzò e venne a ripetergli:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Dato l'esempio, cominciò la sfilata. A uno a uno, di due
minuti in due minuti, s'alzavano, e... ma dopo cinque o sei,
don Arturo non aspettò più che venissero a pregarlo fino al
divanuccio in fondo allo stanzone; appena vedeva uno
alzarsi, accorreva pronto e servizievole e lo accompagnava
fino alla saletta.
Per uno che se n'andava però, ne sopravvenivano altri due o
tre alla volta, e quel supplizio minacciava di non aver più
fine per tutta la giornata.
Fortunatamente, quando furono le tre del pomeriggio, non
venne più nessuno. Restavano nello stanzone soltanto i
fratelli Morlesi, seduti uno accanto all'altro, tutt'e
quattro nella stessa positura, col capo ciondoloni sul
petto.
Dormivano lì da circa cinque ore.
Don Arturo non si reggeva più su le gambe. Indicò con un
gesto disperato alla giovine governante napoletana quei
quattro dormienti là.
- Voi andate a mangiare, don Arturì, - disse quella. - Mo'
ci pens'io.
Svegliati, però, dopo aver volto un bel po' in giro gli
occhi sbarrati e rossi di sonno per raccapezzarsi, i
fratelli Morlesi vollero dire anch'essi la parolina in
confidenza a don Arturo, e invano questi si provò a far loro
intendere che non ce n'era bisogno; che già aveva capito e
che avrebbe fatto di tutto per contentarli, come gli altri,
fin dove gli sarebbe stato possibile. I fratelli Morlesi non
volevano soltanto pregarlo come tutti gli altri di fare in
modo che venisse a lui la loro cambiale nella divisione dei
crediti per non cadere sotto le grinfie degli altri eredi;
avevano anche da fargli notare che la loro cambiale non era
già, come figurava, di mille lire, ma di sole cinquecento.
- E come? perché? - domandò, ingenuamente, don Arturo.
Si misero a rispondergli tutt'e quattro insieme,
correggendosi a vicenda e ajutandosi l'un l'altro a condurre
a fine il discorso:
- Perché suo papà, buon'anima, purtroppo...
- No, purtroppo... per... per eccesso di...
- Di prudenza, ecco!
- Già, ecco... ci disse, firmate per mille...
- E tant'è vero che gli interessi...
- Come risulterà dal registro...
- Interessi del ventiquattro, don Arturì! del ventiquattro!
del ventiquattro!
- Glieli abbiamo pagati soltanto per cinquecento lire,
puntualmente, fino al quindici del mese scorso.
- Risulterà dal registro...
Don Arturo, come se da quelle parole sentisse ventar le
fiamme dell'inferno, appuntiva le labbra e soffiava,
passandosi la punta delle mani immacolate su le
sopracciglia.
Si dimostrò grato della fiducia che essi, come tutti gli
altri, riponevano in lui, e lasciò intravedere anche a loro
quasi la speranza che egli, da buon sacerdote, non avrebbe
preteso la restituzione di quei denari.
Contentarli tutti, purtroppo, non poteva: gli eredi erano
cinque, e dunque a piacer suo egli non avrebbe potuto
disporre che di un quinto dell'eredità.
Quando in paese si venne a sapere che don Arturo Filomarino,
in casa dell'avvocato scelto per la divisione ereditaria,
discutendo con gli altri eredi circa gli innumerevoli
crediti cambiarii, non si era voluto contentare della
proposta dei cognati, che fosse cioè nominato per essi un
liquidatore di comune fiducia, il quale a mano a mano,
concedendo umanamente comporti e rinnovazioni, li liquidasse
agli interessi più che onesti del cinque per cento, mentre
il meno che il suocero soleva pretendere era del
ventiquattro; più che più si raffermò in tutti i debitori la
speranza che egli generosamente, con atto da vero cristiano
e degno ministro di Dio, avrebbe non solo abbonato del tutto
gl'interessi a quelli che avrebbero avuto la fortuna di
cadere in sua mano, ma fors'anche rimessi e condonati i
debiti.
E fu una nuova processione alla casa di lui. Tutti
pregavano, tutti scongiuravano per esser compresi tra i
fortunati, e non rifinivano di porgli sotto gli occhi e di
fargli toccar con mano le miserande piaghe della loro
esistenza.
Don Arturo non sapeva più come schermirsi; aveva le labbra
indolenzite dal tanto soffiare; non trovava un minuto di
tempo, assediato com'era, per correre da Monsignor Landolina
a consigliarsi; e gli pareva mill'anni di ritornarsene a
Roma a studiare. Aveva vissuto sempre per lo studio, lui,
ignaro affatto di tutte le cose del mondo.
Quando alla fine fu fatta la difficilissima ripartizione di
tutti i crediti cambiarii, ed egli ebbe in mano il pacco
delle cambiali che gli erano toccate, senza neppur vedere di
chi fossero per non rimpiangere gli esclusi, senza neppur
contare a quanto ammontassero, si recò al Collegio degli
Oblati per rimettersi in tutto e per tutto al giudizio di
Monsignor Landolina.
Il consiglio di questo sarebbe stato legge per lui.
Il Collegio degli Oblati sorgeva nel punto più alto del
paese ed era un vasto, antichissimo edificio quadrato e
fosco esternamente, roso tutto dal tempo e dalle intemperie;
tutto bianco, all'incontro, arioso e luminoso, dentro.
Vi erano accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la
provincia, dai sei ai diciannove anni, i quali vi imparavano
le varie arti e i varii mestieri. La disciplina era dura,
segnatamente sotto Monsignor Landolina, e quando quei poveri
Oblati alla mattina e al vespro cantavano al suono
dell'organo nella chiesina del Collegio, le loro preghiere
sapevan di pianto e, a udirle da giù, provenienti da quella
fabbrica fosca nell'altura, accoravano come un lamento di
carcerati.
Monsignor Landolina non pareva affatto che dovesse avere in
sé tanta forza di dominio e così dura energia.
Era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se la gran
luce di quella bianca ariosa cameretta in cui viveva, lo
avesse non solo scolorito ma anche rarefatto, e gli avesse
reso le mani d'una gracilità tremula quasi trasparenti e su
gli occhi chiari ovati le palpebre più esili d'un velo di
cipolla.
Tremula e scolorita aveva anche la voce e vani i sorrisi su
le lunghe labbra bianche, tra le quali spesso filava qualche
grumetto di biascia.
- Oh Arturo! - disse, vedendo entrare il giovine: e, come
questi gli si buttò sul petto piangendo:
- Ah, già! un gran dolore... Bene bene, figliuolo mio! Un
gran dolore, mi piace. Ringraziane Dio! Tu sai com'io sono
per tutti gli sciocchi che non vogliono soffrire. Il dolore
ti salva, figliuolo! E tu, per tua ventura, hai molto, molto
da soffrire, pensando a tuo padre che, poveretto, eh... fece
tanto, tanto male! Sia il tuo cilizio, figliuolo, il
pensiero di tuo padre. E di', quella donna? quella donna? Tu
l'hai ancora in casa?
- Andrà via domani, Monsignore, - s'affrettò a rispondergli
don Arturo, finendo d'asciugarsi le lagrime. Ha dovuto
preparar le sue robe...
- Bene bene, subito via, subito via. Che hai da dirmi,
figliuolo mio?
Don Arturo trasse fuori il pacco delle cambiali, e subito
cominciò a esporre il piato per esse coi parenti, e le
visite e le lamentazioni delle vittime.
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Ma Monsignor Landolina, come se quelle cambiali fossero
armi diaboliche o imagini oscene, appena gli occhi si
posavano su esse, tirava indietro il capo e muoveva
convulsamente tutte le dita delle gracili mani diafane,
quasi per paura di scottarsele, non già a toccarle, ma a
vederle soltanto, e diceva ai Filomarino che le teneva
su le ginocchia:
- Non lì sull'abito, caro, non lì sull'abito...
Don Arturo fece per posarle su la seggiola accanto.
- Ma no, ma no... per carità, dove le posi? Non tenerle
in mano, caro, non tenerle in mano...
- E allora? - domandò sospeso, perplesso, avvilito, don
Arturo, anche lui con un viso disgustato e tenendole con
due dita e scostando le altre, come se veramente avesse
in mano un oggetto schifoso.
- Per terra, per terra, - gli suggerì Monsignor
Landolina. - Caro mio, un sacerdote, tu intendi...
Don Arturo, tutto invermigliato in volto, le posò per
terra e disse:
- Avevo pensato, Monsignore, di restituirle a quei
poveri disgraziati...
- Disgraziati? No, perché? - lo interruppe subito
Monsignor Landolina. - Chi ti dice che sono disgraziati?
- Mah... - fece don Arturo. - Il solo fatto, Monsignore,
che han dovuto ricorrere a un prestito...
- I vizii, caro, i vizii! - esclamò Monsignor Landolina.
- Le donne, la gola, le triste ambizioni,
l'incontinenza... Che disgraziati! Gente viziosa, caro,
gente viziosa. Vuoi darla a conoscere a me? Tu sei
ragazzo inesperto. Non ti fidare. Piangono, si sa! È
così facile piangere... Difficile è non peccare! Peccano
allegramente; e, dopo aver peccato, piangono. Va' va'!
Te li insegno io quali sono i veri disgraziati, caro,
poiché Dio t'ha ispirato a venir da me. Sono tutti
questi ragazzi sotto la mia custodia qua, frutto delle
colpe e dell'infamia di codesti tuoi signori
disgraziati. Da' qua, da' qua!
E, chinandosi, con le mani fe' cenno al Filomarino di
raccattar da terra il fascio delle cambiali.
Don Arturo lo guardò, titubante. Come, ora sì? Doveva
prenderle con le mani?
- Vuoi disfartene? Prendile! Prendile! - s'affrettò a
rassicurarlo Monsignor Landolina. - Prendile pure con le
mani, sì! Leveremo subito da esse il sigillo del
demonio, e le faremo strumento di carità. Puoi ben
toccarle ora, se debbono servire per i miei poverini! Tu
le dai a me, eh? Le dai a me; e li faremo pagare, li
faremo pagare, caro mio; vedrai se li faremo pagare,
codesti tuoi signori disgraziati!
Rise, così dicendo, d'un riso senza suono, con le
bianche labbra appuntite e con uno scotimento fitto
fitto del capo.
Don Arturo avvertì, a quel riso, come un friggio per
tutto il corpo, e soffiò. Ma di fronte alla sicurezza
sbrigativa con cui il superiore si prendeva quei crediti
a titolo di carità, non ardì replicare. Pensò a tutti
quegli infelici, che si stimavano fortunati d'esser
caduti in sua mano e tanto lo avevano pregato e tanto
commosso col racconto delle loro miserie. Cercò di
salvarli almeno dal pagamento degli interessi.
- E no! E perché? - gli diede subito su la voce
Monsignor Landolina. - Dio si serve di tutto, caro mio,
per le sue opere di misericordia! Di' un po', di' un
po', che interessi faceva tuo padre? Eh, forti, lo so!
Almeno del ventiquattro, mi par d'aver inteso. Bene; li
tratteremo tutti con la stessa misura. Pagheranno tutti
il ventiquattro per cento.
- Ma... sa, Monsignore... veramente, ecco... - balbettò
don Arturo su le spine, - i miei coeredi, Monsignore,
hanno stabilito di liquidare i loro crediti con
gl'interessi del cinque, e...
- Fanno bene! ah! fanno bene! - esclamò pronto e
persuaso Monsignor Landolina. - Loro sì, benissimo,
perché questo è denaro che va a loro! Il nostro no,
invece. Il nostro andrà ai poveri, figliuolo mio! Il
caso è ben diverso, come vedi! È denaro che va ai
poveri, il nostro; non a te, non a me! Ti pare che
faremmo bene noi, se defraudassimo i poveri di quanto
possono pretendere secondo il minimo dei patti stabiliti
da tuo padre? Sian pur patti d'usura, li santifica
adesso la carità! No no! Pagheranno, pagheranno gli
interessi, altro che! gl'interessi del ventiquattro. Non
vengono a te; non vengono a me! Denaro dei poveri,
sacrosanto! Va' pur via senza scrupoli, figliuolo mio;
ritorna subito a Roma ai tuoi diletti studii, e lascia
fare a me, qua. Tratterò io con codesti signori. Denaro
dei poveri, denaro dei poveri... Dio ti benedica,
figliuolo mio! Dio ti benedica!
E Monsignor Landolina, animato da quell'esemplare,
fervidissimo zelo di carità, di cui meritamente godeva
fama, arrivò fino al punto di non voler neppure
riconoscere che la cambiale dei quattro poveri fratelli
Morlesi che dormivano sempre, firmata per mille, fosse
in realtà di cinquecento lire; e pretese da loro, come
da tutti gli altri, gl'interessi del ventiquattro per
cento anche su le cinquecento lire che non avevano mai
avute.
E li voleva per giunta convincere, filando tra le labbra
bianche que' suoi grumetti di biascia, che fortunati
erano davvero, fortunati, fortunati di fare, anche
nolenti, un'opera di carità, di cui certamente il
Signore avrebbe loro tenuto conto un giorno, nel mondo
di là...
Piangevano?
- Eh! Il dolore vi salva, figliuoli!
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