Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
5. Difesa del Meola (Tonache di Montelusa)
Ho tanto raccomandato ai miei concittadini di Montelusa di
non condannare così a occhi chiusi il Mèola, se non vogliono
macchiarsi della più nera ingratitudine.
Il Mèola ha rubato.
Il Mèola s'è arricchito.
Il Mèola probabilmente domani si metterà a far l'usurajo.
Sì. Ma pensiamo, signori miei, a chi e perché ha rubato il
Mèola. Pensiamo che è niente il bene che il Mèola ha fatto a
se stesso rubando, se lo confrontiamo col bene che da quel
suo furto è derivato alla nostra amatissima Montelusa.
Io per me non so tollerare in pace che i miei concittadini,
riconoscendo da un canto questo bene, seguitino dall'altro a
condannare il Mèola e a rendergli se non proprio
impossibile, difficilissima la vita nel nostro paese.
Ragion per cui m'appello al giudizio di quanti sono in
Italia liberali equanimi e ben pensanti.
Un incubo orrendo gravava su tutti noi Montelusani, da
undici anni: dal giorno nefasto che Monsignor Vitangelo
Partanna, per istanze e mali uffizii di potenti prelati a
Roma, ottenne il nostro vescovado.
Avvezzi com'eravamo da tempo al fasto, alle maniere gioconde
e cordiali, alla copiosa munificenza dell'Eccell.mo nostro
Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!), tutti noi
Montelusani ci sentimmo stringere il cuore, allorché vedemmo
per la prima volta scendere dall'alto e vetusto Palazzo
Vescovile, a piedi tra i due segretarii, incontro al sorriso
della nostra perenne primavera, lo scheletro intabarrato di
questo vescovo nuovo: alto, curvo su la sua trista magrezza,
proteso il collo, le tumide e livide labbra in fuori, nello
sforzo di tener ritta la faccia incartapecorita, con gli
occhialacci neri su l'adunco naso.
I due segretarii, il vecchio don Antonio Sclepis, zio del
Mèola, e il giovane don Arturo Filomarino (che durò poco in
carica), si tenevano un passo indietro e andavano interiti e
come sospesi, consci dell'orribile impressione che Sua
Eccellenza destava in tutta la cittadinanza.
E infatti parve a tutti che il cielo, il gajo aspetto della
nostra bianca cittadina s'oscurassero a quell'apparizione
ispida, lugubre. Un brulichio sommesso, quasi di
raccapriccio, si propagò al passaggio di lui per tutti gli
alberi del lungo e ridente viale del Paradiso, vanto della
nostra Montelusa, terminato laggiù da due azzurri: quello
aspro e denso del mare, quello tenue e vano del cielo.
Difetto precipuo di noi Montelusani è senza dubbio
l'impressionabilità. Le impressioni, a cui andiamo così
facilmente soggetti, possono a lungo su le nostre opinioni,
su i nostri sentimenti, e c'inducono nell'animo mutamenti
sensibilissimi e durevoli.
Un vescovo a piedi? Da che il Vescovado sedeva lassù come
una fortezza in cima al paese, tutti i Montelusani avevan
sempre veduto scendere in carrozza i loro vescovi al viale
del Paradiso. Ma vescovado, disse Monsignor Partanna fin dal
primo giorno, insediandosi, è nome d'opera e non d'onore. E
smise la vettura, licenziò cocchieri e lacchè, vendette
cavalli e paramenti, inaugurando la più gretta tirchieria.
Pensammo dapprima:
«Vorrà fare economia. Ha molti parenti poveri nella sua
nativa Pisanello».
Se non che, venne un giorno da Pisanello a Montelusa uno di
questi parenti poveri, un suo fratello appunto, padre di
nove figliuoli, a pregarlo in ginocchio a mani giunte, come
si pregano i santi, perché gli desse ajuto, tanto almeno da
pagare i medici che dovevano operar la moglie moribonda. Non
volle dargli nemmeno da pagarsi il ritorno a Pisanello. E lo
vedemmo tutti, sentimmo tutti quel che disse il pover uomo
con gli occhi gonfi di lagrime e la voce rotta dai
singhiozzi nel Caffè di Pedoca, appena sceso dal Vescovado.
Ora, la Diocesi di Montelusa - è bene saperlo - è tra le più
ricche d'Italia.
Che voleva fare Monsignor Partanna con le rendite di essa,
se negava con tanta durezza un così urgente soccorso a' suoi
di Pisanello?
Marco Mèola ci svelò il segreto.
L'ho presente (potrei dipingerlo), quella mattina che ci
chiamò tutti, noi liberali di Montelusa, nella piazza
innanzi al Caffè Pedoca. Gli tremavano le mani; le ciocche
ricciute della testa leonina, rizzandosi, lo costringevano
più del solito a rincalcarsi con manate furiose il
cappelluccio floscio, che non gli vuol mai sedere in capo.
Era pallido e fiero. Un fremito di sdegno gli arricciava il
naso di tratto in tratto.
Vive orrenda tuttora negli animi dei vecchi Montelusani la
memoria della corruzione seminata nelle campagne e in tutto
il paese, con le prediche e la confessione, dei Padri
Liguorini, e dello spionaggio, dei tradimenti operati da
essi negli anni nefandi della tirannia borbonica, di cui
segretamente s'eran fatti strumento.
Ebbene, i Liguorini, i Liguorini voleva far tornare a
Montelusa Monsignor Partanna, i Liguorini cacciati a furia
di popolo quando scoppiò la rivoluzione.
Per questo egli accumulava le rendite della Diocesi.
Ed era una sfida a noi Montelusani, che il fervido amore
della libertà non avevamo potuto dimostrare altrimenti, che
con quella cacciata di frati, giacché, al primo annunzio
dell'entrata di Garibaldi a Palermo, s'era squagliata la
sbirraglia, e con essa la scarsa soldatesca borbonica di
presidio a Montelusa.
Quell'unico nostro vanto voleva dunque fiaccare Monsignor
Partanna.
Ci guardammo tutti negli occhi, frementi d'ira e di sdegno.
Bisognava a ogni costo impedire che un tal proposito si
riducesse a effetto. Ma Come impedirlo?
Parve che da quel giorno il cielo s'incavernasse su
Montelusa. La città prese il lutto. Il Vescovado lassù, ove
colui covava il reo disegno e di giorno in giorno ne
avvicinava l'attuazione, ce lo sentimmo tutti come un
macigno sul petto.
Nessuno, allora, pur sapendo che Marco Mèola era nipote
dello Sclepis, segretario del vescovo, dubitava della sua
fede liberale. Tutti anzi ammiravano la sua forza d'animo
quasi eroica, comprendendo di quanta amarezza dovesse in
fondo esser cagione quella fede per lui, allevato e
cresciuto come un figliuolo da quello zio prete.
I miei concittadini di Montelusa mi domandano adesso con
aria di scherno: - Ma se veramente gli sapeva di sale il
pane dello zio prete, perché non si allibertava lavorando?
E dimenticano che, per esser scappato, giovinetto, dal
seminario, lo Sclepis, che lo voleva a ogni costo prete come
lui, lo aveva tolto dagli studii; dimenticano che tutti
allora compiangevamo amaramente che per la bizza d'una
chierica stizzita si dovesse perdere un ingegno di quella
sorte.
Io ricordo bene che cori d'approvazione e che applausi e
quanta ammirazione, allorché, sfidando i fulmini del
Vescovado e l'indignazione e la vendetta dello zio, Marco
Mèola, facendosi cattedra d'un tavolino del Caffè Pedoca, si
mise per un'ora al giorno a commentare ai Montelusani le
opere latine e volgari di Alfonso Maria de' Liguori,
segnatamente i Discorsi sacri e morali per tutte le
domeniche dell'anno e Il libro delle Glorie di Maria.
Ma noi vogliamo far scontare al Mèola le frodi della nostra
illusione, le aberrazioni della nostra deplorabilissima
impressionabilità.
Quando il Mèola, un giorno, con aria truce, levando una mano
e ponendosela poi sul petto, ci disse: - «Signori, io
prometto e giuro che i liguorini non torneranno a Montelusa!»
- voi, Montelusani, voleste per forza immaginare non so che
diavolerie: mine, bombe, agguati, assalti notturni al
Vescovado e Marco Mèola come Pietro Micca con la miccia in
mano pronto a far saltare in aria vescovo e Liguorini.
Ora questo, con buona pace e sopportazione vostra, vuol dire
avere una concezione dell'eroe alquanto grottesca. Con tali
mezzi avrebbe potuto mai il Mèola liberar Montelusa dalla
calata dei Liguorini? Il vero eroismo consiste nel sapere
attemprare i mezzi all'impresa.
E Marco Mèola seppe.
Sonavano nell'aria che inebriava, satura di tutte le
fragranze della nuova primavera, le campane delle chiese,
tra i gridi festivi delle rondini guizzanti a frotte nel
luminoso ardore di quel vespero indimenticabile.
Io e il Mèola passeggiavamo per il nostro viale del
Paradiso, muti e assorti nei nostri pensieri.
Il Mèola a un tratto si fermò e sorrise.
- Senti, - mi disse. - queste campane più prossime? Sono
della badia di Sant'Anna. Se tu sapessi chi le suona!
- Chi le suona?
- Tre campane, tre colombelle!
Mi voltai a guardarlo, stupito del tono e dell'aria con cui
aveva proferito quelle parole.
- Tre monache?
Negò col capo, e mi fe' cenno d'attendere.
- Ascolta, - soggiunse piano. - Ora, appena tutt'e tre
finiranno di sonare, l'ultima, la campanella più piccola e
più argentina, batterà tre tocchi, timidi. Ecco... ascolta
bene!
Difatti, lontano, nel silenzio del cielo, rintoccò tre volte
- din din din - quella timida campanella argentina, e parve
che il suono di quei tre tintinni si fondesse beato
nell'aurea luminosità del crepuscolo.
- Hai inteso? - mi domandò il Mèola. - Questi tre rintocchi
dicono a un felice mortale: «Io penso a te!».
Tornai a guardarlo. Aveva socchiuso gli occhi, per
sospirare, e alzato il mento. Sotto la folta barba crespa
gli s'intravedeva il collo taurino, bianco come l'avorio.
- Marco! - gli gridai, scotendolo per un braccio.
Egli allora scoppiò a ridere; poi, aggrottando le ciglia,
mormorò:
- Mi sacrifico, amico mio, mi sacrifico! Ma sta' pur sicuro
che i Liguorini non torneranno a Montelusa.
Non potei strappargli altro di bocca per molto tempo.
Che relazione poteva esserci tra quei tre rintocchi di
campana, che dicevano Io penso a te, e i Liguorini che non
dovevano tornare a Montelusa? E a qual sacrifizio s'era
votato il Mèola per non farli tornare?
Sapevo che nella badia di Sant'Anna egli aveva una zia,
sorella dello Sclepis e della madre; sapevo che tutte le
monache delle cinque badie di Montelusa odiavano anch'esse
cordialmente Monsignor Partanna, perché appena insediatosi
vescovo, aveva dato per esse tre disposizioni, una più
dell'altra crudele:
1a che non dovessero più né preparare né vendere dolci o
rosolii (quei buoni dolci di miele e di pasta reale,
infiocchettati e avvolti in fili d'argento! quei buoni
rosolii, che sapevano d'anice e di cannella!);
2a che non dovessero più ricamare (neanche arredi e
paramenti sacri), ma far soltanto la calzetta;
3a che non dovessero più avere, in fine, un confessore
particolare, ma servirsi tutte, senza distinzione, del Padre
della comunità.
Che pianti, che angoscia disperata in tutte e cinque le
badie di Montelusa, specialmente per quest'ultima
disposizione! che maneggi per farla revocare!
Ma Monsignor Partanna era stato irremovibile. Forse aveva
giurato a se stesso di far tutto il contrario di quel che
aveva fatto il suo Eccell.mo Predecessore. Largo e cordiale
con le monache, Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!),
si recava a visitarle almeno una volta la settimana, e
accettava di gran cuore i loro trattamenti, lodandone la
squisitezza, e si intratteneva a lungo con esse in lieti e
onesti conversari.
Monsignor Partanna, invece, non si era mai recato più d'una
volta al mese in questa o in quella badia, sempre
accompagnato dai due segretarii, arcigno e duro, e non aveva
mai voluto accettare, non che una tazza di caffè, neppure un
bicchier d'acqua. Quante riprensioni avevano dovuto fare
alle monache e alle educande le madri badesse e le vicarie
per ridurle all'obbedienza e farle scendere giù nel
parlatorio, quando la portinaja per annunziar la visita di
Monsignore strappava a lungo la catena del campanello che
strillava come un cagnolino a cui qualcuno avesse pestato
una piota! Ma se le spaventava tutte con quei segnacci di
croce! con quella vociaccia borbottante: - Santa, figlia, -
in risposta al saluto che ciascuna gli porgeva, facendosi
innanzi alla doppia grata, col viso vermiglio e gli occhi
bassi:
- Vostra Eccellenza benedica!
Nessun discorso, che non fosse di chiesa. Il giovine
segretario don Arturo Filomarino aveva perduto il posto per
aver promesso un giorno nel parlatorio di Sant'Anna alle
educande e alle monacelle più giovani, che se lo mangiavano
con gli occhi dalle grate, una pianticina di fragole da
piantare nel giardino della badia.
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Odiava ferocemente le donne, Monsignor Partanna. E la
donna, la donna più pericolosa, la donna umile, tenera e
fedele, egli scopriva sotto il manto e le bende della
monaca. Perciò ogni risposta che dava loro era come un
colpo di ferula su le dita. Marco Mèola sapeva, per via
dello zio segretario, di quest'odio di Monsignor
Partanna per le donne. E quest'odio gli parve troppo e
che, come tale, dovesse avere una ragione recondita e
particolare nell'animo e nel passato di Monsignore. Si
mise a cercare; ma presto troncò le ricerche, all'arrivo
misterioso di una nuova educanda alla badia di
Sant'Anna, d'una povera gobbetta che non poteva neanche
reggere sul collo la grossa testa dai grandi occhi ovati
nella macilenza squallida del viso. Questa gobbetta era
nipote di Monsignor Partanna; ma una nipote di cui non
sapevano nulla i parenti di Pisanello. E difatti non era
arrivata da Pisanello, ma da un altro paese
dell'interno, ove alcuni anni addietro il Partanna era
stato parroco.
Lo stesso giorno dell'arrivo di questa nuova educanda
alla badia di Sant'Anna, Marco Mèola gridò solennemente
in piazza a tutti noi compagni della sua fede liberale:
- Signori, io prometto e giuro che i Liguorini non
torneranno a Montelusa.
E vedemmo, stupiti, subito dopo quel giuramento solenne,
cambiar vita a Marco Mèola; lo vedemmo ogni domenica e
in tutte le feste del calendario ecclesiastico entrare
in chiesa e sentirsi la messa; lo vedemmo a passeggio in
compagnia di preti e di vecchi bigotti; lo vedemmo in
gran faccende ogni qual volta si preparavano le visite
pastorali nella Diocesi, che Monsignor Partanna faceva
con la massima vigilanza a' tempi voluti dai Canoni, non
ostante la gran difficoltà delle vie e la mancanza di
comunicazioni e di veicoli; e lo vedemmo con lo zio far
parte del seguito in quelle visite.
Tuttavia, io non volli - io solo - credere a un
tradimento da parte del Mèola. Come rispose egli ai
primi nostri rimproveri, alle prime nostre rimostranze?
Rispose energicamente:
- Signori, lasciatemi fare!
Voi scrollaste le spalle, indignati; diffidaste di lui;
credeste e gridaste al voltafaccia. Io seguitai a
essergli amico e mi ebbi da lui in quel vespro
indimenticabile, quando la timida campanella argentina
sonò i tre rintocchi nel cielo luminoso, quella mezza
confessione misteriosa.
Marco Mèola, che non era mai andato più di una volta
l'anno a visitare quella sua zia monaca a Sant'Anna,
cominciò a visitarla ogni settimana in compagnia della
madre. La zia monaca, nella badia di Sant'Anna, era
preposta alla sorveglianza delle tre educande. Le tre
educande, le tre colombelle, volevano molto bene alla
loro maestra; la seguivano per tutto come i pulcini la
chioccia; la seguivano anche quand'essa era chiamata in
parlatorio per la visita della sorella e del nipote.
E un giorno si vide il miracolo, Monsignor Partanna, che
aveva negato alle monache di quella badia la licenza,
che esse avevano sempre avuta, di entrare due volte
l'anno in chiesa, la mattina, a porte chiuse, per
pararla con le loro mani nelle ricorrenze del Corpus
Domini e della Madonna del Lume, tolse il veto,
riconcesse la licenza, per le preghiere insistenti delle
tre educande e segnatamente della sua nipote, quella
povera gobbetta nuova arrivata.
Veramente, il miracolo si vide dopo: quando venne la
festa della Madonna del Lume.
La sera della vigilia, Marco Mèola si nascose nella
chiesa, a tradimento, e dormì nel confessionale del
Padre della comunità. All'alba, una vettura era pronta
nella piazzetta innanzi alla badia; e quando le tre
educande, due belle e vivaci come rondinine in amore,
l'altra gobba e asmatica, scesero con la loro maestra a
parar l'altare della Madonna del Lume...
Ecco, voi dite: il Mèola ha rubato; il Mèola s'è
arricchito; il Mèola probabilmente domani si metterà a
far l'usurajo. Sì. Ma pensate, signori miei, pensate che
di quelle tre educande non una delle due belle, ma la
terza, la terza, quella misera sbiobbina asmatica e
cisposa toccò a Marco Mèola di rapirsi, quand'era invece
amato fervidamente anche dalle altre due! quella,
proprio quella gobbetta, per impedire che i padri
Liguorini tornassero a Montelusa.
Monsignor Partanna infatti - per costringere il Mèola
alle nozze con la nipote rapita - dovette convertire in
dote a questa nipote il fondo raccolto per il ritorno
dei padri Liguorini. Monsignor Partanna è vecchio e non
avrà più tempo di rifare quel fondo.
Che aveva promesso Marco Mèola a noi liberali di
Montelusa? Che i Liguorini non sarebbero tornati.
Ebbene, o signori, e non è certo ormai che i Liguorini
non torneranno a Montelusa?
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