Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
4. Il Tabernacolo
I.
Coricatosi accanto alla moglie, che già dormiva, voltata
verso il lettuccio, su cui giacevano insieme i due
figliuoli, Spatolino disse prima le consuete orazioni,
s'intrecciò poi le mani dietro la nuca; strizzò gli occhi, e
- senza badare a quello che faceva - si mise a fischiettare,
com'era solito ogni qual volta un dubbio o un pensiero lo
rodevano dentro.
- Fififì... fififì... fififì...
Non era propriamente un fischio, ma uno zufolio sordo,
piuttosto; a fior di labbra, sempre con la medesima cadenza.
A un certo punto, la moglie si destò:
- Ah! ci siamo? Che t'è accaduto?
- Niente. Dormi. Buona notte.
Si tirò giù, voltò le spalle alla moglie e si raggricchiò
anche lui da fianco, per dormire. Ma che dormire!
- Fififì... fififì... fififì...
La moglie allora gli allungò un braccio sulla schiena, a
pugno chiuso.
- Ohé, la smetti? Bada che mi svegli i piccini!
- Hai ragione. Sta' zitta! M'addormento.
Si sforzò davvero di scacciare dalla mente quel pensiero
tormentoso che diventava così, dentro di lui, come sempre,
un grillo canterino. Ma, quando già credeva d'averlo
scacciato:
- Fififì... fififì... fififì...
Questa volta non aspettò neppure che la moglie gli
allungasse un altro pugno più forte del primo; saltò dal
letto, esasperato.
- Che fai? dove vai? - gli domandò quella.
E lui:
- Mi rivesto, mannaggia! Non posso dormire. Mi metterò a
sedere qua davanti la porta, su la strada. Aria! Aria!
- Insomma, - riprese la moglie - si può sapere che diavolo
t'è accaduto?
- Che? Quella canaglia, - proruppe allora Spatolino,
sforzandosi di parlar basso, - quel farabutto, quel nemico
di Dio...
- Chi? chi?
- Ciancarella.
- Il notajo?
- Lui. M'ha fatto dire che mi vuole domani alla villa.
- Ebbene?
- Ma che può volere da me un uomo come quello, me lo dici?
Porco, salvo il santo battesimo! porco, e dico poco! Aria!
aria!
Afferrò, così dicendo, una seggiola, riaprì la porta, la
riaccostò dietro di sé e si pose a sedere sul vicoletto
addormentato, con le spalle appoggiate al muro del suo
casalino.
Un lampione a petrolio, lì presso, sonnecchiava languido,
verberando del suo lume giallastro l'acqua putrida d'una
pozza, seppure era acqua, giù tra l'acciottolato, qua gobbo
là avvallato, tutto sconnesso e logoro.
Dall'interno delle casupole in ombra veniva un tanfo grasso
di stalla e, a quando a quando, nel silenzio, lo scalpitare
di qualche bestia tormentata dalle mosche.
Un gatto, che strisciava lungo il muro, s'arrestò, obliquo,
guardingo.
Spatolino si mise a guardare in alto, nella striscia di
cielo, le stelle che vi fervevano; e, guardando, si recava
alla bocca i peli dell'arida barbetta rossiccia.
Piccolo di statura, quantunque fin da ragazzo avesse
impastato terra e calcina, aveva un che di signorile
nell'aspetto.
A un tratto, gli occhi chiari rivolti al cielo gli si
riempirono di lagrime. Si scosse su la seggiola e,
asciugandosi il pianto col dorso della mano, mormorò nel
silenzio della notte:
- Ajutatemi voi, Cristo mio!
II.
Dacché nel paese la consorteria clericale era stata battuta
e il partito nuovo, degli scomunicati, aveva invaso i seggi
del Comune, Spatolino si sentiva come in mezzo a un campo
nemico.
Tutti i suoi compagni di lavoro, come tante pecore, s'erano
messi dietro ai nuovi caporioni; e stretti ora in
corporazione, spadroneggiavano.
Con pochi altri operai rimasti fedeli alla santa Chiesa,
Spatolino aveva fondato una Società Cattolica di Mutuo
Soccorso tra gl'Indegni Figli della Madonna Addolorata.
Ma la lotta era impari; e le beffe dei nemici (e anche degli
amici) e la rabbia dell'impotenza avevano fatto perdere a
Spatolino il lume degli occhi.
S'era intestato, come presidente di quella Società
Cattolica, a promuovere processioni e luminarie e girandole,
nella ricorrenza delle feste religiose, osservate prima e
favorite dall'antico Consiglio Comunale, e tra i fischi, gli
urli e le risate del partito avversario ci aveva rimesso le
spese, per S. Michele Arcangelo, per S. Francesco di Paola,
per il Venerdì Santo, per il Corpus Domini e insomma per
tutte le feste principali del calendario ecclesiastico.
Così il capitaluccio, che gli aveva finora permesso
d'assumer qualche lavoro in appalto, s'era talmente
assottigliato, ch'egli prevedeva non lontano il giorno che
da capomastro muratore si sarebbe ridotto a misero
giornante.
La moglie, già da un pezzo, non aveva più per lui né
rispetto né considerazione: s'era messa a provvedere da sé
ai suoi bisogni e a quelli dei figliuoli, lavando, cucendo
per conto d'altri, facendo ogni sorta di servizii.
Come se lui stesse in ozio per piacere! Ma se la
corporazione di quei figli di cane assumeva tutti i lavori!
Che pretendeva la moglie? ch'egli rinunziasse alla fede,
rinnegasse Dio, e andasse a iscriversi al partito di quelli?
Ma si sarebbe fatto tagliar le mani piuttosto!
L'ozio intanto lo divorava, gli faceva di giorno in giorno
crescere l'orgasmo e il puntiglio, e lo inveleniva contro
tutti.
Ciancarella, il notajo, non aveva mai parteggiato per
nessuno; ma era pur notoriamente nemico di Dio; ne faceva
professione, dacché non esercitava più quell'altra del
notajo. Una volta, aveva osato finanche d'aizzare i cani
contro un santo sacerdote, don Lagàipa, che s'era recato da
lui per intercedere in favore d'alcuni parenti poveri, che
morivano addirittura di fame, mentr'egli, nella splendida
villa che s'era fatta costruire all'uscita del paese, viveva
da principe, con la ricchezza accumulata chi sa come e
accresciuta da tant'anni d'usura.
Tutta la notte Spatolino (per fortuna era d'estate), un po'
seduto, un po' passeggiando per il vicoletto deserto, meditò
(fififì... fififì... fififì...) su quell'invito misterioso
del Ciancarella.
Poi, sapendo che questi era solito lasciare il letto per
tempo, e sentendo che la moglie già s'eralevata, con l'alba,
e sfaccendava per casa, pensò d'avviarsi, lasciando lì fuori
la seggiola ch'era vecchia, e nessuno se la sarebbe presa.
III.
La villa del Ciancarella era tutta murata come una fortezza,
e aveva il cancello su lo stradone provinciale.
Il vecchio, che pareva un rospaccio calzato e vestito,
oppresso da una cisti enorme su la nuca, che lo obbligava a
tener sempre giù e piegato da un lato il testone raso, vi
abitava solo, con un servitore; ma aveva molta gente di
campagna ai suoi ordini, armata, e due mastini che
incutevano paura, solo a vederli.
Spatolino sonò la campana. Subito quelle due bestiacce
s'avventarono furibonde alle sbarre del cancello, e non si
quietarono neppure quando il servitore accorse a rincorare
Spatolino che non voleva entrare. Bisognò che il padrone, il
quale prendeva il caffè nel chioschetto d'edera, a un lato
della villa, in mezzo al giardino, li chiamasse col fischio.
- Ah, Spatolino! Bravo, - disse il Ciancarella. - Siedi lì.
E gl'indicò uno degli sgabelli di ferro disposti, giro giro,
nel chioschetto.
Ma Spatolino rimase in piedi, col cappelluccio roccioso e
ingessato tra le mani.
- Tu sei un indegno figlio, è vero?
- Sissignore, e me ne vanto: della Madonna Addolorata. Che
comandi ha da darmi?
- Ecco, - disse Ciancarella; ma, invece di seguitare, si
recò la tazza alle labbra e trasse tre sorsi di caffè. - Un
tabernacolo - (e un altro sorso).
- Come dice?
- Vorrei costruito da te un tabernacolo - (ancora un sorso).
- Un tabernacolo, Vossignoria?
- Sì, su lo stradone, di fronte al cancello - (altro sorso,
l'ultimo; posò la tazza, e - senza , asciugarsi le labbra -
si levò in piedi. Una goccia di caffè gli scese da un angolo
della bocca di tra gl'irti peli della barba non rifatta da
parecchi giorni). - Un tabernacolo, dunque, non tanto
piccolo, perché ci ha da entrare una statua, grande al vero,
di Cristo alla colonna. Alle pareti laterali ci voglio
allogare due bei quadri, grandi: di qua, un Calvario; di là,
una Deposizione. Insomma, come un camerotto agiato, su uno
zoccolo alto un metro, col cancelletto di ferro davanti, e
la croce su, s'intende. Hai capito?
Spatolino chinò più volte il capo, con gli occhi chiusi;
poi, riaprendo gli occhi e traendo un sospiro, disse:
- Ma Vossignoria scherza, è vero?
- Scherzo? Perché?
- Io credo che Vossignoria voglia scherzare. Mi perdoni. Un
tabernacolo, Vossignoria, all'Ecce Homo?
Ciancarella si provò ad alzare un po' il testone raso, se lo
tenne con una mano e rise in un suo modo speciale,
curiosissimo, come se frignasse, per via di quei malanno che
gli opprimeva la nuca.
- Eh che! - disse. - Non ne son forse degno, secondo te?
- Ma nossignore, scusi! - s'affrettò a negare Spatolino,
stizzito, infiammandosi. - Perché dovrebbe Vossignoria
commettere così, senza ragione, un sacrilegio? Si lasci
pregare, e mi perdoni se parlo franco. Chi vuol gabbare,
Vossignoria? Dio, no; Dio non lo gabba; Dio vede tutto, e
non si lascia gabbare da Vossignoria. Gli uomini? Ma vedono
anche loro e sanno che Vossignoria...
- Che sanno, imbecille? - gli gridò il vecchio,
interrompendolo. - E che sai tu di Dio, verme di terra?
Quello che te n'hanno detto i preti! Ma Dio... Vah, vah, vah,
io mi metto a ragionare con te, adesso... Hai fatto
colazione?
- Nossignore.
- Brutto vizio, caro mio! dovrei dartela io, ora, eh?
- Nossignore. Non prendo nulla.
- Ah, - esclamò Ciancarella con uno sbadiglio. - Ah! I
preti, figliuolo, i preti ti hanno sconcertato il cervello.
Vanno predicando, è vero? che io non credo in Dio. Ma sai
perché? perché non do loro da mangiare. Ebbene, sta' zitto:
ne avranno, quando verranno a consacrare il nostro
tabernacolo. Voglio che sia una bella festa, Spatolino.
Perché mi guardi così? Non credi? O vuoi sapere come mi sia
venuto in mente? In sogno, figliuolo! Ho avuto un sogno,
l'altra notte. Ora certo i preti diranno che Dio m'ha
toccato il cuore. Dicano pure; non me n'importa nulla!
Dunque, siamo intesi, eh? Parla... smuoviti... Sei
allocchito?
- Sissignore, - confessò Spatolino, aprendo le braccia.
Ciancarella, questa volta, si prese la testa con tutt'e due
le mani, per ridere a lungo.
- Bene, - poi disse. - Tu sai com'io tratto. Non voglio
impicci di nessun genere. So che sei un bravo operajo e che
fai le cose ammodo e onestamente. Fa' da te, spese e tutto,
senza seccarmi. Quando avrai finito, faremo i conti. Il
tabernacolo... hai capito come lo voglio?
- Sissignore.
- Quando ti metterai all'opera?
- Per me, anche domani.
- E quando potrà esser finito?
Spatolino stette un po' a pensare.
- Eh, - poi disse, - se dev'essere così grande, ci vorrà
almeno..., che so, un mese.
- Sta bene. Andiamo ora a vedere insieme il posto.
La terra, dall'altra parte dello stradone, apparteneva pure
al Ciancarella, che la lasciava incolta, in abbandono:
l'aveva acquistata per non aver soggezioni lì davanti alla
villa; e permetteva che i pecoraj vi conducessero le loro
greggiole a pascolare, come se fosse terra senza padrone.
Per costruirvi il tabernacolo non si doveva dunque chieder
licenza a nessuno. Stabilito il posto, lì, proprio
dirimpetto al cancello, il vecchio rientrò nella villa, e
Spatolino, rimasto solo, - fififì... fififì... fififì... -
non la finì più. Poi s'avviò. Cammina e cammina, si ritrovò,
quasi senza saperlo, dinanzi la porta di don Lagàipa, ch'era
il suo confessore. Si ricordò, dopo aver bussato, che il
prete era da parecchi giorni a letto, infermo: non avrebbe
dovuto disturbarlo con quella visita mattutina; ma il caso
era grave; entrò.
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pagina
IV.
Don Lagàipa era in piedi e, tra la confusione delle sue
donne, la serva e la nipote, che non sapevano come
obbedire agli ordini ch'egli impartiva, stava, in
calzoni e maniche di camicia, in mezzo alla camera a
pulire le canne d'un fucile.
Il naso vasto e carnoso, tutto bucherato dal vajuolo
come una spugna, pareva gli fosse divenuto, dopo la
malattia, più abbondante. Di qua e di là, divergenti
quasi per lo spavento di quel naso, gli occhi lucidi,
neri, pareva volessero scappargli dalla faccia gialla,
disfatta.
- Mi rovinano, Spatolino, mi rovinano! È venuto poco fa
il garzone, baccalà, a dirmi che la mia campagna è
diventata proprietà comune, già! roba di tutti. I
socialisti, capisci? mi rubano l'uva ancora acerba; i
fichidindia, tutto! Il tuo è mio, capisci? Il tuo è mio!
Gli mando questo fucile. Alle gambe! gli ho detto; tira
loro alle gambe: cura di piombo, ci vuole! (Rosina,
papera, papera, papera, un altro po' d'aceto t'ho detto,
e una pezzuola pulita.) Che volevi dirmi, figliuolo mio?
Spatolino non sapeva più da che parte cominciare. Appena
gli uscì di bocca il nome di Ciancarella, una furia di
male parole; all'accenno della costruzione del
tabernacolo, vide don Lagàipa trasecolare.
- Un tabernacolo?
- Sissignore: all'Ecce Homo. Vorrei sapere da Vostra
Reverenza se debbo farglielo.
- Lo domandi a me? Pezzo d'asino, che gli hai risposto?
Spatolino ripeté quanto aveva detto al Ciancarella e
altro aggiunse che non aveva detto, infervorandosi alle
lodi del prete battagliero.
- Benissimo! E lui? Muso di cane!
- Ha avuto un sogno, dice.
- Imbroglione! Non starci a credere! Imbroglione! Se Dio
veramente gli avesse parlato in sogno, gli avrebbe
suggerito piuttosto di ajutare un po' quei poveretti dei
Lattuga, che non vuol riconoscere per parenti solo
perché son divoti e fedeli a noi, mentre protegge i
Montoro, capisci? quegli atei socialisti, a cui lascerà
tutte le sue ricchezze. Basta. Che vuoi da me? Fagli il
tabernacolo. Se non glielo fai tu, glielo farà un altro.
Tanto, per noi, sarà sempre bene, che un tal peccatore
dia segno di volere in qualche modo riconciliarsi con
Dio. Imbroglione! Muso di cane!
Tornato a casa, Spatolino, per tutto quel giorno,
disegnò tabernacoli. Verso sera si recò a provvedere i
materiali, due manovali, un ragazzo calcinajo. E il
giorno appresso, all'alba, si mise all'opera.
V.
La gente che passava a piedi o a cavallo o coi carri per
lo stradone polveroso, si fermava a domandare a
Spatolino che cosa facesse.
- Un tabernacolo.
- Chi ve l'ha ordinato?
E lui, cupo, alzando un dito al cielo:
- L'Ecce Homo.
Non rispose altrimenti, per tutto il tempo che durò la
fabbrica. La gente rideva o scrollava le spalle.
- Giusto qua? - gli domandava però qualcuno, guardando
verso il cancello della villa.
A nessuno veniva in mente che il notajo potesse avere
ordinato quel tabernacolo: tutti, invece, ignorando che
quel pezzo di terra appartenesse pure al Ciancarella, e
conoscendo il fanatismo religioso di Spatolino,
pensavano che questi, o per incarico del vescovo o per
voto della Società Cattolica, costruisse lì quel
tabernacolo, per far dispetto al vecchio usurajo. E ne
ridevano.
Intanto, come se Dio veramente fosse sdegnato di quella
fabbrica, capitarono a Spatolino, lavorando, tutte le
disgrazie. Già, quattro giorni a sterrare, prima di
trovare il pancone per le fondamenta; poi liti lassù
alla cava, per la pietra; liti per la calce, liti col
fornaciajo; e infine, nell'assettar la centina per
costruir l'arco, cade la centina e per miracolo non
accoppa il ragazzo calcinajo.
All'ultimo, la bomba. Il Ciancarella, proprio nel giorno
che Spatolino doveva mostrargli il tabernacolo bell'e
finito, un colpo apoplettico, di quelli genuini, e in
capo a tre ore, morto.
Nessuno allora poté più levar dal capo a Spatolino che
quella morte improvvisa del notajo fosse la punizione di
Dio sdegnato. Ma non credette, dapprima, che lo sdegno
divino dovesse rovesciarsi anche su lui, che - pur di
contraggenio - s'era prestato a innalzare quella
fabbrica maledetta.
Lo credette quando, recatosi dai Montoro, eredi del
notajo, per aver pagata l'opera sua, s'udì rispondere
che nulla essi ne sapevano e che non volevano perciò
riconoscere quel debito non comprovato da nessun
documento.
- Come! - esclamò Spatolino. - E il tabernacolo dunque
per chi l'ho fatto io?
- Per l'Ecce Homo.
- Di testa mia?
- Oh insomma, - gli dissero quelli, per cavarselo di
torno. - Noi crederemmo di mancare di rispetto alla
memoria di nostro zio supponendo anche per un momento
ch'egli abbia potuto davvero darti un incarico così
contrario al suo modo di pensare e di sentire. Non
risulta da nulla. Che vuoi dunque da noi? Tienti il
tabernacolo; e, se non t'accomoda, ricorri al tribunale.
Ma subito, come no? ricorse al tribunale, Spatolino.
Poteva forse perdere? Potevano forse credere sul serio i
giudici che egli avesse costruito di testa sua un
tabernacolo? E poi c'era il servo, per testimonio, il
servo del Ciancarella appunto, ch'era venuto a chiamarlo
per incarico del padrone; e don Lagàipa c'era, con cui
era andato a consigliarsi quel giorno stesso; c'era la
moglie poi, a cui egli l'aveva detto, e i manovali che
avevano lavorato con lui, tutto quel tempo. Come poteva
perdere?
Perdette, perdette, sissignori. Perdette, perché il
servo del Ciancarella, passato ora al servizio dei
Montoro, andò a deporre che aveva chiamato sì Spatolino
per incarico del padrone, sant'anima; ma non certo
perché il padrone, sant'anima, avesse in mente di dargli
l'incarico di costruire quel tabernacolo lì, bensì
perché dal giardiniere, ora morto, (guarda
combinazione!) aveva sentito dire che Spatolino aveva
lui l'intenzione di costruire un tabernacolo proprio lì,
dirimpetto al cancello, e aveva voluto avvertirlo che il
pezzo di terra dall'altra parte dello stradone gli
apparteneva, e che dunque si fosse guardato bene dal
costruirvi una minchioneria di quel genere. Soggiunse
che anzi, avendo egli un giorno detto al padrone,
sant'anima, che Spatolino, non ostante il divieto,
scavava di là con tre manovali, il padrone, sant'anima,
gli aveva risposto: - E lascialo scavare, non lo sai
ch'è matto? Cerca forse il tesoro per terminare la
chiesa di Santa Caterina! - A nulla giovò la
testimonianza di don Lagàipa, notoriamente ispiratore a
Spatolino di tante altre follie. Che più? Gli stessi
manovali deposero che non avevano veduto mai il
Ciancarella e che la mercede giornaliera l'avevano
ricevuta sempre dal capomastro.
Spatolino scappò via dalla sala del tribunale come
levato di cervello; non tanto per la perdita del suo
capitaluccio, buttato lì, nella costruzione di quel
tabernacolo; non tanto per le spese del processo a cui,
per giunta, era stato condannato; quanto per il crollo
della sua fede nella giustizia divina.
- Ma dunque, - andava dicendo, - dunque non c'è più Dio?
Istigato da don Lagàipa, s'appellò. Fu il tracollo. Il
giorno che gli arrivò la notizia che anche in Corte
d'appello aveva perduto, Spatolino non fiatò: con gli
ultimi soldi che gli erano rimasti in tasca, comprò un
metro e mezzo di tela bambagina rossa, tre sacchi vecchi
e ritornò a casa.
- Fammi una tonaca! - disse alla moglie, buttandole i
tre sacchi in grembo.
La moglie lo guardò, come se non avesse inteso.
- Che vuoi fare?
- T'ho detto: fammi una tonaca... No? Me la faccio da
me.
In men che non si dica, sfondò due sacchi e li cucì
insieme, per lungo; fece, a quello di su, uno spacco
davanti; col terzo sacco fece le maniche e le cucì
intorno a due buchi praticati nel primo sacco, a cui
chiuse la bocca per un tratto di qua e di là, per modo
che vi restasse il largo per il collo. Ne fece un
fagottino, prese la tela bambagina rossa e, senza
salutar nessuno, se n'andò.
Circa un'ora dopo, si sparse per tutto il paese la
notizia che Spatolino, impazzito, s'era impostato da
statua di Cristo alla colonna, là, nel tabernacolo
nuovo, su lo stradone, dirimpetto alla villa del
Ciancarella.
- Come impostato? che vuol dire?
- Ma sì, lui, da Cristo, là dentro il tabernacolo!
- Dite davvero?
- Davvero!
E tutto un popolo accorse a vederlo, dentro il
tabernacolo, dietro il cancello, insaccato in quella
tonaca con le marche del droghiere ancora lì stampate,
la tela bambagia rossa su le spalle a mo' di mantello,
una corona di spine in capo, una canna in mano.
Teneva la testa bassa, inclinata da un lato, e gli occhi
a terra. Non si scompose minimamente né alle risa, né ai
fischi, né a gli urli indiavolati della folla che
cresceva a mano a mano. Più d'un monello gli tirò
qualche buccia; parecchi, lì, sotto il naso, gli
lanciarono crudelissime ingiurie: lui, sordo, immobile,
come una vera statua; solo che sbatteva di tanto in
tanto le palpebre.
Né valsero a smuoverlo le preghiere, prima, le
imprecazioni, poi, della moglie accorsa con le altre
donne del vicinato, né il pianto dei figliuoli. Ci volle
l'intervento di due guardie che, per porre fine a quella
gazzarra, forzarono il cancelletto del tabernacolo e
trassero Spatolino in arresto.
- Lasciatemi stare! Chi più Cristo di me? - si mise
allora a strillare Spatolino, divincolandosi. - Non
vedete come mi beffano e come m'ingiuriano? Chi più
Cristo di me? Lasciatemi! Questa è casa mia! Me la son
fatta io, col mio danaro e con le mie mani! Ci ho
buttato il sangue mio! Lasciatemi, giudei!
Ma que' giudei non vollero lasciarlo prima di sera.
- A casa! - gli ordinò il delegato. - A casa, e
giudizio, bada!
- Sì, signor Pilato, - gli rispose Spatolino,
inchinandosi.
E, quatto quatto, se ne ritornò al tabernacolo. Di
nuovo, lì, si parò da Cristo; vi passò tutta la notte, e
più non se ne mosse.
Lo tentarono con la fame; lo tentarono con la paura, con
lo scherno; invano.
Finalmente lo lasciarono tranquillo, come un povero
matto che non faceva male a nessuno.
VI.
Ora c'è chi gli porta l'olio per la lampada; c'è chi gli
porta da mangiare e da bere; qualche donnicciola, pian
piano, comincia a dirlo santo e va a raccomandarglisi
perché preghi per lei e pe' suoi; qualche altra gli ha
recato una tonaca nuova, men rozza, e gli ha chiesto in
compenso tre numeri da giocare al lotto.
I carrettieri, che passano di notte per lo stradone, si
sono abituati a quel lampadino ch'arde nel tabernacolo,
e lo vedono da lontano con piacere; si fermano un pezzo
lì davanti, a conversare col povero Cristo, che sorride
benevolmente a qualche loro lazzo; poi se ne vanno; il
rumor dei carri si spegne a poco a poco nel silenzio; e
il povero Cristo si riaddormenta, o scende a fare i suoi
bisogni dietro al muro, senza più pensare in quel
momento che è parato da Cristo, con la tonaca di sacco e
il mantello di bambagina rossa.
Spesso però qualche grillo, attirato dal lume, gli
schizza addosso e lo sveglia di soprassalto. Allora egli
si rimette a pregare; ma non è raro il caso che, durante
la preghiera, un altro grillo, l'antico grillo canterino
si ridesti ancora in lui. Spatolino si scosta dalla
fronte la corona di spine, a cui già s'è abituato, e -
grattandosi lì, dove le spine gli han lasciato il segno
- con gli occhi invagati, si rimette a fischiettare:
-Fififì... fififì... fififì..
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