Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
3. "Il Fumo"
I.
Appena i zolfatari venivan su dal fondo della «buca» col
fiato ai denti e le ossa rotte dalla fatica, la prima cosa
che cercavano con gli occhi era quel verde là della collina
lontana, che chiudeva a ponente l'ampia vallata.
Qua, le coste aride, livide di tufi arsicci, non avevano più
da tempo un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfare come da
tanti enormi formicaj e bruciate tutte dal fumo.
Sul verde di quella collina, gli occhi infiammati, offesi
dalla luce dopo tante ore di tenebra laggiù, si riposavano.
A chi attendeva a riempire di minerale grezzo i forni o i «calcheroni»,
a chi vigilava alla fusione dello zolfo, o s'affaccendava
sotto i forni stessi a ricevere dentro ai giornelli che
servivan da forme lo zolfo bruciato che vi colava lento come
una densa morchia nerastra, la vista di tutto quel verde
lontano alleviava anche la pena del respiro, l'agra
oppressura del fumo che s'aggrappava alla gola, fino a
promuovere gli spasimi più crudeli e le rabbie
dell'asfissia.
I carusi, buttando giù il carico dalle spalle peste e
scorticate, seduti su i sacchi, per rifiatare un po'
all'aria, tutti imbrattati dai cretosi acquitrini lungo le
gallerie o lungo la lubrica scala a gradino rotto della
«buca», grattandosi la testa e guardando a quella collina
attraverso il vitreo fiato sulfureo che tremolava al sole
vaporando dai «calcheroni» accesi o dai forni, pensavano
alla vita di campagna, vita lieta per loro, senza rischi,
senza gravi stenti là all'aperto, sotto il sole, e
invidiavano i contadini.
- Beati loro!
Per tutti, infine, era come un paese di sogno quella collina
lontana. Di là veniva l'olio alle loro lucerne che a mala
pena rompevano il crudo tenebrore della zolfara; di là il
pane, quel pane solido e nero che li teneva in piedi per
tutta la giornata, alla fatica bestiale; di là il vino,
l'unico loro bene, la sera, il vino che dava loro il
coraggio, la forza di durare a quella vita maledetta, se pur
vita si poteva chiamare: parevano, sottoterra, tanti morti
affaccendati.
I contadini della collina, all'incontro, perfino sputavano:
- Puh! - guardando a quelle coste della vallata.
Era là il loro nemico: il fumo devastatore.
E quando il vento spirava di là, recando il lezzo
asfissiante dello zolfo bruciato, guardavano gli alberi come
a difenderli e borbottavano imprecazioni contro quei pazzi
che s'ostinavano a scavar la fossa alle loro fortune e che,
non contenti d'aver devastato la vallata, quasi invidiosi di
quell'unico occhio di verde, avrebbero voluto invadere coi
loro picconi e i loro forni anche le belle campagne.
Tutti, infatti, dicevano che anche sotto la collina ci
doveva esser lo zolfo. Quelle creste in cima, di calcare
siliceo e, più giù, il briscale degli affioramenti lo davano
a vedere; gl'ingegneri minerarii avevano più volte
confermato la voce.
Ma i proprietarii di quelle campagne, quantunque tentati
insistentemente con ricche profferte, non solo non avevan
voluto mai cedere in affitto il sottosuolo, ma neanche alla
tentazione di praticar loro stessi per curiosità qualche
assaggio, così sopra sopra.
La campagna era lì, stesa al sole, che tutti potevano
vederla: soggetta sì alle cattive annate, ma compensata poi
anche dalle buone; la zolfara, all'incontro, cieca, e guaj a
scivolarci dentro. Lasciare il certo per l'incerto sarebbe
stata impresa da pazzi.
Queste considerazioni, che ciascuno di quei proprietarii
della collina ribadiva di continuo nella mente dell'altro,
volevano essere come un impegno per tutti di resistere uniti
alle tentazioni, sapendo bene che se uno di loro avesse
ceduto e una zolfara fosse sorta là in mezzo, tutti ne
avrebbero sofferto; e allora, cominciata la distruzione,
altre bocche d'inferno si sarebbero aperte e, in pochi anni,
tutti gli alberi, tutte le piante sarebbero morti,
attossicati dal fumo, e addio campagne!
II.
Tra i più tentati era don Mattia Scala che possedeva un
poderetto con un bel giro di mandorli e d'olivi a mezza
costa della collina, ove, per suo dispetto, affiorava con
più ricca promessa il minerale.
Parecchi ingegneri del R. Corpo delle Miniere eran venuti a
osservare, a studiare quegli affioramenti e a far rilievi.
Lo Scala li aveva accolti come un marito geloso può
accogliere un medico, che gli venga in casa a visitare
qualche segreto male della moglie.
Chiudere la porta in faccia a quegli ingegneri governativi
che venivan per dovere d'ufficio, non poteva. Si sfogava in
compenso a maltrattare quegli altri che, o per conto di
qualche ricco produttore di zolfo o di qualche società
mineraria, venivano a proporgli la cessione o l'affitto del
sottosuolo.
- Corna, vi cedo! - gridava. - Neanche se m'offriste i
tesori di Creso; neanche se mi diceste: Mattia, raspa qua
con un piede, come fanno le galline; ci trovi tanto zolfo,
che diventi d'un colpo più ricco di... che dico? di re
Fàllari! Non rasperei, parola d'onore.
E se, poco poco, quelli insistevano:
- Insomma, ve n'andate, o chiamo i cani?
Gli avveniva spesso di ripetere questa minaccia dei cani,
perché il suo poderetto aveva il cancello su la trazzera,
cioè su la via mulattiera che traversava la collina,
accavalcandola, e che serviva da scorciatoja agli operai
delle zolfare, ai capimastri, a gl'ingegneri direttori, che
dalla prossima città si recavano alla vallata o ne
tornavano. Ora, quest'ultimi segnatamente pareva avessero
preso gusto a farlo stizzire; e, almeno una volta la
settimana, si fermavano innanzi al cancello, vedendo don
Mattia lì presso, per domandargli:
- Niente, ancora?
- Tè, campirro! Tè, Regina!
Don Mattia, per chiasso, chiamava davvero i cani. Aveva
avuto anche lui un tempo la mania delle zolfare, per cui
s'era ridotto - eccolo là - scannato miserabile! Ora non
poteva veder neanche da lontano un pezzo di zolfo che
subito, con rispetto parlando, non si sentisse rompere lo
stomaco.
- E che è, il diavolo? - gli domandavano.
E lui:
- Peggio! Perché vi danna l'anima, il diavolo, ma vi fa
ricchi, se vuole! Mentre lo zolfo vi fa più poveri di Santo
Giobbe; e l'anima ve la danna lo stesso!
Parlando, pareva il telegrafo. (Il telegrafo s'intende come
usava prima, ad asta.) Lungo lungo, allampanato, sempre col
cappellaccio bianco in capo, buttato indietro, a spera; e
portava a gli orecchi un pajo di catenaccetti d'oro, che
davano a vedere quello che, del resto, egli non si curava di
nascondere, come fosse cioè venuto su da una famiglia mezzo
popolana e mezzo borghese.
Nel volto raso, pallido, di quel pallore proprio dei
biliosi, gli spiccavano stranamente le sopracciglia enormi,
spioventi, come un gran pajo di baffi che si fosse sfogato a
crescer lì, visto che giù, sul labbro, non gli era nemmen
permesso di spuntare. E sotto, all'ombra di quelle
sopracciglia, gli lampeggiavano gli occhi chiari, taglienti,
vivi vivi, mentre le narici del gran naso aquilino,
energico, gli si dilatavano di continuo e fremevano.
Tutti i possidenti della collina gli volevano bene.
Ricordavano com'egli, molto ricco un giorno, fosse venuto lì
a pigliar possesso di quei pochi ettari di terra comperati
dopo la rovina, col denaro ricavato dalla vendita della casa
in città e di tutte le masserizie di essa e delle gioje
della moglie morta di crepacuore; ricordavano come si fosse
prima rintanato nelle quattro stanze della casa rustica
annessa al podere, senza voler vedere nessuno, insieme con
una ragazza di circa sedici anni, Jana, che tutti in
principio avevano creduto sua figlia e che poi s'era saputo
esser la sorella minore d'un tal Dima Chiarenza, cioè
proprio di quell'infame che lo aveva tradito e rovinato.
C'era tutta una storia sotto.
Lo Scala aveva conosciuto questo Chiarenza ragazzo, e lo
aveva sempre ajutato, sapendolo orfano di padre e di madre,
con quella sorellina molto più piccola di lui; se l'era anzi
preso con sé per farlo lavorare; poi, avendolo sperimentato
veramente esperto e amante del lavoro, aveva voluto averlo
anche socio nell'affitto d'una zolfara. Tutte le spese per
la lavorazione se l'era accollate lui; Dima Chiarenza doveva
soltanto star lì, sul posto, vigilare all'amministrazione e
ai lavori.
Intanto Jana (Januzza, come la chiamavano) gli cresceva in
casa. Ma don Matria aveva anche un figlio (unico!) quasi
della stessa età, che si chiamava Neli. Si sa, presto padre
e madre s'erano accorti che i due ragazzi avevano preso a
volersi bene, non come fratello e sorella; e per non tener
la paglia accanto al fuoco e dare tempo al tempo, avevano
pensato giudiziosamente d'allontanare dalla casa Neli, che
non aveva ancora diciotto anni, e lo avevano mandato alla
zolfara, a tener compagnia e a prestare ajuto al Chiarenza.
Fra due, tre anni, li avrebbero sposati, se tutto, come
pareva, fosse andato bene.
Poteva mai sospettare don Mattia Scala che Dima Chiarenza,
di cui si fidava come di se stesso, Dima Chiarenza, ch'egli
aveva raccolto dalla strada, trattato come un figliuolo e
messo a parte degli affari, Dima Chiarenza lo dovesse
tradire, come Giuda tradì Cristo?
Proprio così! S'era messo d'accordo, l'infame, con
l'ingegnere direttore della zolfara, d'accordo coi
capimastri, coi pesatori, coi carrettieri, per rubarlo a man
salva su le spese d'amministrazione, su lo zolfo estratto,
finanche sul carbone che doveva servire ad alimentar le
macchine per l'eduzione delle acque sotterranee. E la
zolfara, una notte, gli s'era allagata, irreparabilmente,
distruggendo l'impianto del piano inclinato, che allo Scala
costava più di trecento mila lire.
Neli, che in quella notte d'inferno s'era trovato sul luogo
e aveva partecipato a gl'inutili sforzi disperati per
impedire il disastro, presentendo l'odio che il padre da
quell'ora avrebbe portato al Chiarenza, e in cui forse
avrebbe coinvolto Jana, la sorella innocente, la sua Jana;
temendo che avrebbe chiamato anche lui, forse, responsabile
della rovina per non essersi accorto o per non aver
denunziato a tempo il tradimento di quel Giuda che doveva
esser tra poco suo cognato; nella stessa notte, era fuggito
come un pazzo, in mezzo alla tempesta; e scomparso, senza
lasciar nessuna traccia di sé.
Pochi giorni dopo la madre era morta, assistita amorosamente
da Jana, e lo Scala s'era trovato solo, in casa, rovinato,
senza più la moglie, senza più il figlio, solo con quella
ragazza, la quale, come impazzita dall'onta e dal cordoglio,
s'era stretta a lui, non aveva voluto lasciarlo, aveva
minacciato di buttarsi da una finestra s'egli la avesse
respinta in casa del fratello.
Vinto da quella fermezza e reprimendo la repulsione che la
sua vista ora gli destava, lo Scala aveva condisceso a
condurla con sé, vestita di nero, come una figliuola due
volte orfana, là, nel poderetto acquistato allora.
Uscendo a poco a poco, con l'andar del tempo, dal suo lutto,
s'era messo a scambiare qualche parola coi vicini e a dar
notizie di sé e della ragazza.
- Ah, non è figlia vostra?
- No. Ma come se fosse.
Si vergognava dapprima a dir chi era veramente. Del figlio,
non diceva nulla. Era una spina troppo grande. E del resto,
che notizie poteva darne? Non ne aveva. Se n'era tanto
occupata la questura, ma senza venire a capo di nulla.
Dopo alcuni anni, però, Jana, stanca d'aspettar così senza
speranza il ritorno del fidanzato, aveva voluto tornarsene
in città, in casa del fratello, il quale, sposata una
vecchia di molti denari, famigerata usuraja, s'era messo a
far l'usurajo anche lui, ed era adesso tra i più ricchi del
paese.
Così lo Scala era restato solo, lì, nel poderetto. Otto anni
erano già trascorsi e, almeno apparentemente, aveva ripreso
l'umore di prima; era divenuto amico di tutti i proprietarii
della collina che, spesso, sul tramonto venivano a trovarlo
dai poderi vicini.
Pareva che la campagna avesse voluto compensarlo dei danni
della zolfara.
Era pure stata una fortuna l'aver potuto acquistare quei
pochi ettari di terra, perché uno dei proprietarii dei sei
poderi in cui era frazionata la collina, il Butera, riccone,
s'era fitto in capo di diventar col tempo padrone di tutte
quelle terre. Prestava denaro e andava a mano a mano
allargando i confini del suo fondo. Già s'era annesso quasi
metà del podere di un certo Nino Mo; e aveva ridotto un
altro proprietario, il Làbiso, a vivere in un pezzettino di
terra largo quanto un fazzoletto da naso, anticipandogli la
dote per cinque figliuole; teneva da un pezzo gli occhi
anche su le terre del Lopes; ma questi, per bizza, dovendo
disfarsi dopo una serie di male annate d'una parte della sua
tenuta, s'era contentato di venderla, anche a minor prezzo,
a un estraneo: allo Scala.
In pochi anni, buttatosi tutto al lavoro, per distrarsi
dalle sue sciagure, don Mattia aveva talmente beneficato
quei pochi ettari di terra, che ora gli amici, il Lopes
stesso, quasi stentavano a riconoscerli; e ne facevano le
meraviglie.
Il Lopes, veramente, si rodeva dentro dalla gelosia. Rosso
di pelo, dal viso lentigginoso, e tutto sciamannato, teneva
di solito il cappello buttato sul naso, come per non veder
più niente, né nessuno; ma sotto la falda di quel cappello
qualche occhiata obliqua gli sguisciava di tanto in tanto,
come nessuno s'aspettava da quei grossi occhi verdastri che
pareva covassero il sonno.
Girato il podere, gli amici si riducevano su lo spiazzetto
innanzi alla cascina,
Là, lo Scala li invitava a sedere sul murello che limitava
giro giro, sul davanti, la scarpata su cui la cascina era
edificata. Ai piedi di quella scarpata, dalla parte di
dietro, sorgevano, come a proteggere la cascina, certe
pioppe nere, alte alte, di cui don Mattia non si sapeva dar
pace, perché il Lopes ce l'avesse piantate.
- Che stanno a farci? Me lo dite? Non danno frutto e
ingombrano.
- E voi buttatele a terra e fatene carbone, - gli
rispondeva, indolente, il Lopes.
Ma il Butera consigliava:
- Vedete un po', prima di buttarle giù, se qualcuno ve le
prende.
- E chi volete che le prenda?
- Mah! Quelli che fanno i Santi di legno.
- Ah! I Santi! Guarda, guarda! Ora capisco, - concludeva don
Mattia - se li fanno di questo legno, perché non fanno più
miracoli i Santi!
Su quelle pioppe, ai vespro, si davano convegno tutti i
passeri della collina, e col loro fitto, assordante
cinguettio disturbavano gli amici che si trattenevano lì a
parlare, al solito, delle zolfare e dei danni delle imprese
minerarie.
Moveva quasi sempre il discorso Nocio Butera, il quale,
com'era il possidente più ricco, così era anche la più
grossa pancia di tutte quelle contrade. Era avvocato, ma una
volta sola in vita sua, poco dopo ottenuta la laurea, s'era
provato a esercitar la professione: s'era impappinato nel
bel meglio della sua prima arringa; smarrito; con le lagrime
in pelle, come un bambino, lì, davanti ai giurati e alla
Corte aveva levato le braccia, a pugni chiusi, contro la
Giustizia raffigurata nella volta con tanto di bilancia in
mano, gemendo, esasperato: - Eh che! Santo Dio! - perché,
povero giovine, aveva sudato una camicia a cacciarsi
l'arringa a memoria e credeva di poterla recitare proprio
bene, tutta filata, senza impuntature.
Ogni tanto, ancora, qualcuno gli ricordava quel fiasco
famoso:
- Eh che, don No', santo Dio!
E Nocio Butera figurava di sorriderne anche lui, ora,
masticando: - Già... già... - mentre si grattava con le mani
paffute le fedine nere su le guance rubiconde o s'aggiustava
sul naso a gnocco o su gli orecchi il sellino o le staffe
degli occhiali d'oro. Veramente avrebbe potuto riderne di
cuore, perché, se come avvocato aveva fatto quella pessima
prova, come coltivatore di campi e amministratore di beni,
via, portava bandiera. Ma l'uomo, si sa, l'uomo non si vuol
mai contentare, e Nocio Butera pareva godesse soltanto nel
sapere che altri, come lui, aveva fatto cilecca in qualche
impresa. Veniva nel fondo dello Scala unicamente per
annunziar la rovina prossima o già accaduta di questo o di
quello, e per spiegarne le ragioni e dimostrare così, che a
lui non sarebbe certo accaduta.
Tino Làbiso, lungo lungo, rinfichito, tirava dalla tasca dei
calzoni un pezzolone a dadi rossi e neri, vi strombettava
dentro col naso che pareva una buccina marina; poi ripiegava
diligentemente il pezzolone, se lo ripassava, così
ripiegato, parecchie volte sotto il naso, e se lo rimetteva
in tasca; infine, da uomo prudente, che non si lascia mai
scappar giudizii avventati, diceva:
- Può essere.
- Può essere? È è è! - scattava Nino Mo, che non poteva
soffrire quell'aria flemmatica del Làbiso.
Il Lopes accennava di scuotersi dalla cupa noja e, sotto al
cappellaccio buttato sul naso, consigliava con voce
sonnolenta:
- Lasciate parlare don Mattia che se n'intende più di voi.
Ma don Mattia, ogni volta, prima di mettersi a parlare, si
recava in cantina per offrire a gli amici un buon boccale di
vino.
- Aceto, avvelenatevi!
Beveva anche lui, sedeva, s'attortigliava le gambe e
domandava:
- Di che si tratta?
- Si tratta, - prorompeva al solito Nino Mo, - che sono
tante bestie, tutti, a uno a uno!
- Chi?
- Ma quei figli di cane! I zolfatari. Scavano, scavano, e il
prezzo dello zolfo giù, giù, giù! Senza capire che fanno la
loro e la nostra rovina; perché tutti i danari vanno a finir
là, in quelle buche, in quelle bocche d'inferno sempre
affamate, bocche che ci mangiano vivi!
- E il rimedio, scusate? - tornava a domandare lo Scala.
- Limitare, - rispondeva allora placidamente Nocio Butera -
limitare la produzione dello zolfo. L'unica, per me, sarebbe
questa.
- Madonna, che locco! - esclamava subito don Mattia Scala
sorgendo in piedi per gestire più liberamente: - Scusate,
don Nocio mio, locco, sì, locco e ve lo provo! Dite un po':
quante, tra mille zolfare, credete che siano coltivate
direttamente, in economia, dai proprietarii? Duecento
appena! Tutte le altre sono date in affitto. Tu, Tino Làbiso,
ne convieni?
- Può essere, - ripeteva Tino Làbiso, intento e grave.
E Nino Mo;
- Può essere? È è è!
Don Mattia protendeva le mani per farlo tacere. - Ora, don
Nocio mio, quanto vi pare che duri, per l'ingordigia e la
prepotenza dei proprietarii panciuti come voi, l'affitto
d'una zolfara? Dite su! dite su!
- Dieci anni? - arrischiava, incerto, il Butera, sorridendo
con aria di condiscendente superiorità.
- Dodici, - concedeva lo Scala - venti, anzi, qualche volta.
Bene, e che ve ne fate? che frutto potete cavarne in così
poco tempo? Per quanto lesti e fortunati si sia, in venti
anni non c'è modo neanche di rifarsi delle spese che ci
vogliono per coltivare come Dio comanda una zolfara. Questo,
per dirvi che, data in commercio una minore domanda, se è
possibile che il proprietario coltivatore rallenti la
produzione per non rinvilire la merce, non sarà mai
possibile per l'affittuario a breve scadenza, il quale,
facendolo, sacrificherebbe i proprii interessi a beneficio
del successore. Dunque l'impegno, l'accanimento
dell'affittuario nel produrre quanto più gli sia possibile,
mi spiego? Poi, sprovvisto com'è quasi sempre di mezzi, deve
per forza smerciar subito il suo prodotto, a qualunque
prezzo, per seguitare il lavoro; perché, se non lavora - voi
lo sapete - il proprietario gli toglie la zolfara. E, per
conseguenza, come dice Nino Mo: lo zolfo giù, giù, giù, come
se fosse pietraccia vile. Ma, del resto, voi don Nocio che
avete studiato, e tu Tino Làbiso: sapreste dirmi che diavolo
sia lo zolfo e a che cosa serva?
Finanche il Lopes, a questa domanda speciosa, si voltava a
guardare con gli occhi sbarrati. Nino Mo si cacciava in
tasca le mani irrequiete, come se volesse cercarvi
rabbiosamente la risposta; mentre Tino Làbiso tirava al
solito daccapo il pezzolone per soffiarsi il naso e prender
tempo, da uomo prudente.
- Oh bella! - esclamava intanto Nocio Butera, imbarazzato
anche lui. - Serve... serve per... per inzolfare le viti,
serve.
- E... e anche per... già, per i fiammiferi di legno, mi
pare, - aggiungeva Tino Làbiso ripiegando con somma
diligenza il fazzoletto.
- Mi pare... mi pare... - si metteva a sghignazzare don
Mattia Scala. - Che vi pare? È proprio così! Questi due soli
usi ne conosciamo noi. Domandatene a chi volete: nessuno vi
saprà dire per che altro serva lo zolfo. E intanto
lavoriamo, ci ammazziamo a scavarlo, poi lo trasportiamo giù
alle marine, dove tanti vapori inglesi, americani, tedeschi,
francesi, perfino greci, stanno pronti con le stive aperte
come tante bocche a ingojarselo; ci tirano una bella
fischiata, e addio! Che ne faranno, di là, nei loro paesi?
Nessuno lo sa; nessuno si cura di saperlo! E la ricchezza
nostra, intanto, quella che dovrebbe essere la ricchezza
nostra, se ne va via così dalle vene delle nostre montagne
sventrate, e noi rimaniamo qua, come tanti ciechi, come
tanti allocchi, con le ossa rotte dalla fatica e le tasche
vuote. Unico guadagno: le nostre campagne bruciate dal fumo.
I quattro amici, a questa vivace, lampantissima
dimostrazione della cecità con cui si esercitava l'industria
e il commercio di quel tesoro concesso dalla natura alle
loro contrade e intorno a cui pur ferveva tanta briga, tanta
guerra di lucro, insidiosa e spietata, restavano muti, come
oppressi da una condanna di perpetua miseria.
Allora lo Scala, riprendendo il primo discorso, si metteva a
rappresentar loro tutti gli altri pesi, a cui doveva
sottostare un povero affittuario di zolfare. Li sapeva
tutti, lui, per averli purtroppo sperimentati. Ed ecco,
oltre l'affitto breve, l'estaglio, cioè la quota d'affitto
che doveva esser pagata in natura, sul prodotto lordo, al
proprietario del suolo, il quale non voleva affatto sapere
se il giacimento fosse ricco o povero, se le zone sterili
fossero rare o frequenti, se il sotterraneo fosse asciutto o
invaso dalle acque, se il prezzo fosse alto o basso, se
insomma l'industria fosse o no remunerativa. E, oltre l'estaglio,
le tasse governative d'ogni sorta; e poi l'obbligo di
costruire, non solo le gallerie inclinate per l'accesso alla
zolfara e quella per la ventilazione e i pozzi per
l'estrazione e l'eduzione delle acque; ma anche i calcheroni,
i forni, le strade, i caseggiati e quanto mai potesse
occorrere alla superficie per l'esercizio della zolfara. E
tutte queste costruzioni, alla fine del contratto, dovevano
rimanere al proprietario del suolo, il quale, per giunta,
esigeva che tutto gli fosse consegnato in buon ordine e in
buono stato. Come se le spese fossero state a suo carico. Né
bastava! Neppur dentro le gallerie sotterranee l'affittuario
era padrone di lavorare a suo modo, ma ad archi, o a
colonne, o a pasture, come il proprietario imponeva,
talvolta anche contro le esigenze stesse del terreno.
Si doveva esser pazzi o disperati, no? per accettar siffatte
condizioni, per farsi mettere così i piedi sul collo. Chi
erano, infatti, per la maggior parte i produttori di zolfo?
Poveri diavoli, senza il becco d'un quattrino, costretti a
procacciarsi i mezzi, per coltivar la zolfara presa in
affitto, dai mercanti di zolfo delle marine, che li
assoggettavano ad altre usure, ad altre soperchierie.
Tirati i conti, che cosa restava, dunque, ai produttori? E
come avrebbero potuto dare, essi, un men tristo salario a
quei disgraziati che faticavano laggiù, esposti
continuamente alla morte? Guerra, dunque, odio, fame,
miseria per tutti; per i produttori, per i picconieri, per
quei poveri ragazzi oppressi, schiacciati da un carico
superiore alle loro forze, su e giù per le gallerie e le
scale della buca.
Quando lo Scala terminava di parlare e i vicini si alzavano
per tornarsene alle loro abitazioni rurali, la luna, alta e
come smarrita nel cielo, quasi non fosse di quella notte, ma
la luna d'un tempo lontano lontano, dopo il racconto di
tante miserie, illuminando le due coste della vallata ne
faceva apparir più squallida e più lugubre la desolazione.
E ciascuno, avviandosi, pensava che là, sotto quelle coste
così squallidamente rischiarate, cento, duecento metri
sottoterra, c'era gente che s'affannava ancora a scavare, a
scavare, poveri picconieri sepolti laggiù, a cui non
importava se su fosse giorno o notte, poiché notte era
sempre per loro.
III.
Tutti, a sentirlo parlare, credevano che lo Scala avesse già
dimenticato i dolori passati e non si curasse più di nulla
ormai, tranne di quel suo pezzetto di terra, da cui non si
staccava più da anni, nemmeno per un giorno.
Del figliuolo scomparso, sperduto per il mondo, - se qualche
volta ne parlava, perché qualcuno gliene moveva il discorso
- si sfogava a dir male, per l'ingratitudine che gli aveva
dimostrata, per il cuor duro di cui aveva dato prova.
- Se è vivo, - concludeva - è vivo per sé; per me, è morto,
e non ci penso più.
Diceva così, ma, intanto, non partiva per l'America da tutti
quei dintorni un contadino, dal quale non si recasse di
nascosto, alla vigilia della partenza, per consegnargli
segretamente una lettera indirizzata a quel suo figliuolo.
- Non per qualche cosa, oh! Se niente niente t'avvenisse di
vederlo o d'averne notizia, laggiù.
Molte di quelle lettere gli eran tornate indietro, con gli
emigranti rimpatriati dopo quattro o cinque anni, gualcite,
ingiallite, quasi illeggibili ormai. Nessuno aveva visto
Neli, né era riuscito ad averne notizia, né all'Argentina,
né al Brasile, né a gli Stati Uniti.
Egli ascoltava, poi scrollava le spalle:
- E che me n'importa? Da' qua, da' qua. Non mi ricordavo più
neanche d'averti dato questa lettera per lui.
Non voleva mostrare a gli estranei la miseria del suo cuore,
l'inganno in cui sentiva il bisogno di persistere ancora:
che il figlio, cioè, fosse là, in America, in qualche luogo
remoto, e che dovesse un giorno o l'altro ritornare, venendo
a sapere ch'egli s'era adattato alla nuova condizione e
possedeva una campagna, dove viveva tranquillo,
aspettandolo.
Era poca, veramente, quella terra; ma da parecchi anni don
Mattia covava, di nascosto al Butera, il disegno
d'ingrandirla, acquistando la terra d'un suo vicino, col
quale già s'era messo a prezzo e accordato. Quante
privazioni, quanti sacrifizii non s'era imposti, per metter
da parte quanto gli bisognava per attuare quel suo disegno!
Era poca, sì, la sua terra; ma da un pezzo egli,
affacciandosi al balcone della cascina, s'era abituato a
saltar con gli occhi il muro di cinta tra il suo podere e
quello del vicino e a considerar come sua tutta quanta
quella terra. Raccolta la somma convenuta, aspettava
solamente che il vicino si risolvesse a firmare il contratto
e a sloggiare di là.
Gli sapeva mill'anni, allo Scala; ma, per disgrazia, gli era
toccato ad aver da fare con un benedett'uomo! Buono,
badiamo, quieto, garbato, remissivo, don Filippino Lo
Cìcero, ma senza dubbio un po' svanito di cervello. Leggeva
dalla mattina alla sera certi libracci latini, e viveva solo
in campagna con una scimmia che gli avevano regalata.
La scimmia si chiamava Tita; era vecchia e tisica per
giunta. Don Filippino la curava come una figliuola, la
carezzava, s'assoggettava senza mai ribellarsi a tutti i
capricci di lei; con lei parlava tutto il giorno, certissimo
d'esser compreso. E quando essa, triste per la malattia, se
ne stava arrampicata su la trabacca del letto, ch'era il suo
posto preferito, egli, seduto su la poltrona, si metteva a
leggerle qualche squarcio delle Georgiche o delle Bucoliche:
- Tityre, tu patulae...
Ma quella lettura era di tratto in tratto interrotta da
certi soprassalti d'ammirazione curiosissimi: a qualche
frase, a qualche espressione, talvolta anche per una
semplice parola, di cui don Filippino comprendeva la
squisita proprietà o gustava la dolcezza, posava il libro su
le ginocchia, socchiudeva gli occhi e si metteva a dire
celerissimamente: - Bello! bello! bello! bello! bello! -
abbandonandosi man mano su la spalliera, come se svenisse
dal piacere. Tita allora scendeva dalla trabacca e gli
montava sul petto, angustiata, costernata; don Filippino la
abbracciava e le diceva, al colmo della gioja:
- Senti, Tita, senti... Bello! bello! bello! bello! bello...
Ora don Mattia Scala voleva la campagna: aveva fretta,
cominciava a essere stufo, e aveva ragione: la somma
convenuta era pronta - e notare che quel denaro a don
Filippino avrebbe fatto tanto comodo; ma, Dio benedetto,
come avrebbe poi potuto in città gustar la poesia pastorale
e campestre del suo divino Virgilio?
- Abbi pazienza, caro Mattia!
La prima volta che lo Scala s'era sentito rispondere così,
aveva sbarrato tanto d'occhi:
- Mi burlate, o dite sul serio?
Burlare? Ma neanche per sogno! Diceva proprio sul serio, don
Filippino.
Certe cose lo Scala, ecco, non le poteva capire. E poi c'era
Tita, Tita ch'era abituata a vivere in campagna, e che forse
non avrebbe più saputo farne a meno, poverina.
Nei giorni belli don Filippino la conduceva a passeggio, un
po' facendola camminare pian pianino coi suoi piedi, un po'
reggendola in braccio, come fosse una bambina; poi sedeva su
qualche masso a piè d'un albero; Tita allora s'arrampicava
sui rami e, spenzolandosi, afferrata per la coda, tentava di
ghermirgli la papalina per il fiocco o di acciuffargli la
parrucca o di strappargli il Virgilio dalle mani.
- Bonina, Tita, bonina! Fammi questo piacere, povera Tita!
Povera, povera, sì, perché era condannata, quella cara
bestiola. E Mattia Scala, dunque, doveva avere ancora un po'
di pazienza.
- Aspetta almeno, - gli diceva don Filippino - che questa
povera bestiola se ne vada. Poi la campagna sarà tua. Va
bene?
Ma era già passato più d'un anno di comporto, e quella
brutta bestiaccia non si risolveva a crepare.
- Vogliamo farla invece guarire? - gli disse un giorno lo
Scala. - Ho una ricetta coi fiocchi!
Don Filippino lo guardò sorridente, ma pure con una
cert'ansia, e domandò:
- Mi burli?
- No. Sul serio. Me l'ha data un veterinario che ha studiato
a Napoli: bravissimo.
- Magari, caro Mattia!
- Dunque fate così. Prendete quanto un litro d'olio fino. Ne
avete, olio fino? ma fino, proprio fino?
- Lo compro, anche se dovessi pagarlo sangue di papa.
- Bene. Quanto un litro. Mettetelo a bollire, con tre
spicchi d'aglio, dentro.
- Aglio?
- Tre spicchi. Date ascolto a me. Quando l'olio comincerà a
muoversi, prima che alzi il bollo, toglietelo dal fuoco.
Prendete allora una buona manata di farina di Majorca e
buttatecela dentro.
- Farina di Majorca?
- Di Majorca, gnorsì. Mestate; poi, quando si sarà ridotta
come una pasta molle, oleosa, applicatela, ancora calda, sul
petto e su le spalle di quella brutta bestia; ricopritela
ben bene di bambagia, di molta bambagia, capite?
- Benissimo: di bambagia; e poi?
- Poi aprite una finestra e buttatela giù.
- Ohooo! - miaolò don Filippino. - Povera Tita!
- Povera campagna, dico io! Voi non ci badate; io debbo
guardarla da lontano, e intanto, pensate: non c'è più vigna;
gli alberi aspettano da una diecina d'anni almeno, la
rimonda; i frutici crescono senza innesti, coi polloni
sparpagliati, che si succhian la vita l'un l'altro e par che
chiedano ajuto da tutte le parti; di molti olivi non resta
che da far legna. Che debbo comperarmi, alla fine? Possibile
seguitare così?
Don Filippino, a queste rimostranze, faceva una faccia
talmente afflitta, che don Mattia non si sentiva più l'animo
d'aggiunger altro.
Con chi parlava, del resto? Quel pover uomo non era di
questo mondo. Il sole, il sole vero, il sole della giornata
non era forse mai sorto per lui: per lui sorgevano ancora i
soli del tempo di Virgilio.
Aveva vissuto sempre là, in quella campagna, prima insieme
con lo zio prete, che, morendo, gliel'aveva lasciata in
eredità, poi sempre solo. Orfano a tre anni, era stato
accolto e cresciuto da quello zio, appassionato latinista e
cacciatore per la vita. Ma di caccia don Filippino non s'era
mai dilettato, forse per l'esperienza fatta su lo zio, il
quale - quantunque prete - era terribilmente focoso:
l'esperienza cioè, di due dita saltate a quella buon'anima,
dalla mano sinistra, nel caricare il fucile. Si era dato
tutto al latino, lui, invece, con passione quieta,
contentandosi di svenire dal piacere, parecchie volte,
durante la lettura; mentre l'altro, lo zio prete, si levava
in piedi, nei suoi soprassalti d'ammirazione, infocato in
volto, con le vene della fronte così gonfie che pareva gli
volessero scoppiare, e leggeva ad altissima voce e in fine
prorompeva, scaraventando il libro per terra o su la faccia
rimminchionita di don Filippino:
- Sublime, santo diavolo!
Morto di colpo questo zio, don Filippino era rimasto padrone
della campagna; ma padrone per modo di dire.
In vita, lo zio prete aveva anche posseduto una casa nella
vicina città, e questa casa aveva lasciato nel testamento al
figliuolo di un'altra sua sorella, il quale si chiamava Saro
Trigona. Ora forse, costui, considerando la propria
condizione di sfortunato sensale di zolfo, di
sfortunatissimo padre di famiglia con una caterva di
figliuoli, s'aspettava che lo zio prete lasciasse tutto a
lui, la casa e la campagna, con l'obbligo, si capisce, di
prendere con sé e di mantenere, vita natural durante, il
cugino Lo Cìcero, il quale, cresciuto sempre come un figlio
di famiglia, sarebbe stato inetto, per altro, ad amministrar
da sé quella campagna. Ma, poiché lo zio non aveva avuto per
lui questa considerazione, Saro Trigona, non potendo per
diritto, cercava di trar profitto in tutte le maniere anche
dell'eredità del cugino, e mungeva spietatamente il povero
don Filippino. Quasi tutti i prodotti della campagna
andavano a lui: frumento, fave, frutta, vino, ortaggi; e, se
don Filippino ne vendeva qualche parte di nascosto, come se
non fosse roba sua, il cugino Saro, scoprendo la vendita,
gli piombava in campagna su le furie, quasi avesse scoperto
una frode a suo danno, e invano don Filippino gli dimostrava
umilmente che quel denaro gli serviva per i molti lavori di
cui la campagna aveva bisogno. Voleva il denaro:
- O mi uccido! - gli diceva, accennando di cavar la
rivoltella dal fodero sotto la giacca. - Mi uccido qua,
davanti a te Filippino, ora stesso! Perché non ne posso più,
credimi! Nove figliuoli, Cristo sacrato, nove figliuoli che
mi piangono per il pane!
E meno male quando veniva solo, in campagna, a far quelle
scenate! Certe volte conduceva con sé la moglie e la caterva
dei figliuoli. A don Filippino, abituato a vivere sempre
solo, gli pareva d'andar via col cervello. Quei nove nipoti,
tutti maschi, il maggiore dei quali non aveva ancora
quattordici anni, quantunque «piangenti per il pane»
prendevano d'assalto, come nove demonii scatenati, la
tranquilla casa campestre dello zio; gli mettevano tutto
sossopra: ballavano, ballavano proprio quelle stanze, dagli
urli, dalle risa, dai pianti, dalle corse sfrenate; poi
s'udiva, immancabilmente, il fracasso, il rovinio di qualche
grossa rottura, almeno almeno di qualche specchio d'armadio
andato in briciole; allora Saro Trigona balzava in piedi,
gridando:
- Faccio l'organo! faccio l'organo!
Rincorreva, acciuffava quelle birbe; distribuiva calci,
schiaffi, pugni, sculacciate; poi, com'essi si mettevano a
strillare in tutti i toni, li disponeva in fila, per ordine
d'altezza, e così facevano l'organo.
- Fermi là! Belli... belli davvero, guarda, Filippino! Non
sono da dipingere? Che sinfonia!
Don Filippino si turava gli orecchi, chiudeva gli occhi e si
metteva a pestare i piedi dalla disperazione.
- Mandali via! Rompano ogni cosa; si portino via casa,
alberi, tutto; ma lasciatemi in pace per carità!
Aveva torto, però, don Filippino. Perché la cugina, per
esempio, non veniva mai con le mani vuote a trovarlo in
campagna: gli portava qualche papalina ricamata, con un bel
fiocco di seta: come no? quella che teneva in capo; o un
pajo di pantofole gli portava, pur ricamate da lei: quelle
che teneva ai piedi. E la parrucca? Dono e attenzione del
cugino, per guardarlo dai raffreddori frequenti, a cui
andava soggetto, per la calvizie precoce. Parrucca di
Francia! Gli era costata un occhio, a Saro Trigona. E la
scimmia, Tita? Anch'essa, regalo della cugina: regalo di
sorpresa, per rallegrare gli ozii e la solitudine del buon
cugino esiliato in campagna. Come no?
- Somarone, scusate, somarone! - gli gridava don Mattia
Scala. - O perché mi fate ancora aspettare a pigliar
possesso? Firmate il contratto, levatevi da questa
schiavitù! Col denaro che vi do io, voi senza vizii, voi con
così pochi bisogni, potreste viver tranquillo, in città, gli
anni che vi restano. Siete pazzo? Se perdete ancora altro
tempo per amore di Tita e di Virgilio, vi ridurrete
all'elemosina, vi ridurrete!
Perché don Mattia Scala, non volendo che andasse in malora
il podere ch'egli considerava già come suo, s'era messo ad
anticipare al Lo Cìcero parte della somma convenuta.
- Tanto, per la potatura; tanto per gl'innesti; tanto per la
concimazione... Don Filippino, diffalchiamo!
- Diffalchiamo! - sospirava don Filippino. - Ma lasciami
stare qui. In città, vicino a quei demonii, morirei dopo due
giorni. Tanto a te non do ombra. Non sei tu qua il padrone,
caro Mattia? Puoi far quello che ti pare e piace. Io non ti
dico niente. Basta che tu mi lasci star tranquillo...
- Sì. Ma intanto, - gli rispondeva lo Scala - i beneficii se
li gode vostro cugino!
- Che te ne importa? - gli faceva osservare il Lo Cìcero. -
Questo denaro tu dovresti darmelo tutto in una volta, è
vero? Me lo dai invece così, a spizzico; e ci perdo io, in
fondo, perché, diffalcando oggi, diffalcando domani, mi
verrà un giorno a mancare, mentre tu lo avrai speso qua, a
beneficar la terra che allora sarà tua.
Inizio
pagina
IV.
Il ragionamento di don Filippino era senza dubbio
convincente; ma che sicuro aveva intanto lo Scala di quei
denari spesi nel fondo di lui? E se don Filippino fosse
venuto a mancare d'un colpo, Dio liberi! senza aver tempo e
modo di firmar l'atto di vendita, per quel tanto che oramai
gli toccava, Saro Trigona, suo unico erede, avrebbe poi
riconosciuto quelle spese e il precedente accordo col
cugino?
Questo dubbio sorgeva di tanto in tanto nell'animo di don
Mattia; ma poi pensava che, a voler forzare don Filippino a
cedergli il possesso del fondo, a volerlo mettere alle
strette per quei denari anticipati, poteva correre il
rischio di sentirsi rispondere: «O infine, chi t'ha
costretto ad anticiparmeli? Per me, il fondo poteva restar
bene com'era e andar anche in malora: non me ne sono mai
curato. Non puoi mica, ora, cacciarmi di casa mia, se io non
voglio». Pensava inoltre lo Scala che aveva da fare con un
vero galantuomo, incapace di far male, neanche a una mosca.
Quanto al pericolo che morisse d'un colpo, questo pericolo
non c'era: senza vizii, e viveva così morigeratamente,
sempre sano e vegeto, che prometteva anzi di campar
cent'anni. Del resto, il termine del comporto era già
fissato: alla morte della scimmia, che poco più ormai si
sarebbe fatta aspettare.
Era tal fortuna, infine, per lui, il potere acquistar quella
terra a così modico prezzo, che gli conveniva star zitto e
fidare; gli conveniva tenervi così, anzi, la mano sopra, con
quei denari che ci veniva spendendo a mano a mano,
quietamente, e come gli pareva e piaceva. Il vero padrone,
lì, era lui; stava più lì, si può dire, che nel suo podere.
- Fate questo; fate quest'altro.
Comandava; s'abbelliva la campagna, e non pagava tasse. Che
voleva di più?
Tutto poteva aspettarsi il povero don Mattia, tranne che
quella scimmia maledetta, che tanto lo aveva fatto penare,
gli dovesse far l'ultima!
Era solito lo Scala di levarsi prima dell'alba, per vigilare
ai preparativi del lavoro prestabilito la sera avanti col
garzone; non voleva che questi, dovendo, per esempio,
attendere alla rimonda, tornasse due o tre volte dalla costa
alla cascina o per la scala, o per la pietra d'affilare la
ronca o l'accetta, o per l'acqua o per la colazione: doveva
andarsene munito e provvisto di tutto punto, per non perder
tempo inutilmente.
- Lo ziro, ce l'hai? Il companatico? Tieni, ti do una
cipolla. E svelto, mi raccomando.
Passava quindi, prima che il sole spuntasse, nel podere del
Lo Cìcero.
Quel giorno, a causa d'una carbonaja a cui si doveva dar
fuoco, lo Scala fece tardi. Erano già passate le dieci.
Intanto, la porta della cascina di don Filippino era ancora
chiusa, insolitamente. Don Mattia picchiò: nessuno gli
rispose: picchiò di nuovo, invano; guardò su ai balconi e
alle finestre: chiusi per notte, ancora.
«Che novità?» pensò, avviandosi alla casa colonica lì
vicino, per aver notizie dalla moglie del garzone.
Ma anche lì trovò chiuso. Il podere pareva abbandonato.
Lo Scala allora si portò le mani alla bocca per farsene
portavoce e, rivolto verso la campagna, chiamò forte il
garzone. Come questi, poco dopo, dal fondo della piaggia,
gli diede la voce, don Mattia gli domandò se don Filippino
fosse là con lui. Il garzone gli rispose che non s'era
visto. Allora, già con un po' d'apprensione, lo Scala tornò
a picchiare alla cascina; chiamò più volte: - Don Filippino!
Don Filippino! - e, non avendo risposta, né sapendo che
pensarne, si mise a stirarsi con una mano quel suo nasone
palpitante.
La sera avanti egli aveva lasciato l'amico in buona salute.
Malato, dunque, non poteva essere, almeno fino al punto di
non poter lasciare il letto per un minuto. Ma forse, ecco,
s'era dimenticato di aprir le finestre delle camere poste
sul davanti, ed era uscito per la campagna con la scimmia:
il portone forse lo aveva chiuso, vedendo che nella casa
colonica non c'era alcuno di guardia.
Tranquillatosi con questa riflessione, si mise a cercarlo
per la campagna, ma fermandosi di tratto in tratto qua e là,
dove con l'occhio esperto e previdente dell'agricoltore
scorgeva a volo il bisogno di qualche riparo; di tratto in
tratto chiamando:
- Don Filippino, oh don Filippììì...
Si ridusse così in fondo alla piaggia, dove il garzone
attendeva con tre giornanti a zappare la vigna.
- E don Filippino? Che se n'è fatto? Io non lo trovo.
Ripreso dalla costernazione, di fronte all'incertezza di
quegli uomini, a cui pareva strano ch'egli avesse trovata
chiusa la villa com'essi la avevano lasciata nell'avviarsi
al lavoro, lo Scala propose di ritornar su tutti insieme a
vedere che fosse accaduto.
- Ho bell'e capito! Questa mattina è infilata male!
- Quando mai, lui! - badava a dire il garzone. - Di solito
così mattiniero...
- Ma gli starà male la scimmia, vedrete! - disse uno dei
giornanti. - La terrà in braccio, e non vorrà muoversi per
non disturbarla.
- Neanche a sentirsi chiamato, come l'ho chiamato io, non so
più quante volte? - osservò don Mattia. - Va' là! Qualcosa
dev'essergli accaduto!
Pervenuti su lo spiazzo innanzi alla cascina, tutti e
cinque, ora l'uno ora l'altro, si provarono a chiamarlo,
inutilmente; fecero il giro della cascina; dal lato di
tramontana, trovarono una finestra con gli scuri aperti; si
rincorarono:
- Ah! esclamò il garzone. - Ha aperto, finalmente! È la
finestra della cucina.
- Don Filippino! - gridò lo Scala. - Mannaggia a voi! Non ci
fate disperare!
Attesero un pezzo coi nasi per aria; tornarono a chiamarlo
in tutti i modi; alla fine, don Mattia, ormai
costernatissimo e infuriato, prese una risoluzione.
- Una scala!
Il garzone corse alla casa colonica e ritornò poco dopo con
la scala.
- Monto io! - disse don Mattia, pallido e fremente al
solito, scostando tutti.
Pervenuto all'altezza della finestra, si tolse il
cappellaccio bianco, vi cacciò il pugno e infranse il vetro,
poi aprì la finestra e saltò dentro.
Il focolare, lì, in cucina, era spento. Non s'udiva nella
casa alcun rumore. Tutto, là dentro, era ancora come se
fosse notte: soltanto dalle fessure delle imposte traspariva
il giorno.
- Don Filippino! - chiamò ancora una volta lo Scala: ma il
suono della sua stessa voce, in quel silenzio strano, gli
suscitò un brivido, dai capelli alla schiena.
Attraversò, a tentoni, alcune stanze; giunse alla camera da
letto, anch'essa al bujo. Appena entrato, s'arrestò di
botto. Al tenue barlume che filtrava dalle imposte, gli
parve di scernere qualcosa, come un'ombra, che si moveva sul
letto, strisciando, e dileguava. I capelli gli si drizzarono
su la fronte; gli mancò la voce per gridare. Con un salto fu
al balcone, lo aprì, si voltò e spalancò gli occhi e la
bocca, dal raccapriccio, scotendo le mani per aria. Senza
fiato, senza voce, tutto tremante e ristretto in sé dal
terrore, corse alla finestra della cucina.
- Su... su, salite! Ammazzato! Assassinato!
- Assassinato? Come! Che dice? - esclamarono quelli che
attendevano ansiosamente, slanciandosi tutti e quattro
insieme per montare. Il garzone volle andare innanzi agli
altri, gridando:
- Piano per la scala! A uno a uno!
Sbalordito, allibito, don Mattia si teneva con tutt'e due le
mani la testa, ancora con la bocca aperta e gli occhi pieni
di quell'orrenda vista.
Don Filippino giaceva sul letto col capo rovesciato
indietro, affondato nel guanciale, come per uno stiramento
spasmodico, e mostrava la gola squarciata e sanguinante:
teneva ancora alzate le mani, quelle manine che non gli
parevano nemmeno, orrende ora a vederle, così scompostamente
irrigidite e livide.
Don Mattia e i quattro contadini lo mirarono un pezzo,
atterriti; a un tratto, trabalzarono tutt'e cinque, a un
rumore che venne di sotto al letto: si guardarono negli
occhi; poi, uno di loro si chinò a guardare.
- La scimmia! - disse con un sospiro di sollievo, e quasi
gli venne di ridere.
Gli altri quattro, allora, si chinarono anch'essi a
guardare.
Tita, accoccolata sotto il letto, con la testa bassa e le
braccia incrociate sul petto, vedendo quei cinque che la
esaminavano, giro giro, così chinati e stravolti, tese le
mani alle tavole del letto e saltò più volte a balziculi,
poi accomodò la bocca ad o, ed emise un suono minaccioso:
- Chhhh...
- Guardate! - gridò allora lo Scala. - Sangue... Ha le
mani... il petto insanguinati... essa lo ha ucciso!
Si ricordò di ciò che gli era parso di scernere, entrando, e
raffermò, convinto:
- Essa, sì! l'ho veduta io, con gli occhi miei! Stava sul
letto...
E mostrò ai quattro contadini inorriditi le scigrigne su le
gote e sul mento del povero morto:
- Guardate!
Ma come mai? La scimmia? Possibile? Quella bestia ch'egli
teneva da tanti anni con sé, notte e giorno?
- Fosse arrabbiata? - osservò uno dei giornanti, spaventato.
Tutt'e cinque, a un tempo, con lo stesso pensiero si
scostarono dal letto.
- Aspettate! Un bastone... - disse don Mattia.
E cercò con gli occhi nella camera, se ce ne fosse qualcuno,
o se ci fosse almeno qualche oggetto che potesse farne le
veci.
Il garzone prese per la spalliera una seggiola e si chinò;
ma gli altri, così inermi, senza riparo, ebbero paura e gli
gridarono:
- Aspetta! Aspetta!
Si munirono di seggiole anche loro. Il garzone allora spinse
la sua più volte sotto il letto: Tita balzò fuori dall'altra
parte, s'arrampicò con meravigliosa agilità su per la
trabacca del letto, andò ad accoccolarsi in cima al
padiglione, e lassù, pacificamente, come se nulla fosse, si
mise a grattarsi il ventre, poi a scherzar con le cocche
d'un fazzoletto che il povero don Filippino le aveva legato
alla gola.
I cinque uomini stettero a mirare quell'indifferenza
bestiale, rimbecilliti.
- Che fare, intanto? - domandò lo Scala, abbassando gli
occhi sul cadavere; ma subito alla vista di quella gola
squarciata, voltò la faccia. - Se lo coprissimo con lo
stesso lenzuolo?
- Nossignore! - disse subito il garzone. - Vossignoria dia
ascolto a me. Bisogna lasciarlo così come si trova. Io sono
qua, di casa, e non voglio impicci con la giustizia, io.
Anzi mi siete tutti testimoni.
- Che c'entra adesso! - esclamò don Mattia, dando una
spallata.
Ma il garzone riprese ponendo avanti le mani:
- Non si sa mai, con la giustizia, padrone mio! Siamo
poveretti, nojaltri, e con noi... so io quel che mi dico...
- Io penso, invece, - gridò don Mattia, esasperato, - penso
che lui, là, povero pazzo, è morto come un minchione, per la
sua stolidaggine, e che io, intanto, più pazzo e più stolido
di lui, son bell'e rovinato! Oh, ma - tutti testimoni
davvero, voi qua - che in questa campagna io ho speso i miei
denari, il sangue mio: lo direte... Ora andate ad avvertire
quel bel galantuomo di Saro Trigona e il pretore e il
delegato, che vengano a vedere le prodezze di questa...
Maledetta! - urlò, con uno scatto improvviso, strappandosi
dal capo il cappellaccio e lanciandolo contro la scimmia.
Tita lo colse al volo, lo esaminò attentamente, vi
stropicciò la faccia, come per soffiarsi il naso, poi se lo
cacciò sotto e vi si pose a sedere. I quattro contadini
scoppiarono a ridere, senza volerlo.
V.
Niente: né un rigo di testamento, né un appunto pur che
fosse in qualche registro o in qualche pezzetto di carta
volante.
E non bastava il danno: toccavano per giunta a don Mattia
Scala le beffe degli amici. Eh già, perché infatti, Nocio
Butera, per esempio, avrebbe facilmente immaginato, che don
Filippino Lo Cìcero sarebbe morto a quel modo, ucciso dalla
scimmia.
- Tu, Tino Làbiso, che ne dici, eh? Può essere, è vero? Che
bestia! che bestia! che bestia!
E don Mattia si calcava fin sopra gli occhi con le mani
afferrate alla tesa il cappellaccio bianco, e pestava i
piedi dalla rabbia.
Saro Trigona, finché il cugino non fu sotterrato, dopo gli
accertamenti del medico e del pretore, non gli volle dare
ascolto, protestando che la disgrazia non gli consentiva di
parlar d'affari.
- Sì! Come se la scimmia non gliel'avesse regalata lui,
apposta! - si sfogava a dire lo Scala, di nascosto.
Avrebbe dovuto farle coniare una medaglia d'oro, a quella
scimmia, e invece - ingrato, - l'aveva fatta fucilare:
proprio così, fu-ci-la-re, il giorno dopo, non ostante che
il giovane medico, venuto in campagna insieme col pretore,
avesse trovato una graziosa spiegazione del delitto
incosciente della bestia. Tita, malata di tisi, si sentiva
forse mancare il respiro, anche a causa, probabilmente, di
quel fazzoletto che il povero don Filippino le aveva legato
al collo, forse un po' troppo stretto, o perché se lo fosse
stretto lei stessa tentando di slegarselo. Ebbene: forse era
saltata sul letto per indicare al padrone dove si sentiva
mancare il respiro, lì, al collo, e gliel'aveva preso con le
mani; poi, nell'oppressura, non riuscendo a tirare il fiato,
esasperata, forse s'era messa a scavare con le unghie, lì,
nella gola del padrone. Ecco fatto! Bestia era, infine. Che
capiva?
E il pretore, serio serio, accigliato, col testone calvo,
rosso, sudato, aveva fatto ripetuti segni d'approvazione
alla rara perspicacia del giovine medico - tanto carino!
Basta. Sotterrato il cugino, fucilata la scimmia, Saro
Trigona si mise a disposizione di don Mattia Scala.
- Caro don Mattia, discorriamo.
C'era poco da discorrere. Lo Scala, con quel suo fare a
scatti, gli espose brevemente il suo accordo col Lo Cìcero,
e come, aspettando di giorno in giorno che quella maledetta
bestiaccia morisse per pigliar possesso, avesse speso nel
podere, in più stagioni, col consenso del Lo Cìcero stesso,
beninteso, parecchie migliaja di lire, che dovevano per
conseguenza detrarsi dalla somma convenuta. Chiaro, eh?
- Chiarissimo! - rispose il Trigona, che aveva ascoltato con
molta attenzione il racconto dello Scala, approvando col
capo, serio serio, come il pretore. - Chiarissimo! E io, dal
canto mio, caro don Mattia, sono disposto a rispettare
l'accordo. Fo il sensale; e, voi lo sapete: tempacci! Per
collocare una partita di zolfo ci vuol la mano di Dio: la
senseria se ne va in francobolli e in telegrammi. Questo,
per dirvi che io, con la mia professione, non potrei
attendere alla campagna, di cui non so proprio che farmi. Ho
poi, come sapete, caro don Mattia, nove figliuoli maschi,
che debbono andare a scuola: bestie, uno più dell'altro: ma
vanno a scuola. Debbo, dunque, per forza stare in città.
Veniamo a noi. C'è un guajo, c'è. Eh, caro don Mattia, pur
troppo! Guajo grosso. Nove figliuoli, dicevamo, e voi non
sapete, non potete farvi un'idea di quanto mi costino: di
scarpe soltanto... ma già, è inutile che stia a farvi il
conto! Impazzireste. Per dirvi, caro don Mattia...
- Non me lo dite più, per carità, caro don Mattia, -
proruppe lo scala, irritato di quell'interminabile discorso
che non veniva a capo di nulla. - Caro don Mattia... caro
don Mattia... basta! concludiamo! Ho già perso troppo tempo
con la scimmia e con don Filippino!
- Ecco, - riprese il Trigona, senza scomporsi. - Volevo
dirvi che ho avuto sempre bisogno di ricorrere a certi
messeri, che Dio ne scampi e liberi, per... mi spiego? e, si
capisce, mi hanno messo i piedi sul collo. Voi sapete chi
porta la bandiera, nel nostro paese, in questa specie
d'operazioni...
- Dima Chiarenza? - esclamò subito lo Scala scattando in
piedi, pallidissimo. Scaraventò il cappello per terra, si
passò furiosamente una mano sui capelli; poi, rimanendo con
la mano dietro la nuca, sbarrando gli occhi e appuntando
l'indice dell'altra mano, come un'arma, verso il Trigona:
- Voi? - aggiunse. - Voi, da quel boja? da quell'assassino,
che mi ha mangiato vivo? Quanto avete preso?
- Aspettate, vi dirò, - rispose il Trigona, con calma
dolente, ponendo innanzi una mano. - Non io! perché quel
boja, come voi dite benissimo, della mia firma non ha mai
voluto saperne...
- E allora... don Filippino? - domandò lo Scala coprendosi
il volto con le mani, come per non veder le parole che gli
uscivano di bocca.
- L'avallo... - sospirò il Trigona, tentennando il capo
amaramente.
Don Mattia si mise a girar per la stanza, esclamando, con le
mani per aria:
- Rovinato! Rovinato! Rovinato!
- Aspettate, - ripeté il Trigona. - Non vi disperate.
Vediamo di rimediarla. Quanto intendevate di dare voi, a
Filippino, per la terra?
- Io? - gridò lo Scala, fermandosi di botto, con le mani sul
petto. - Diciotto mila lire, io: contanti! Son circa sei
ettari di terra: tre salme giuste, con la nostra misura: sei
mila lire a salma, contanti! Dio sa quel che ho penato per
metterle insieme: e ora, ora mi vedo sfuggir l'affare, la
terra sotto i piedi, la terra che già consideravo mia!
Mentre don Mattia si sfogava così, Saro Trigona si toccava
le dita, accigliato, per farsi i conti:
- Diciotto mila... oh, dunque, si dice...
- Piano, - lo interruppe lo Scala. - Diciotto mila, se la
buon'anima m'avesse lasciato subito il possesso del fondo.
Ma più di sei mila già ce l'ho spese. E questo è conto che
si può far subito, sul luogo. Ho i testimoni: quest'anno
stesso, ho piantato due migliaja di vitigni americani,
spaventosi! e poi...
Saro Trigona si levò in piedi per troncare quella
discussione, dichiarando:
- Ma dodici mila non bastano, caro don Mattia. Gliene debbo
più di venti mila a quel boja, figuratevi!
- Venti mila lire? - esclamò lo Scala, trasecolando. - E che
avete mangiato, denari, voi e i vostri figliuoli?
Il Trigona trasse un lunghissimo sospiro e, battendo una
mano sul braccio dello Scala, disse:
- E le mie disgrazie, don Mattia? Non è ancora un mese, che
mi è toccato a pagar nove mila lire a un negoziante di
Licata, per differenza di prezzo su una partita di zolfo.
Lasciatemi stare! Furono le ultime cambiali che mi avallò il
povero Filippino, Dio l'abbia in gloria!
Dopo altre inutili rimostranze, convennero di recarsi quel
giorno stesso, con le dodici mila lire in mano, dal
Chiarenza, per tentare un accordo.
VI.
La casa di Dima Chiarenza sorgeva su la piazza principale
del paese.
Era una casa antica, a due piani, annerita dal tempo,
innanzi alla quale solevano fermarsi con le loro macchinette
fotografiche i forestieri, inglesi e tedeschi che si
recavano a veder le zolfare, destando una certa meraviglia
mista di dileggio o di commiserazione negli abitanti del
paese, per i quali quella casa non era altro che una cupa
decrepita stamberga, che guastava l'armonia della piazza,
col palazzo comunale di fronte, stuccato e lucido, che
pareva di marmo, e maestoso anche, con quel loggiato a otto
colonne; la Matrice di qua, il Palazzo della Banca
Commerciale di là, che aveva a pianterreno uno splendido
Caffè da una parte, dall'altra il Circolo di Compagnia.
Il Municipio, secondo i soci di questo Circolo, avrebbe
dovuto provvedere a quello sconcio, obbligando il Chiarenza
a dare almeno un intonaco decente alla sua casa. Avrebbe
fatto bene anche a lui, dicevano: gli si sarebbe forse
schiarita un po' la faccia che, da quando era entrato in
quella casa, gli era diventata dello stesso colore. - Però -
soggiungevano - volendo esser giusti, gliel'aveva recata in
dote la moglie, quella casa, ed egli, proferendo il sì
sacramentale, s'era forse obbligato a rispettare la doppia
antichità.
Don Mattia Scala e Saro Trigona trovarono nella vasta
anticamera quasi buja una ventina di contadini, vestiti
tutti, su per giù, allo stesso modo, con un greve abito di
panno turchino scuro; scarponi di cuojo grezzo imbullettati,
ai piedi; in capo, una berretta nera a calza con la nappina
in punta: alcuni portavano gli orecchini; tutti, essendo
domenica, rasi di fresco.
- Annunziami, - disse il Trigona al servo che se ne stava
seduto presso la porta, innanzi a un tavolinetto, il cui
piano era tutto segnato di cifre e di nomi.
- Abbiano pazienza un momento, - rispose il servo, che
guardava stupito lo Scala, conoscendo l'antica inimicizia di
lui per il suo padrone. - C'è dentro don Tino Làbiso.
- Anche lui? Disgraziato! - borbottò don Mattia, guardando i
contadini in attesa, stupiti come il servo della presenza di
lui in quella casa.
Poco dopo, dall'espressione dei loro volti lo Scala poté
facilmente argomentare chi fra essi veniva a saldare il suo
debito, chi recava soltanto una parte della somma tolta in
prestito e aveva già negli occhi la preghiera che avrebbe
rivolta all'usurajo perché avesse pazienza per il resto fino
al mese venturo; chi non portava nulla e pareva schiacciato
sotto la minaccia della fame, perché il Chiarenza lo avrebbe
senza misericordia spogliato di tutto e buttato in mezzo a
una strada.
A un tratto, l'uscio del banco s'aprì, e Tino Làbiso, col
volto infocato, quasi paonazzo, con gli occhi lustri, come
se avesse pianto, scappò via senza veder nessuno, tenendo in
mano il suo pezzolone a dadi rossi e neri: l'emblema della
sua sfortunata prudenza.
Lo Scala e il Trigona entrarono nella sala del banco.
Era anch'essa quasi buja, con una sola finestra ferrata, che
dava su un angusto vicoletto. Di pieno giorno, il Chiarenza
doveva tenere su la scrivania il lume acceso, riparato da un
mantino verde.
Seduto su un vecchio seggiolone di cuojo innanzi alla
scrivania, il cui palchetto a casellario era pieno zeppo di
carte, il Chiarenza teneva su le spalle uno scialletto, in
capo una papalina, e un pajo di mezzi guanti di lana alle
mani orribilmente deformate dall'artritide. Quantunque non
avesse ancora quarant'anni, ne mostrava più di cinquanta, la
faccia gialla, itterica, i capelli grigi, fitti, aridi che
gli si allungavano come a un malato su le tempie. Aveva, in
quel momento, gli occhiali a staffa rialzati su la fronte
stretta, rugosa, e guardava innanzi a sé con gli occhi
torbidi, quasi spenti sotto le grosse palpebre gravi.
Evidentemente, si sforzava di dominare l'interna agitazione
e di apparir calmo di fronte allo Scala.
La coscienza della propria infamità, non gl'ispirava ora che
odio, odio cupo e duro, contro tutti e segnatamente contro
il suo antico benefattore, sua prima vittima. Non sapeva
ancora che cosa lo Scala volesse da lui; ma era risoluto a
non concedergli nulla, per non apparire pentito d'una colpa
ch'egli aveva sempre sdegnosamente negata, rappresentando lo
Scala come un pazzo.
Questi, che da anni e anni non lo aveva più riveduto,
neanche da lontano, rimase dapprima stupito, a mirarlo. Non
lo avrebbe riconosciuto, ridotto in quello stato, se lo
avesse incontrato per via.
«Il castigo di Dio» pensò; e aggrottò le ciglia,
comprendendo subito che, così ridotto, quell'uomo doveva
credere d'aver già scontato il delitto e di non dovergli
più, perciò, nessuna riparazione.
Dima Chiarenza, con gli occhi bassi, si pose una mano dietro
le reni per tirarsi su, pian piano, dal seggiolone di cuojo,
col volto atteggiato di spasimo; ma Saro Trigona lo
costrinse a rimaner seduto e, subito, col suo solito
opprimente garbuglio di frasi, cominciò a esporre lo scopo
della visita: egli, vendendo la campagna ereditata dal
cugino al caro don Mattia lì presente, avrebbe pagato,
subito, dodici mila lire, a scomputo del suo debito, al
carissimo don Dima, il quale, dal canto suo, doveva
obbligarsi di non muovere nessuna azione giudiziaria contro
l'eredità Lo Cìcero, aspettando...
- Piano, piano, figliuolo, - lo interruppe a questo punto il
Chiarenza, riponendosi gli occhiali sul naso. - Già l'ho
mossa oggi stesso, protestando le cambiali a firma di vostro
cugino, scadute da un pezzo. Le mani avanti!
- E il mio denaro? - scattò allora lo Scala. - Il fondo del
Lo Cìcero non valeva più di diciotto mila lire; ma ora io ce
ne ho spese più di sei mila; dunque, facendolo stimare
onestamente, tu non potresti averlo per meno di ventiquattro
mila.
- Bene - rispose, calmissimo, il Chiarenza. - Siccome il
Trigona me ne deve venticinque mila, vuol dire che io,
prendendomi il podere, vengo a perdercene mille, oltre
gl'interessi.
- Dunque... venticinque? - esclamò allora don Mattia,
rivolto al Trigona, con gli occhi sbarrati.
Questi si agitò su la seggiola, come su un arnese di
tortura, balbettando:
- Ma... co... come?
- Ecco, figlio mio: ve lo faccio vedere, - rispose senza
scomporsi il Chiarenza, ponendosi di nuovo la mano dietro le
reni e tirandosi su con pena. - Ci sono i registri. Parlano
chiaro.
- Lascia stare i registri! - gridò lo Scala, facendosi
avanti. - Qua ora si tratta de' miei denari: quelli spesi da
me nel podere...
- E che ne so io? - fece il Chiarenza, stringendosi nelle
spalle e chiudendo gli occhi. - Chi ve li ha fatti spendere?
Don Mattia Scala ripeté, su le furie, al Chiarenza il suo
accordo col Lo Cìcero.
- Male, - soggiunse, richiudendo gli occhi, il Chiarenza,
per la pena che gli costava la calma che voleva dimostrare;
ma quasi non tirava più fiato. - Male. Vedo che voi, al
solito, non sapete trattare gli affari.
- E me lo rinfacci tu? - gridò lo Scala, - tu!
- Non rinfaccio nulla; ma, santo Dio, avreste dovuto almeno
sapere, prima di spendere codesti denari che voi dite, che
il Lo Cìcero non poteva più vendere a nessuno il podere,
perché aveva firmato a me tante cambiali per un valore che
sorpassava quello del podere stesso.
- E così, - riprese lo Scala - tu ti approfitterai anche del
mio denaro?
- Non mi approfitto di nulla, io, - rispose, pronto, il
Chiarenza. - Mi pare di avervi dimostrato che, anche secondo
la stima che voi fate della terra, io vengo a perderci più
di mille lire.
Saro Trigona cercò d'interporsi, facendo balenare al
Chiarenza le dodici mila lire contanti che don Mattia aveva
nel portafogli.
- Il denaro è denaro!
- E vola! - aggiunse subito il Chiarenza. - Il meglio
impiego del denaro oggi è su terre, sappiatelo, caro mio. Le
cambiali, armi da guerra, a doppio taglio: la rendita sale e
scende; la terra, invece, è là, che non si muove.
Don Mattia ne convenne e, cangiando tono e maniera, parlò al
Chiarenza del suo lungo amore per quella campagna contigua,
soggiungendo che non avrebbe saputo acconciarsi mai a
vedersela tolta, dopo tant