Novelle per un anno - 1922 - Scialle nero
2. Prima notte
quattro camìce,
quattro lenzuola,
quattro sottane,
quattro, insomma, di tutto. E quel corredo della figliuola,
messo su, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d'un
ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.
- Roba da poverelli, ma pulita.
Con quelle povere mani sbiancate e raspose, che sapevano
ogni fatica, levava dalla vecchia cassapanca d'abete, lunga
e stretta che pareva una bara, piano piano, come toccasse
l'ostia consacrata, la bella biancheria, capo per capo, e le
vesti e gli scialli doppii di lana: quello dello sposalizio,
con le punte ricamate e la frangia di seta fino a terra; gli
altri tre, pure di lana, ma più modesti; metteva tutto in
vista sul letto, ripetendo, umile e sorridente: - Roba da
poverelli... - e la gioja le tremava nelle mani e nella
voce.
- Mi sono trovata sola sola, - diceva. - Tutto con queste
mani, che non me le sento più. Io sotto l'acqua, io sotto il
sole; lavare al fiume e in fontana; smallare mandorle,
raccogliere ulive, di qua e di là per le campagne; far da
serva e da acquajola... Non importa. Dio, che ha contato le
mie lagrime e sa la vita mia, m'ha dato forza e salute.
Tanto ho fatto, che l'ho spuntata; e ora posso morire. A
quel sant'uomo che m'aspetta di là, se mi domanda di nostra
figlia, potrò dirglielo: «Sta' in pace, poveretto; non ci
pensare: tua figlia l'ho lasciata bene; guaj non ne patirà.
Ne ho patiti tanti io per lei...». Piango di gioja, non ve
ne fate...
E s'asciugava le lagrime, Mamm'Anto', con una cocca del
fazzoletto nero che teneva in capo, annodato sotto il mento.
Quasi quasi non pareva più lei, quel giorno, così tutta
vestita di nuovo, e faceva una curiosa impressione a
sentirla parlare come sempre.
Le vicine la lodavano, la commiseravano a gara. Ma la figlia
Marastella, già parata da sposa con l'abito grigio di raso
(una galanteria!) e il fazzoletto di seta celeste al collo,
in un angolo della stanzuccia addobbata alla meglio per
l'avvenimento della giornata, vedendo pianger la madre,
scoppiò in singhiozzi anche lei.
- Maraste', Maraste', che fai?
Le vicine le furono tutte intorno, premurose, ciascuna a dir
la sua:
- Allegra! Oh! Che fai? Oggi non si piange... Sai come si
dice? Cento lire di malinconia non pagano il debito d'un
soldo.
- Penso a mio padre! - disse allora Marastella, con la
faccia nascosta tra le mani.
Morto di mala morte, sett'anni addietro! Doganiere del
porto, andava coi <I>luntri</I>, di notte, in
perlustrazione. Una notte di tempesta, bordeggiando presso
le Due Riviere, il <I>luntro</I> s'era capovolto e poi era
sparito, coi tre uomini che lo governavano.
Era ancora viva, in tutta la gente di mare, la memoria di
questo naufragio. E ricordavano che Marastella, accorse con
la madre, tutt'e due urlanti, con le braccia levate, tra il
vento e la spruzzaglia dei cavalloni, in capo alla scogliera
del nuovo porto, su cui i cadaveri dei tre annegati erano
stati tratti dopo due giorni di ricerche disperate, invece
di buttarsi ginocchioni presso il cadavere del padre, era
rimasta come impietrita davanti a un altro cadavere,
mormorando, con le mani incrociate sul petto:
- Ah! Amore mio! amore mio! Ah, come ti sei ridotto...
Mamm'Anto', i parenti del giovane annegato, la gente
accorsa, erano restati, a quell'inattesa rivelazione. E la
madre dell'annegato che si chiamava Tino Sparti (vero
giovane d'oro, poveretto!) sentendola gridar così, le aveva
subito buttato le braccia al collo e se l'era stretta al
cuore, forte forte, in presenza di tutti, come per farla
sua, sua e di lui, del figlio morto, chiamandola con alte
grida:
- Figlia! Figlia!
Per questo ora le vicine. sentendo dire a Marastella: «Penso
a mio padre», si scambiarono uno sguardo d'intelligenza,
commiserandola in silenzio. No, non piangeva per il padre,
povera ragazza. O forse piangeva, sì, pensando che il padre,
vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla
madre, nelle misere condizioni in cui era rimasta, sembrava
ora una fortuna.
Quanto aveva dovuto lottare Mammm'Anto' per vincere
l'ostinazione della figlia!
- Mi vedi? sono vecchia ormai: più della morte che della
vita. Che speri? che farai sola domani, senz'ajuto, in mezzo
a una strada?
Sì. La madre aveva ragione. Ma tant'altre considerazioni
faceva lei, Marastella, dal suo canto. Brav'uomo, sì, quel
don Lisi Chìrico che le volevano dare per marito, - non lo
negava - ma quasi vecchio, e vedovo per giunta. Si
riammogliava, poveretto, più per forza che per amore, dopo
un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d'una
donna lassù, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera.
Ecco perché si riammogliava.
- E che te n'importa? - le aveva risposto la madre. - Questo
anzi deve affidarti: pensa da uomo sennato. Vecchio? Non ha
ancora quarant'anni. Non ti farà mancare mai nulla: ha uno
stipendio fisso, un buon impiego. Cinque lire al giorno: una
fortuna!
- Ah sì, bell'impiego! bell'impiego!
Qui era l'intoppo: Mamm'Anto' lo aveva capito fin da
principio: nella qualità dell'impiego del Chìrico.
E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine
- lei, poveretta! - a una scampagnata lassù, sull'altipiano
sovrastante il paese.
Don Lisi Chìrico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero
che sorge lassù, sopra il paese, col mare davanti e la
campagna dietro, scorgendo la comitiva delle donne, le aveva
invitate a entrare.
- Vedi? Che cos'è? Pare un giardino, con tanti fiori... -
aveva detto Mamm'Anto' a Marastella, dopo la visita al
camposanto. - Fiori che non appassiscono mai. E qui,
tutt'intorno, campagna. Se sporgi un po' il capo dal
cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il
rumore, le voci... E hai visto che bella cameretta bianca,
pulita, piena d'aria? Chiudi porta e finestra, la sera;
accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un'altra.
Che vai pensando?
E le vicine, dal canto loro:
- Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo
di giorni, non ti farà più impressione. I morti, del resto,
figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti. E tu che
sei più piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una.
Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona
guardiana.
Quella visita lassù, nella bella giornata di maggio, era
rimasta nell'anima di Marastella come una visione
consolatrice, durante gli undici mesi del fidanzamento: a
essa s'era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto,
specialmente al sopravvenire della sera, quando l'anima le
si oscurava e le tremava di paura.
S'asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chìrico si
presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia
quasi irriconoscibile.
- Madonna! - gridò Mamm'Anto'. - E che avete fatto, santo
cristiano?
- Io? Ah sì... La barba... - rispose don Lisi con un sorriso
squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e livide
labbra nude.
Ma non s'era solamente raso, don Lisi: s'era anche tutto
incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in
quelle gote cave, che or gli davano l'aspetto d'un vecchio
capro scorticato.
- Io, io, gliel'ho fatta radere io, - s'affrettò a
intromettersi, sopravvenendo tutta scalmanata, donna Nela,
la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.
Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando,
che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia, con quell'abito
di seta verde pisello, che frusciava come una fontana.
La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e
imbronciato.
- Ho fatto male? - seguitò quella, liberandosi dello
scialle. - Deve dirlo la sposa. Dov'è? Guarda, Lisi: te lo
dicevo io? Piange... Hai ragione, figliuola mia. Abbiamo
troppo tardato. Colpa sua, di Lisi. «Me la rado? Non me la
rado?» Due ore per risolversi. Di' un po', non ti sembra più
giovane così? Con quei pelacci bianchi, il giorno delle
nozze...
- Me la farò ricrescere, - disse Chìrico interrompendo la
sorella e guardando triste la giovane sposa. - Sembro
vecchio lo stesso e, per giunta, più brutto.
- L'uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! -
sentenziò allora la sorella stizzita. - Guarda intanto:
l'abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!
Inizio
pagina
E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne
via la sfarinatura delle paste ch'egli reggeva ancora nei
due cartocci.
Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non
fare aspettar l'assessore, poi in chiesa; e il festino
doveva esser finito prima di sera. Don Lisi, zelantissimo
del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine
specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime
dopo il pranzo e le abbondanti libazioni.
- Ci vogliono i suoni! S'è mai sentito uno sposalizio senza
suoni? Dobbiamo ballare! Mandate per Sidoro l'orbo...
Chitarre e mandolini!
Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in
disparte.
- Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non
voglio tanto chiasso.
La sorella gli sgranò in faccia due occhi così.
- Come? Anzi! Perché?
Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:
- Pensa che è appena un anno che quella poveretta...
- Ci pensi ancora davvero? - lo interruppe donna Nela con
una sghignazzata. - Se stai riprendendo moglie! Oh povera
Nunziata!
- Riprendo moglie, - disse don Lisi socchiudendo gli occhi e
impallidendo, - ma non voglio né suoni né balli. Ho
tutt'altro nel cuore.
E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto,
pregò la suocera di disporre tutto per la partenza.
- Lo sapete, debbo sonare l'avemaria, lassù.
Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo
della madre, scoppiò di nuovo a piangere, a piangere, che
pareva non la volesse finir più. Non se la sentiva, non se
la sentiva di andar lassù, sola con lui...
- T'accompagneremo tutti noi, non piangere, - la confortava
la madre. - Non piangere. sciocchina!
- Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant'altre
vicine:
- Partenza amara!
Solo donna Nela, la sorella del Chìrico, più rubiconda che
mai, non era commossa: diceva d'aver assistito a dodici
sposalizii e che le lagrime alla fine, come i confetti, non
erano mancati mai.
- Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre
nel lasciare la figlia. Si sa! Un altro bicchierotto per
sedare la commozione, e andiamo via ché Lisi ha fretta.
Si misero in via. Pareva un mortorio, anziché un corteo
nuziale. E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle
porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: -
Povera sposa!
Lassù, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl'invitati si
trattennero un poco, prima di prender commiato, a esortare
Marastella a far buon animo. Il sole tramontava, e il cielo
era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva
arroventato. Dal paese sottostante saliva un vocio
incessante, indistinto, come d'un tumulto lontano, e quelle
onde di voci rissose vanivano contro il muro bianco, grezzo,
che cingeva il cimitero perduto lassù nel silenzio.
Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don
Lisi per annunziar l'<I>ave</I>, fu come il segnale della
partenza per gli invitati. A tutti parve più bianco, udendo
la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l'aria
s'era fatta più scura. Bisognava andar via per non far
tardi. E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla
sposa.
Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due
fra le più intime amiche. Su in alto, le nuvole, prima di
fiamma, erano divenute ora fosche, come di fumo.
- Volete entrare? - disse don Lisi alle donne, dalla soglia
del cancello.
Ma subito Mamm'Anto' con una mano gli fece segno di star
zitto e d'aspettare. Marastella piangeva, scongiurandola tra
le lagrime di riportarsela giù in paese con sé.
- Per carità! per carità!
Non gridava; glielo diceva così piano e con tanto tremore
nella voce, che la povera mamma si sentiva strappare il
cuore. Il tremore della figlia - lei lo capiva - era perché
dal cancello aveva intraveduto l'interno del camposanto,
tutte quelle croci là, su cui calava l'ombra della sera.
Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a
sinistra dell'entrata; volse intorno uno sguardo per vedere
se tutto era in ordine, e rimase un po' incerto se andare o
aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a
entrare.
Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona
triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla
sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il
cuore pieno di lagrime.
Fino alla sera avanti s'era buttato ginocchioni a piangere
come un bambino davanti a una crocetta di quel camposanto,
per licenziarsi dalla sua prima moglie. Non doveva pensarci
più. Ora sarebbe stato tutto di quest'altra, padre e marito
insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero
fatto trascurare quelle che da tant'anni si prendeva
amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano
lassù sotto la sua custodia.
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la
sera avanti.
Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare. La
madre chiuse subito la porta quasi per isolar la figlia
nell'intimità della cameretta, lasciando fuori la paura del
luogo. E veramente la vista degli oggetti familiari parve
confortasse alquanto Marastella.
- Su, levati lo scialle, - disse Mamm'Anto'. - Aspetta, te
lo levo io. Ora sei a casa tua...
- La padrona, - aggiunse don Lisi, timidamente, con un
sorriso mesto e affettuoso.
- Lo senti? - riprese Mamm'Anto' per incitare il genero a
parlare ancora.
- Padrona mia e di tutto, - continuò don Lisi. - Lei deve
già saperlo. Avrà qui uno che la rispetterà e le vorrà bene
come la sua stessa mamma. E non deve aver paura di niente.
- Di niente, di niente, si sa! - incalzò la madre. - Che è
forse una bambina più? Che paura! Le comincerà tanto da
fare, adesso... È vero? È vero?
Marastella chinò più volte il capo, affermando; ma appena
Mamm'Anto' e le due vicine si mossero per andar via, ruppe
di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al collo della madre,
aggrappandosi. Questa, con dolce violenza si sciolse dalle
braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni
d'aver fiducia nello sposo e in Dio, e andò via con le
vicine piangendo anche lei.
Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo,
aveva raccostata, e con le mani sul volto si sforzava di
soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un alito d'aria
schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.
Ancora con le mani sul volto, ella non se n'accorse: le
parve invece che tutt'a un tratto - chi sa perché - le si
aprisse dentro come un vuoto delizioso, di sogno; sentì un
lontano, tremulo scampanellio di grilli, una fresca
inebriante fragranza di fiori. Si tolse le mani dagli occhi:
intravide nel cimitero un chiarore, più che d'alba, che
pareva incantasse ogni cosa, là immobile e precisa.
Don Lisi accorse per richiudere la porta. Ma, subito,
allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi
nell'angolo tra la porta e il muro, gli gridò:
- Per carità, non mi toccate!
Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.
- Non ti toccavo, - disse. - Volevo richiudere la porta.
- No, no, - riprese subito Marastella, per tenerlo lontano.
- Lasciatela pure aperta. Non ho paura!
- E allora?... - balbettò don Lisi, sentendosi cader le
braccia.
Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il
canto lontano d'un contadino che ritornava spensierato alla
campagna, lassù, sotto la luna, nella frescura tutta
impregnata dell'odore del fieno verde, falciato da poco.
- Se vuoi che passi, - riprese don Lisi avvilito,
profondamente amareggiato, vado a richiudere il cancello che
è rimasto aperto.
Marastella non si mosse dall'angolo in cui s'era ristretta.
Lisi Chìrico si recò lentamente a richiudere il cancello;
stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come
impazzita tutt'a un tratto.
- Dov'è, dov'è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio
padre.
- Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, - le rispose
egli cupamente. - Ogni sera, io faccio il giro prima
d'andare a letto. Obbligo mio. Questa sera non lo facevo per
te. Andiamo. Non c'è bisogno di lanternino. C'è la lanterna
del cielo.
E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo
fiorite.
Spiccavano bianche tutt'intorno, nel lume della luna, le
tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un
lato, come a giacere le croci di ferro dei poveri.
Più distinto, più chiaro, veniva dalle campagne vicine il
tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglio
continuo del mare.
- Qua, - disse il Chìrico, indicando una bassa, rustica
tomba, su cui era murata una lapide che ricordava il
naufragio e le tre vittime del dovere. - C'è anche lo
Sparti, - aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio
innanzi alla tomba, singhiozzante. - Tu piangi qua... Io
andrò più là; non è lontano...
La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su
l'altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la
ghiaja gialla d'un vialetto presso due tombe, in quella
dolce notte d'aprile.
Don Lisi, chino su la fossa della prima moglie,
singhiozzava:
- Nunzia', Nunzia', mi senti?