Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
14. L'uscita del vedovo
I.
Tante volte la signora Piovanelli, conversando dopo cena col
marito, aveva fatto l'augurio che se, per disgrazia, uno dei
due dovesse morire prima del tempo - ma fosse morto lui!
Lui, lui, sì; anziché lei. Per il bene dei figliuoli; non
per sé, beninteso.
Con qual sorriso aveva accolto quest'augurio della moglie
Teodoro Piovanelli, arrotondando su la tovaglia pallottoline
di mollica!
Grosso e mite e di modi gentili, si sentiva ferire ogni
volta fin nell'anima; sorrideva per dissimulare l'agro, e
coi mansueti occhi pallidi e ovati che gli s'intenerivano
afflitti nel biondo rossiccio delle ciglia e dei capelli,
pareva chiedesse: Ma perché? Perché? Oh bella! Perché è
sempre meglio per i figliuoli... cioè, meglio no: meno
peggio - sosteneva la moglie - che muoja il padre, anziché
la madre.
- Ma non sarebbe meglio nessuno? - arrischiava allora con lo
stesso sorrisetto lui, Piovanelli. - Permetti? Io dico, va
bene, la mamma è mamma. Mamma ce n'è una sola. E vale cento,
che dico cento? mille volte più del babbo per i figliuoli;
va bene? Ma l'amore... l'amore è una cosa, è il... sì,
dico... il come si chiama, il mantenimento...
- Che c'entra il mantenimento? - scattava la moglie.
E lui, Piovanelli, subito:
- Permetti? Io dico... dico in genere, intendiamoci! Non
stiamo mica a parlar di noi, adesso, che grazie a Dio stiamo
tanto bene! In genere. Poni una famigliuola senza beni di
fortuna, che viva unicamente di quel poco che guadagna il
capo di casa. Muore lui, il capo di casa, va bene? Come farà
la vedova a mantenere i figliuoli?
- Oooh! - rifiatava la moglie, tirandosi indietro e
protendendo le mani, come per dire che qui lo aspettava. -
Ti seguo nel tuo ragionamento. Che potrebbe far di peggio
questa vedova? Di' su, lo lascio dire a te.
- Eh... - faceva Piovanelli, e si stringeva nelle spalle per
non dire, sicuro che anche dicendo come voleva la moglie,
questa lo avrebbe sempre tirato a riconoscere che aveva
torto lui.
- Riprender marito, è vero? - domandava infatti la moglie. -
Ebbene: per i figliuoli è cento mila volte meno peggio che
riprenda marito la madre, anziché moglie il padre, perché è
sempre centomila volte meglio un padrigno che una madrigna.
E lo sanno tutti!
- Va bene, d'accordo... ma permetti? - (e Piovanelli si
storceva come un cagnolino che vuol farsi perdonare). -
Scusami, veh! Ma non ti pare che, dicendo così, tu venga a
concludere che... - lo noto per te, bada! perché so che tu
la pensi diversamente... - venga a concludere, dicevo, che
l'uomo, in genere, è... è meglio della donna?
- Io, così? - prorompeva la moglie, balzando in piedi. - Chi
te l'ha detto? Io vengo, anzi, a concludere, come ho sempre
concluso, che l'uomo, o è mala carne...
- Sì, sì, scusami...
- O è un imbecille che si lascia menare per il naso dalle
donne,
- In genere... sì, sì, scusami...
- Senza genere, né numero, né caso. Te lo provo! Una donna
che ha figliuoli e che per necessità riprende marito, anche
avendo altri figliuoli da questo secondo marito, non cessa
mai d'amare i primi; non solo, ma riesce a farli amare anche
dal padrigno. Sfido! Li ha fatti lei, questi e quelli: suo
sangue, sua carne! Un vedovo, invece, con figli, che
riprenda moglie, anche se non abbia altri figliuoli dalla
seconda moglie, non ama più quelli come prima, perché la
madrigna se n'adombra, la madrigna se ne ingelosisce; e se
poi questa gliene dà altri, lo tira ad amare i proprii e a
trascurare i poveri orfanelli; e lui, vigliacco, schifoso,
mascalzone, farabutto, obbedisce!
- Non dici a me, spero... - domandava, avvilito, Piovanelli
con un fil di voce, vedendo la moglie così fuori di sé. -
Sai pur bene che io...
- Tu? - inveiva la moglie. - Tu? Ma tu, il primo! Tu domani,
se io morissi! Siete tutti gli stessi! Poveri figli miei!
chi sa in quali mani cadrebbero! Con un tal uomo! Per
questo, vedi, Dio mi deve conceder la grazia di non farmi
morire prima di te! Io, scusami, sai! io, io, per il bene
dei figliuoli, io prima con questi occhi devo vederti morto.
Io, io. E piangerti anche! Oh, sta' pur sicuro che ti
piango!
Teodoro Piovanelli si sentiva scoppiare il cuore.
- Ma sì... vorrei anch'io... me l'auguro anch'io...
E seguitando a sorridere a quel modo, si levava da tavola e
si affacciava alla finestra; per un po' d'aria.
II.
Nessuno meglio di lui poteva sapere quanto fosse ingiusta la
moglie, dicendo così.
Riammogliarsi lui? Ma Dio lo doveva prima fulminare!
Non solo per il bene dei figliuoli non lo avrebbe mai fatto,
ma neanche per sé. E non già perché fosse scottato del
matrimonio a causa della moglie che gli era toccata in
sorte, ma anche per un tristo concetto che gli s'era
profondamente radicato in corpo: di non aver fortuna, ecco;
e che infelicissimo sarebbe stato sempre con qualunque
donna, se tale era con questa che in fondo, via, non era
cattiva: tutt'altro, anzi! saggia massaja, amante della casa
e dei figliuoli... forse un po' troppo franca nel parlare;
sì, ma lieve difetto, in fin dei conti, che tante buone
qualità avrebbero potuto compensare, se non fosse stato
accompagnato da un brutto male, ah brutto... brutto... - la
gelosia.
Santo Dio! Vera e propria mala sorte. Gelosa di lui! Fedele
come un cane, per natura, una donna sola anche da scapolo
gli era sempre bastata. Gli amici, in gioventù, lo burlavano
per questo. Ma che poteva farci? Non gli piaceva cambiare.
Forse... sì, magari non sapeva. Perché... inutile negarlo;
timido, con le donne; tanto timido da far compassione
finanche a se stesso, certe volte, per le meschine figure
che faceva. E sua moglie, intanto, certe scene, certe scene
che, se i suoi amici d'un tempo fossero stati dietro l'uscio
a sentire, sarebbero crepati dalle risa. Per così futili
pretesti, poi... Una volta, perché, distratto, s'era un po'
arricciati i baffi, per via. Un'altra volta perché, in
sogno, aveva riso... Una terza volta perché ella aveva letto
nella cronaca d'un giornale che un marito aveva ingannato la
moglie ed era stato scoperto...
Diventava un supplizio per lui, ogni sera, la lettura del
giornale. Sua moglie gli si metteva dietro le spalle e
cercava, come un bracco, nella cronaca, i fatti scandalosi.
Appena ne trovava uno:
- Qua! Leggi qua! Hai letto? Lo vedi di che siete capaci?...
E giù una filza di male parole.
Gli altri facevano il male, e lui ne doveva pianger la pena,
giacché, per la moglie, il tradimento di quei mariti era tal
quale come se l'avesse commesso lui: gli toglieva la pace,
l'amore di lei, tutte le gioje della famiglia, che aveva pur
diritto di godere, lui, illibato com'era e con la coscienza
tranquilla. Odiava il genere umano quella donna - tanto i
maschi quanto le femmine - per quella sua terribile
malattia. Il povero Piovanelli strabiliava, sentendola
parlare delle donne, di che cosa erano capaci - secondo lei.
- Tu non lo sai, è vero? - gli gridava sdegnata,
indispettita, nel vederlo così stupito. - Qua, mordi il
ditino, pezzo d'ipocrita. Ma te lo dico io che posso parlar
franca, perché nessuno può sospettare di me e non ho
bisogno, io, di far l'ipocrita come tutte le altre per far
piacere ai signori uomini. Te lo dico io!
E quante gliene diceva! Si sentiva violentare, povero
Piovanelli, nella sua timidità.
Ormai, lui che aveva avuto sempre il ritegno più rispettoso
per la donna, lui che non s'era mai permesso un atto un po'
spinto, una parola arrischiata, lui che aveva creduto sempre
difficilissima ogni conquista amorosa, si sentiva insidiato
da tutte le parti, e andava per la strada a capo chino; e se
qualche donna lo guardava, abbassava subito gli occhi; se
qualche donna gli stringeva appena appena la mano, diventava
di mille colori.
Tutte le donne della terra eran diventate per lui un incubo:
tante nemiche della sua pace.
III.
Con quest'animo può immaginarsi che cosa fu la morte per la
signora Piovanelli, quando, colta all'improvviso da una
fierissima polmonite, se la vide davanti inesorabile, a poco
più di trentasei anni. Non potendo più parlare, parlava con
gli occhi, parlava con le mani. Certi gesti! E gli occhi da
bestia arrabbiata.
Il povero Piovanelli, quantunque straziato, ne ebbe paura:
temette davvero che lo volesse strozzare, quando gli buttò
le braccia al collo e glielo strinse, glielo strinse, per la
Madonna santissima, con tutta la forza che le restava, quasi
se lo volesse trascinare giù nella fossa, con sé.
Ma volentieri lui, sì, volentieri giù con lei.
- Sì, sì, te lo giuro, stai tranquilla! - le ripeteva in un
torrente di lagrime, rispondendo al gesto di quelle mani e
per placare la ferocia di quegli occhi.
Invano! La disperazione atroce in cui quella donna moriva
per non volere, con ostinata ingiustizia, neppure in quel
momento supremo fidarsi di lui, accordargli la stima che si
meritava, riconoscere la verità del suo cordoglio, di quelle
sue lagrime sincere, esasperò talmente Piovanelli, che a un
certo punto si mise a urlare come un pazzo, si strappò i
capelli, si percosse le guance, se le graffiò; poi,
buttandosi ginocchioni innanzi al letto, con le braccia
levate:
- Vuoi giurato, di', vuoi giurato che non avvicinerò mai più
una donna, finché campo, perché le odio tutte? Te lo giuro!
Non vivrò che per i nostri piccini! O vuoi che mi uccida
qua, davanti a te? Pronto! Ma pensa ai nostri piccini, e non
ti dannare per me! Oh Dio, che cosa! ah, che cosa... Dio!
Dio!
Incanutì su le tempie in pochi giorni Teodoro Piovanelli,
dopo il funerale.
Per nove interi anni non aveva vissuto che per quella donna,
assorto continuamente nel pensiero di lei, unico e
tormentoso: che non avesse mai cagione di lamentarsi, di
diffidar minimamente di lui; in assidua, scrupolosa,
timorosa vigilanza di sé. Quasi con gli occhi chiusi, con le
orecchie turate aveva vissuto nove anni; quasi fuori del
mondo, come se il mondo non fosse più esistito.
Si sentì a un tratto come balzato nel vuoto; annichilito.
Il mondo seguitava a vivere intorno a lui; col tramenio
incessante, con le mille cure, le brighe giornaliere,
svariate: lui n'era rimasto fuori, là serrato in quel
cerchio di diffidente clausura, in quella casa vuota, ma pur
tutta piena, come l'anima sua, degl'irti sospetti della
moglie.
Da questi sospetti, dallo spirito ostile e alacre,
dall'energia spesso aggressiva della moglie, egli - vivendo
di lei e per lei unicamente - s'era sentito sostenere. Ora
gli pareva d'esser rimasto come un sacco vuoto.
A chi affidarsi? a chi affidare la casa? a chi affidare i
figliuoli?
Tutto il suo mondo era lì, in quella casa. Ma che cos'era
più, ormai, quella casa senza colei che la animava tutta?
Egli non vi si sapeva più neanche rigirare. Come curare i
piccini? come attendere ad essi? Non sapeva da che parte
rifarsi. Tra pochi giorni gli sarebbe toccato ritornare
all'ufficio; e quei piccini?
Nessuna serva era mai durata in casa più di sei mesi.
Quest'ultima c'era da pochi giorni; si era mostrata
premurosa nella sventura; pareva una buona vecchina; ma
poteva fidarsene?
No. La moglie, dentro, gli diceva no. Non per quella serva
soltanto; per tutte le serve del mondo. No.
Se non che, per vivere com'ella voleva, com'egli le aveva
giurato, avrebbe dovuto lasciar l'ufficio e tapparsi in casa
dalla mattina alla sera. Era possibile? Doveva lavorare. Non
poteva far le parti anche della moglie, che in fondo faceva
tutto in casa. La sventura non lo aveva colpito per nulla.
Bisognava pure che quella serva facesse qualche cosa invece
della moglie. Ai figliuoli, no, ai figliuoli voleva badar
lui: lui vestirli la mattina; preparar loro la colazione;
poi condurre a scuola il maggiore; lui servirli a tavola, e
poi la sera a cena, e far loro recitare le orazioni e
svestirli per metterli a letto, nella loro cameretta
vigilata da un ritratto fotografico ingrandito della mamma
che non c'era più. Quanti baci dava loro tra le lagrime!
Che orrore, poi, quella casa muta, quando i piccini erano a
letto!
Tornava a sedere innanzi alla tavola non ancora sparecchiata
e si metteva ad arrotondare al solito pallottoline di
mollica, rimeditando, angosciato, la sua orrenda sciagura.
Un cupo rammarico lo coceva per la crudele ingiustizia della
sua sorte.
Inizio
pagina
Aveva sofferto prima, immeritatamente; soffriva tanto
adesso! E nessuno lo poteva consolare. La moglie non
aveva saputo né voluto leggergli dentro, nell'anima; e
lo aveva torturato senza ragione; ora ella non poteva
vedere com'egli vivesse senza di lei in quella casa,
come avesse mantenuto il giuramento fatto; e forse, se
di là poteva pensare, immaginava ancora, testarda e
cieca, che egli ora godesse, libero... Che irrisione!
Vedendolo così vinto e sprofondato nel cordoglio, la
vecchia serva, una di quelle sere, si fece animo e gli
suggerì d'andare un po' fuori a fare una giratina per
sollievo.
Si voltò a guardarla, torvo; alzò le spalle; non volle
neanche risponderle.
- Prenderà un po' d'aria... - insistette quella,
timidamente. - Starò attenta io ai bambini, non
dubiti... Del resto, non si svegliano mai... Lei
dovrebbe farlo anche per loro, mi perdoni. Così si
ammalerà.
Teodoro Piovanelli scosse il capo lentamente, con le
ciglia aggrottate e gli occhi chiusi. Sotto la borsa
delle palpebre gonfie gli fervevano le lagrime. Si levò
da tavola, s'appressò alla finestra e si mise a guardar
fuori dietro ai vetri.
Eh già... Egli poteva uscire, ormai, volendo. Nessuno
più gliel'impediva. Ma dove andare? e perché? Che
funebre squallore nel bujo delle vie deserte, vegliate
dai radi lampioni! Rivide col pensiero, come in sogno,
altre vie meglio illuminate; immaginò la gente che vi
passava, assorta nelle proprie cure, con affetti vivi in
cuore, con desiderii vivi nell'anima, o guidata da una
abitudine ch'egli non aveva più; immaginò i caffè
luccicanti di specchi...
D'un subito si voltò a guardar la camera, come a un
richiamo imperioso, minaccioso dello spettro della
moglie. Cominciava, già a venir meno al giuramento? No,
no! E si recò nella camera dei bambini; si chinò sui
lettucci per contemplarli nel dolce sonno; rattenne la
mano tratta irresistibilmente a carezzar le loro
testoline: poi si volse, soffocato dall'angoscia, a
guardare il ritratto della moglie.
Oh con quale ardore la desiderò in quel momento! Sì, sì,
nonostante tutto il martirio che ella gli aveva inflitto
per nove anni. Sì, egli la voleva, la voleva! aveva
bisogno di lei! Senza di lei non poteva più vivere. Oh,
anche a costo di soffrire da lei le pene più ingiuste e
più crudeli... Non poteva rassegnarsi a vedere così
spezzata per sempre la sua esistenza!
Aveva appena quarant'anni!
IV.
Man mano che i giorni passavano, e i mesi ormai (eran
già quattro mesi!), quel posto vuoto, lì, nel letto
matrimoniale, gli suscitava ogni notte, nel cocente
ricordo, smanie vieppiù disperate.
Col volto nascosto, affondato nel guanciale che si
bagnava di lagrime, bisbigliava nell'ambascia della
passione il nome di lei:
- Cesira... Cesira...
E il cuore gli si schiantava.
- Sempre così... sempre così - mormorava poi, più calmo,
con gli occhi sbarrati nel bujo.
Ah come s'era ingannata la moglie sul conto di lui!
Ecco: questo pensiero lo struggeva più d'ogni altro, e
di continuo vi ritornava su. Se n'era fatto una lima.
Che il mondo fosse tristo, tristi gli uomini, triste le
donne, così come la moglie aveva creduto, egli poteva
ammettere; ammetteva. Ma lui? tristo anche lui?
Certo, Chi sa quanti uomini, rimasti vedovi all'età sua,
dopo tre o quattro mesi, cedendo al bisogno stesso della
natura... pur non volendo, pur serbando in cuore viva
sempre l'immagine della moglie morta e la pena d'averla
perduta, cominciavano a uscire di sera e... sì, a uscire
per lo meno.
Aveva ragione la moglie: «Facilissime, le donne! Se ne
incontrano tante per via...».
Ma a quarant'anni... eh, a quarant'anni, senza più
l'abitudine, non doveva esser mica piacevole rimettersi
a far la vita del giovanottino scapolo.
Chi sa quale avvilimento di vergogna!
D'altra parte, però a mettersi con altre donne... Prima
di tutto, perdita di tempo; poi, chi sa quanti impicci e
anche... anche una certa difficoltà...
Per esempio, quella guantaja dalla quale egli andava
prima a comperare i guanti per la sua Cesira, 6 e 1/4
(vi era andato dopo la disgrazia a comperarne un pajo
anche per sé, neri, per il funerale) - quella guantaja,
ecco... una signora, una vera signora! Come si moveva
nella bella bottega lucida, tepida e profumata! Il corpo
leggermente proteso... E mica si sentiva il rumore dei
passi; si sentiva il fruscio discreto della sottana di
seta... Nessun imbarazzo, come nessuna sfrontatezza.
Voce dolce, modulata; meravigliosa prontezza a
comprendere... E non già soltanto per attirar la gente.
Era così. O almeno, pareva così; naturalmente. Che
nettezza e che precisione! Ebbene, a mettersi con
quella... Dio liberi! E le conseguenze? I proprii
piccini... Ah!
A questo pensiero, retrocedeva d'improvviso, quasi
inorridito d'essersi indugiato a fantasticare su tale
argomento. Ma, via! troppo bene sapeva che tali cose non
potevano e non dovevano più sussistere per lui. Si
forzava a dormire. Ma pur con gli occhi chiusi, poco
dopo, ecco qualche altra visione tentatrice... Fingeva
di non avvertirla, come se gli fosse apparsa non
provocata da lui. La lasciava fare... A poco a poco
s'addormentava.
Ma la sera dopo, il supplizio ricominciava. E la vecchia
serva a insistere, a insistere, che via! uscisse di casa
per una mezz'oretta sola, almeno, a prendere un po'
d'aria...
Batti e batti, alla fine Teodoro Piovanelli si lasciò
indurre. Ma quanto tempo mise a vestirsi! e volle prima
recarsi a vedere i bambini che dormivano, e rassettò ben
bene le coperte sui loro lettini, e poi quante
raccomandazioni alla serva, che stesse bene attenta, per
carità! Tuttavia, non ardi alzare gli occhi al ritratto
della moglie.
E uscì.
V.
Appena su la via, si vide come sperduto. Da anni e anni
non andava più fuori, la sera. Il buio, il silenzio gli
fecero un'impressione quasi lugubre... e quel riverbero
là, vacillante, del gas sul lastricato... e più là, in
fondo, nella piazza deserta, quelle lanterne vaghe delle
vetture... Dove si sarebbe diretto?
Scese verso Piazza delle Terme, tutta sonora dell'acqua
luminosa della fontana delle Najadi. Ricordò che la
moglie non voleva ch'egli si fermasse a guardar quelle
Najadi sguajate. E non si fermò.
Povera Cesira! Com'era sdegnata che il corpo della donna
fosse esposto in atteggiamenti così procaci a gli
sguardi maligni e indiscreti degli uomini! Ci vedeva
come un'irrisione, una mancanza di rispetto per il suo
sesso, e voleva sapere perché nelle fontane i signori
scultori non esponevano invece uomini nudi. Ma in Piazza
Navona, veramente... la fontana del Moro... E poi, gli
uomini nudi... in atteggiamenti procaci... via, forse
sarebbero stati un pochino più scandalosi...
Teodoro Piovanelli, così pensando, ebbe un barlume di
sorriso su le labbra amare; e imboccò Via Nazionale.
A mano a mano che andava, sopite immagini, impressioni
rimaste nella sua coscienza d'altri tempi, non
cancellate, sì svanite a lui per il sovrapporsi d'altri
stati di coscienza opprimenti, gli si ridestavano,
sommovendo e disgregando a poco a poco, con un senso di
dolce pena, la triste compagine della coscienza
presente. E ascoltò dentro di sé la voce lontana lontana
di lui stesso, qual era in gioventù; la voce delle
memorie sepolte, che risorgevano al respiro di
quell'aria notturna, al suono de' suoi passi nel
silenzio della via.
Arrivato all'imboccatura di Via del Boschetto,
s'arrestò, come se qualcuno a un tratto lo avesse
trattenuto. Si guardò attorno; poi, perplesso, con
infinita tristezza, guardò giù per quella via, e scosse
mestamente il capo.
Tutti i ricordi, le immagini, le impressioni del suo
vagabondare notturno d'altri tempi, del tempo in cui era
scapolo, si associavano al pensiero di una donna, di
quell'unica ch'egli aveva conosciuta prima delle nozze,
donna non sua solamente, ma a cui egli, per abitudine,
per timidezza, era pure stato sempre fedele, come poi
alla moglie.
Quella donna stava lì, allora, in Via del Boschetto.
Si chiamava Annetta; lavorava d'astucci e di
sopraffondi; ma le piaceva vestir bene e gli ori le
piacevano e i giojelli, anche falsi... Finché aveva
avuta la madre, s'era mantenuta onesta; poi la madre le
era morta, e lei non aveva più saputo veder la ragione
di sacrificarsi a vivere in quel modo, senza il compenso
di qualche godimento... Così era caduta. Ogni volta,
come per rialzarsi innanzi a se stessa, per non sentir
l'avvilimento di ciò che stava per fare, affliggeva quei
pochi fidati che andavano a trovarla narrando quanto
aveva fatto durante la lunga malattia della madre, tutte
le cure che le aveva prodigate, i medicinali costosi che
le aveva comperati, quasi per assicurare se stessa che,
almeno per questo, non doveva aver rimorsi.
Ebbene, Teodoro Piovanelli, abbandonato in quella sua
prima uscita ai ricordi d'allora, guidato naturalmente
dall'istintiva esemplare fedeltà così crudelmente
misconosciuta e negata dalla moglie, ecco, s'era proprio
arrestato là, all'imboccatura di Via del Boschetto.
Si vietò d'assumer coscienza del pensiero sortogli
d'improvviso, che non sarebbe stato un tradimento alla
memoria della moglie, un venir meno al giuramento che le
aveva fatto di non avvicinare mai più altra donna, se
fosse ritornato a quella, che già la moglie sapeva per
sua stessa confessione. Quella non sarebbe stata
un'altra; quella era già stata sua; ed egli non avrebbe
smentito, con quella, la sua fedeltà. La avrebbe anzi
confermata.
No: non se lo volle dire; non se lo volle fare questo
ragionamento. Scese per Via del Boschetto soltanto per
curiosità, ecco; per la voluttà amara di seguir la
traccia del tempo lontano: senza alcun altro scopo. Del
resto, non sapeva più neppure se colei stesse ancora lì.
Era molto difficile, dopo nove anni... L'aveva riveduta
tre o quattro volte per via, vestita poveramente,
invecchiata, imbruttita, certo caduta più in basso; ma,
naturalmente, aveva fatto finta non solo di non
riconoscerla, ma di non averla mai conosciuta.
Quando, di pochi passi lontano dal portoncino ben noto,
a destra, scorse la finestretta quadra del mezzanino,
sulla porta, con le persiane accostate, che dalle
stecche e da sotto lasciavano intravedere il lume della
cameretta, Teodoro Piovanelli si turbò profondamente,
assalito dall'imagine precisa, là, vivente, del ricordo
lontano... Tutto, tal quale, come allora! Ma ci stava
proprio lei, là, ancora? S'accostò al muro, cauto,
trepidante, e passò rasente, sotto la finestra; alzò il
capo; scorse dietro alle persiane un'ombra, una donna...
- lei? - Passò oltre, tutto sconvolto, insaccato nelle
spalle, col sangue che gli frizzava per le vene, come
sotto l'imminenza di qualche cosa che dovesse cadergli
addosso.
Violentemente gli si ricompose la coscienza tetra e dura
del suo stato presente; rivide in un baleno col pensiero
la camera dei bambini e quel ritratto, là, vigilante,
terribile, della moglie; e s'arrestò affannato nella
corsa che aveva preso. A casa! a casa!
Se non che, davanti al portoncino... ma sì, lei... lei
ch'era scesa... Annetta, sì.
Egli la riconobbe subito. E anche lei lo riconobbe:
- Doro... tu?
E stese una mano. Egli si schermì.
- Lasciami... No, ti prego... Non posso... Lasciami...
- Come! - fece lei, ridendo e trattenendolo. - Se sei
venuto a cercarmi... T'ho visto, sai? Caro... caro...
sei tornato!... Su, via! Perché no? Se sei tornato a
me... Su, su...
E lo trasse per forza dentro il portoncino, e poi su per
la scala, tenendolo per il braccio. Egli ansava, col
cuore in tumulto, la mente scombujata. Voleva
svincolarsi e non sapeva, non sapeva. Rivide la
cameretta, tal quale anch'essa, dal tetto basso... il
letto, il cassettone, il divanuccio... le oleografie
alle pareti...
Ma quando ella, tra tante parole affollate di cui egli
non udiva altro che il suono, gli tolse il cappello e il
bastone e poi i guanti, e fece per abbracciarlo, Teodoro
Piovanelli, che già tremava tutto, la respinse, si portò
le mani al volto, vacillò, come per una vertigine.
- Che hai? - domandò ella sorpresa, un po' costernata: e
lo trasse a sedere sul divanuccio.
Un impeto di pianto scosse le spalle di lui. Ella si
provò a staccargli le mani dal volto; ma egli squassò il
capo rabbiosamente.
- No! no!
- Tu piangi? - domandò la donna; poi, dopo aver guardato
il cappello fasciato di lutto: - Forse... forse t'è
morta?...
Egli accennò di sì col capo.
- Ah, poveretto... - sospirò lei, pietosamente.
Teodoro Piovanelli scattò in piedi, convulso; prese i
guanti, il bastone, si buttò in capo il cappello;
balbettò, soffocato:
- Impossibile... impossibile... lasciami andare...
Ella non si provò più a trattenerlo; lo accompagnò,
dolente, fino alla porta. Poi lì, sicurissima ormai che
sarebbe ritornato, gli domandò, con voce mesta e con un
mesto sorriso:
- T'aspetto, eh, Doro?... Presto...
Ma egli s'era messo sulla bocca il fazzoletto listato di
nero, e non le rispose.
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