Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
13. Pari
Bartolo Barbi e Guido Pagliocco, entrati insieme per
concorso al Ministero dei Lavori Pubblici da vice-segretarii,
promossi poi a un tempo segretarii di terza e poi di seconda
e poi di prima classe, erano divenuti, dopo tanti anni di
vita comune, indivisibili amici.
Abitavano insieme, in due camere ammobiliate al Babuino. Per
grazia particolare della vecchia padrona di casa, che si
lodava tanto di loro, avevano anche il salottino a
disposizione, ove solevano passar le sere, quando - sempre
d'accordo - stabilivano di non andare a teatro o a qualche
caffè-concerto. Giocavano a dadi o a scacchi o a dama,
intramezzando alle partite pacate e sennate conversazioncine
o sui superiori o sui compagni d'ufficio o su le Questioni
politiche del momento o anche su le arti belle, di cui si
reputavano con una certa soddisfazione estimatori non
volgari. Ogni giorno, di fatti, passando e ripassando per
via del Babuino, si indugiavano in lunghe contemplazioni o
in accigliate meditazioni innanzi alle vetrine degli
antiquarii e dei negozianti d'arte moderna; e Bartolo Barbi,
ch'era molto perito in tutto ciò che si riferiva alle
gerarchie, sia quella ecclesiastica, sia quella militare,
sia quella burocratica, e a gli usi e ai costumi, si
scialava a dar di bestia a certi pittori che, nei soliti
quadretti di genere, osavano raffigurar cardinali con
paramenti addirittura spropositati.
Era molto caro ai due amici quel salottino raccolto, dai
mobili d'antica foggia, consunti a furia di tenerli puliti.
Il vecchio finto tappeto persiano era qua e là ragnato; le
tende turche, all'uscio e alla finestra, erano un po'
scolorite come la carta da parato, come i fiori di pezza su
la mensola e l'ombrellino giapponese, aperto e sospeso a un
angolo. Qualche piccolo intaglio s'era scollato dai tanti
porta-ritratti e porta-carte appesi alle pareti, eseguiti in
casa, a traforo, dai due amici nei primi anni della loro
convivenza.
Fin su l'orlo di quell'ombrellino giapponese, intanto,
all'insaputa dei due amici, veniva a quando a quando, zitto
zitto, un grosso ragno nero; stava lì un pezzo come a spiare
misteriosamente ciò che essi facevano, ciò che essi
dicevano; poi si ritraeva.
Dentro l'ombrellino giapponese era tessuta tutt'intorno al
fusto un'ampia tela finissima e polverosa. Forse quel ragno
misterioso ne aveva tratto la materia, a filo a filo, dalla
vita de' due amici, dai loro giorni sempre uguali, dai loro
savii discorsi, tradotti pazientemente in quella sua
sottilissima bava seguace.
Né essi né la vecchia padrona di casa ne avevano il più
lontano sospetto.
Di tanto in tanto Barbi e Pagliocco pensavano con rammarico
che fra qualche anno sarebbero stati costretti a lasciar
quella casa, quel caro salottino. Aspettavano dal paese i
loro due fratelli minori, che dovevano intraprendere a Roma
sotto la loro vigilanza gli studii universitarii; e in
quella casa non ci sarebbe stato posto per tutti e quattro.
Avrebbero affittato allora un quartierino; lo avrebbero
ammobiliato modestamente per conto loro e avrebbero preso
una vecchia serva per la pulizia e la cucina. Vecchia la
serva, perché i due giovanottini di primo pelo... eh, non si
sa mai! prudenza ci voleva! Per loro due non ci sarebbe
stato più pericolo.
Ogni mattina erano in piedi, puntuali, alla stess'ora;
uscivano insieme a prendere il caffè; entravano insieme al
Ministero, dove lavoravano nella stessa stanza l'uno di
fronte all'altro; a mezzogiorno andavano a desinare alla
stessa trattoria; e insomma, come appajati sotto il medesimo
giogo, conducevano una vita affatto uguale, dignitosa,
metodica per forza, ma non priva di qualche onesto svago,
segnatamente le domeniche.
Quantunque si servissero dallo stesso sarto, pagato
puntualmente a tanto al mese, non vestivano allo stesso
modo. Spesso Bartolo Barbi sceglieva la stoffa per l'abito
di Guido Pagliocco e viceversa; giudiziosamente; perché
sapevano bene quale sarebbe stata più adatta all'uno, quale
all'altro. Non erano già come due gocce d'acqua in tutto.
Bartolo Barbi era alto di statura e magro, di scarso pelo
rossiccio, pallido in volto e lentigginoso, lungo di
braccia, un po' dinoccolato: presentava da lontano nella
faccia quattro fori e una caverna: gli occhi tondi, le nari
aperte e una bocca enorme, dalle labbra aride e screpolate.
Guido Pagliocco era invece robusto e sveglio, tozzo, bruno,
bene azzampato, miope e ricciuto.
Si erano però medesimati nell'anima, vagheggiando uno stesso
tipo ideale, che s'ingegnavano di raggiungere e d'incarnare
in due, ponendovi ciascuno dal canto suo quel tanto che
mancava all'altro.
E l'uno amava e ammirava le speciali facoltà e attitudini
dell'altro, e lo lasciava fare, senza tentar mai d'invaderne
il campo.
Subito, a ogni minima evenienza, si assegnavano le parti;
riconoscevano a volo se dovesse parlare o agire l'uno o
l'altro; e di ciò che l'uno diceva o faceva l'altro rimaneva
sempre contento e soddisfatto, come se meglio non si fosse
potuto né dire né fare.
Raggiunto il grado di segretarii di prima classe, proposti
insieme per la croce di cavaliere, ottenuta questa
onorificenza ben meritata, Barbi e Pagliocco furono invitati
alle radunanze che il loro capo-divisione commendator
Cargiuri-Crestari teneva ogni venerdì.
I due amici presero a frequentar quelle radunanze con la
stessa puntualità scrupolosa con cui adempivano ai doveri
d'ufficio, Ma presto s'accorsero che la loro comunanza di
vita fraterna correva un serio pericolo in casa del
commendator Cargiuri-Crestari.
Il capo-divisione e la moglie, non avendo proprii figliuoli
e figliuole da accasare, pareva si fossero preso il compito
di sposar tutti i giovani e le giovani che si raccoglievano
ogni venerdì nel loro salotto.
La signora, invitando le vecchie amiche, lasciava intendere
con mezzi sorrisi e mezze frasi che le loro figliuole
avrebbero trovato presto marito; e molte mamme sollecitavano
di continuo, ansiosamente, l'onore di essere ammesse in casa
di lei.
Ella però voleva essere lasciata libera nella scelta, voleva
che si avesse piena fiducia in lei, nel suo tatto, nel suo
intuito, nella sua esperienza.
Guai se una fanciulla, non contenta del giovane ch'ella,
nella sua saggezza, le aveva destinato, faceva invece
l'occhiolino a qualche altro! Subito la signora
Cargiuri-Crestari si dava attorno per dividere questi
illeciti ravvicinamenti, di cui si aveva proprio per male,
ecco, e lo lasciava intendere in tutti i modi. Ma sì, per
male, perché Dio solo sapeva quanto e quale studio le
costassero quelle sue combinazioni ideali. Prima di
decidere, prima d'assegnare a quel tale giovine quella tal
fanciulla, ella teneva l'uno e l'altra quattro o cinque mesi
in esperimento; li interrogava su tutti i punti secondo un
formulario prestabilito e segnava in un taccuino le
risposte; e gusti, educazione, costumi, aspirazioni, tutto
indagava, pesava tutto. E se qualche coppia, messa su da lei
con tanto scrupolo, faceva alla fine una cattiva riuscita,
non se ne sapeva proprio dar pace. Possibile? Ma se dovevano
andar così bene d'accordo quei due! Ci doveva esser sotto
certamente qualche malinteso fra loro! Ed ecco la signora
Cargiuri-Crestari affannata, in continue spedizioni alle
case delle tante coppie messe su da lei, per ristabilir
l'accordo, che non poteva mancare, diamine! a chiarir quel
malinteso che senza dubbio doveva esser sorto tra i due
coniugi così bene appajati.
Le vittime designate a quelle combinazioni ideali erano
naturalmente gl'impiegati subalterni del marito. La
promozione a segretario di prima classe, la croce di
cavaliere, avevano per conseguenza inevitabile l'invito ai
venerdì del commendatore e, in capo a un anno, il
matrimonio. Il garbo del capo-divisione e della moglie era
tanto e tale, che riusciva quasi impossibile ribellarsi; si
temeva poi il malumore, l'astio e, chi sa, fors'anche la
vendetta del superiore.
Pei due amici Barbi e Pagliocco la signora Cargiuri-Crestari
non ebbe bisogno né di studio né di esame. Suo marito li
teneva d'occhio, li covava da un pezzo; glien'aveva tanto
parlato, come di due paranzelle che presto sarebbero entrate
placidamente in porto!
Li aveva già belli e assegnati in precedenza la signora
Cargiuri-Crestari e, come sempre, con intuito meraviglioso,
a due fanciulle, amiche anch'esse tra loro, indivisibili:
Gemma Gandini e Giulia Montà: quella bionda e questa bruna:
la bionda a Pagliocco ch'era bruno, la bruna a Barbi che, se
non era proprio biondo, ci pendeva.
Erano belline tutt'e due, e - già s'intende - buone come la
stessa bontà. Ah, niente lezii! niente bischenchi! il
commendatore e la moglie non ammettevano in casa se non
future mogli per bene, e dunque fanciulle sagge e modeste,
econome e massaje. I giovani potevano fidarsene a occhi
chiusi. Magari la signora Cargiuri-Crestari non badava tanto
alle fattezze esteriori, perché - si sa - tutto non si può
avere, e la bellezza non è dote che vada molto d'accordo con
la modestia e con le altre virtù che a fare una perfetta
moglie si ricercano.
Appena scoperta l'insidia, i due amici s'arrestarono
alquanto sconcertati. Avevano da un pezzo non solo chiuso la
porta del cuore alla donna, ci avevano anche messo il
catenaccio. Non ne aspettavano più, neanche in sogno. Che se
talvolta qualche desiderio monello saltava dentro
all'improvviso per la finestra degli occhi, subito la
ragione arcigna lo cacciava via a pedate.
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Non perché avessero in odio il sesso femminile:
discorrendo di donne e di pigliar moglie, riconoscevano
anzi, in astratto, che lo stato coniugale (fondato -
beninteso - nell'onestà e governato dalla pace e
dall'amore) era preferibile alla vita da scapolo. Ma
purtroppo il matrimonio, nelle presenti tristissime
condizioni sociali, doveva esser considerato come un
lusso, che pochi solamente potevano concedersi, i quali
poi non erano i più adatti a pregiarne i vantaggi.
Nelle loro conversazioni serali, Barbi e Pagliocco
avevano definito insieme il feminismo questione
essenzialmente economica. Ma sì, perché le donne,
poverine, avevano compreso bene la ragione per cui
diventava loro di giorno in giorno più difficile trovar
marito. Il veder frustrata la loro naturale aspirazione,
il dover soffocare il loro smanioso bisogno istintivo,
le aveva esasperate e le faceva un po' farneticare. Ma
tutta quella loro rivolta ideale contro i così detti
pregiudizii sociali, tutte quelle loro prediche
fervorose per la così detta emancipazione della donna,
che altro erano in fondo se non una sdegnosa
mascheratura del bisogno fisiologico, che urlava sotto?
Le donne desiderano gli uomini e non lo possono dire;
poverine. E volevano lavorare per trovar marito, ecco.
Era un rimedio, questo, suggerito dal loro naturale buon
senso. Ma, ahimè, il buon senso è nemico della poesia! E
anche questo capivano le donne: capivano cioè che una
donna, la quale lavori come un uomo, fra uomini, fuori
di casa, non è più considerata dalla maggioranza degli
uomini come l'ideale delle mogli, e si ribellavano
contro a questo modo di considerare, che frustrava il
loro rimedio, e lo chiamavano pregiudizio.
Ecco il torto. Pregiudizio il supporre che la donna,
praticando di continuo con gli uomini, si sarebbe alla
fine immascolinata troppo? Pregiudizio il prevedere che
la casa, senza più le cure assidue, intelligenti,
amorose della donna, avrebbe perduto quella poesia
intima e cara, che è la maggiore attrattiva del
matrimonio per l'uomo? Pregiudizio il supporre che la
donna, cooperando anch'essa col proprio guadagno al
mantenimento della casa, non avrebbe più avuto per
l'uomo quella devozione e quel rispetto, di cui tanto
esso si compiace? Ingiusto, questo rispetto? Ma perché
allora, dal canto suo, voleva esser tanto rispettata la
donna? Via! via! Se l'uomo e la donna non erano stati
fatti da natura allo stesso modo, segno era che una cosa
deve far l'uomo e un'altra la donna, e che pari dunque
non possono essere.
Mai e poi mai Barbi e Pagliocco avrebbero sposato una
donna emancipata, impiegata, padrona di sé. Non perché
volessero schiava la moglie, ma perché tenevano alla
loro dignità maschile e non avrebbero saputo tollerare
che questa, di fronte ai guadagni della moglie, restasse
anche minimamente diminuita. Metter su casa, d'altra
parte, con lo scarso stipendio di segretario, sarebbe
stata una vera e propria pazzia, e dunque niente: non ci
pensavano nemmeno.
Ben radicati in queste idee, i due amici deliberarono di
resistere; ma, per timore d'offendere il loro capo, non
osarono fuggire; seguitarono a frequentare i venerdì del
commendator Cargiuri-Crestari.
In capo a tre mesi, il ragno nero che si faceva di
tratto in tratto fin su l'orlo dell'ombrellino
giapponese a spiare i due amici, intisichì, diventò come
una spoglia secca, morì d'inedia, là su la vedetta. I
due amici non gli avevano dato più materia per quella
sua bava seguace; s'erano anch'essi immalinconiti
profondamente; giocavano a dama svogliati; non
conversavano più tra loro.
Pareva che l'uno volesse fare avvertire all'altro il
vuoto di quella loro esistenza, non mai prima avvertito.
Nessuno dei due però voleva muovere il discorso per il
primo.
Una sera, finalmente, si mossero a parlare insieme, e
ciascuno ripeté le parole che l'altro aveva su la punta
della lingua da un pezzo, perché all'uno e all'altro
eran venute da una medesima fonte: dal commendator
Cargiuri-Crestari, il quale aveva stimato opportuno far
loro in segreto una paternale, così senza parere,
parlando in generale dei giovani d'oggi che ragionano
troppo e sentono poco, che lasciano languire la fiamma
della vita, perché han paura di scottarsi (parlava bene,
poeticamente, alle volte, il commendatore), e che ci
voleva un po' di coraggio, perdio: là, avanti, contro
alle difficoltà dell'esistenza.
Le signorine Gandini e Montà avevano, per altro, una
discreta doticina; erano poi tra loro da tanti anni
amiche inseparabili, e non avrebbero perciò né sciolto,
né allentato d'un punto il legame che teneva anch'essi
uniti; e dunque... E dunque, giudiziosamente, al solito,
i due amici stabilirono di prendere a pigione due
appartamenti contigui, per seguitare a vivere insieme,
uniti e separati a un tempo.
Le nozze furono fissate per lo stesso giorno. Ma una
contrarietà piuttosto grave minacciò di rompere nel bel
meglio la perfetta identità di sorte de' due amici. La
fidanzata di Guido Pagliocco, Gemma Gandini, non poteva
recare in dote più di dodici mila lire, mentre la Montà
ne recava al Barbi venti.
Guido Pagliocco piantò i piedi, risolutamente.
Non tanto, veh, per il danno materiale che al suo
contratto di nozze avrebbero arrecato quelle otto mila
lire di meno, quanto per le conseguenze morali, che
quella disparità avrebbe potuto cagionare, ponendo la
propria sposa in una condizione alquanto inferiore a
quella della Montà.
Pari in tutto, anche le doti dovevano esser pari.
La vedova Gandini, madre della sposa, riuscì per
fortuna, con qualche sacrifizio, a metter la propria
figliuola perfettamente in bilancia con la Montà; e così
i due matrimoni furono celebrati nello stesso giorno, e
le due coppie partirono per lo stesso viaggio di nozze a
Napoli.
Nessuna ragione d'invidia fra le due spose. Se Guido
Pagliocco era di fattezze più bello del Barbi, questi
era però più intelligente del Pagliocco. Del resto, poi,
eran così uniti idealmente quei due uomini, che quasi
formavano un uomo solo, da amare insieme, senz'alcuna
invidia né da una parte né dall'altra per quel tanto che
a ciascuna necessariamente ne toccava, chiudendo a sera
le porte de' due quartierini gemelli.
Ma che Giulia Montà, moglie di Bartolo Barbi, avesse
segretamente, in fondo all'anima, una punta d'invidia
non confessata neppure a se stessa, per quel tanto che
del tipo ideale Barbi-Pagliocco toccava a Gemma Gandini,
si vide chiaramente allorquando vennero a Roma i due
fratelli degli sposi, Attilio Pagliocco e Federico
Barbi, a intraprendere gli studii universitarii.
Le due amiche, che avrebbero provato orrore se anche
fugacissimamente su lo specchio interiore della loro
coscienza avesse fatto capolino, col viso spaventato del
ladro, il desiderio d'un reciproco tradimento, sentirono
subito e videro crescere in sé a un tratto e divampare
una vivissima simpatia l'una per il cognato dell'altra,
e non tardarono a dichiararsela apertamente, con gran
sollievo dell'anima, come se ciascuna avesse acquistato
di punto in bianco qualcosa che si sentiva mancare.
I due giovani, in fatti, somigliavano moltissimo ai loro
fratelli.
Attillo Pagliocco era forse un po' più ottuso di mente
del fratello maggiore e fors'anche men bello, ma più
tacchinotto e violento. Federico Barbi era più
proporzionato e men dinoccolato di Bartolo, con gli
occhi meno languidi e le labbra meno aride; era poi più
intelligente del fratello, faceva finanche poesie.
Giulia Barbi-Montà stimò come un pregio quel che di più
animalesco aveva il giovine Pagliocco a paragone del
fratello, perché le parve come un compenso alla
cresciuta intellettualità intorno a sé, nel suo
quartierino, con l'arrivo del cognato poeta; e Gemma
Pagliocco-Gandini pregiò maggiormente quel che di più
aereo, di più poetico aveva il giovine Barbi a paragone
del fratello, perché le parve come un compenso alla
cresciuta bestialità intorno a sé, nel suo quartierino,
con l'arrivo del giovine Attillo che le pareva un
mulotto accappucciato.
Naturalmente, né Bartolo Barbi né Guido Pagliocco
s'accorsero punto della simpatia delle loro mogli pei
loro fratelli. Se ne accorsero bene questi, però; e, se
l'uno e l'altro da un canto ne furono lieti per sé,
cominciarono dall'altro a guardarsi fra loro in
cagnesco, volendo ciascuno custodir l'onore e la pace
del proprio fratello.
E il giovine Federico Barbi, un giorno, andò a
rinzelarsi acerbamente con Guido Pagliocco, perché...
- Zitto, per amor di Dio! - scongiurò questi, a mani
giunte. - Non dica nulla al povero Bartolo, per carità!
Lasci fare a me...
E zitto, sì, si stette zitto il giovine Barbi, per
prudenza; ma né lui seppe accontentarsi, né la moglie
del Pagliocco volle che s'accontentasse senz'altro della
fiera paternale, che Guido rivolse a quattr'occhi al
fratello minore.
Venne allora la volta di questo. Non volendo, per la
pace del fratello, accusar la cognata, e d'altro canto,
non potendo prendersi soddisfazione da sé, poiché si
sentiva in colpa anche lui, andò a rinzelarsi non meno
acerbamente con Bartolo Barbi. E:
- Zitto, per amor di Dio! - scongiurò questi parimenti,
a mani giunte. - Non dica nulla al povero Guido, per
carità! Lasci fare a me...
Pochi giorni dopo, i due amici si trovarono d'accordo -
come sempre - nell'idea di allontanare da casa i
fratelli, con la scusa che - giovanotti, si sa! - davano
un po' d'impaccio e di soggezione, limitando la libertà
delle rispettive molli.
- È vero, Giulia? - domandò Barbi alla sua, in presenza
di Pagliocco.
E Giulia, con gli occhi bassi, rispose di sì.
- È vero, Gemma? - domandò alla sua Pagliocco, in
presenza di Barbi.
E Gemma, con gli occhi bassi, rispose di sì.
«Povero Pagliocco!» pensava intanto Barbi.
«Povero Barbi!» pensava Pagliocco.
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