Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
12. Il dovere del medico
I.
E sono miei, - pensava Adriana, udendo il cinguettio de' due
bambini nell'altra stanza; e sorrideva tra sé, pur
seguitando a intrecciare speditamente una maglietta di lana
rossa. Sorrideva, non sapendo quasi credere a se stessa, che
quei bambini fossero suoi, che li avesse fatti lei, e che
fossero passati tanti anni, già circa dieci, dal giorno in
cui era andata sposa. Possibile! Si sentiva ancor quasi
fanciulla, e il maggiore dei figli intanto aveva otto anni,
e lei trenta, fra poco: trenta! possibile? vecchia a
momenti! Ma che! ma che! - E sorrideva.
- Il dottore? - domandò a un tratto, quasi a se stessa,
sembrandole di udir nella saletta d'ingresso la voce del
medico di casa; e si alzò, col dolce sorriso ancora su le
labbra.
Le morì subito dopo quel sorriso, assiderato dall'aspetto
sconvolto e imbarazzato del dottor Vocalòpulo, che entrava
ansante, come se fosse venuto di corsa, e batteva
nervosamente le palpebre dietro le lenti molto forti da
miope, che gli rimpiccolivano gli occhi.
- Oh Dio, dottore?
- Nulla... non si agiti...
- La mamma?
- No no! - negò subito, forte, il dottore. - La mamma, no!
- Tommaso, allora? - gridò Adriana. E, poiché il dottore,
non rispondendo, lasciava intendere che si trattava proprio
del marito: - Che gli è accaduto? Mi dica la verità... Oh
Dio, dov'è, dov'è?
Il dottor Vocalòpulo tese le mani, quasi per opporre un
argine alle domande.
- Nulla, vedrà... Una feritina...
- Ferito? E lei... Me l'hanno ucciso?
E Adriana afferrò un braccio al dottore, sgranando gli
occhi, come impazzita.
- Ma no, ma no, signora... si calmi... una ferita...
speriamo leggera...
- Un duello?
- Sì, - lasciò cadersi dalle labbra, esitando, il dottore
vieppiù turbato.
- Oh, Dio, Dio, no... mi dica la verità! - insistette
Adriana. - Un duello? Con chi? Senza dirmi nulla?
- Lo saprà. Intanto... intanto, calma: pensiamo a lui... Il
letto?...
- Di là... - rispose ella, stordita, non comprendendo in
prima. Poi riprese con ansia più smaniosa: - Dove l'hanno
ferito? Lei mi spaventa... Non era con lei, Tommaso? Dov'è?
Perché s'è battuto? Con chi? Quand'è stato?... Mi dica...
- Piano, piano... - la interruppe il dottor Vocalòpulo, non
potendone più. - Saprà tutto... Adesso, è in casa la serva?
Per piacere, la chiami. Un po' di calma, e ordine: dia
ascolto a me.
E mentre ella, quasi istupidita, si faceva a chiamare la
serva, il dottore, toltosi il cappello, si passò una mano
tremolante su la fronte, come si sforzasse di rammentare
qualcosa; poi, sovvenendosi, si sbottonò in fretta la
giacca, trasse dalla tasca in petto il portabiglietti e
scosse più volte la penna stilografica, pensando alle
ordinazioni da scrivere.
Adriana ritornò con la serva.
- Ecco, - disse il Vocalòpulo, seguitando a scrivere. E,
appena ebbe finito: - Subito, alla farmacia più vicina...
Fiaschi... no, no... andate pure, ve li darà il farmacista
stesso. Lesta, mi raccomando.
- È molto grave, dottore? - domandò Adriana, con espressione
timida e appassionata, come per farsi perdonare la
insistenza.
- No, le ripeto. Speriamo bene, - le rispose il Vocalòpulo
e, per impedire altre domande, aggiunse: - Mi vuol far
vedere la camera?
- Sì, ecco, venga...
Ma, appena nella camera, ella domandò ancora, tutta
tremante:
- Ma come, dottore; lei non era con Tommaso? Assistono pure
due medici ai duelli...
- Bisognerebbe trasportare il letto un po' più qua... -
osservò il dottore, come se non avesse inteso.
Entrò, in quel punto, di corsa un bellissimo ragazzo, dalla
faccia ardita, coi capelli neri ricci e lunghi, svolazzanti.
- Mamma, una barella! Quanta gen...
Vide il medico e s'arrestò di botto, confuso, mortificato,
in mezzo alla stanza.
La madre diè un grido e scostò il ragazzo per accorrere
dietro al dottore. Su la soglia questi si voltò e la
trattenne:
- Stia qua, signora: sia buona! Vado io, non dubiti... Col
suo pianto gli potrà far male...
Adriana allora si chinò per stringersi forte al seno il
figlioletto che le si era aggrappato alla veste, e ruppe in
singhiozzi.
- Perché, mamma, perché? - domandava il ragazzo sbigottito,
non comprendendo e mettendosi a piangere anche lui.
II.
A piè della scala il dottore accolse la barella condotta da
quattro militi della carità, mentre due questurini, ajutati
dal portinajo, impedivano a una folla di curiosi d'entrare.
- Dottor Vocalòpulo! - gridava un giovanotto tra la folla.
Il dottore si voltò e gridò a sua volta alle guardie:
- Lo lascino passare: è il mio assistente. Entri, dottor Sià.
I quattro militi si riposavano un po', preparando le cinghie
per la salita. Il portone fu chiuso. La gente di fuori vi
picchiava con le mani e coi piedi, fischiando, vociando.
- Ebbene? - domandò il dottor Vocalòpulo al Sià che sbuffava
ancora, tutto sudato. - La donna?
- Che corsa, caro professore! - rispose il dottor Cosimo Sià.
- La donna? All'ospedale... Sono tutto sudato! Frattura alla
gamba e al braccio...
- Congestione?
- Credo. Non so... Son venuto a tempesta. Che caldo, per
bacconaccio! Se potessi avere un bicchier d'acqua
Il dottor Vocalòpulo scostò un poco la tendina di cerata
della barella per vedere il ferito; la riabbassò subito e si
volse ai militi:
- Andiamo, su! Piano e attenzione, figliuoli, mi raccomando.
Mentre si eseguiva con la massima cautela la penosa salita,
allo scalpiccio, al rumor delle voci brevi affannose, si
schiudevano sui pianerottoli le porte degli altri
casigliani.
- Piano, piano... - ammoniva, quasi a ogni scalino, il
dottor Vocalòpulo.
Il Sià veniva dietro, asciugandosi ancora il sudore dalla
nuca e dalla fronte, e rispondeva ai casigliani:
- Il signor... come si chiama? Corsi... Quarto piano, è
vero?
Una signora e una signorina, madre e figlia, scapparono su
di corsa per la scala con un grido d'orrore, e, poco dopo,
s'intesero le grida disperate di Adriana.
Il Vocalòpulo scosse la testa, contrariato, e voltosi al Sià:
- Ci badi lei, mi raccomando, - disse, e salì a balzi le
altre due branche di scala fino alla porta del Corsi.
- Via, si faccia forza, signora: non gridi così! Non capisce
che gli farà male? Prego, signore, la conducano di là!
- Voglio vederlo! Mi lascino! Voglio vederlo! - gridava,
piangendo e smaniando, Adriana.
E il medico:
- Lo vedrà, non dubiti, non ora però... La conducano di là!
La barella era già arrivata.
- La porta! - gridò uno dei militi, ansimando.
Il dottor Vocalòpulo accorse ad aprire l'altro battente
della porta, mentre Adriana, divincolandosi, trascinava seco
le due vicine, imbalordite, verso la barella.
- In quale camera? Prego... Dov'è il letto? - domandò il
dottor Sià.
- Di qua... ecco! - disse il Vocalòpulo, e gridò alle due
pigionali accorse: - Ma la trattengano, perdio! Non son
buone neanche da trattenerla?
- Oh Dio benedetto! - esclamò la signora del secondo piano,
tozza, popputa, parandosi davanti ad Adriana furibonda.
Le due guardie erano dietro la barella e se ne stavano
innanzi alla porta d'ingresso. A un tratto, per la scala, un
vociare e un salire frettoloso di gente. Certo il portinajo
aveva riaperto il portone, e la folla curiosa aveva invaso
la scala.
Le due guardie tennero testa all'irruzione.
- Lasciatemi passare! - gridava tra la ressa su gli ultimi
scalini, facendosi largo con le braccia, una signora alta,
ossuta, vestita di nero, con la faccia pallida, disfatta, e
i capelli aridi, ancor neri, non ostante l'età e le
sofferenze evidenti. Si voltava ora di qua ora di là, come
se non vedesse: aveva infatti quasi spento lo sguardo tra le
palpebre gonfie semichiuse. Pervenuta alla fine innanzi alla
porta, con l'aiuto di un giovinotto ben vestito, che le
veniva dietro, fu su la soglia fermata dalle guardie:
- Non si entra!
- Sono la madre! - rispose imperiosamente e, con un gesto
che non ammetteva replica, scostò le guardie e s'introdusse
in casa.
Il giovinotto ben vestito sguisciò dentro, dietro a lei,
dandosi a vedere come uno della famiglia anche lui.
La nuova arrivata si diresse a una stanza quasi buja, con un
sol finestrino ferrato presso il tetto. Non discernendo
nulla, chiamò forte:
- Adriana!
Questa, che se ne stava tra le due pigionali che cercavano
Scioccamente di confortarla, balzò in piedi, gridando:
- Mamma!
- Vieni! vieni con me, figlia mia! povera figlia mia!
Andiamocene subito! - disse in fretta, con voce vibrante di
sdegno e di dolore, la vecchia signora. - Non m'abbracciare!
Tu non devi rimanere più qua un solo minuto!
- Oh! mamma! mamma mia! - piangeva intanto Adriana, con le
braccia al collo della madre. Questa si sciolse
dall'abbraccio, gemendo:
- Figlia disgraziata, più di tua madre!
Poi dominando la commozione, riprese con l'accento di prima:
- Un cappello, subito! uno scialle! Prendi questo mio...
Andiamocene subito, coi bambini... Dove sono? Già mi
scottano i piedi, qua... Maledici questa casa, com'io la
maledico!
- Mamma... che dici, mamma? - domandò Adriana, smarrita
nell'atroce cordoglio.
- Ah, non sai? Non sai nulla ancora? non t'hanno detto
nulla? non hai nulla sospettato? Tuo marito è un assassino!
- gridò la vecchia signora.
- Ma è ferito, mamma!
- Da sé s'è ferito, con le sue mani! Ha ucciso il Nori,
capisci? Ti tradiva con la moglie del Nori... E lei s'è
buttata dalla finestra...
Adriana cacciò un urlo e s'abbandonò su la madre, priva di
sensi. Ma la madre, non badandole, sorreggendola, seguitava
a dirle tutta tremante:
- Per quella lì... per quella lì... te, te, figlia, angelo
mio, ch'egli non era degno di guardare... Assassino!... Per
quella lì... capisci? capisci?
E con una mano le batteva dolcemente la spalla,
carezzandola, quasi ninnandola con quelle parole.
- Che disgrazia! che tragedia! Ma com'è avvenuto? - domandò
sottovoce la signora tozza del secondo piano al giovinotto
ben vestito che si teneva in un angolo, con un taccuino in
mano.
- Quella è la moglie? - domandò il giovinotto a sua volta,
in luogo di rispondere. - Scusi, saprebbe dirmi il casato?
- Di lei?... Sì, fa Montesani, lei.
- E il nome, scusi?
- Adriana. Lei è giornalista?
- Zitta, per carità! A servirla. E mi dica, quella è la
madre, è vero?
- La madre di lei, la signora Amalia, sissignore.
- Amalia, grazie, grazie. Una tragedia, sì signora, una vera
tragedia...
- È morta lei, la Noti?
- Ma che morta! La mal'erba, lei m'insegna... È morto lui,
invece, il marito.
- Il giudice?
- Giudice? No, sostituto procuratore del re.
- Sì, quel giovane... brutto, insomma, mingherlino,
calabrese, venuto da poco... Erano tanto amici col signor
Tommaso!
- Eh, si sa! - sghignò il giovinotto. - Avviene sempre così,
lei m'insegna... Ma, scusi, il Corsi dov'è? Vorrei
vederlo... Se lei m'indicasse...
- Ecco, vada di là... Dopo quella stanza, l'uscio a destra.
- Grazie, signora. Scusi un'altra domanda: Quanti figliuoli?
- Due. Due angioletti! Un maschietto di otto anni, una
bambina di cinque...
- Grazie di nuovo; scusi...
Il giovinotto s'avviò, seguendo l'indicazione, alla camera
del ferito. Passando per la saletta d'ingresso, sorprese il
bel ragazzo del Corsi che, con gli occhi sfavillanti, un
sorriso nervoso su le labbra e le mani dietro la schiena,
domandava a una delle guardie:
- E dimmi una cosa: come gli ha sparato, col fucile?
III.
Tommaso Corsi, col torso nudo, poderoso, sorretto da
guanciali, teneva i grandi occhi neri e lucidissimi intenti
sul dottor Vocalòpulo, il quale, scamiciato, con le maniche
rimboccate su le magre braccia pelose, premeva e studiava da
presso la ferita. Di tanto in tanto gli occhi del Corsi si
levavano anche su l'altro medico, come se, nell'attesa che
qualcosa a un tratto dovesse mancargli dentro, volesse
coglierne il segno o il momento negli occhi altrui.
L'estremo pallore cresceva bellezza al suo maschio volto di
solito acceso.
Ora egli fissò sul giornalista, che entrava timido,
perplesso, uno sguardo fiero, come se gli domandasse chi
fosse e che volesse. Il giovinotto impallidì, appressandosi
al letto, pur senza poter chinare gli occhi, quasi ammaliato
da quello sguardo.
- Oh, Vivoli! - disse il dottor Vocalòpulo, voltandosi
appena.
Il Corsi chiuse gli occhi, traendo per le nari un lungo
respiro.
Lello Vivoli aspettò che il Vocalòpulo gli volgesse di nuovo
lo sguardo; ma poi, impaziente:
- Ss, - lo chiamò piano e, accennando il giacente, domandò
come stesse, con un gesto della mano.
Il dottore alzò le spalle e chiuse gli occhi, poi con un
dito accennò la ferita alla mammella sinistra.
- Allora... - disse il Vivoli, alzando una mano in atto di
benedire.
Una goccia di sangue si partì dalla ferita e rigò lungamente
il petto. Il dottore la deterse con un bioccolo di bambagia,
dicendo quasi tra sé:
- Dove diavolo si sarà cacciata la palla?
- Non si sa? - domandò timidamente il Vivoli, senza staccar
gli occhi dalla ferita, non ostante il ribrezzo che ne
provava. - E di', sai di che calibro era?
- Nove... calibro nove, - interloquì con evidente
soddisfazione il giovine dottor Sià. - Dalla ferita si può
arguire...
- Suppongo, - rispose il Vocalòpulo accigliato, assorto, -
che si sia cacciata qua sotto la scapola... Eh sì,
purtroppo... il polmone...
E torse la bocca.
Indovinare, determinare il corso capriccioso della palla:
per il momento, non si trattava d'altro per lui. Gli stava
davanti un paziente qualunque, sul quale egli doveva
esercitare la sua bravura, valendosi di tutti gli espedienti
della sua scienza: oltre a questo suo compito materiale e
limitato non vedeva nulla, non pensava a nulla. Solo, la
presenza del Vivoli gli fece considerare che, essendo il
Corsi conosciutissimo nella città e avendo quella tragedia
sconvolto tutta la cittadinanza, poteva giovargli che il
pubblico sapesse che il dottor Vocalòpulo era il medico
curante.
- Oh, Vivoli, dirai che è affidato alle mie cure.
Il dottor Cosimo Sià dall'altra sponda del letto tossì
leggermente.
- E puoi aggiungere, - riprese il Vocalòpulo, - che sono
assistito dal dottor Cosimo Sià: te lo presento.
Il Vivoli chinò appena il capo, con un lieve sorriso. Il
Sià, che s'era precipitato con la mano tesa per stringer
quella del Vivoli, all'inchino sostenuto di questo, restò
goffo, arrossì, trinciò in aria con la mano già tesa un
saluto, come per dire: «Ecco, fa lo stesso: Saluto così!».
Il moribondo schiuse gli occhi e aggrottò le ciglia. I due
medici e il Vivoli lo guardarono quasi con paura,
- Adesso lo fasceremo, - disse con voce premurosa,
chinandosi su lui, il Vocalòpulo.
Tommaso Corsi scosse la testa sul guanciale, poi riabbassò
lentamente le palpebre su gli occhi foschi, come se non
avesse compreso: così almeno parve al dottor Vocalòpulo, il
quale, storcendo un'altra volta la bocca, mormorò:
- La febbre...
- Io scappo, - disse piano il Vivoli, salutando con la mano
il Vocalòpulo e di nuovo inchinando appena il capo al Sià,
che rispose, questa volta, con un inchino frettoloso.
- Sià, venga da questa parte. Bisogna sollevarlo. Ci
vorrebbero due dei nostri infermieri... - esclamò il
Vocalòpulo. - Basta, ci proveremo. Ma tengo a fare una sola
fasciatura, ben solida, e lì.
- Lo laviamo, ora? - domandò il Sià.
- Sì! L'alcool dov'è? e il catino, prego. Così, aspetti...
Intanto, lei prepari le fasce. Preparate? Poi la vescica di
ghiaccio.
Tommaso Corsi, allorché il dottor Vocalòpulo si fece a
fasciarlo, aprì gli occhi, s'infoscò in volto, tentò con una
mano di scostar dal petto quelle del dottore, dicendo con
voce cavernosa:
- No... no...
- Come no? - domandò, sorpreso, il dottor Vocalòpulo.
Ma un empito di sangue impedì al Corsi di rispondere, e le
parole gli gorgogliarono nella strozza soffocate dalla
tosse. Poi giacque, prostrato, privo di sensi.
E allora fu ripulito e fasciato a dovere dai due medici
curanti.
Inizio
pagina
IV.
- No, mamma, no... E come potrei? - rispose Adriana,
appena rinvenuta, all'ingiunzione della madre
d'abbandonar la casa del marito insieme coi figliuoli.
Si sentiva quasi inchiodata lì, su la seggiola, stordita
e tremante, come se un fulmine le fosse caduto da
presso. E invano la madre le smaniava innanzi e la
spingeva:
- Via, via, Adriana! Non mi senti?
Si era lasciata mettere uno scialletto addosso e il
cappello, e guardava innanzi a sé, come una mendicante.
Non riusciva ancora a farsi un'idea dell'accaduto. Che
le diceva la madre? d'abbandonar quella casa? e come
mai, in quel momento? O prima o poi avrebbe dovuto
abbandonarla pur sempre? Perché? Il marito non le
apparteneva più? Si era spenta in lei l'ansia di
vederlo. Che volevano intanto quelle due guardie che la
madre le accennava lì nella saletta d'ingresso?
- Meglio che muoja! Se vive, in galera!
- Mamma! - supplicò, guardandola. Ma riabbassò subito
gli occhi per trattenere le lagrime. Sul volto della
madre rilesse la condanna del marito: «Ha ucciso il Nori;
ti tradiva con la moglie del Nori». Non sapeva però, né
poteva ancor quasi pensarlo, né immaginario: si vedeva
ancora la barella sotto gli occhi e non poteva
immaginare altri che lui - Tommaso - ferito, forse
moribondo, lì... E Tommaso dunque aveva ucciso il Nori?
aveva una tresca con Angelica Nori, e tutt'e due erano
stati scoperti dal marito? Pensò che Tommaso portava
sempre con sé la rivoltella. Per il Nori? No: l'aveva
sempre portata, e il Nori e la moglie erano in città da
un anno soltanto.
Nello scompiglio della coscienza, una moltitudine
d'immagini si ridestavano in lei tumultuosamente: l'una
chiamava l'altra e insieme si raggruppavano in balenanti
scene precise e subito si disgregavano per ricomporsi in
altre scene con vertiginosa rapidità. Quei due eran
venuti da un paese di Calabria accompagnati da una
lettera di presentazione a Tommaso, il quale li aveva
accolti con la festosa espansione della sua indole
sempre gioconda, con aria confidenziale, col sorriso
schietto di quel suo maschio volto, in cui gli occhi
lampeggiavano, esprimendo la vitalità piena, l'energia
operosa, costante, che lo rendevano caro a tutti.
Da quest'indole vivacissima, da questa natura
esuberante, in continuo bisogno d'espandersi quasi con
violenza, ella era stata investita fin dai primi giorni
del matrimonio: s'era sentita trascinare dalla fretta
ch'egli aveva di vivere: anzi furia, più che fretta:
vivere senza tregua, senza tanti scrupoli, senza tanto
riflettere; vivere e lasciar vivere, passando sopra a
ogni impedimento, a ogni ostacolo. Più volte ella si era
arrestata un po' in questa corsa, per giudicare fra sé
qualche azione di lui non stimata perfettamente
corretta. Ma egli non dava tempo al giudizio, come non
dava peso ai suoi atti. Ed ella sapeva ch'era inutile
richiamarlo indietro a considerare il mal fatto:
scrollava le spalle, sorrideva, e avanti! aveva bisogno
d'andare avanti a ogni modo, per ogni via, senza
indugiarsi a riflettere tra il bene e il male; e
rimaneva sempre alacre e schietto, purificato
dall'attività incessante, e sempre lieto e largo di
favori a tutti, con tutti alla mano: a trent'otto anni,
un fanciullone, capacissimo di mettersi a giocar sul
serio coi due figliuoli, e ancora, dopo dieci anni di
matrimonio, così innamorato di lei, che ella tante
volte, anche di recente, aveva dovuto arrossire per
qualche atto imprudente di lui innanzi ai bambini o alla
serva.
E ora, così d'un colpo, quest'arresto fulmineo, questo
scoppio! Ma come? come? La cruda prova del fatto non
riusciva ancora a dissociare in lei i sentimenti, più
che di solida stima, d'amore fortissimo e devoto per il
marito, da cui si sentiva in cuor suo ricambiata.
Forse qualche lieve inganno, sì, sotto quella tumultuosa
vitalità; ma la menzogna, no, la menzogna non poteva
annidarsi sotto l'allegria costante di lui. Che egli
avesse una tresca con Angelica Nori, non significava,
no, aver tradito lei, la moglie; e questo la madre non
poteva comprenderlo, perché non sapeva, non sapeva tante
cose... Egli non poteva aver mentito con quelle labbra,
con quegli occhi, con quel riso che allegrava tutti i
giorni la casa. - Angelica Nori? Oh ella sapeva bene che
cosa fosse costei, anche per il marito: neppure un
capriccio: nulla, nulla! la prova soltanto d'una
debolezza, nella quale nessun uomo forse sa o può
guardarsi dal cadere... Ma in quale abisso era egli
adesso caduto? e la sua casa e lei coi figliuoli giù,
giù con lui?
- Figli miei! figli miei! - proruppe alla fine,
singhiozzando, con le mani sul volto, quasi per non
veder l'abisso che le si spalancava orribile davanti. -
Portali via con te, - aggiunse, rivolgendosi alla madre.
- Loro sì, portali via, ché non vedano... Io no, mamma:
io resto. Te ne prego...
Si alzò e, cercando alla meglio di trattener le lagrime,
andò, seguita dalla madre, in cerca dei bambini che
giocavano tra loro in un camerino, ove la serva li aveva
chiusi. Si mise a vestirli, soffocando i singhiozzi che
le irrompevano dal petto a ogni loro lieta domanda
infantile.
- Con la nonna, sì... a spasso con la nonna... E il
cavalluccio, sì... la sciabola pure... Te li compra la
nonna...
Questa contemplava, straziata, la sua cara figliuola, la
creatura sua adorata, tanto buona, tanto bella, per cui
tutto ormai era finito; e, nell'odio feroce contro colui
che gliela faceva soffrir così, avrebbe voluto
strapparle dalle mani quel bambino che somigliava tutto
al padre, fin nella voce e nei gesti.
- Non vuoi proprio venire? - domandò alla figlia, quando
i bambini furono pronti. - Io, bada, qua non metto più
piede. Resti sola... La casa di tua madre è aperta. Ci
verrai, se non oggi, domani. Ma già, anche se non
morisse...
- Mamma! - supplicò Adriana, additandole i bambini.
La vecchia signora tacque e andò via coi nipotini,
vedendo uscire dalla camera del ferito il dottor
Vocalòpulo.
Questi si appressò ad Adriana per raccomandarle di non
farsi vedere per il momento dal marito.
- Un'emozione improvvisa, anche lieve, potrebbe
riuscirgli fatale. Non si faccia nulla, per carità, che
possa contrariarlo o impressionarlo in qualche modo.
Questa notte resterà a vegliarlo il mio collega. Se ci
fosse bisogno di me...
Non terminò il discorso, notando che ella non gli dava
ascolto né gli domandava notizie intorno alla gravità
della ferita, e che aveva in capo il cappellino, come se
stesse per abbandonare la casa. Socchiuse gli occhi,
scosse un po' il capo, sospirando, e andò via.
V.
Nella notte, Tommaso Corsi si riscosse incosciente dal
letargo. Stordito dalla febbre, teneva gli occhi aperti
nella penombra della camera. Un lampadino ardeva sul
cassettone, riparato da uno specchio a tre luci: il lume
si projettava su la parete vivamente, precisando il
disegno e i colori della carta da parato.
Aveva solo la sensazione che il letto fosse più alto, e
che soltanto per ciò notasse in quella camera qualcosa
che prima non vi aveva mai notato. Vedeva meglio
l'insieme dell'arredo, il quale, nella quiete altissima,
gli pareva spirasse, dall'immobilità sua quasi
rassegnata; un conforto familiare, a cui le ricche
tende, che dall'alto scendevano fin sul tappeto, davano
un'aria insolita di solennità. «Noi siamo qui, come tu
ci hai voluti, per i tuoi comodi» pareva gli dicessero,
nella coscienza che man mano si risentiva, i varii
oggetti della camera: «siamo la tua casa: tutto è come
prima».
A un tratto richiuse gli occhi, quasi abbagliato
bruscamente nella penombra da un lampo di luce cruda: la
luce che s'era fatta in quell'altra camera, quando
colei, urlando, aveva aperto la finestra, d'onde s'era
buttata.
Riebbe allora, d'un subito, la memoria orrenda: rivide
tutto, come se accadesse proprio allora.
Egli, trattenuto dall'istintivo pudore, non riusciva a
balzar dal letto, svestito com'era, e il Noti, ecco, gli
esplodeva contro il primo colpo che infrangeva il vetro
di un'immagine sacra al capezzale; egli tendeva la mano
alla rivoltella sul comodino, ed ecco il sibilo della
seconda palla innanzi al volto... Ma non ricordava
d'aver tirato sul Noti: solo quando questi era caduto a
sedere sul pavimento, e poi s'era ripiegato bocconi,
egli s'era accorto d'aver l'arma ancor calda e fumante
in pugno. Era allora saltato dal letto e, in un attimo,
entro di sé, la tremenda lotta di tutte le energie
vitali contro l'idea della morte; prima, l'orrore di
essa; poi la necessità e il sorgere d'un sentimento
atroce, oscuro, a vincere ogni ripugnanza e ogni altro
sentimento. Aveva guardato il cadavere, la finestra
donde quella era saltata; aveva udito i clamori della
via sottostante, e s'era sentito aprire come un abisso
nella coscienza: allora la determinazione violenta gli
s'era imposta lucidamente, come un atto a lungo meditato
e discusso. Sì. Così era stato.
«No», diceva a se stesso, un istante dopo, riaprendo gli
occhi brillanti di febbre. «No; se questa è la mia casa,
se io sto qui sul mio letto...»
Gli pareva di udir voci liete e confuse di là, nelle
altre stanze.
Aveva fatto mettere quelle tende nuove e i tappeti alle
stanze per il battesimo dell'ultimo bambino, morto di
venti giorni. Ecco, gli invitati tornavano or ora dalla
chiesa. Angelica Noti, a cui egli offriva il braccio,
glielo stringeva a un tratto furtivamente con la mano;
egli si voltava a guardarla, stupito, ed ella accoglieva
quello sguardo con un sorriso impudente, da scema, e
chiudeva voluttuosamente le palpebre su i grandi occhi
neri, globulenti, in presenza di tutti.
«Quel bambino è morto», pensava ora egli, «perché l'ha
tenuto a battesimo colui, ch'era fra l'altro un
jettatore.»
Immagini imprevedute, visioni strane, confuse,
sensazioni fantastiche, improvvise, pensieri lucidi e
precisi, si avvicendavano in lui, nel delirio
intermittente.
Sì, sì, lo aveva ucciso. Ma due volte quel forsennato
s'era messo per uccider lui, ed egli nel volgersi per
prendere l'arma dal comodino gli aveva gridato
sorridendo: - Che fai? - tanto gli pareva impossibile
che colui, prima ch'egli si vedesse costretto a
minacciarlo e a reagire, non comprendesse ch'era
un'infamia, una pazzia ucciderlo a quel modo, in quel
momento, uccider lui che si trovava lì per caso, che
aveva tant'altra vita fuori di lì: i suoi affari, gli
affetti suoi vivi e veri, la sua famiglia, i figli da
difendere. Eh via, disgraziato!
Come mai tutt'a un tratto, quell'omiciattolo sbricio,
brutto, scialbo, dall'anima apatica, attediata, che si
trascinava nella vita senza alcuna voglia, senz'alcun
affetto, e che da tant'anni si sapeva spudoratamente
ingannato dalla moglie e non se ne curava, a cui pareva
costasse pena e fatica guardare o trar fuori quella sua
voce molle miagolante; come mai, tutt'a un tratto, s'era
sentito muovere il sangue e per lui soltanto? Non sapeva
che donna fosse sua moglie? e non sentiva ch'era una
cosa ridicola e pazza e infame nello stesso tempo
difender a quel modo ancora l'onor suo affidato a colei,
che ne aveva fatto strazio tant'anni, senza che egli
avesse mai mostrato d'accorgersene? Ma aveva pure
assistito - sì, sì - a tante scene familiari, in cui
ella, proprio sotto gli occhi di lui, sotto gli occhi
stessi d'Adriana, aveva cercato di sedurlo con quei suoi
lezii da scimmietta patita. Adriana sì se n'era accorta,
e lui no? Ne avevano riso tanto insieme, lui e Adriana.
Per una donna come quella lì, dunque, sul serio, una
tragedia? Lo scandalo, la morte di lui, la sua morte?
Oh, per quel disgraziato, forse, era stata un bene la
morte; un regalo! Ma egli... doveva egli morire per così
poco? Sul momento, col cadavere sotto gli occhi,
assalito dai clamori della via, aveva creduto di non
poter farne a meno. Ebbene, e intanto come mai non era
tutto finito? Egli viveva ancora, lì, nella sua stessa
camera tranquilla, coricato sul suo letto, come se nulla
fosse accaduto. Ah, se veramente fosse un sogno
orribile!... No: e quel dolore cocente al petto, che gli
toglieva il respiro? E poi il letto...
Stese pian piano un braccio nel posto accanto; vuoto...
ecco! Adriana... Sentì di nuovo l'abisso aprirglisi
dentro. Dov'era ella? e i figliuoli? Lo avevano
abbandonato? Solo, dunque, nella casa? e come mai?
Riaprì gli occhi per accertarsi, se quella fosse
veramente la sua camera da letto. Sì: tutto come prima.
Allora un dubbio crudele, in quell'alternativa di
delirio e di lucidità mentale, lo vinse: non sapeva più
se, aprendo gli occhi, vedesse per allucinazione la sua
camera che spirava la pace consueta, o se sognasse
chiudendo gli occhi e rivedendo, con lucidezza di
percezione ch'era quasi realtà, l'orribile tragedia
della mattina. Emise un gemito, e subito davanti a gli
occhi si vide un volto sconosciuto; sentì posarsi una
mano su la fronte, la cui pressione lo confortava, e
richiuse gli occhi sospirando, sentendo di dover
rassegnarsi a non comprendere più nulla, a non saper che
cosa fosse veramente accaduto. Era fors'anche sogno quel
volto or ora intraveduto, la mano che gli premeva la
fronte... E ricadde nel letargo.
Il dottor Sià si accostò in punta di piedi a un angolo
della camera quasi al bujo, dove Adriana vegliava
nascosta.
- Forse è meglio, - le disse sottovoce, - che si mandi
per il dottor Vocalòpulo. La febbre cresce e l'aspetto
non mi...
S'interruppe; le domandò:
- Vuol vederlo?
Adriana fece segno di no col capo, angosciata. Poi,
sentendo di non poter trattenere un empito improvviso di
pianto, balzò in piedi e scappò via dalla camera.
Il dottor Sià richiuse, cauto, l'uscio per impedire che
giungesse all'orecchio del morente il pianto convulso
della moglie; poi tolse dal petto di lui la vescica, ne
vuotò l'acqua e, riempitala novamente di pezzetti di
ghiaccio, la ripose su la fasciatura al posto della
ferita.
- Ecco fatto.
Osservò quindi di nuovo, a lungo, il volto del giacente,
ne ascoltò la respirazione affannosa; poi, non avendo
altro da fare, e come se per lui bastasse l'aver
provveduto al ghiaccio e l'aver fatto quelle
osservazioni, ritornò al proprio posto, alla poltrona,
dall'altra parte del letto.
Lì, con gli occhi chiusi, godeva di lasciarsi prendere a
mano a mano dal sonno, spegnendo gradatamente in sé la
volontà di resistervi, fino al punto estremo in cui il
capo gli dava un crollo: schiudeva allora gli occhi e
tornava da capo ad abbandonarsi a quella voluttà
proibita, che quasi lo inebriava.
VI.
Le complicazioni temute dal dottor Vocalòpulo si
verificarono pur troppo: prima e più grave fra tutte,
l'infiammazione polmonare, che cagionava quell'altissima
febbre.
Senza alcuna preoccupazione estranea alla scienza, di
cui era fervidamente appassionato, il dottor Vocalòpulo
raddoppiò lo zelo, come se si fosse fatta una fissazione
di salvare a ogni costo quel moribondo.
Negli infermi sotto la sua cura egli non vedeva uomini
ma casi da studiare: un bel caso, un caso strano, un
caso mediocre o comune; quasi che le infermità umane
dovessero servire per gli esperimenti della scienza, e
non la scienza per le infermità. Un caso grave e
complicato lo interessava sempre a quel modo; ed egli
allora non sapeva staccare più il pensiero dal malato:
metteva in pratica le più recenti esperienze delle
primarie cliniche del mondo, di cui consultava
scrupolosamente i bollettini, le rassegne e le minute
esposizioni dei tentativi, degli espedienti dei più
grandi luminari della scienza medica, e spesso adottava
le cure più arrischiate con fermo coraggio, con fiducia
incrollabile. Si era costituita così una grande
reputazione. Ogni anno faceva un viaggio e ritornava
entusiasta degli esperimenti a cui aveva assistito,
soddisfatto di qualche nuova cognizione appresa,
provvisto di nuovi e più perfezionati strumenti
chirurgici, che disponeva - dopo averne studiato
minutamente il congegno e averli ripuliti con la massima
cura - entro l'armamentario di cristallo, che aveva la
forma di un'urna, lì, in mezzo al camerone da studio, e,
chiusi, li contemplava ancora, stropicciandosi le mani
solide, sempre fredde, o stirandosi con due dita il naso
armato di quel pajo di lenti fortissime, che
accrescevano la rigidezza austera del suo volto pallido,
lungo, equino.
Attorno al letto del Corsi condusse alcuni suoi
colleghi, a studiare, a discutere; spiegò tutti i suoi
tentativi, l'uno più nuovo e più ingegnoso dell'altro,
finora però riusciti vani. Il ferito, sotto
quell'altissima febbre, restava in uno stato quasi
letargico, interrotto tuttavia da certe crisi di smania
delirante, nelle quali, più d'una volta, eludendo la
vigilanza, aveva finanche tentato di disfare la
fasciatura.
Di questo «fenomeno» il Vocalòpulo non si era curato più
di tanto; gli era bastato di raccomandare al dottor Sià
maggiore attenzione. Aveva potuto, per mezzo della
radiografia, estrarre il projettile di sotto l'ascella,
aveva rischiosamente applicato i lenzuoli freddi per
abbassare la temperatura. E finalmente c'era riuscito!
La febbre era abbassata, l'infiammazione polmonare era
vinta, il pericolo quasi superato. Nessun compenso
materiale avrebbe potuto uguagliare la soddisfazione
morale del dottor Vocalòpulo. Era raggiante; e il dottor
Sià con lui, per riflesso.
- Collega, collega, qua la mano! Questo si chiama
vincere.
Il Sià gli rispondeva con una sola parola:
- Miracoloso!
Ora la primavera imminente avrebbe senza dubbio
affrettato la convalescenza.
Già l'infermo cominciava a risentirsi un po', a uscir
dallo stato d'incoscienza in cui s'era mantenuto per
tanti giorni. Ma non sapeva ancora, non sospettava
neppure, come si fosse ridotto.
Una mattina, si provò a sollevare le mani dal letto, per
guardarsele e, nel veder le dita esangui tremolare,
sorrise. Si sentiva ancora come nel vuoto, in un vuoto
però tranquillo, soave, di sogno. Solo qualche minuzia,
lì, nella camera, gli s'avvistava di tratto in tratto:
un fregio dipinto nel soffitto, la peluria verde della
coperta di lana sul letto, che gli richiamava alla
memoria i fili d'erba d'un prato o d'una ajuola; e vi
concentrava tutta l'attenzione, beato; poi, prima di
stancarsene, richiudeva gli occhi e provava un dolce
smarrimento d'ebbrezza, vaneggiava in una delizia
ineffabile.
Tutto, tutto era finito; la vita ricominciava adesso...
Ma non era forse rimasta sospesa anche per gli altri?
No, no: ecco: un rumor di vettura... Fuori, per le vie,
la vita in tutto quel tempo aveva seguito il suo
corso...
Provò come una vellicazione irritante al ventre, a
questo pensiero che oscuramente lo contrariava; e si
rimise a guardar la calugine verde della coperta, dove
gli pareva di veder la campagna: qua la vita, sì,
ricominciava veramente, con tutti quei fili d'erba... E
anche così per lui ricominciava... Nuovo, tutto nuovo,
egli si sarebbe riaffacciato alla vita... Un po' d'aria
fresca! Ah, se il medico avesse voluto aprirgli un
tantino la finestra...
- Dottore, - chiamò; e la sua stessa voce gli fece una
strana impressione.
Ma nessuno rispose. Si provò a guardar nella camera.
Nessuno... Come mai? Dov'era? - Adriana! Adriana! -
Un'angosciosa tenerezza per la moglie lo vinse; e si
mise a piangere come un bambino, nel desiderio cocente
di buttarle le braccia al collo e stringersela forte,
forte al petto... Chiamò di nuovo, nel dolce pianto:
- Adriana! Adriana!... Dottore!
Nessuno sentiva? Sgomento, allora, soffocato, stese un
braccio al campanello sul comodino; ma avvertì subito
un'acuta trafittura interna, che lo tenne un tratto
quasi senza respiro, col volto pallido, contratto dallo
spasimo; poi sonò, sonò furiosamente. Accorse, con la
sua aria spiritata, il dottor Sià:
- Eccomi! Che abbiamo, signor Tommaso?
- Solo! Mi hanno lasciato solo...
- Ebbene? E perché codesta agitazione? Eccomi qua.
- No. Adriana! Mi chiami Adriana... Dov'è? Voglio
vederla.
Comandava ora, eh? Il dottor Sià fece un viso lungo
lungo e piegò il capo da un lato:
- Così, no! Se non si calma, no.
- Voglio veder mia moglie! - replicò egli stizzito,
imperioso. - Può proibirmelo lei?
Il Sià sorrise, perplesso:
- Ecco... vorrei che... No no, si stia zitto: vado a
chiamargliela.
Non ce ne fu bisogno. Adriana era dietro l'uscio: si
asciugò in fretta le lagrime, accorse, si buttò
singhiozzando tra le braccia del marito, come in un
abisso d'amore e di disperazione. Egli non provò
dapprima che la gioja di tenersi così stretta quella sua
adorata, il cui calore, l'odor dei capelli, lo
inebriavano. Quanto, quanto, quanto la amava... Ma, a un
tratto, la sentì singhiozzare. Si provò a sollevarle con
tutt'e due le mani il capo che si affondava su lui; non
ne ebbe la forza, e si volse, stordito, al dottor Sià.
Questi accorse e costrinse la signora a strapparsi dal
letto; la condusse, sorreggendola in quella crisi
violenta di pianto, fuori della camera; poi ritornò
presso il convalescente.
- Perché? - domandò il Corsi, sconvolto.
Un pensiero gli attraversò la mente, in un baleno. Senza
badare alla risposta del medico, il Corsi richiuse gli
occhi, trafitto. «Non mi perdona» pensò.
VII.
Alle notizie di miglioramento, di prossima guarigione
era cresciuta la sorveglianza alla casa del ferito. Il
dottor Vocalòpulo, temendo che l'autorità giudiziaria
desse intempestivamente l'ordine che fosse tradotto in
carcere, pensò di recarsi da un avvocato amico suo e del
Corsi, e a cui il Corsi certamente avrebbe affidato la
sua difesa, per pregarlo di andare insieme dal questore
a impegnar la loro parola, che l'infermo non avrebbe in
alcun modo tentato di sottrarsi alla giustizia.
L'avvocato Camillo Cimetta accettò l'invito. Era un uomo
sui sessant'anni, smilzo, altissimo di statura, tutto
gambe. Gli spiccavano stranamente nel volto squallido,
giallognolo, malaticcio, gli occhietti neri, acuti,
d'una vivacità straordinaria. Dotto più di filosofia che
di legge, scettico, oppresso dalla noja della vita,
stanco delle amarezze che essa gli aveva procacciate,
non aveva mai posto alcun impegno a guadagnarsi la
grandissima fama di cui godeva e che gli aveva procurato
una ricchezza di cui non sapeva più che farsi. La
moglie, donna bellissima, insensibile, dispotica, che lo
aveva torturato per tanti anni, gli s'era uccisa per
neurastenia; l'unica figliuola gli era fuggita di casa
con un misero scritturale del suo studio ed era morta
soprapparto, dopo aver sofferto un anno di
maltrattamenti dal marito indegno. Era rimasto solo,
senza più scopo nella vita, e aveva rifiutato ogni
carica onorifica, la soddisfazione di far valere le sue
doti non comuni in una grande città. E mentre i suoi
colleghi si presentavano al banco dell'accusa o della
difesa armati di cavilli, abbottati di procedura, o si
empivano la bocca di paroloni altisonanti, egli, che non
poteva soffrire la toga che l'usciere gli poneva su le
spalle, si alzava con le mani in tasca e si metteva a
parlare ai giurati, ai giudici, con la massima
naturalezza, alla buona, cercando di presentare con la
maggiore evidenza possibile qualche pensiero che potesse
logicamente far loro impressione; distruggeva con
irresistibile arguzia le magnifiche architetture
oratorie de' suoi avversarii, e riusciva così talvolta
ad abbattere i confini formalistici del tristo ambiente
giudiziario, perché un'aura di vita vi spirasse, vi
passasse un soffio doloroso di umanità, di pietà
fraterna, oltre e sopra la legge, per l'uomo nato a
soffrire, a errare.
Ottenuta dal questore la promessa che la traduzione in
carcere non sarebbe avvenuta se non dopo il consenso del
medico, egli e il dottor Vocalòpulo si recarono insieme
alla casa del Corsi.
In pochi giorni Adriana si era cangiata così, che non
pareva più lei.
- Eccole, signora, il nostro caro avvocato, - le disse
il Vocalòpulo. - Sarà meglio preparare a poco a poco il
convalescente alla dura necessità...
- E come, dottore? - esclamò Adriana. - Pare che egli
non ne abbia ancora il più lontano sospetto. È come un
fanciullo... si commuove per ogni nonnulla... Giusto
questa mattina mi diceva che, appena in grado di
muoversi, vuole andare in campagna, in villeggiatura per
un mese...
Il Vocalòpulo sospirò, stirandosi al solito il naso.
Stette un po' a pensare, poi disse:
- Aspettiamo qualche altro giorno. Intanto facciamogli
vedere l'avvocato. Non è possibile che il pensiero della
punizione non gli si affacci.
- E lei crede, avvocato, - domandò Adriana, - crede che
sarà grave?
Il Cimetta chiuse gli occhi, aprì le braccia. Gli occhi
di Adriana si riempirono di lagrime.
Giunse, in quella, dall'altra stanza la voce
dell'infermo. Subito Adriana accorse.
- Mi permettano!
Tommaso le tendeva le braccia dal letto. Ma appena le
vide gli occhi rossi di pianto, le prese un braccio e,
nascondendovi il volto, le disse:
- Ancora, dunque? non mi perdoni ancora?
Adriana strinse le labbra tremanti, mentre nuove lagrime
le sgorgavano dagli occhi; e non trovò in prima la voce
per rispondergli.
- No? - insistette egli, senza scoprire il volto.
- Io sì, - rispose Adriana, angosciata, timidamente.
- E allora? - ripigliò il Corsi, guardandola negli occhi
lagrimosi.
Le prese il volto tra le mani, e aggiunse:
- Lo comprendi, lo senti, è vero? che tu mai, mai, nel
mio cuore, nel mio pensiero, non sei venuta mai meno, tu
santa mia, amore, amore mio...
Adriana gli carezzò lievemente i capelli.
- È stata un'infamia! - riprese egli. - Sì, è bene, è
bene che te lo dica, per togliere ogni nube fra noi.
Un'infamia sorprendermi in quel momento vergognoso, di
stupido ozio... Tu lo comprendi, se mi hai perdonato!
Stupido fallo, che quel disgraziato ha voluto rendere
enorme, tentando d'uccidermi, capisci? due volte...
Uccider me, proprio me, che dovevo per forza
difendermi... perché... tu lo comprendi! non potevo
lasciarmi uccidere per quella lì, è vero?
- Sì, sì, - diceva Adriana, piangendo, per calmarlo, più
col cenno che con lavoce.
- È vero? - seguitò egli con forza. - Non potevo... per
voi! Glielo dissi; ma egli era come impazzito, tutt'a un
tratto; m'era venuto sopra, con l'arma in pugno... E
allora io, per forza...
- Sì, sì, - ripeté Adriana, ringojando le lagrime. -
Calmati, sì... Queste cose...
S'interruppe, vedendo il marito abbandonarsi sfinito sui
guanciali, e chiamò forte:
- Dottore! Queste cose, - seguitò alzandosi e chinandosi
sul letto, premurosa, - tu le dirai... le dirai ai
giudici, e vedrai che...
Tommaso Corsi si rizzò improvvisamente su un gomito e
guardò fiso il dottore e il Cimetta che gli si facevano
incontro.
- Ma io, - disse, - eh già... il processo...
Allividì. Ricadde sul letto, annichilito.
- Formalità... - si lasciò cadere dalle labbra il
Vocalòpulo, accostandosi di più al letto.
- E quale altra punizione, - fece il Corsi, quasi tra
sé, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati, -
quale altra punizione maggiore di quella che mi son data
io, con le mie mani?
Il Cimetta trasse una mano dalla tasca e agitò l'indice
in segno negativo.
- Non conta? - domandò il Corsi. - E allora?... - si
provò a replicare; ma si riprese: - Eh già! Sì, sì... Ci
credi? Mi pareva che tutto fosse finito... Adriana! -
chiamò, e le buttò di nuovo le braccia al collo. -
Adriana! Sono perduto!
Il Cimetta, commosso, tentennò a lungo il capo, poi
sbuffò:
- E perché? per una minchioneria di passata. Sarà
difficile, difficilissimo, caro dottore, farne capace
quella rispettabile istituzione che si chiama giuria.
Non tanto, vedete, per il fatto in sé, quanto perché si
tratta d'un sostituto procuratore del re. Se fosse
almeno possibile dimostrare che delle corna precedenti
il poveretto s'era già accorto! Ma i mezzi? Un morto non
si può chiamare a giurare su la sua parola d'onore...
L'onore dei morti se lo mangiano i vermi. Che valore può
avere l'induzione contro la prova di fatto? Del resto,
siamo giusti: su la propria testa ciascuno è padrone di
accoglier quelle corna che gli garbano. Le tue, caro
Tommaso, è chiaro, non le volle. Tu dici: «Ma potevo
lasciarmi uccidere da lui?». No. Ma se volevi rispettato
questo diritto di non aver tolta la vita, non dovevi
andare a prendergli la moglie, quella bertuccia vestita!
Così facendo, - bada, io vedo adesso le ragioni
dell'accusa, - tu stesso hai derogato al tuo diritto, ti
sei esposto al rischio, e non dovevi perciò reagire.
Capisci? Due falli. Del primo, dell'adulterio, dovevi
lasciarti punire da lui, dal marito offeso; e tu invece
l'hai ucciso...
- Per forza! - gridò il Corsi, levando il volto
rabbiosamente contratto. - Istintivamente! Per non farmi
uccidere!
- Ma subito dopo, invece, - rimbeccò il Cimetta - hai
tentato di ucciderti con le tue mani.
- E non deve bastare?
Il Cimetta sorrise.
- Non può bastare. È anzi a tuo danno, caro mio! Perché,
tentando d'ucciderti, hai implicitamente riconosciuto il
tuo fallo.
- Sì! E mi sono punito!
- No, caro, - disse con calma il Cimetta. - Hai tentato
di sottrarti alla pena.
- Ma togliendomi la vita! - esclamò, infiammato, il
Corsi. - Che potevo fare di più?
Il Cimetta si strinse nelle spalle, e disse:
- Avresti dovuto morire. Non essendo morto...
- Ma sarei morto, - riprese il Corsi, allontanando la
moglie e additando fieramente il dottor Vocalòpulo, -
sarei morto, se lui non avesse fatto di tutto per
salvarmi!
- Come... io? - balbettò il Vocalòpulo, tirato in ballo
quando meno se l'aspettava.
- Voi! Sì. Per forza! Io non volevo le vostre cure. Per
forza avete voluto prodigarmele, ridarmi la vita. E
perché, dunque, se ora...
- Con calma, con calma... - disse il Vocalòpulo,
sorridendo nervosamente a fior di labbra, costernato. -
Vi fate male, agitandovi così...
- Grazie, dottore! Quanta premura... - sghignò il Corsi.
- Vi sta tanto a cuore l'avermi salvato? Ma senti,
Cimetta, senti! Io voglio ragionare. M'ero ucciso. Viene
un dottore, codesto nostro dottore. Mi salva. Con qual
diritto mi salva? con qual diritto mi ridà la vita ch'io
m'ero tolta, se non poteva farmi rivivere per le mie
creaturine, se sapeva ciò che m'aspettava?
Il Vocalòpulo tornò a sorridere nervosamente,
intorbidandosi in volto.
- Dopo tutto, - disse, - è un bel modo di ringraziarmi,
codesto. Che dovevo fare?
- Ma lasciarmi morire! - proruppe il Corsi, - se non
avevate il diritto di sottrarmi alla pena ch'io m'ero
data, molto maggiore del mio fallo! Non c'è più pena di
morte; e io sarei morto, senza di voi. Ora come faccio
io? Di che debbo ringraziarvi?
- Ma noi medici, scusate, - rispose, smarrito, il
Vocalòpulo, - noi medici non abbiamo di questi diritti:
noi medici abbiamo il dovere della nostra professione. E
me n'appello all'avvocato qua presente.
- E in che differisce, allora, - domandò con amaro
scherno il Corsi, - codesto vostro dovere da quello d'un
aguzzino?
- Oh insomma! - esclamò, scrollandosi tutto, il
Vocalòpulo, - vorreste che un medico passasse sopra la
legge?
- Ah, bene! Voi dunque la legge avete servito, - riprese
il Corsi, con foga rabbiosa. - La legge; non me,
poveretto... Mi ero tolta la vita; voi me l'avete ridata
a forza. Tre, quattro volte tentai di strapparmi le
fasce. Voi avete fatto di tutto per salvarmi, per
ridarmi la vita. E perché? Perché la legge, ora, di
nuovo me la ritolga, e in un modo più crudele. Ecco: a
questo, dottore, vi ha condotto il dovere della vostra
professione. E non è un'ingiustizia?
- Ma, scusa, - si provò a interloquire il Cimetta, - del
male che hai fatto...
- Mi sono lavato, col mio sangue! - compì subito la
frase il Corsi, tutto acceso e vibrante. Io sono un
altro, ora! Io sono rinato! Come posso restar sospeso a
un solo momento di quell'altra mia vita che non esiste
più per me? sospeso, agganciato a quel momento, come se
esso rappresentasse tutta la mia esistenza, come se io
non fossi mai vissuto per altro? E la mia famiglia? mia
moglie? i miei figli, a cui devo dare il pane, la
riuscita? Ma come! come! Che volete di più? Non avete
voluto che morissi... E allora perché? Per vendetta?
Contro uno che s'era ucciso...
- Ma che pure ha ucciso! - ribatté forte il Cimetta.
- Trascinato! - rispose; pronto, il Corsi. - E il
rimorso di quel momento io me lo son tolto; in un'ora,
io scontai il mio fallo; in un'ora che poteva esser
lunga quanto l'eternità. Ora non ho più nulla da
scontare, io! Questa è un'altra vita per me, che m'è
stata ridata. Debbo rimettermi a vivere per la mia
famiglia, debbo rimettermi a lavorare per i miei
figliuoli. M'avete ridato la vita per mandarmi in
galera? E non è un atroce delitto, questo? E che
giustizia può esser quella che punisce a freddo un uomo
ormai privo di rimorsi? come starò io in un reclusorio a
scontare un delitto che non ho pensato di commettere,
che non avrei mai commesso, se non vi fossi stato
trascinato; mentre, meditatamente, ora, a freddo, coloro
che approfitteranno della vostra scienza, dottore, la
quale mi ha tenuto per forza in vita solo per farmi
condannare, commetteranno il delitto più atroce, quello
di farmi abbrutire in un ozio infame, e di fare
abbrutire nei vizii della miseria e nell'ignominia i
miei figliuoli innocenti? Con quale diritto?
Si rizzò sul busto, sospinto da una rabbia che il
sentimento della propria impotenza rendeva feroce:
cacciò un urlo e s'afferrò con le dita artigliate la
fascia e se la stracciò; poi si riversò bocconi sul
letto, convulso; tentò di scoppiare in singhiozzi, ma
non poté. Nella vanità di quello sforzo tremendo, rimase
un tratto stordito, come in un vuoto strano, in un
attonimento spaventevole. Diventò cadaverico nel volto
segnato dallo strappo recente delle dita.
Adriana spaventata, accorse; gli sollevò prima il capo,
poi, ajutata dal Cimetta; si provò a rialzarlo, ma
ritrasse subito le mani con un grido di ribrezzo e di
terrore: la camicia, sul petto, era zuppa di sangue.
- Dottore! Dottore!
- Gli s'è riaperta la ferita! - esclamò il Cimetta.
Il dottor Vocalòpulo sbarrò gli occhi, impallidì,
allibito.
- La ferita?
E, istintivamente, s'appressò al letto. Ma il Corsi lo
arrestò d'un subito, con gli occhi invetrati.
- Ha ragione, - disse allora il dottore, lasciandosi
cader le braccia. - Hanno sentito? Io non posso, non
debbo...
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