Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
11. Senza malizia
I.
Quando Spiro Tempini, con le lunghe punte dei baffetti
insegate come due capi di spago lì pronti per passar nel
foro praticato da una lesina, facendo a leva di continuo con
le dita sui polsini inamidati per tirarseli fuor delle
maniche della giacca; timido e smilzo, miope e compito,
chiese debitamente alla maggiore delle quattro sorelle
Margheri la mano di Iduccia, la minore, e se ne andò con
quelle piote ben calzate ma fuori di squadra e indolenzite,
inchinandosi più e più volte di seguito; tanto Serafina,
quanto Carlotta, quanto Zoe, quanto Iduccia stessa rimasero
per un pezzo quasi intronate.
Ormai non s'aspettavano più che a qualcuno potesse venire in
mente di chieder la mano d'una di loro. Dopo essersi
rassegnate a tante gravi sciagure, alla rovina improvvisa e
alla conseguente morte per crepacuore del padre, poi a
quella della madre, e quindi a dover trarre profitto dei
buoni studii compiuti per arricchire squisitamente la loro
educazione signorile, s'erano anche rassegnate a rimaner
zitelle.
Veramente, certe loro amiche carissime non volevano credere
a quest'ultima rassegnazione, perché pareva loro che le
Margheri, da un pezzo, si fossero come impuntate: Serafina a
trent'anni; Carlotta, a ventinove; Zoe a ventisette; Ida a
venticinque. Il tempo passava, cominciava a urtarle un po'
sgarbatamente alle spalle; invano. Lì, ferme ostinatamente
su la triste soglia di quegli anni oltrepassati, che stavano
ad aspettare? Eh via, qualcuno che le inducesse finalmente a
muoversene, ad andare innanzi non più sole. Quando queste
care amiche sentivano dalle tre sorelle maggiori chiamar per
nome l'ultima, si confessavano che faceva loro l'effetto che
la chiamassero da lontano, da molto lontano, Iduccia.
Perché, a conti fatti, Ida, via! doveva aver per lo meno
ventotto anni.
Intanto, ajutate da amici autorevoli, rimasti fedeli dopo la
rovina, le Margheri erano riuscite col lavoro, cioè
impartendo lezioni particolari di lingue straniere (inglese
e francese), di pittura ad acquerello, d'arpa e di
miniatura, a tener su intatta la casa, che attestava con
l'eleganza sobria e semplice della mobilia e della
tappezzeria l'agiatezza in cui eran nate e di cui avevano
goduto; e andavano ancora a concerti e a radunanze, accolte
dovunque con molta deferenza e con simpatia per il coraggio
di cui davano prova, per il garbo disinvolto con cui
portavano gli abiti non più sopraffini, per le maniere
gentili e dolcissime e anche per le fattezze graziose e
tuttora piacevoli. Erano magroline (forse un po' troppo;
spighite, dicevano i maligni) e di alta statura tutt'e
quattro; Ida e Serafina, bionde; Carlotta e Zoe, brune.
Certamente era una bella soddisfazione per loro poter
bastare a se stesse col proprio lavoro. Avrebbero potuto
morir di fame, e non morivano. Si procuravano da mangiare,
da vestir discretamente, da pagar la pigione. E quelle care
amiche che avevano marito e le altre che avevano il
fidanzato o facevano all'amore si congratulavano tanto con
esse di questo bel fatto; e quelle promettevano che
avrebbero mandato presto la piccola Tittì o il piccolo Cocò
a studiar l'arpa o la pittura ad acquerello; e le altre per
miracolo, nelle effusioni d'affetto e d'ammirazione, non
promettevano che si sarebbero affrettate a mettere al mondo
un figliuolo, una figliuola, per avere anch'esse il piacere
d'ajutare le coraggiose amiche a provvedersi da vestir
discretamente, da pagar la pigione e non morire di fame.
Ma ecco intanto questo signor Tempini, piovuto dal cielo.
Ci volle un bel po', prima che le quattro sorelle
rinvenissero dallo stupore. Conoscevano il Tempini soltanto
da pochi mesi; lo avevano veduto, sì e no, una dozzina di
volte nei salotti ch'esse frequentavano; né pareva loro
ch'egli avesse mai manifestato in alcun modo - timido
com'era, e impensierito sempre di quei piedi troppo grossi,
ben calzati e indolenziti - d'aver qualche mira su esse.
Quasi quasi, dopo tanta vana e smaniosa attesa, quella
richiesta così improvvisa e insperata le contrariava; le
insospettiva.
Che considerazioni aveva potuto far costui nel venirsi a
cacciare, così a cuor leggero, con quell'aria smarrita, tra
quattro ragazze sole, senza dote, senza stato se non
precario, o almeno molto incerto, unite fra loro, legate
inseparabilmente dall'ajuto che eran costrette a prestarsi a
vicenda? Che s'era immaginato? Come s'era indotto? Che aveva
fatto Iduccia per indurlo?
- Ma niente! vi giuro: nientissimo! - badava a protestare
Iduccia infocata in volto.
Le sorelle dapprima si mostrarono incredule; tanto che
Iduccia si stizzì e dichiarò finanche che non voleva
saperne, perché le era antipatico, ecco, antipaticissimo
quel... come si chiamava? Tempini.
Eh via! eh via! Antipatico? Perché? Ma no! - Giovane serio,
- disse Serafina; - giovane colto, - disse Carlotta; -
laureato in legge, - disse Zoe; e Serafina aggiunse: -
Segretario al Ministero di Grazia e Giustizia; - e Carlotta:
- Libero docente di... di... non ricordo bene di che cosa,
all'Università di Roma.
E lo conoscevano appena le sorelle Margheri!
Zoe finanche si ricordò che il Tempini aveva tenuto una
volta una conferenza al Circolo Giuridico: sì, una
conferenza con projezioni, in cui si mostravano le impronte
digitali dei delinquenti - ricordava benissimo - anzi la
conferenza era intitolata: Segnalamenti dactiloscopici col
rilievo delle impronte digitali.
Del resto, Serafina e Carlotta avrebbero domandato maggiori
ragguagli, si sarebbero consigliate con gli amici
autorevoli, non perché dubitassero minimamente del Tempini,
ma per far le cose proprio a modo.
II.
Tre giorni dopo, Spiro Tempini fu accolto in casa, e quindi
presentato nelle radunanze quale promesso sposo di Iduccia.
Di Iduccia soltanto? Pareva veramente il promesso sposo di
tutt'e quattro le Margheri; anzi, più che di Iduccia, delle
altre tre; perché Iduccia, vedendo così naturalmente
partecipi le sorelle della soddisfazione, della gioja che
avrebbero dovuto esser sue principalmente, s'irrigidiva in
un contegno piuttosto riserbato, e faceva peggio; ché
quelle, supponendo ch'ella non riuscisse ancora a vincere la
prima, ingiusta antipatia per il Tempini, ritenevano che
fosse loro dovere compensarlo di quella freddezza,
opprimendolo di cure, d'amorevolezze, così che egli non se
n'accorgesse.
- Spiro, il fazzoletto da collo! Avvolgiti bene, mi
raccomando. Hai la voce un po' rauca.
- Spiro, hai le mani troppo calde. Perché?
Poi ciascuna gli aveva chiesto un piccolo sacrifizio.
Zoe:
- Per carità, Spiro, non t'insegare più codesti baffetti.
Carlotta:
- Se fossi in te, Spiro, me li lascerei un po' più lunghetti
i capelli. Non ti pare, Iduccia, che pettinati così a
spazzola gli stieno male? Meglio con la scriminatura da un
lato. Alla Guglielmo.
E Serafina:
- Iduccia dovrebbe farti smettere codesti occhiali a staffa.
Da notajo, Dio mio, o da professore tedesco! Meglio le
lenti, Spiro! Un pajo di lenti, e senza laccio, mi
raccomando! A pincenez.
Alle piote, nessun accenno. Erano irrimediabili.
In men d'un mese Spiro Tempini diventò un altro. I maligni
però lo commiseravano a torto, perché egli, cresciuto sempre
solo, senza famiglia, senza cure, era felicissimo tra quelle
quattro sorelle tanto buone e intelligenti e animose, che lo
vezzeggiavano e gli stavano sempre attorno a domandargli ora
una notizia, ora un consiglio, ora un servizietto.
- Spiro, chi è Bacone?
- Per piacere, Spiro, abbottonami questo guanto.
- Auff, che caldo! Ti seccherebbe, Spiro, di portarmi questa
mantellina?
- Oh di', Spiro, sapresti regolarmi quest'orologino? Va
sempre indietro...
Iduccia, zitta. Sospettare delle sorelle, questo no, neanche
per ombra; ma certo cominciava a essere un po' stufa di
tutto quello sfoggio di civetteria senza malizia. Avrebbero
dovuto comprenderlo le sorelle, che diamine! avvedersi che
il Tempini, essendo per natura così timido e servizievole, e
standogli esse così d'attorno senza requie, tre pittime, la
trascurava per badare a loro. Non gli lasciavano più né
tempo né modo non che d'accostarsi a lei, ma neanche di
respirare. Spiro di qua, Spiro di là... Avrebbe dovuto aver
quattro braccia quel poveretto per offrirne uno a ciascuna e
altrettante mani per pigliarsele tutte e quattro. Le seccava
poi maggiormente che esse, con le loro manierine, quasi
quasi lo costringevano ogni volta a portar quattro regali
invece di uno. Ma sì! Gli facevano tanta festa, ogni volta,
che egli, per paura che rimanessero poi deluse, si guardava
bene dal recarne qualcuno particolare a lei ch'era la
fidanzata.
Non parlava, Iduccia, ma certe bili ci pigliava a quello
spettacolo di vezzi e di premure! Così, santo Dio, egli
avrebbe potuto chiedere senz'altro la mano di Zoe, o di
Carlotta, o anche di Serafina... Perché aveva chiesto la
sua?
Iduccia aspettava dunque con molta impazienza, quantunque
senza il minimo entusiasmo, il giorno delle nozze, sperando
bene che, in tal giorno almeno, una certa distinzione egli
finalmente avrebbe dovuto farla.
III.
Avvenne un contrattempo spiacevolissimo.
Per fare il viaggio di nozze, Spiro Tempini aveva
sollecitato al Ministero di Grazia e Giustizia un lavoro
straordinario. Non ostante l'amore e il gran da fare che gli
davano le tre future cognatine, lo aveva condotto a termine
con quella minuziosa diligenza, con quello zelo scrupoloso
che soleva mettere in tutti i lavori d'ufficio e negli
studii pregiatissimi di scienza positiva. Contava che questo
lavoro gli fosse retribuito pochi giorni prima di quello
fissato per le nozze; ma, all'ultimo momento, quando già
tutto era disposto per la celebrazione del matrimonio,
stampate le partecipazioni, spiccati gli inviti, il decreto
ministeriale era stato respinto dalla Corte dei Conti per
vizio di forma.
Spiro Tempini parve lì lì per cader fulminato da una
congestione cerebrale. Lui, di solito così timido, così
ossequente, così misurato nelle espressioni, si lasciò
scappare parole di fuoco contro la burocrazia, contro
l'amministrazione dello Stato, anche contro il Ministro,
contro tutto il Governo, che gli mandava a monte il viaggio
di nozze. Non per il viaggio di nozze in se stesso; ma
perché si vedeva costretto a venir meno a un riguardo di
delicatezza, verso le tre cognatine nubili.
S'era stabilito (anzi non s'era messo neanche in
discussione) ch'egli avrebbe fatto casa comune con esse; sì,
ma santo Dio, almeno la prima notte non avrebbe voluto
rimanere lì, sotto lo stesso tetto. S'immaginava
l'imbarazzo, per non dir altro, di quelle tre povere
ragazze, quando, andati via tutti gl'invitati, finita la
festa, lui e Iduccia... Ah! Ci sudava freddo. Sarebbe stato
un momento terribile, uno strappo a tutte le convenienze, un
angoscioso tormento di tutta la notte... Come la avrebbero
passata quelle tre povere anime, con la sorellina divisa da
loro per la prima volta, di là, in un'altra camera con lui?
Invano Spiro Tempini, per rimediarvi, pregò, scongiurò
Iduccia, che si contentasse d'un viaggetto di pochi giorni,
pur che fosse, d'una giterella a Frascati o ad Albano.
Iduccia - forse perché non capiva ed egli non osò di farla
anzi tempo capace - Iduccia non volle saperne. Le parve un
ripiego meschino e umiliante. Là, là, meglio rimanere a
casa.
Il Tempini diede un'ingollatina e arrischiò:
- Dicevo per... per le tue sorelle, ecco...
Ma la sposina, che si teneva già da un bel pezzo, gli piantò
tanto d'occhi in faccia e gli domandò:
- Perché? Che c'entrano le mie sorelle? Ancora?
E chi sa che altro avrebbe aggiunto Iduccia, nella stizza,
se non fosse stata una ragazza per bene, che doveva figurare
di non capir nulla fino all'ultimo momento.
Fu però una bella festa; non molto vivace, perché si sa,
l'idea delle nozze richiama alla mente di chi abbia un po'
di senno e di coscienza non lievi doveri e responsabilità;
ma degna tuttavia e decorosa, soprattutto per la qualità
degli invitati. Spiro Tempini, che teneva più alla libera
docenza che al posto di segretario al Ministero di Grazia e
Giustizia, perché credeva di contare in fine qualche cosa
fuori dell'ufficio, invitò pochi colleghi e molti professori
d'Università, i quali ebbero la degnazione di parlare
animatamente di studii antropologici e psicofisiologici e di
sociologia e d'etnografia e di statistica.
Poi il «momento terribile» venne, e fu, pur troppo, quale il
Tempini lo aveva preveduto.
Quantunque volessero sembrar disinvolte, le tre sorelle e
anche Iduccia stessa vibravano dalla commozione. Avevano
trattato finora con la massima confidenza il Tempini; ma
quella sera, che impaccio! che senso, nel vederlo rimanere
in casa, con loro; lui solo, uomo; già nel pieno diritto
d'entrare in una intimità che, per quanto timida in quei
primi istanti e imbarazzata, avventava.
Profondamente turbate, con gli occhi lampeggianti, le tre
sorelle guardavano la sposa e le leggevano negli occhi la
stessa ambascia che strizzava le loro animucce non al tutto
ignare, certo, ma perciò anzi più trepidanti.
Iduccia si staccava da loro; cominciava da quella sera ad
appartenere più a quell'estraneo che ad esse. Era una
violenza che tanto più le turbava, quanto più delicate eran
le maniere con cui si manifestava finora. E poi? Poi Iduccia,
lei sola, tra breve, avrebbe saputo...
Le s'accostarono, sorridendo nervosamente, per baciarla.
Subito il sorriso si cangiò in pianto. Due, Serafina e
Carlotta, scapparono via nella loro camera senza neanche
volgersi a guardare il cognato; Zoe fu più coraggiosa: gli
mostrò gli occhi rossi di pianto e, alzando il pugno in cui
teneva il fazzoletto, gli disse tra due singhiozzi:
- Cattivo!
Inizio
pagina
IV.
Ma era destino che Iduccia non dovesse godere della
distinzione che il Tempini, finalmente, aveva dovuto
fare tra lei e le sorelle. La pagò, e come! questa
distinzione, la povera Iduccia. Può dirsi che cominciò a
morire fin dalla mattina dopo.
Il Tempini volle dare a intendere tanto a lei quanto
alle sorelle, che non era propriamente una malattia.
- Disturbi, - diceva alle cognatine, afflitto ma non
impensierito.
Alla moglie diceva:
- Eh, troppo presto, Iduccia mia! troppo presto! Basta.
Pazienza.
Ma Iduccia soffriva tanto! Troppo soffriva. Non aveva un
momento solo di requie. Nausee, capogiri, e una
prostrazione così grave di tutte le membra che, dopo il
terzo mese, non poté più reggersi in piedi.
Abbandonata su una poltrona, con gli occhi chiusi, senza
più forza neanche di sollevare un dito, udiva intanto di
là, nella saletta da pranzo, conversare lietamente le
tre sorelle col marito, e si struggeva dall'invidia. Ah
che invidia rabbiosa le sorgeva man mano per quelle tre
ragazze, che le pareva ostentassero innanzi a lei, così
sconfitta, con tutti i loro movimenti, le corse pazze
per le stanze, quasi una loro vittoria: quella d'esser
rimaste ancora agili e salde nella loro verginità.
Era tanto il dispetto, che quasi quasi credeva il suo
male provenisse principalmente dal fastidio ch'esse le
cagionavano con la loro vista e le loro parole.
Ecco, ridevano, sonavano l'arpa, si paravano, come se
nulla fosse, senza alcun pensiero per lei che stava
tanto male.
Ma non era giusto? non era naturale?
Lei aveva marito: esse non l'avevano; bisognava dunque
ch'ella ne piangesse pure le conseguenze.
Spiro, del resto, le tranquillava; diceva loro che non
c'era da darsene pensiero. La lieve afflizione che
potevano sentire per il malessere di lei era poi
bilanciata dalla gioia d'aver presto un nipotino, una
nipotina. Ed era tale questa gioja, ch'esse stimavano
finanche ingiusti, talvolta, i lamenti e i sospiri di
lei.
Ah, in certi giorni, l'invidia di Iduccia, nel veder le
tre sorelle come prima, più di prima attorno al marito,
tre pecette addirittura, s'inveleniva, fino a diventar
vera e propria gelosia.
Poi si calmava, si pentiva dei cattivi pensieri; diceva
a se stessa ch'era giusto infine che, non potendo lei,
badassero almeno loro a Spiro. E forse, chi sa! ci
avrebbero badato sempre loro, tutte e tre vestite di
nero.
Perché lei sarebbe morta. Sì, sì: lo sentiva. N'era
sicurissima! Quell'esserino che man mano le si maturava
in grembo, le succhiava a filo a filo la vita. Che
supplizio lento e smanioso! Se la sentiva proprio
tirare, la vita, a filo a filo, dal cuore. Sarebbe
morta. Le tre sorelle avrebbero fatto loro da madre alla
sua creaturina. Se femmina, l'avrebbero chiamata Iduccia,
come lei. Poi, passando gli anni, nessuna delle tre
avrebbe più pensato a lei, perché avrebbero avuto
un'altra Iduccia, loro.
Ma il marito? Per lui non poteva essere la stessa cosa,
quella bambina. Egli forse... quale delle tre avrebbe
scelto?
Zoe? Carlotta? Serafina?
Che orrore! Ma perché ci pensava? Tutte e tre insieme,
sì, avrebbero potuto far da madre alla sua creaturina;
ma se egli ne sceglieva una... Zoe, per esempio, ecco
Zoe, no, non sarebbe stata una buona madre, perché
avrebbe avuto da attendere ad altri figliuoli, ai suoi;
e alla piccina orfana avrebbero allora badato con più
amore Carlotta e Serafina, quelle cioè ch'egli non
avrebbe scelto.
Ecco dunque: se lo faceva per il bene della sua piccina,
Spiro non avrebbe dovuto sceglierne alcuna. Non poteva
forse rimanere lì, in casa, come un fratello?
Glielo volle domandare Iduccia, pochi giorni prima del
parto, confessandogli la gran paura che aveva di morire
e i tristi pensieri che l'avevano straziata durante
tutti quei mesi d'agonia.
Spiro le diede su la voce, dapprima; si ribellò; ma poi
cedendo alle insistenze di lei - ch'eran puerili, via!
come quel timore - dovette giurare.
- Sei contenta, ora?
- Contenta...
Tre giorni dopo, Iduccia morì.
V.
Ma potevano mai pensare sul serio le tre sorelle
superstiti di prendere il posto della sorellina morta,
che aveva lasciato un così gran vuoto nel loro cuore e
nella casa? Come sospettarlo? Ma nessuna delle tre!
Ecco, faceva male Zoe, anzi, a mostrar troppo il
compianto e la tenerezza per la povera piccina orfana.
Serafina e Carlotta, più riserbate, più chiuse, quasi
irrigidite nel loro cordoglio, la richiamavano:
- Zoe!
- Perché? - domandava Zoe, dopo aver cercato invano di
leggere negli occhi delle sorelle la ragione di quel
richiamo.
- Lasciala stare, - le diceva freddamente Carlotta.
Serafina poi, a quattr'occhi, le consigliava di frenare
un po', ecco, quelle troppo vivaci effusioni d'affetto
per la bambina.
- Ma perché? - tornava a domandare Zoe, stordita. -
Quella povera cosuccia nostra!
- Va bene. Ma innanzi a lui...
- A Spiro?
- Sì. Frenati. Potrebbe parergli che tu...
- Che cosa?
- Capirai... La nostra condizione, adesso; è un po'...
un po' difficile, ecco... Finché c'era Iduccia...
Ah già! Zoe capiva. Finché c'era Iduccia, Spiro era come
un fratello; ma ora che Iduccia non c'era più... Esse
erano tre ragazze sole, costrette, per via di quella
piccina, a convivere col cognato vedovo, e... e...
- Dobbiamo farlo per Iduccia nostra! - concludeva
Serafina, con un profondo sospiro.
Poco dopo, però, Zoe, ripensandoci meglio, domandava a
se stessa:
«Che cosa dobbiamo fare per Iduccia nostra? Poche
carezze alla piccina? E perché? Perché Spiro, vedendo
ch'io gliene faccio troppe, potrebbe supporre... Oh Dio!
Com'è potuta venire in mente a Serafina una tale idea?
Io?».
Così tutte e tre, ora, si vigilavano a vicenda, quando
Spiro era in casa e anche quando non c'era. E questa
vigilanza puntigliosa e il rigido contegno scioglievano
a mano a mano e facevano cader tutti i legami d'intimità
che s'eran prima annodati fraternamente tra esse e il
cognato.
Questi notò presto la freddezza; ma suppose in principio
che dipendesse dal cordoglio per la recente sciagura.
Poi cominciò ad avvertire negli sguardi, nelle parole,
in tutte le maniere delle tre cognatine un certo ritegno
quasi sospettoso, come una mutria impacciata, che
distornava la confidenza.
Perché? Non intendevano più trattario da fratello?
Il gelo cresceva di giorno in giorno.
E anche Spiro allora si vide costretto a frenarsi, a
ritrarsi.
Un giorno gli cascarono le lenti dal naso; e invece di
comperarsene un altro paio, inforcò gli occhiali a
staffa già smessi per far piacere a Serafina.
La prima volta che gli toccò d'andare dal barbiere, gli
disse che voleva smettere la pettinatura con la divisa
da un lato, adottata per consiglio di Carlotta, e si
fece tagliare i capelli a spazzola, come prima.
Non riprese a insegarsi i baffi, per non far supporre
che, da vedovo, pensasse ancora ad aver cura della
propria persona, quantunque Zoe però gli avesse detto
che i baffi insegati gli stavano male.
Ma poi, notando che Serafina e Carlotta, a tavola,
lanciavano qualche occhiata obliqua a quei baffi e poi
si guardavano tra loro, temendo ch'esse potessero
sospettare ch'egli intendesse usare qualche
particolarità a Zoe, tornò anche a insegarsi i baffi
come un tempo.
Così si ritrasse dall'intimità anche con la figura.
Tante cure - pensava - tante amorevolezze prima, e
ora... Ma in che aveva mancato? Era forse lui cagione,
se Iduccia era morta? Era stata una sciagura.
Egli la sentiva come loro, più di loro. Non avrebbe
dovuto anzi affratellarli di più il dolore comune?
Desideravano forse le sue cognate che si staccasse da
loro e facesse casa da sé? Ma egli, rimanendo, aveva
creduto di far loro piacere; le aiutava, e non poco;
provvedeva lui quasi del tutto ormai al mantenimento
della casa. E poi c'era la bambina. La piccola Iduccia.
Non la aveva egli affidata alle loro cure? Ma ecco,
notava intanto con grandissimo dolore che anche la
piccina era trattata con freddezza, se non proprio
trascurata.
Spiro Tempini non sapeva più che pensare. Prese il
partito di trattenersi quanto più poteva fuori di casa,
per pesare il meno possibile in famiglia. Da tanti segni
gli parve di dovere argomentare che la sua presenza dava
ombra e impicciava.
Ma il gelo crebbe ancor più. Ora Serafina diceva a
Carlotta:
- Vedi? Non sta più in casa, il signore. Quel poco che
ci sta: guardingo, impacciato. Chi sa che cova! Ah,
povera Iduccia nostra!
Carlotta si stringeva nelle spalle:
- Che ci possiamo far noi?
- Eh già, - incalzava Serafina. - Vorrei sapere che cosa
pretenderebbe da noi, con quella freddezza. Dovremmo
forse buttargli le braccia al collo per trattenerlo?
Dico la verità, non me lo sarei mai aspettato!
Carlotta abbassava gli occhi; sospirava:
- Pareva tanto buono...
Ed ecco Zoe:
- Parlate di Spiro? Uomini, e tanto basta! Tutti gli
stessi. Sono appena sei mesi, e già...
Altro sospiro di Carlotta. Sospirava anche Serafina, e
aggiungeva:
- Mi tormenta il pensiero di quella povera creaturina.
E Zoe:
- È chiaro che a lui non basta esser trattato come
possiamo trattarlo noi.
E Carlotta, di nuovo con gli occhi bassi:
- Nella condizione nostra...
- Pensate, intanto, pensate, - riprendeva Serafina. - La
nostra piccola Iduccia in mano a una estranea, a una
matrigna!
Le tre Sorelle fremevano a questo pensiero; si sentivano
proprio fendere la schiena da certi brividi, che
parevano rasojate a tradimento.
No, no, via! Un sacrifizio era necessario per amore
della bambina. Necessità! Dura necessità! Ma quale delle
tre doveva sacrificarsi?
Serafina pensava: «Tocca a me. Io sono la maggiore.
Ormai qui non si tratta di fare all'amore. Più che una
moglie per sé, egli deve scegliere una madre per la
bambina. Io sono la maggiore; dunque, la più adatta.
Scegliendo me, dimostrerà che non ha voluto far torto
alla memoria d'Iduccia. Siamo quasi coetanei. Ho
solamente sei mesi più di lui».
«Tocca a me» pensava invece Zoe. «Son la minore; la più
vicina a Iduccia, sant'anima! Egli allora aveva scelto
l'ultima. Ora l'ultima sono io. Tocca dunque a me.
Senz'alcun dubbio, se s'affaccia anche a lui la
necessità di questo sacrifizio, sceglierà me.»
Carlotta poi, dal canto suo, non credeva d'esser meno
indicata delle altre due. Pensava che Serafina era
troppo attempatella e che, sposando Zoe, Spiro avrebbe
dimostrato di badare più a sé che alla piccina. Le
pareva indubitabile, dunque, che avrebbe scelto lei,
piuttosto, che stava nel mezzo, come la virtù.
Ma Spiro? Che pensava Spiro?
Egli aveva giurato. È vero che non sempre chi vive può
serbar fede al giuramento fatto a una morta. La vita ha
certe difficoltà, da cui chi muore si scioglie. E chi si
scioglie non può tener legato chi rimane in vita.
Se non che, quando per la prima volta Spiro Tempini
s'era accostato improvvisamente alle quattro Margheri,
la scelta aveva potuto farla lui. Ora, per stare in
pace, capiva che avrebbero dovuto invece scegliere loro.
Ma come scegliere, Dio mio, se egli era uno ed esse
erano tre?
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