Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
10. La buon'anima
Fin dal primo giorno, Bartolino Fiorenzo s'era sentito dire
dalla promessa sposa:
- Lina, veramente, ecco... Lina no, non è il mio nome.
Carolina mi chiamo.
La buon'anima mi volle chiamar Lina, e m'è rimasto così.
La buon'anima era Cosimo Taddei, il primo marito.
- Eccolo là!
Glielo aveva anche indicato, la promessa sposa, perché era
ancora là, ridente e in atto di salutare col cappello
(vivacissima istantanea fotografica ingrandita), nella
parete di fronte al canapè, presso al quale Bartolino
Fiorenzo stava seduto. E istintivamente a Bartolino era
venuto di inchinar la testa per rispondere a quel saluto.
A Lina Sarulli, vedova Taddei, non era neanche passato per
il capo di togliere quel ritratto dal salotto, il ritratto
del padrone di casa. Era di Cosimo Taddei, infatti, la casa
in cui ella abitava; lui, ingegnere, la aveva levata di
pianta, lui poi così elegantemente arredata, per
lasciargliela alla fine in eredità con l'intero patrimonio.
La Sarulli seguitò, senza notare affatto l'impaccio del
promesso sposo:
- A me non piaceva cangiar nome. Ma la buon'anima allora mi
disse: «E se invece di Carolina ti chiamassi cara Lina non
sarebbe meglio? Quasi lo stesso, ma tanto di più!». Va bene?
- Benissimo! sì, sì, benissimo! - rispose Bartolino
Fiorenzo, come se la buon'anima avesse domandato a lui un
parere.
- Dunque, cara Lina, siamo intesi? - concluse la Sarulli,
sorridendo.
E Bartolino Fiorenzo:
- Intesi... sì, sì... intesi... - balbettò, smarrito di
confusione e di vergogna, pensando che il marito, intanto,
guardava ridente dalla parete e lo salutava.
Quando - tre mesi dopo - i Fiorenzo, marito e moglie,
accompagnati alla stazione dai parenti e dagli amici,
partirono per il viaggio di nozze, diretti a Roma, Ortensia
Motta, intima di casa Fiorenzo e anche amicissima della
Sarulli, disse al marito, alludendo a Bartolino:
- Povero figliuolo, ha preso moglie? Io direi piuttosto che
gli hanno dato marito!
Ma con ciò, si badi, la Motta non voleva mica dire che Lina
Sarulli, prima Lina Taddei, ora Lina Fiorenzo, avesse più
dell'uomo che della donna. No. Troppo donna, anzi, quella
cara Lina! Fra i due, però, via! non si poteva mettere in
dubbio che avesse molta più esperienza della vita e più
giudizio lei che lui. Ah, lui - tondo biondo rubicondo -
aveva l'aria d'un bamboccione; d'un bamboccione curioso,
però: calvo, ma d'una calvizie che pareva finta, come se
egli stesso si fosse rasa la sommità del capo per togliersi
quell'aria infantile. E senza riuscirci, povero Bartolino!
- Ma che povero! Ma perché povero? - miagolò, con la voce
nasina, stizzito, il Motta, vecchio marito della giovine
Ortensia, il quale aveva combinato quel matrimonio e non
voleva se ne dicesse male. - Bartolino non è mica uno
sciocco. Valentissimo chimico...
- Ma sì! di prima forza! - ghignò la moglie.
- Di primissima forza! - ribatté lui.
Valentissimo chimico, se avesse voluto mandare a stampa gli
studii profondi, nuovi, d'indiscutibile originalità, che
aveva fatto fin da giovinetto in quella scienza - passione
finora unica, esclusiva della sua vita - ma senza dubbio,
chi sa... al primo concorso, chi sa di qual primaria
Università del regno sarebbe stato professore. Dotto, dotto.
E ora, come marito, sarebbe stato esemplare. Nella vita
coniugale entrava puro, vergine di cuore.
- Ah, per questo... - riconobbe la moglie, come se, quanto a
quella verginità, fosse disposta a concedere anche di più.
Il fatto è che ella, prima che si fosse concluso quel
matrimonio con la Sarulli, ogni qual volta in casa Fiorenzo
sentiva consigliare dal marito allo zio di Bartolino, che
bisognava «coniugare» questo ragazzo, scoppiava a ridere.
Oh, certe risate ci faceva...
- Coniugarlo, sì signora, coniugarlo! - si voltava a dirle
il marito, irosamente.
E allora lei, frenandosi di scatto:
- Ma coniugatelo pure, cari miei! Io rido per me, rido di
ciò che sto leggendo.
Difatti leggeva lei, mentre il Motta si faceva la solita
partita a scacchi col signor Anselmo, zio di Bartolino;
leggeva qualche romanzo francese alla vecchia signora
Fiorenzo da sei mesi relegata in una poltrona dalla
paralisi.
Oh, allegre veramente, quelle serate! Bartolino, tappato
ermeticamente nel suo gabinetto di chimica; la vecchia zia,
che fingeva di prestare ascolto alla lettura e non capiva
più una saetta; quegli altri due vecchi intenti alla loro
partita... Bisognava «coniugare» Bartolino per avere un po'
d'allegria in casa. Ed ecco, povero figliuolo, lo avevano
coniugato davvero!
Intanto Ortensia pensava ai due sposini in viaggio, e rideva
immaginandosi la Lina a tu per tu con quel giovanottone
calvo, inesperto, vergine di cuore, come diceva il marito:
Lina Sarulli ch'era stata quattr'anni in compagnia di quel
caro ingegner Taddei, espertissimo, vivace, gioviale, e
intraprendente... anche troppo!
Forse a quell'ora la vedova sposina aveva già notato la
differenza tra i due.
Prima che il treno si scrollasse per partire, lo zio Anselmo
aveva detto alla nuova nipote:
- Lina, ti raccomando Bartolino... Guidalo tu!
Intendeva dire, guidarlo per Roma, dove Bartolino non era
mai stato.
Lei sì c'era stata, nel suo primo viaggio di nozze, con la
buon'anima; e serbava memoria anche delle minime cose, dei
più lievi incidenti che le erano occorsi; minutissima e
lucidissima memoria, quasi che fossero passati, non sei
anni, ma sei mesi, da allora.
Il viaggio con Bartolino durò un'eternità: le tendine non si
poterono abbassare. Appena il treno s'arrestò alla stazione
di Roma, Lina disse al marito:
- Ora lascia fare a me, ti prego. Giù le valige! - E, al
facchino che venne ad aprir lo sportello:
- Ecco: tre valige, due cappelliere, no, tre cappelliere, un
porta-mantelli, un altro porta-mantelli, questo sacchetto,
quest'altro sacchetto... che altro c'è? Niente, basta. Hotel
Vittoria!
Uscendo dalla stazione, dopo ritirato il baule, riconobbe
subito il conduttore dell'omnibus, e gli fe' cenno. Come
furono montati, disse al marito:
- Vedrai: albergo modesto, ma comodissimo; buon servizio,
pulizia, prezzi modici, e centrale poi!
La buon'anima - senza volerlo, ella lo ricordava - se n'era
trovato molto contento. Ora, anche Bartolino senza dubbio se
ne sarebbe trovato contentone. Oh, bonissimo figliuolo! Non
fiatava neppure.
- Stordito, eh? - gli disse. - Anche a me ha fatto lo stesso
effetto, la prima volta... Ma vedrai: Roma ti piacerà.
Guarda, guarda... Piazza delle Terme... Terme di
Diocleziano... Santa Maria degli Angeli... e quella là,
voltati!, fino in fondo, Via Nazionale... magnifica, non è
vero? Poi ci passeremo...
Scesi all'albergo, Lina si sentì come a casa sua. Avrebbe
voluto che qualcuno la riconoscesse, come lei riconosceva
quasi tutti: ecco, quel vecchio cameriere, per esempio...
Pippo, sì; lo stesso di sei anni fa.
- Che camera?
Avevano assegnato loro la camera n. 12, al primo piano:
bella camera, ampia, con alcova, ben messa. Ma Lina disse al
vecchio cameriere:
- Pippo, e la camera al n. 19, al secondo piano? Vorreste
vedere se fosse libera?
- Subito, - rispose il cameriere inchinandosi.
- Molto più comoda, - spiegò Lina al marito. - Ci dev'essere
un piccolo vano accanto all'alcova... E poi, più aria e meno
frastuono. Staremmo molto meglio...
Ricordava che anche alla buon'anima era capitato lo stesso
caso: gli avevano assegnato una camera al primo piano, e lui
se l'era fatta cambiare.
Il cameriere, poco dopo, venne a dire che il n. 19 era
libero e a loro disposizione, se lo preferivano.
- Ma sì! ma sì! - s'affrettò a dir Lina, lietissima,
battendo le mani.
E, appena entrata, ebbe la gioja di riveder quella camera
tal quale, con la stessa tappezzeria, gli stessi mobili
nella stessa posizione... Bartolino restava estraneo a
quella gioja.
- Non ti piace? - gli domandò Lina, spuntandosi il
cappellino innanzi al noto specchio sul cassettone.
- Sì... va bene... - rispose egli.
- Oh, guarda! Me n'accorgo dallo specchio... Quel quadretto
lì non c'era, allora... C'era un piatto giapponese... Si
sarà rotto. Ma di', non ti piace? No no no no no! Niente
baci, per ora... col muso sporco... Tu ti laverai qua; io
andrò di là nel mio bugigattolino... Addio!
E scappò via, felice, esultante.
Inizio
pagina
Bartolino Fiorenzo si guardò attorno, un po'
mortificato; poi s'appressò all'alcova, ne sollevò il
cortinaggio e vide il letto. Doveva esser lo stesso in
cui la moglie per la prima volta aveva dormito con
l'ingegner Taddei.
E da lontano, da un ritratto appeso alla parete del
salotto nella casa della moglie, Bartolino si vide
salutare.
Per tutto il tempo che durò il viaggio di nozze, non
solamente poi si coricò in quello stesso letto, ma
desinò e cenò anche negli stessi ristoranti, dove la
buon'anima aveva condotto a desinare la moglie; andò in
giro per Roma, seguendo come un cagnolino i passi della
buon'anima che guidava nel ricordo la moglie; visitò le
antichità e i musei e le gallerie e le chiese e i
giardini, vedendo e osservando tutto ciò che la
buon'anima aveva fatto vedere e osservare alla moglie.
Era timido, e non osava dimostrare in quei primi giorni
l'avvilimento, la mortificazione, che cominciava a
provare nel dover seguire così, in tutto e per tutto,
l'esperienza, il consiglio, i gusti, le inclinazioni di
quel primo marito.
Ma la moglie non lo faceva per male. Non se n'accorgeva,
né poteva accorgersene.
A diciott'anni, priva d'ogni discernimento, d'ogni
nozione della vita, era stata presa tutta da quell'uomo,
e istruita e formata e fatta donna da lui; era insomma
una creatura di Cosimo Taddei, doveva tutto, tutto a
lui, e non pensava e non sentiva e non parlava e non si
moveva se non a modo di lui.
E come mai, dunque, aveva ripreso marito? Ma perché
Cosimo Taddei le aveva insegnato che alle sciagure le
lagrime non son rimedio. La vita a chi resta, la morte a
chi tocca. Se fosse morta lei, egli avrebbe certamente
ripreso moglie; e dunque...
Dunque ora Bartolino doveva fare a modo di lei, cioè a
modo di Cosimo Taddei, ch'era il loro maestro e la loro
guida: non pensare a nulla, non affliggersi di nulla,
ridere e divertirsi, poiché n'era tempo. Ella non lo
faceva per male.
Sì, ma almeno, ecco... un bacio, una carezza, qualcosa
infine che non fosse propriamente a modo di
quell'altro... Niente, niente, niente di particolare
doveva egli far sentire a quella donna? Niente di suo
che la sottraesse anche per poco al dominio di quel
morto?
Bartolino Fiorenzo cercava, cercava... Ma la timidezza
gl'impediva d'escogitar carezze nuove.
Cioè, ne escogitava, tra sé e sé, anche di arditissime,
ma poi, bastava che la moglie nel vederlo diventar rosso
rosso gli domandasse:
- Che hai?
Addio, gli sbollivano tutte! Faceva un viso da scemo e
le rispondeva:
- Che ho?
Di ritorno dal viaggio di nozze, furono turbati da una
triste notizia inattesa: il Motta, l'autore del loro
matrimonio, era morto improvvisamente.
Lina Fiorenzo, che alla morte del Taddei s'era trovata
accanto Ortensia e n'aveva avuto conforto e cure da
sorella, corse subito da lei, per curarla a sua volta.
Non credeva che questo compito pietoso dovesse riuscirle
difficile: Ortensia, via, non doveva essere in fondo
troppo afflitta di quella sciagura; buon uomo, sì, il
povero Motta, ma seccantissimo e molto più vecchio di
lei.
Rimase però costernata nel ritrovare l'amica, dopo dieci
giorni dalla disgrazia, addirittura inconsolabile.
Suppose che il marito la avesse lasciata in tristi
condizioni finanziarie. E arrischiò con garbo una
domanda.
- No no! - s'affrettò a risponderle Ortensia, tra le
lagrime. - Ma... capirai...
Che cosa? Tutta quella pena, sul serio? Non la capiva,
Lina Fiorenzo. E volle confessarlo al marito.
- Eh! - fece Bartolino, stringendosi nelle spalle, rosso
come un gambero di fronte a quella specie d'incoscienza
della moglie pur tanto sapiente. In fin de' conti...
dico... le è morto il marito...
- Eh via, adesso! marito... - esclamò Lina. - Le poteva
esser padre, a momenti!
- E ti par poco?
- Ma non era neanche padre, poi!
Lina aveva ragione. Ortensia piangeva troppo.
Nei tre mesi del fidanzamento di Bartolino, la Motta
aveva notato che il povero giovine era rimasto molto
turbato della facilità con cui la promessa sposa parlava
innanzi a lui del primo marito; turbato, perché non
riusciva a metter d'accordo la memoria viva, continua,
persistente, ch'ella serbava di colui, col fatto che ora
stesse per riprender marito. Ne aveva discusso in casa
con lo zio, e questi aveva cercato di rassicurarlo,
dicendogli che era anzi una prova di franchezza - quella
- da parte della sposa, di cui non avrebbe dovuto
offendersi, perché appunto dal fatto che ella riprendeva
marito doveva venirgli la certezza che la memoria di
quell'uomo non aveva più radici nel cuore di lei, bensì
nella mente soltanto, sicché dunque ella poteva parlarne
senza scrupoli, anche dinanzi a lei. Bartolino non s'era
affatto raffidato, dopo questo ragionamento. Ortensia lo
sapeva bene. Ora poi ella aveva motivo di credere che il
turbamento del giovine, per quella così detta franchezza
della moglie, dopo il viaggio di nozze, doveva essere di
molto cresciuto. Nel ricevere la visita di condoglianza
dei due sposi, ella aveva voluto perciò mostrarsi, non
tanto a Lina quanto a Bartolino, inconsolabile.
E Bartolino Fiorenzo rimase così simpaticamente
impressionato di quel dolore della vedova, che per la
prima volta osò contraddire alla moglie che quel dolore
non voleva credere. E le disse col volto in fiamme:
- Ma anche tu, scusa, non hai forse pianto quando t'è
morto ....
- Che c'entra! - lo interruppe Lina. - Prima di tutto la
buon'anima era...
- Ancor giovane, sì - disse avanti Bartolino, per non
farlo dire a lei.
- E poi, io, - riprese ella, - ho pianto, ho pianto, ho
pianto, è vero...
- Non molto? - arrischiò Bartolino.
- Molto, molto... ma, in fine, mi son fatta una ragione,
ecco! Credi pure, Bartolino; tutto quel pianto di
Ortensia è troppo.
Bartolino non ci volle credere; Bartolino sentì anzi più
aspra entro di sé, dopo questo discorso, la stizza, ma
non tanto contro la moglie, quanto contro il defunto
Taddei, perché comprendeva bene ormai che quel modo di
ragionare, quel modo di sentire non eran proprii di lei,
della moglie, ma frutto della scuola di quell'uomo, che
doveva essere stato un gran cinico. Non si vedeva forse
Bartolino, ogni giorno, entrando nel salotto, sorridere
e salutare da colui?
Ah, quel ritratto lì, non poteva più soffrirlo! Era una
persecuzione! Lo aveva sempre davanti a gli occhi.
Entrava nello studio? Ed ecco: l'immagine del Taddei gli
rideva e lo salutava, come per dirgli:
«Passi! passi pure! Qui era anche il mio studio
d'ingegnere, sa? Ora lei vi ha allogato il suo gabinetto
di chimica? Buon lavoro! La vita a chi resta, la morte a
chi tocca!».
Entrava nella camera da letto? Ed ecco, l'immagine del
Taddei lo perseguitava anche lì. Rideva e lo salutava:
«Si serva! si serva pure! Buona notte! È contento di mia
moglie? Ah, gliel'ho istruita bene... La vita a chi
resta, la morte a chi tocca!».
Non ne poteva più! Tutta quella casa lì era piena di
quell'uomo, come sua moglie. Ed egli, tanto pacifico
prima, ora si trovava in preda a un continuo orgasmo,
che pur si sforzava di dissimulare.
Alla fine cominciò a fare stranezze, per scuotere le
abitudini della moglie. Se non che, queste abitudini,
Lina le aveva contratte da vedova. Cosimo Taddei,
d'indole vivacissima, non aveva abitudini, non aveva
voluto mai averne. Sicché dunque Bartolino, alle prime
stranezze, si sentì rimproverare dalla moglie:
- Oh Dio, Bartolino, come la buon'anima?
Ma non volle darsi per vinto. Sforzò violentemente la
propria natura per farne di nuove. Qualunque cosa però
facesse, pareva a Lina che la avesse fatta pure
quell'altro, che ne aveva fatte veramente di tutti i
colori.
Bartolino si avvilì; tanto più che Lina mostrava di
riprender gusto a quelle scapataggini. Seguitando così,
a lei doveva certo sembrare di rivivere proprio con la
buon'anima.
E allora... allora Bartolino, per dare uno sfogo
all'orgasmo crescente di giorno in giorno, concepì un
tristo disegno.
Veramente, egli non intese tanto di tradir la moglie
quanto di vendicarsi di quell'uomo che gliel'aveva presa
tutta e se la teneva ancora. Credette che quest'idea
cattiva fosse nata in lui spontaneamente; ma in verità
bisogna dire in sua scusa che gli fu quasi suggerita,
insinuata, infiltrata da colei che invano da scapolo
aveva più volte tentato con le sue arti di rimuoverlo
dall'eccessivo studio della chimica.
Fu per Ortensia Motta una rivincita. Ella si mostrò
dolentissima d'ingannar l'amica; ma fece intendere a
Bartolino che lei, prima ancora che egli prendesse
moglie... via! era quasi fatale!
Questa fatalità non apparve a Bartolino molto chiara; e
però, da buon figliuolo, restò deluso, quasi frodato
dalla facilità con cui era riuscito nel suo intento.
Rimasto per un tratto solo, là nella camera del buon
vecchio Motta, si pentì della sua cattiva azione. A un
certo punto, gli occhi gli andarono per caso su qualcosa
che luccicava su lo scendiletto, dalla parte d'Ortensia.
Era un ciondolo d'oro, con una catenella, che doveva
esserle scivolato dal collo. Lo raccolse, per
restituirglielo; ma, aspettando, con le dita nervose,
senza volerlo, gli venne fatto d'aprirlo.
Trasecolò.
Un ritrattino piccolo piccolo di Cosimo Taddei, anche
lì.
Rideva e lo salutava.
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