Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
7. Fuoco alla paglia
Non avendo più nessuno a cui comandare, Simone Lampo aveva
preso da un pezzo l'abitudine di comandare a se stesso. E si
comandava a bacchetta:
- Simone, qua! Simone, là!
S'imponeva apposta, per dispetto del suo stato, le faccende
più ingrate. Fingeva talvolta di ribellarsi per costringersi
a obbedire, rappresentando a un tempo le due parti in
commedia. Diceva, per esempio, rabbioso:
- Non lo voglio fare!
- Simone, ti bastono. T'ho detto, raccogli quel concime! No?
Pum!... S'appioppava un solennissimo schiaffo. E raccoglieva
il concime.
Quel giorno, dopo la visita al poderetto, l'unico che gli
fosse restato di tutte le terre che un tempo possedeva
(appena due ettari di terra, abbandonati lassù, senza
custodia d'alcun villano), si comandò di sellar la vecchia
asinella, con la quale soleva pur fare, ritornando al paese,
i più speciosi discorsi.
L'asinella, drizzando ora questa ora quella orecchia
spelata, pareva gli prestasse ascolto, paziente, non ostante
un certo fastidio, che da qualche tempo il padrone le
infliggeva e ch'essa non avrebbe saputo precisare: qualcosa
che, nell'andare, le sbatteva dietro, sotto la coda.
Era un cestello di vimini senza manico, legato con due lacci
al posolino della sella e sospeso sotto la coda alla povera
bestia, per raccogliervi e conservare belle calde, fumanti,
le pallottole di timo, ch'essa altrimenti avrebbe seminato
lungo la strada.
Tutti ridevano, vedendo quella vecchia asinella col cestino
dietro, lì pronto al bisogno; e Simone Lampo ci scialava.
Era ben noto alla gente del paese con quale e quanta
liberalità fosse un tempo vissuto e in che conto avesse
tenuto il denaro. Ma ora, ecco, era andato a scuola dalle
formiche, le quali, b-a-ba, b-a-ba, gli avevano insegnato
questo espediente per non perdere neanche quel po' di timo
buono a ingrassar la terra. Sissignori!
- Su, Nina, su, lasciati mettere questa bella gala qua! Che
siamo più noi, Nina? Tu niente e io nessuno. Buoni soltanto
da far ridere il paese. Ma non te ne curare. Ci restano
ancora a casa qualche centinaio d'uccellini. Cïo-cïo-cïo-cïo...
Non vorrebbero essere mangiati! Ma io me li mangio; e tutto
il paese ride. Viva l'allegria!
Alludeva a un'altra sua bella pensata, che poteva veramente
fare il pajo col cestello appeso sotto la coda dell'asina.
Mesi addietro aveva finto di credere che avrebbe potuto
novamente arricchire con la cultura degli uccelli. E aveva
fatto delle cinque stanze della sua casa in paese tutt'una
gabbia (per cui era detta la gabbia del matto), riducendosi
a vivere in due stanzette del piano superiore con la scarsa
suppellettile scampata al naufragio delle sue sostanze e con
gli usci, gli scuri e le invetriate delle finestre e dei
finestroni, che aveva chiuso, per dar aria agli uccelli, con
ingraticolati.
Dalla mattina alla sera, dalle cinque stanze da basso
venivan su, con gran delizia di tutto il vicinato, ringhi e
strilli e cinfoli e squittii, chioccolio di merli,
spincionar di fringuelli: un cinguettio, un passerajo fitto,
continuo, assordante.
Da parecchi giorni però, sfiduciato del buon esito di quel
negozio, Simone Lampo mangiava uccellini a tutto pasto, e
aveva distrutto lì, nel poderetto, l'apparato di reti e di
canne, con cui aveva preso, a centinaja e centinaja, quegli
uccellini.
Sellata l'asina, cavalcò e si mise in via per il paese.
Nina non avrebbe affrettato il passo, neanche se il padrone
la avesse tempestata di nerbate. Pareva glielo facesse
apposta, per fargli assaporar meglio con la lentezza del suo
andare i tristi pensieri che, a suo dire, gli nascevano
anche per colpa di lei, di quel tentennio del capo, cioè,
ch'essa gli cagionava con la sua andatura. Sissignori. A
forza di far così e così con la testa, guardando attorno
dall'alto della sua groppa la desolazione dei campi che
s'incupiva a mano a mano sempre più con lo spegnersi degli
ultimi barlumi crepuscolari, non poteva fare a meno di
mettersi a commiserar la sua rovina.
Lo avevano rovinato le zolfare.
Quante montagne sventrate per il miraggio del tesoro
nascosto! Aveva creduto di scoprire dentro ogni montagna una
nuova California. Californie da per tutto! Buche profonde
fino a duecento, a trecento metri, buche per la
ventilazione, impianti di macchine a vapore, acquedotti per
la eduzione delle acque e tante e tante altre spese per uno
straterello di zolfo, che non metteva conto, alla fine, di
coltivare. E la triste esperienza fatta più volte, il
giuramento di non cimentarsi mai più in altre imprese, non
eran valsi a distoglierlo da nuovi tentativi, finché non
s'era ridotto, com'era adesso, quasi al lastrico. E la
moglie lo aveva abbandonato, per andare a convivere con il
suo fratello ricco, poiché l'unica figlia era andata a farsi
monaca per disperata.
Era solo, adesso, senza neanche una servaccia in casa; solo
e divorato da un continuo orgasmo, che gli faceva commettere
tutte quelle follie.
Lo sapeva, sì: era cosciente delle sue follie; le commetteva
apposta, per far dispetto alla gente che, prima, da ricco,
lo aveva tanto ossequiato, e ora gli voltava le spalle e
rideva di lui. Tutti, tutti ridevano di lui e lo sfuggivano;
nessuno che volesse dargli ajuto, che gli dicesse: «Compare,
che fate? venite qua: voi sapete lavorare, avete lavorato
sempre, onestamente; non fate più pazzie; mettetevi con me a
una buona impresa!». Nessuno.
E la smania, l'interno rodio, in quell'abbandono, in quella
solitudine agra e nuda, crescevano e lo esasperavano sempre
più.
L'incertezza di quella sua condizione era la sua maggiore
tortura. Sì, perché non era più né ricco, né povero. Ai
ricchi non poteva più accostarsi, e i poveri non lo volevano
riconoscere per compagno, per via di quella casa in paese e
di quel poderetto lassù. Ma che gli fruttava la casa?
Niente. Tasse, gli fruttava. E quanto al poderetto, ecco
qua: c'era, per tutta ricchezza, un po' di grano che,
mietuto fra pochi giorni, gli avrebbe dato, sì e no, tanto
da pagare il censo alla mensa vescovile. Che gli restava
dunque, per mangiare? Quei poveri uccellini, là... E che
pena, anche questa! Finché s'era trattato di prenderli, per
tentare un negozio da far ridere la gente, transeat; ma ora,
scender giù nel gabbione, acchiapparli, ucciderli e
mangiarseli...
- Su Nina, su! Dormi, stasera? Su!
Maledetta la casa e maledetto il podere, che non lo
lasciavano essere neanche povero bene, povero e pazzo, lì,
in mezzo a una strada, povero senza pensieri, come tanti ne
conosceva e per cui, nell'esasperazione in cui si trovava,
sentiva un'invidia angosciosa.
Tutt'a un tratto Nina s'impuntò con le orecchie tese.
- Chi è là? - gridò Simone Lampo.
Sul parapetto d'un ponticello lungo lo stradone gli parve di
scorgere, nel bujo, qualcuno sdrajato.
- Chi è là?
Colui che stava lì sdrajato alzò appena il capo ed emise
come un grugnito. - Oh tu, Nàzzaro? Che fai lì?
- Aspetto le stelle.
- Te le mangi?
- No: le conto.
- E poi?
Infastidito da quelle domande, Nàzzaro si rizzò a sedere sul
parapetto e gridò iroso, tra il fitto barbone abbatuffolato:
- Don Simo', andate, non mi seccate! Sapete bene che a
quest'ora non negozio più; e con voi non voglio discorrere!
Così dicendo, si sdrajò di nuovo, a pancia all'aria, sul
parapetto, in attesa delle stelle.
Quando aveva guadagnato quattro soldi, o strigliando due
bestie o accudendo a qualche altra faccenda, purché spiccia,
Nàzzaro diventava padrone del mondo. Due soldi di pane e due
soldi di frutta. Non aveva bisogno d'altro. E se qualcuno
gli proponeva di guadagnarsi, oltre a quei quattro soldi,
per qualche altra faccenda, una o magari dieci lire,
rifiutava, rispondendo sdegnosamente a quel suo modo:
- Non negozio più!
E si metteva a vagar per le campagne o lungo la spiaggia del
mare o su per i monti. S'incontrava da per tutto, e dove
meno si sarebbe aspettato, scalzo, silenzioso, con le mani
dietro la schiena e gli occhi chiari, invagati e ridenti.
- Ve ne volete andare, insomma, sì o no? - gridò levandosi
di nuovo a sedere sul parapetto, più iroso, vedendo che
quello s'era fermato con l'asina a contemplarlo.
- Non mi vuoi neanche tu? - disse allora Simone Lampo,
scotendo il capo. - Eppure, va' là, che potremmo far bene il
paio, noi due.
- Col demonio, voi, il paio! - borbottò Nàzzaro, tornando a
sdrajarsi. - Siete in peccato mortale, ve l'ho detto!
- Per quegli uccellini?
- L'anima, l'anima, il cuore... non ve lo sentite rodere, il
cuore? Sono tutte quelle creature di Dio, che vi siete
mangiate! Andate... Peccato mortale!
- Arrì, - disse Simone Lampo all'asinella.
Fatti pochi passi, s'arrestò di nuovo, si voltò indietro e
chiamò:
- Nàzzaro!
Il vagabondo non gli rispose.
- Nàzzaro - ripeté Simone Lampo. - Vuoi venire con me a
liberare gli uccelli?
Nàzzaro si rizzò di scatto.
- Dite davvero?
- Sì.
- Volete salvarvi l'anima? Non basta. Dovreste dar fuoco
anche alla paglia!
- Che paglia?
- A tutta la paglia! - disse Nàzzaro, accostandosi, rapido e
leggero come un'ombra.
Posò una mano sul collo dell'asina, l'altra su una gamba di
Simone Lampo e, guardandolo negli occhi, tornò a
domandargli:
- Vi volete salvar l'anima davvero?
Simone Lampo sorrise e gli rispose:
- Sì.
- Proprio davvero? Giuratelo! Badate, io so quello che ci
vorrebbe per voi. Studio la notte, e so quello che ci
vorrebbe, non per voi soltanto, ma anche per tutti i ladri,
per tutti gl'impostori che abitano laggiù, nel nostro paese;
quello che Dio dovrebbe fare per la loro salvazione e che
fa, presto o tardi, sempre: non dubitate! Dunque volete
davvero liberare gli uccelli?
- Ma sì, te l'ho detto.
- E fuoco alla paglia?
- E fuoco alla paglia!
- Va bene. Vi prendo in parola. Andate avanti e aspettatemi.
Devo ancora contare fino a cento.
Simone Lampo riprese la via, sorridendo e dicendo a Nàzzaro:
- Bada, t'aspetto.
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S'intravedevano ormai laggiù, lungo la spiaggia, i lumi
fiochi del paesello. Da quella via su l'altipiano
marnoso che dominava il paese, si spalancava nella notte
la vacuità misteriosa del mare, che faceva apparir più
misero quel gruppetto di lumi laggiù.
Simone Lampo trasse un profondo sospiro e aggrottò le
ciglia. Salutava ogni volta così, da lontano,
l'apparizione di quei lumi.
C'eran due pazzi patentati per gli uomini che stavano
laggiù, oppressi, ammucchiati: lui e Nàzzaro. Bene: ora
si sarebbero messi insieme, per accrescere l'allegria
del paese! Libertà agli uccellini e fuoco alla paglia!
Gli piaceva questa esclamazione di Nàzzaro; e se la
ripeté con crescente soddisfazione parecchie volte prima
di giungere al paese.
- Fuoco alla paglia!
Gli uccellini, a quell'ora, dormivano tutti, nelle
cinque stanze del piano di sotto. Quella sarebbe stata
per loro l'ultima notte da passar lì. Domani, via!
Liberi. Una gran volata! E si sarebbero sparpagliati per
l'aria; sarebbero ritornati ai campi, liberi e felici.
Sì, era una vera crudeltà, la sua. Nàzzaro aveva
ragione. Peccato mortale! Meglio mangiar pane asciutto,
e lì.
Legò l'asina nella stalluccia e, con la lucernetta a
olio in mano, andò su ad aspettar Nàzzaro, che doveva
contare, come gli aveva detto, fino a cento stelle. -
Matto! Chi sa perché? Ma era forse una divozione...
Aspetta e aspetta, Simone Lampo cominciò ad aver sonno.
Altro che cento stelle! Dovevano esser passate più di
tre ore. Mezzo firmamento avrebbe potuto contare... Via!
via! Forse glie l'aveva detto per burla, che sarebbe
venuto. Inutile aspettarlo ancora. E si disponeva a
buttarsi sul letto, così vestito, quando sentì bussare
forte all'uscio di strada.
Ed ecco Nàzzaro, ansante e tutto ilare e irrequieto.
- Sei venuto di corsa?
- Sì. Fatto!
- Che hai fatto?
- Tutto. Ne parleremo domani, don Simo'! Sono stanco
morto.
Si butto a sedere su una seggiola e cominciò a
stropicciarsi le gambe con tutt'e due le mani, mentre
gli occhi d'animale forastico gli brillavano d'un riso
strano, abbozzato appena sulle labbra di tra il folto
barbone.
- Gli uccelli? - domandò.
- Giù. Dormono.
- Va bene. Non avete sonno voi?
- Sì. T'ho aspettato tanto...
- Prima non ho potuto. Coricatevi. Ho sonno anch'io, e
dormo qua, su questa seggiola. Sto bene, non
v'incomodate! Ricordatevi che siete ancora in peccato
mortale! Domani compiremo l'espiazione.
Simone Lampo lo mirava dal letto, appoggiato su un
gomito; beato. Quanto gli piaceva quel matto vagabondo!
Gli era passato il sonno, e voleva seguitare la
conversazione.
- Perché conti le stelle, Nàzzaro, di'?
- Perché mi piace contarle. Dormite!
- Aspetta. Dimmi: sei contento tu?
- Di che? - domandò Nàzzaro, levando la testa, che aveva
già affondata tra le braccia appoggiate al tavolino.
- Di tutto, - disse Simone Lampo. - Di vivere così...
- Contento? Tutti in pena siamo, don Simo'! Ma non ve
n'incaricate. Passerà! Dormiamo.
E riaffondò la testa tra le braccia.
Simone Lampo sporse il capo per spegnere la candela; ma,
sul punto, trattenne il fiato. Lo costernava un po'
l'idea di restare al bujo con quel matto là.
- Di', Nàzzaro: vorresti rimanere sempre con me?
- Sempre non si dice. Finché volete. Perché no?
- E mi vorrai bene?
- Perché no? Ma, né voi padrone, né io servo. Insieme.
Vi sto appresso da un pezzo, sapete? So che parlate con
l'asina e con voi stesso; e ho detto tra me: La sorba si
matura... Ma non mi volevo accostare a voi, perché
avevate gli uccelli prigionieri in casa. Ora che m'avete
detto di voler salvare l'anima, starò con voi, finché mi
vorrete. Intanto, v'ho preso in parola, e il primo passo
è fatto. Buona notte.
- E il rosario, non te lo dici? Parli tanto di Dio!
- Me lo son detto. È in cielo il mio rosario.
Un'avemaria per ogni stella.
- Ah, le conti per questo?
- Per questo. Buona notte.
Simone Lampo, raffidato da queste parole, spense la
candela. E poco dopo, tutti e due dormivano.
All'alba, i primi cinguettii degli uccelli imprigionati
svegliarono subito il vagabondo, che dalla seggiola
s'era buttato a dormire in terra. Simone Lampo, che a
quei cinguettii era già avvezzo, ronfava ancora.
Nàzzaro andò a svegliarlo.
- Don Simo', gli uccelli ci chiamano.
- Ah, già! - fece Simone Lampo, destandosi di
soprassalto e sgranando tanto d'occhi alla vista di
Nàzzaro.
Non si ricordava più di nulla. Condusse il compagno
nell'altra stanzetta e, sollevata la caditoja su
l'assito, scesero entrambi la scala di legno della
cateratta e pervennero nel piano di sotto, intanfato
dello sterco di tutte quelle bestioline e di rinchiuso.
Gli uccelli, spaventati, presero tutti insieme a
strillare, levandosi con gran tumulto d'ali verso il
tetto.
- Quanti! quanti! - esclamò Nàzzaro, pietosamente, con
le lagrime a gli occhi. - Povere creature di Dio!
- E ce n'erano di più! - esclamò Simone Lampo,
tentennando il capo.
- Meritereste la forca, don Simo'! - gli gridò quello
mostrandogli le pugna. - Non so se basterà l'espiazione
che v'ho fatto fare! Su, andiamo! Bisognerà mandarli
tutti in una stanza, prima.
- Non ce n'è bisogno. Guarda! - disse Simone Lampo,
afferrando un fascio di cordicelle che, per un congegno
complicatissimo, tenevano aderenti ai vani delle
finestre e dei finestroni gli ingraticolati.
Vi si appese, e giù! Gl'ingraticolati, alla strappata,
precipitarono tutt'insieme con fracasso indiavolato.
- Cacciamo via, ora! cacciamo via! Libertà! Libertà!
Sciò! sciò! sciò!
Gli uccelli, da più mesi lì imprigionati, in quel
subitaneo scompiglio, sgomenti, sospesi sul fremito
delle ali, non seppero in prima spiccare il volo:
bisognò che alcuni, più animosi, s'avventassero via,
come frecce, con uno strido di giubilo e di paura
insieme; seguiron gli altri, cacciati, a stormi, a
stormi, in gran confusione, e si sparpagliarono
dapprima, come per rimettersi un po' dallo stordimento,
su gli scrimoli dei tetti, su le torrette dei camini, su
i davanzali delle finestre, su le ringhiere dei balconi
del vicinato, suscitando giù, nella strada, un gran
clamore di meraviglia, a cui Nàzzaro, piangente dalla
commozione, e Simone Lampo rispondevano seguitando a
gridare per le stanze ormai vuote:
- Sciò! sciò! Libertà! Libertà!
S'affacciarono quindi anch'essi a godere dello
spettacolo della via invasa da tutti quegli uccellini
liberati alla nuova luce dell'alba. Ma già qualche
finestra si schiudeva; qualche ragazzo, qualche donna
tentavano, ridendo, di ghermire questo o
quell'uccellino; e allora Nàzzaro, furibondo, protese le
braccia e cominciò a sbraitare come un ossesso:
- Lasciate! Non v'arrischiate! Ah, mascalzone! ah, ladra
di Dio! Lasciateli andare!
Simone Lampo cercò di calmarlo:
- Va' là! Sta' tranquillo, che non si lasceranno più
prendere ormai...
Ritornarono al piano di sopra, sollevati e contenti.
Simone Lampo s'accostò a un fornelletto per accendere il
fuoco e fare il caffè; ma Nàzzaro lo trasse di furia per
un braccio.
- Che caffè, don Simo'! Il fuoco è già acceso. L'ho
acceso io stanotte. Su, corriamo a vedere l'altra volata
di là!
- L'altra volata? - gli domandò Simone Lampo, stordito.
- Che volata?
- Una di qua, e una di là! - disse Nàzzaro. -
L'espiazione, per tutti gli uccelli che vi siete
mangiati. Fuoco alla paglia, non ve l'ho detto? Andiamo
a sellare l'asina, e vedrete.
Simone Lampo vide passarsi come una vampa davanti agli
occhi. Temette d'intendere. Afferrò Nàzzaro per le
braccia e, scotendolo, gli gridò:
- Che hai fatto?
- Ho bruciato il grano del vostro podere, - gli rispose
tranquillamente Nàzzaro.
Simone Lampo allibì dapprima; poi, trasfigurato
dall'ira, si lanciò contro il matto.
- Tu? Il grano? Assassino! Dici davvero? M'hai bruciato
il grano?
Nàzzaro lo respinse con una bracciata furiosa.
- Don $imo', a che gioco giochiamo? Di quanti parlari
siete? Fuoco alla paglia, mi avete detto. E io ho dato
fuoco alla paglia, per l'anima vostra!
- Ma io ti mando ora in galera! - ruggì Simone Lampo.
Nàzzaro ruppe in una gran risata, e gli disse chiaro e
tondo:
- Pazzo siete! L'anima, eh? Così ve la volete salvare
l'anima? Niente, don Simo'! Non ne facciamo niente.
- Ma tu m'hai rovinato, assassino! - gridò con altro
tono di voce Simone Lampo, quasi piangente, ora. -
Potevo figurarmi che tu intendessi dir questo? bruciarmi
il grano? E come faccio ora? Come pago il censo alla
mensa vescovile? il censo che grava sul podere?
Nàzzaro lo guardò con aria di compatimento sdegnoso:
- Bambino! Vendete la casa, che non vi serve a nulla, e
liberate del censo il podere. È presto fatto.
- Sì, - sghignò Simone Lampo. - E intanto che mangio io
là, senza uccelli e senza grano?
- A questo ci penso io, - gli rispose con placida
serietà Nàzzaro. - Non devo star con voi? Abbiamo
l'asina; abbiamo la terra; zapperemo e mangeremo.
Coraggio, don Simo'!
Simone Lampo rimase stupito a mirare la fiducia serena
di quel matto, ch'era rimasto innanzi a lui con una mano
alzata a un gesto di noncuranza sdegnosa e un bel riso
d'arguta spensieratezza negli occhi chiari e tra il
folto barbone abbatuffolato.
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