Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
6. La casa del Granella
I.
I topi non sospettano l'insidia della trappola. Vi
cascherebbero, se la sospettassero? Ma non se ne capacitano
neppure quando vi son cascati. S'arrampicano squittendo su
per le gretole; cacciano il musetto aguzzo tra una gretola e
l'altra; girano; rigirano senza requie, cercando l'uscita.
L'uomo che ricorre alla legge sa, invece, di cacciarsi in
una trappola. Il topo vi si dibatte. L'uomo, che sa, sta
fermo. Fermo, col corpo, s'intende. Dentro, cioè con
l'anima, fa poi come il topo, e peggio.
E così facevano, quella mattina d'agosto, nella sala
d'aspetto dell'avvocato Zummo i numerosi clienti, tutti in
sudore, mangiati dalle mosche e dalla noja.
Nel caldo soffocante, la loro muta impazienza, assillata dai
pensieri segreti, si esasperava di punto in punto. Fermi
però, là, si lanciavano tra loro occhiatacce feroci.
Ciascuno avrebbe voluto tutto per sé, per la sua lite, il
signor avvocato, ma prevedeva che questi, dovendo dare
udienza a tanti nella mattinata, gli avrebbe accordato
pochissimo tempo, e che, stanco, esausto dalla troppa
fatica, con quella temperatura di quaranta gradi, confuso,
frastornato dall'esame di tante questioni, non avrebbe più
avuto per il suo caso la solita lucidità di mente, il solito
acume.
E ogni qualvolta lo scrivano, che copiava in gran fretta una
memoria, col colletto sbottonato e un fazzoletto sotto il
mento, alzava gli occhi all'orologio a pendolo, due o tre
sbuffavano e più d'una seggiola scricchiolava. Altri, già
sfiniti dal caldo e dalla lunga attesa, guardavano oppressi
le alte scansie polverose, sovraccariche d'incartamenti:
litigi antichi, procedure, flagello e rovina di tante povere
famiglie! Altri ancora, sperando di distrarsi, guardavano le
finestre dalle stuoie verdi abbassate, donde venivano i
rumori della via, della gente che andava spensierata e
felice mentr'essi qua... auff! E con un gesto furioso
scacciavano le mosche, le quali, poverine, obbedendo alla
loro natura, si provavano a infastidirli un po' più e a
profittare dell'abbondante sudore che l'agosto e il tormento
smanioso delle brighe giudiziarie spremono dalle fronti e
dalle mani degli uomini.
Eppure c'era qualcuno più molesto delle mosche nella sala
d'aspetto, quella mattina: il figlio dell'avvocato, brutto
ragazzotto di circa dieci anni, il quale era certo scappato
di soppiatto dalla casa annessa allo studio, senza calze,
scamiciato, col viso sporco, per rallegrare i clienti di
papà.
- Tu come ti chiami? Vincenzo? Oh che brutto nome! E questo
ciondolo è d'oro? si apre? come si apre? e che c'è dentro?
Oh, guarda... capelli... E di chi sono? e perché ce li
tieni?
Poi, sentendo dietro l'uscio dello studio i passi di papà
che veniva ad accompagnare fino alla porta qualche cliente
di conto, si cacciava sotto il tavolino, tra le gambe dello
scrivano. Tutti nella sala d'aspetto si levavano in piedi e
guardavano con occhi supplici l'avvocato, il quale, alzando
le mani, diceva, prima di rientrare nello studio:
- Un po' di pazienza, signori miei. Uno per volta.
Il fortunato, a cui toccava, lo seguiva ossequioso e
richiudeva l'uscio; per gli altri ricominciava più smaniosa
e opprimente l'attesa.
II.
Tre soltanto, che parevano marito, moglie e figliuola, non
davano alcun segno d'impazienza.
L'uomo, su i sessant'anni, aveva un aspetto funebre; non
s'era voluto levar dal capo una vecchia tuba dalle tese
piatte, spelacchiata e inverdita, forse per non scemar
solennità all'abito nero, all'ampia, greve, antica
finanziera, che esalava un odore acuto di naftalina.
Evidentemente s'era parato così perché aveva stimato di non
poterne fare a meno, venendo a parlare col signor avvocato.
Ma non sudava.
Pareva non avesse più sangue nelle vene, tanto era pallido;
e che avesse le gote e il mento ammuffiti, per una peluria
grigia e rada che voleva esser barba. Aveva gli occhi
strabi, chiari, accostati a un gran naso a scarpa; e sedeva
curvo, col capo basso, come schiacciato da un peso
insopportabile; le mani scarne, diafane, appoggiate al
bastoncino.
Accanto a lui, la moglie aveva invece un atteggiamento
fierissimo nella lampante balordaggine. Grassa, popputa,
prosperosa, col faccione affocato e un po' anche baffuto e
un pajo d'occhi neri spalancati, volti al soffitto.
Con la figliuola, dall'altro lato, si ricascava nel medesimo
squallore contegnoso del padre. Magrissima, pallida, con gli
occhi strabi anche lei, sedeva come una gobbina. Tanto la
figlia quanto il padre pareva non cascassero a terra perché
nel mezzo avevano quel donnone atticciato che in qualche
modo li teneva su.
Tutti e tre erano osservati dagli altri clienti con intensa
curiosità, mista d'una certa costernazione ostile,
quantunque essi già tre volte, poverini, avessero ceduto il
passo, lasciando intendere che avevano da parlare a lungo
col signor avvocato.
Quale sciagura li aveva colpiti? Chi li perseguitava?
L'ombra d'una morte violenta, che gridava loro vendetta? La
minaccia della miseria?
La miseria, no, di certo. La moglie era sovraccarica d'oro:
grossi orecchini le pendevano dagli orecchi; una collana
doppia le stringeva il collo; un gran fermaglio a lagrimoni
le andava su e giù col petto, che pareva un mantice, e una
lunga catena le reggeva il ventaglio e tanti e tanti anelli
massicci quasi le toglievano l'uso delle tozze dita
sanguigne.
Ormai nessuno più domandava loro il permesso di passare
avanti: era già inteso ch'essi sarebbero entrati dopo di
tutti. Ed essi aspettavano, pazientissimi, assorti, anzi
sprofondati nel loro cupo affanno segreto. Solo, di tanto in
tanto, la moglie si faceva un po' di vento, e poi lasciava
ricadere il ventaglio, e l'uomo si protendeva per ripetere
alla figlia:
- Tinina, ricordati del ditale.
Più d'un cliente aveva cercato di spingere il molestissimo
figlio dell'avvocato verso quei tre; ma il ragazzo,
adombrato da quel funebre squallore, s'era tratto indietro,
arricciando il naso.
L'orologio a pendolo segnava già quasi le dodici, quando,
andati via più o meno soddisfatti tutti gli altri clienti,
lo scrivano, vedendoli ancora lì immobili come statue,
domandò loro:
- E che aspettano per entrare?
- Ah, - fece l'uomo, levandosi in piedi con le due donne. -
Possiamo?
- Ma sicuro che possono! - sbuffò lo scrivano. - Avrebbero
potuto già da tanto tempo! Si sbrighino, perché l'avvocato
desina a mezzogiorno. Scusino, il loro nome?
L'uomo si tolse finalmente la tuba e, all'improvviso,
scoprendo il capo calvo, scoprì anche il martirio che quella
terribile finanziera gli aveva fatto soffrire: infiniti
rivoletti di sudore gli sgorgarono dal roseo cranio fumante
e gl'inondarono la faccia esangue, spiritata. S'inchinò,
sospirando il suo nome:
- Piccirilli Serafino.
III.
L'avvocato Zummo credeva d'aver finito per quel giorno, e
rassettava le carte su la scrivania, per andarsene, quando
si vide innanzi quei tre nuovi, ignoti clienti.
- Lor signori? - domandò di mala grazia.
- Piccirilli Serafino, - ripeté l'uomo funebre, inchinandosi
più profondamente e guardando la moglie e la figliuola per
vedere come facevano la riverenza.
La fecero bene, e istintivamente egli accompagnò col corpo
la loro mossa da bertucce ammaestrate.
- Seggano, seggano, - disse l'avvocato Zummo, sbarrando
tanto d'occhi allo spettacolo di quella mimica. - È tardi.
Debbo andare.
I tre sedettero subito innanzi alla scrivania,
imbarazzatissimi. La contrazione del timido sorriso, nella
faccia cerea del Piccirilli, era orribile: stringeva il
cuore. Chi sa da quanto tempo non rideva più quel pover
uomo!
- Ecco, signor avvocato...
- Siamo venuti, - cominciò contemporaneamente la figlia.
E la madre, con gli occhi al soffitto, sbuffò:
- Cose dell'altro mondo!
- Insomma, parli uno, - disse Zummo, accigliato. -
Chiaramente e brevemente. Di che si tratta?
- Ecco, signor avvocato, - riprese il Piccirilli, dando un'ingollatina.
- Abbiamo ricevuto una citazione.
- Assassinio, signor avvocato! - proruppe di nuovo la
moglie.
- Mammà, - fece timidamente la figlia, per esortarla a
tacere o a parlar più pacata.
Il Piccirilli guardò la moglie, e, con quella autorità che
la meschinissima corporatura gli poteva conferire, aggiunse:
- Mararo', ti prego: parlo io! Una citazione, signor
avvocato. Noi abbiamo dovuto lasciar la casa in cui
abitavamo, perché...
- Ho capito. Sfratto? - domandò Zummo per tagliar corto.
- Nossignore, - rispose umilmente il Piccirilli. - Al
contrario. Abbiamo pagato sempre la pigione, puntualmente,
anticipata. Ce ne siamo andati da noi, contro la volontà del
proprietario, anzi. E il proprietario ora ci chiama a
rispettare il contratto di locazione e, per di più,
responsabili di danni e interessi, perché, dice, la casa noi
gliel'abbiamo infamata.
- Come come? - fece Zummo, rabbujandosi e guardando, questa
volta, la moglie. - Ve ne siete andati da voi; gli avete
infamato la casa, e il proprietario... Non capisco.
Parliamoci chiaro, signori miei! L'avvocato è come il
confessore. Commercio illecito?
- Nossignore! - s'affrettò a rispondere il Piccirilli,
ponendosi le mani sul petto. - Che commercio? Niente! Noi
non siamo commercianti. Solo mia moglie dà qualche cosina...
così.. in prestito, ma a un interesse...
- Onesto, ho capito!
- Creda, sissignore, consentito finanche dalla Santa
Chiesa... Ma questo non c'entra. Il Granella, proprietario
della casa, dice che noi gliel'abbiamo infamata, perché in
tre mesi, in quella casa maledetta, ne abbiamo vedute di
tutti i colori, signor avvocato! Mi vengono... mi vengono i
brividi solo a pensarci!
- Oh Signore, scampatene e liberatene tutte le creature
della terra! - esclamò con un formidabile sospiro la moglie,
levandosi in piedi, levando le braccia e poi facendosi con
la mano piena d'anelli il segno della croce.
La figlia, col capo basso e con le labbra strette, aggiunse:
- Una persecuzione... (Siedi, mammà.)
- Perseguitati, sissignore - rincalzò il padre. - (Siedi,
Mararo'!) Perseguitati, è la parola. Noi siamo stati per tre
mesi perseguitati a morte, in quella casa.
- Perseguitati da chi? - gridò Zummo, perdendo alla fine la
pazienza.
- Signor avvocato, - rispose piano il Piccirilli,
protendendosi verso la scrivania e ponendosi una mano presso
la bocca, mentre con l'altra imponeva silenzio alle due
donne, - (Ssss...) Signor avvocato, dagli spiriti!
- Da chi? - fece Zummo, credendo d'aver sentito male.
- Dagli spiriti, sissignore! - raffermò forte,
coraggiosamente, la moglie, agitando in aria le mani.
Zummo scattò in piedi, su le furie:
- Ma andate là! Non mi fate ridere! Perseguitati dagli
spiriti? Io devo andare a mangiare, signori miei!
Quelli, allora, alzandosi anche loro, lo circondarono per
trattenerlo, e presero a parlare tutti e tre insieme,
supplici:
- Sissignore, sissignore! Vossignoria non ci crede? Ma ci
ascolti... Spiriti, spiriti infernali! Li abbiamo veduti
noi, coi nostri occhi. Veduti e sentiti... Siamo stati
martoriati, tre mesi!
E Zummo, scrollandosi rabbiosamente:
- Ma andate, vi dico! Sono pazzie! Siete venuti da me? Al
manicomio, al manicomio, signori miei!
- Ma se ci hanno citato... - gemette a mani giunte il
Piccirilli.
- Hanno fatto benone! - gli gridò Zummo sul muso.
- Che dice, signor avvocato? - s'intromise la moglie,
scostando tutti. - È questa l'assistenza che Vossignoria
presta alla povera gente perseguitata? Oh Signore!
Vossignoria parla così perché non ha veduto come noi! Ci
sono, creda pure, ci sono, gli spiriti! ci sono! E nessuno
meglio di noi lo può sapere!
- Voi li avete veduti? - le domandò Zummo con un sorriso di
scherno.
- Sissignore, con gli occhi miei, - affermò subito, non
interrogato, il Piccirilli.
- Anch'io, coi miei, - aggiunse la figlia, con lo stesso
gesto.
- Ma forse coi vostri! - non poté tenersi dallo sbuffare
l'avvocato Zummo con gl'indici tesi verso i loro occhi
strabi.
- E i miei, allora? - saltò a gridare la moglie, dandosi una
manata furiosa sul petto e spalancando gli occhiacci. - Io
ce li ho giusti, per grazia di Dio, e belli grossi, signor
avvocato! E li ho veduti anch'io, sa, come ora vedo Lei!
- Ah sì? - fece Zummo. - Come tanti avvocati?
- E va bene! - sospirò la donna. - Vossignoria non ci crede;
ma abbiamo tanti testimoni, sa? tutto il vicinato che
potrebbe venire a deporre...
Zummo aggrottò le ciglia:
- Testimoni che hanno veduto?
- Veduto e udito, sissignore!
- Ma veduto... che cosa per esempio? - domandò Zummo,
stizzito.
- Per esempio, seggiole muoversi, senza che nessuno le
toccasse...
- Seggiole?
- Sissignore.
- Quella seggiola là, per esempio?
- Sissignore, quella seggiola là, mettersi a far le capriole
per la stanza, come fanno i ragazzacci per istrada; e poi,
per esempio... che debbo dire? un portaspilli, per esempio,
di velluto, in forma di melarancia, fatto da mia figlia
Tinina, volare dal cassettone su la faccia del povero mio
marito, come lanciato... come lanciato da una mano
invisibile; l'armadio a specchio scricchiolare e tremar
tutto, come avesse le convulsioni, e dentro... dentro
l'armadio, signor avvocato... mi s'aggricciano le carni solo
a pensarci... risate!
- Risate! - aggiunse la figlia.
- Risate! - il padre.
E la moglie, senza perder tempo, seguitò:
- Tutte queste cose, signor avvocato mio, le hanno vedute e
udite le nostre vicine, che sono pronte, come le ho detto, a
testimoniare. Noi abbiamo veduto e udito ben altro!
- Tinina, il ditale, - suggerì, a questo punto, il padre.
- Ah, sissignore,- prese a dire la figlia, riscotendosi con
un sospiro. - Avevo un ditalino d'argento, ricordo della
nonna, sant'anima! Lo guardavo, come la pupilla degli occhi.
Un giorno, lo cerco nella tasca e non lo trovo! lo cerco per
tutta la casa e non lo trovo. Tre giorni a cercarlo, che a
momenti ci perdevo anche la testa. Niente! Quando una notte,
mentre stavo a letto, sotto la zanzariera...
- Perché ci sono anche le zanzare, in quella casa, signor
avvocato! - interruppe la madre.
- E che zanzare! - appoggiò il padre, socchiudendo gli occhi
e tentennando il capo.
- Sento, - riprese la figlia, - sento qualcosa che salta sul
cielo della zanzariera...
A questo punto il padre la fece tacere con un gesto della
mano. Doveva attaccar lui. Era un pezzo concertato, quello.
- Sa, signor avvocato? tal quale come si fanno saltare le
palle di gomma, che si dà loro un colpetto e rivengono alla
mano.
- Poi, - seguitò la figlia, - come lanciato più forte, il
mio ditalino dal cielo della zanzariera va a schizzare al
soffitto e casca per terra, ammaccato.
- Ammaccato, - ripeté la madre.
E il padre:
- Ammaccato!
- Scendo dal letto, tutta tremante, per raccoglierlo e,
appena mi chino, al solito, dal tetto...
- Risate, risate, risate... - terminò la madre.
L'avvocato Zummo restò a pensare, col capo basso e le mani
dietro la schiena, poi si riscosse, guardò negli occhi i tre
clienti, si grattò il capo con un dito e disse con un
risolino nervoso:
- Spiriti burloni, dunque! Seguitate, seguitate... mi
diverto.
- Burloni? Ma che burloni, signor avvocato! - ripigliò la
donna. - Spiriti infernali, deve dire Vossignoria! Tirarci
le coperte del letto; sederci su lo stomaco, la notte;
percuoterci alle spalle; afferrarci per le braccia; e poi
scuotere tutti i mobili, sonare i campanelli, come se, Dio
liberi e scampi, ci fosse il terremoto; avvelenarci i
bocconi, buttando la cenere nelle pentole e nelle
casseruole... Li chiama burloni Lei? Non ci hanno potuto né
il prete né l'acqua benedetta! Allora ne abbiamo parlato al
Granella, scongiurandolo di scioglierci dal contratto,
perché non volevamo morire là, dallo spavento, dal
terrore... Sa che ci ha risposto quell'assassino? Storie! ci
ha risposto. Gli spiriti.? Mangiate, dice, buone bistecche,
dice, e curatevi i nervi. Lo abbiamo invitato a vedere con
gli occhi suoi, a sentire con le sue orecchie. Niente. Non
ha voluto saperne; anzi ci ha minacciati: «Guardatevi bene»
dice «dal fame chiasso, o vi fulmino!». Proprio così.
- E ci ha fulminato! - concluse il marito, scotendo il capo
amaramente. - Ora, signor avvocato, noi ci mettiamo nelle
sue mani. Vossignoria può fidarsi di noi: siamo gente
dabbene: sapremo fare il nostro dovere.
L'avvocato Zummo finse, al solito, di non udire queste
ultime parole: si stirò per un pezzo ora un baffo ora
l'altro, poi guardò l'orologio. Era presso il tocco. La
famiglia, di là, lo aspettava da un'ora per il desinare.
- Signori miei, - disse, - capirete benissimo che io non
posso credere ai vostri spiriti. Allucinazioni... storielle
da femminucce. Guardo il caso, adesso, dal lato giuridico.
Voi dite d'aver veduto... non diciamo spiriti, per carità!
dite d'avere anche testimoni, e va bene; dite che
l'abitazione in quella casa vi era resa intollerabile da
questa specie di persecuzione... diciamo, strana... ecco! Il
caso è nuovo e speciosissimo; e mi tenta, ve lo confesso. Ma
bisognerà trovare nel codice un qualche appoggio, mi spiego?
un fondamento giuridico alla causa. Lasciatemi vedere,
studiare, prima di prendermene l'accollo. Ora è tardi.
Ritornate domani e vi saprò dare una risposta. Va bene così?
Inizio
pagina
IV
Subito il pensiero di quella strana causa si mise a
girar nella mente dell'avvocato Zummo come una ruota di
molino. A tavola, non poté mangiare; dopo tavola, non
poté riposare come soleva d'estate, ogni giorno, buttato
sul letto.
«Gli spiriti!» ripeteva tra sé di tratto in tratto; e le
labbra gli s'aprivano a un sorriso canzonatorio, mentre
davanti a gli occhi gli si ripresentavano le comiche
figure dei tre nuovi clienti, che giuravano e
spergiuravano d'averli veduti.
Tante volte aveva sentito parlar di spiriti; e, per
certi racconti delle serve, ne aveva avuto anche lui una
gran paura, da ragazzo. Ricordava ancora le angosce che
gli avevano strizzato il coricino atterrito nelle
terribili insonnie di quelle notti lontane.
- L'anima! - sospirò a un certo punto, stirando le
braccia verso il cielo della zanzariera, e lasciandole
poi ricader pesantemente sul letto. - L'anima
immortale... Eh già! Per ammetter gli spiriti bisogna
presupporre l'immortalità dell'anima; c'è poco da dire.
L'immortalità dell'anima... Ci credo, o non ci credo?
Dico e ho detto sempre di no. Dovrei ora, almeno,
ammettere il dubbio, contro ogni mia precedente
asserzione. E che figura ci faccio? Vediamo un po'. Noi
spesso fingiamo con noi stessi, come con gli altri. Io
lo so bene. Sono molto nervoso e, qualche volta,
sissignore, trovandomi solo, io ho avuto paura. Paura di
che? Non lo so. Ho avuto paura! Noi... ecco, noi temiamo
di indagare il nostro intimo essere, perché una tale
indagine potrebbe scoprirci diversi da quelli che ci
piace di crederci o di esser creduti. Io non ho mai
pensato sul serio a queste cose. La vita ci distrae.
Faccende, bisogni, abitudini, tutte le minute brighe
cotidiane non ci lasciano tempo di riflettere a queste
cose, che pure dovrebbero interessarci sopra tutte le
altre. Muore un amico? Ci arrestiamo la, davanti alla
sua morte, come tante bestie restie, e preferiamo di
volgere indietro il pensiero, alla sua vita, rievocando
qualche ricordo, per vietarci d'andare oltre con la
mente, oltre il punto cioè che ha segnato per noi la
fine del nostro amico. Buona notte! Accendiamo un sigaro
per cacciar via col fumo il turbamento e la malinconia.
La scienza s'arresta anch'essa, là, ai limiti della
vita, come se la morte non ci fosse e non ci dovesse
dare alcun pensiero. Dice: «Voi siete ancora qua;
attendete a vivere, vojaltri: l'avvocato pensi a far
l'avvocato; l'ingegnere a far l'ingegnere...». E va
bene! Io faccio l'avvocato. Ma ecco qua: l'anima
immortale, i signori spiriti che fanno? vengono a
bussare alla porta del mio studio: «Ehi, signor
avvocato, ci siamo anche noi, sa? Vogliamo ficcare anche
noi il naso nel suo codice civile! Voi, gente positiva,
non volete curarvi di noi? Non volete più darvi pensiero
della morte? E noi, allegramente, dal regno della morte,
veniamo a bussare alle porte dei vivi, a sghignazzar
dentro gli armadii, a far rotolare sotto gli occhi
vostri le seggiole, come se fossero tanti monellacci, ad
atterrir la povera gente e a mettere in imbarazzo, oggi,
un avvocato che passa per dotto; domani, un tribunale
chiamato a dar su noi una novissima sentenza...».
L'avvocato Zummo lasciò il letto in preda a una viva
eccitazione e rientrò nello studio per compulsare il
codice civile.
Due soli articoli potevano offrire un certo fondamento
alla lite: l'articolo 1575 e il 1577.
Il primo diceva:
Il locatore è tenuto per la natura del contratto e senza
bisogno di speciale stipulazione:
1° a consegnare al Conduttore la cosa locata;
2° a mantenerla in istato di servire all'uso per cui
viene locata;
3° a garantirne al conduttore il pacifico godimento per
tutto il tempo della locazione.
L' altro articolo diceva:
Il conduttore debb'essere garantito per tutti quei vizii
o difetti della cosa locata che ne impediscano l'uso,
quantunque non fossero noti al locatore al tempo della
locazione. Se da questi vizii, o difetti proviene
qualche danno al conduttore, il locatore è tenuto a
farnelo indenne, salvo che provi d'averli ignorati.
Se non che, eccependo questi due articoli, non c'era via
di mezzo, bisognava provare l'esistenza reale degli
spiriti.
C'erano i fatti e c'erano le testimonianze. Ma fino a
qual punto erano queste attendibili? e che spiegazione
poteva dare la scienza di quei fatti?
L'avvocato Zummo interrogò di nuovo, minutamente, i
Piccirilli; raccolse le testimonianze indicategli e,
accettata la causa, si mise a studiarla
appassionatamente.
Lesse dapprima una storia sommaria dello Spiritismo,
dalle origini delle mitologie fino ai dì nostri, e il
libro del Iaccolliot su i prodigi del fachirismo, poi
tutto quanto avevano pubblicato i più illustri e sicuri
sperimentatori, dal Crookes al Wagner, all'Aksakof; dal
Gibier allo Zoellner al Janet, al de Rochas, al Richet,
al Morselli; e con suo sommo stupore venne a conoscere
che ormai i fenomeni così detti spiritici, per esplicita
dichiarazione degli scienziati più scettici e più
positivi, erano innegabili.
- Ah, perdio! - esclamò Zummo, già tutto acceso e
vibrante. - Qua la cosa cambia d'aspetto!
Finché quei fenomeni gli erano stati riferiti da
gentuccia come i Piccirilli e i loro vicini, egli, uomo
serio, uomo colto, nutrito di scienza positiva, li aveva
derisi e senz'altro respinti. Poteva accettarli? Seppure
glieli avessero fatti vedere e toccar con mano, avrebbe
piuttosto confessato d'essere un allucinato anche lui.
Ma ora, ora che li sapeva confortati dall'autorità di
scienziati come il Lombroso, come il Richet, ah perdio,
la cosa cambiava d"aspetto!
Zummo, per il momento, non pensò più alla lite dei
Piccirilli, e si sprofondò tutto, a mano a mano sempre
più convinto e con fervore crescente, ne' nuovi studii.
Da un pezzo non trovava più nell'esercizio
dell'avvocatura, che pur gli aveva dato qualche
soddisfazione e ben lauti guadagni, non trovava più
nella vita ristretta di quella cittaduzza di provincia
nessun pascolo intellettuale, nessuno sfogo a tante
scomposte energie che si sentiva fremere dentro, e di
cui egli esagerava a se stesso l'intensità, esaltandole
come documenti del proprio valore, via! quasi sprecato
lì, tra le meschinità di quel piccolo centro. Smaniava
da un pezzo, scontento di sé, di tutto e di tutti;
cercava un puntello, un sostegno morale e intellettuale,
una qualche fede, sì, un pascolo per l'anima, uno sfogo
per tutte quelle energie. Ed ecco, ora, leggendo quei
libri... Perdio! Il problema della morte, il terribile
essere o non essere d'Amleto, la terribile questione era
dunque risolta? Poteva l'anima d'un trapassato tornare
per un istante a «materializzarsi» e venire a
stringergli la mano? S', a stringere la mano a lui,
Zummo, incredulo, cieco fino a jeri, per dirgli: «Zummo,
sta' tranquillo; non ti curare più delle miserie di
codesta tua meschinissima vita terrena! C'è ben altro,
vedi? ben altra vita tu vivrai un giorno! Coraggio!
Avanti!».
Ma Serafino Piccirilli veniva anche lui, ora con la
moglie ora con la figliuola, quasi ogni giorno, a
sollecitarlo, a raccomandarglisi.
- Studio! studio! - rispondeva loro Zummo, su le furie.
- Non mi distraete, perdio! state tranquilli; sto
pensando a voi.
Non pensava più a nessuno, invece. Rinviava le cause,
rimandava anche tutti gli altri clienti.
Per debito di gratitudine, tuttavia, verso quei poveri
Piccirilli, i quali, senza saperlo, gli avevano aperto
innanzi allo spirito la via della luce, si risolse alla
fine a esaminare attentamente il loro caso.
Una grave questione gli si parò davanti e lo sconcertò
non poco, su le prime. In tutti gli esperimenti, la
manifestazione dei fenomeni avveniva costantemente per
la virtù misteriosa d'un medium. Certo, uno dei tre
Piccirilli doveva esser medium senza saperlo. Ma in
questo caso il vizio non sarebbe stato più della casa
del Granella, bensì degli inquilini; e tutto il processo
crollava. Però, ecco, se uno dei Piccirilli era medium
senza saperlo, la manifestazione dei fenomeni non
sarebbe avvenuta anche nella nuova casa presa da essi in
affitto? Invece, no! E anche nelle case precedentemente
abitate i Piccirilli assicuravano d'essere stati sempre
tranquilli. Perché dunque nella sola casa del Granella
si erano verificate quelle paurose manifestazioni?
Evidentemente, doveva esserci qualcosa di vero nella
credenza popolare delle case abitate dagli spiriti. E
poi c'era la prova di fatto. Negando nel modo più
assoluto la dote della medianità alla famiglia
Piccirilli, egli avrebbe dimostrato falsa la spiegazione
biologica, che alcuni scienziati schizzinosi avevan
tentato di dare dei fenomeni spiritici. Che biologia
d'Egitto! Bisognava senz'altro ammettere l'ipotesi
metafisica. O che era forse medium, lui, Zummo? Eppure
parlava col tavolino. Non aveva mai composto un verso in
vita sua; eppure il tavolino gli parlava in versi, coi
piedi. Che biologia d'Egitto!
Del resto, giacché a lui più che la causa dei Piccirilli
premeva ormai d'accertare la verità, avrebbe fatto
qualche esperimento in casa dei suoi clienti.
Ne parlò ai Piccirilli; ma questi si ribellarono,
impauriti. Egli allora s'inquietò e diede loro a
intendere che quell'esperimento era necessario, per la
lite, anzi imprescindibile! Fin dalle prime sedute, la
signorina Piccirilli, Tinina, si rivelò un medium
portentoso. Zummo, convulso, coi capelli irti su la
fronte, atterrito e beato, poté assistere a tutte, o
quasi, le manifestazioni più stupefacenti registrate e
descritte nei libri da lui letti con tanta passione. La
causa crollava, è vero; ma egli, fuori di sé, gridava ai
suoi clienti a ogni fine di seduta:
- Ma che ve n'importa, signori miei? Pagate, pagate...
Miserie! Sciocchezze! Qua, perdio, abbiamo la
rivelazione dell'anima immortale!
Ma potevano quei poveri Piccirilli condividere questo
generoso entusiasmo del loro avvocato? Lo presero per
matto. Da buoni credenti, essi non avevano mai avuto il
minimo dubbio su l'immortalità delle loro afflitte e
meschine animelle. Quegli esperimenti, a cui si
prestavano da vittime, per obbedienza, sembravano loro
pratiche infernali. E invano Zummo cercava di
rincorarli. Fuggendo dalla casa del Granella, essi
credevano d'essersi liberati dalla tremenda
persecuzione; e ora, nella nuova casa, per opera del
signor avvocato, eccoli di nuovo in commercio coi
demonii, in preda ai terrori di prima! Con voce
piagnucolosa scongiuravano l'avvocato di non farne
trapelar nulla, di quelle sedute, di non tradirli, per
carità!
- Ma va bene, va bene! - diceva loro Zummo, sdegnato. -
Per chi mi prendete? per un ragazzino? State tranquilli,
signori miei! Io esperimento qua, per conto mio. L'uomo
di legge, poi, saprà fare il suo dovere in tribunale,
che diamine! Sosterremo il vizio occulto della casa, non
dubitate!
V.
Lo sostenne, di fatti, il vizio occulto della casa, ma
senz'alcun calore di convinzione, certo com'era ormai
della medianità della signorina Piccirilli.
Invece sbalordì i giudici, i colleghi, il pubblico che
stipava l'aula del tribunale, con una inaspettata,
estrosa, fervida professione di fede. Parlò di Allan
Kardech come d'un novello messia; definì lo spiritismo
la religione nuova dell'umanità; disse che la scienza
co' suoi saldi ma freddi ordigni, col suo formalismo
troppo rigoroso aveva sopraffatto la natura; che
l'albero della vita, allevato artificialmente dalla
scienza, aveva perduto il verde, s'era isterilito o dava
frutti che imbozzacchivano e sapevano di cenere e tosco,
perché nessun calore di fede più li maturava. Ma ora,
ecco, il mistero cominciava a schiudere le sue porte
tenebrose: le avrebbe spalancate domani! Intanto, da
questo primo spiraglio all'umanità sgomenta, in
angosciosa ansia, venivano ombre ancora incerte e
paurose a rivelare il mondo di là: strane luci, strani
segni...
E qui l'avvocato Zummo, con drammaticissima eloquenza,
entrò a parlare delle più meravigliose manifestazioni
spiritiche, attestate, controllate, accettate dai più
grandi luminari della scienza: fisici, chimici,
psicologi, fisiologi, antropologi, psichiatri;
soggiogando e spesso atterrendo addirittura il pubblico
che ascoltava a bocca aperta e con gli occhi spalancati.
Ma i giudici, purtroppo, si vollero tenere terra terra,
forse per reagire ai voli troppo sublimi dell'avvocato
difensore. Con irritante presunzione, sentenziarono che
le teorie, tuttora incerte, dedotte dai fenomeni così
detti spiritici, non erano ancora ammesse e accettate
dalla scienza moderna, eminentemente positiva; che, del
resto, venendo a considerar più da vicino il processo,
se per l'articolo 1575 il locatore è tenuto a garantire
al conduttore il pacifico godimento della cosa locata,
nel caso in esame, come avrebbe potuto il locatore
stesso garantir la casa dagli spiriti, che sono ombre
vaganti e incorporee? come scacciare le ombre? E,
d'altra parte, riguardo all'articolo 1577, potevano gli
spiriti costituire uno di quei vizii occulti che
impediscono l'uso dell'abitazione? Erano forse
ingombranti? E quali rimedii avrebbe potuto usare il
locatore contro di essi? Senz'altro, dunque, dovevano
essere respinte le eccezioni dei convenuti.
Il pubblico, commosso ancora e profondamente
impressionato dalle rivelazioni dell'avvocato Zummo,
disapprovò unanimemente questa sentenza, che nella sua
meschinità, pur presuntuosa, sonava come un'irrisione.
Zummo inveì contro il tribunale con tale scoppio
d'indignazione che per poco non fu tratto in arresto.
Furibondo, sottrasse alla commiserazione generale i
Picciril!i, proclamandoli in mezzo alla folla plaudente
martiri della nuova religione.
Il Granella intanto, proprietario della casa, gongolava
di gioja maligna.
Era un omaccione di circa cinquant'anni, adiposo e
sanguigno. Con le mani in tasca, gridava forte a
chiunque volesse sentirlo, che quella sera stessa
sarebbe andato a dormire nella casa degli spiriti -
solo! Solo, solo, sì, perché la vecchia serva che stava
da tant'anni con lui, grazie all'infamia dei Piccirilli,
lo aveva piantato, dichiarandosi pronta a servirlo
dovunque, foss'anche in una grotta, tranne che in quella
povera casa infamata da quei signori là. E non gli era
riuscito di trovare in tutto il paese un'altra serva o
un servo che fosse, i quali avessero il coraggio di
stare con lui. Ecco il bel servizio che gli avevano reso
quegli impostori! E una casa perduta, come andata in
rovina!
Ma ora egli avrebbe dimostrato a tutto il paese che il
tribunale, condannando alle spese e al risarcimento dei
danni quegli imbecilli, gli aveva reso giustizia. Là,
egli solo! Voleva vederli in faccia questi signori
spiriti!
E sghignazzava.
VI.
La casa sorgeva nel quartiere più alto della città, in
cima al colle.
La città aveva lassù una porta, il cui nome arabo,
divenuto stranissimo nella pronunzia popolare: Bibirrìa,
voleva dire Porta dei Venti.
Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e
qui sorgeva solitaria la casa del Granella. Dirimpetto
aveva soltanto un fondaco abbandonato, il cui portone
imporrito e sgangherato non riusciva più a chiudersi
bene, e dove solo di tanto in tanto qualche carrettiere
s'avventurava a passar la notte a guardia del carro e
della mula.
Un solo lampioncino a petrolio stenebrava a mala pena,
nelle notti senza luna, quello spiazzo sterrato. Ma, a
due passi, di qua dalla porta, il quartiere era
popolatissimo, oppresso anzi di troppe abitazioni.
La solitudine della casa del Granella non era dunque poi
tanta, e appariva triste (più che triste, ora, paurosa)
soltanto di notte. Di giorno, poteva essere invidiata da
tutti coloro che abitavano in quelle case ammucchiate.
Invidiata la solitudine, e anche la casa per se stessa,
non solo per la libertà della vista e dell'aria, ma
anche per il modo com'era fabbricata, per l'agiatezza e
i comodi che offriva, a molto minor prezzo di quelle
altre, che non ne avevano né punto né poco.
Dopo l'abbandono del Piccirilli, il Granella l'aveva
rimessa tutta a nuovo; carte da parato nuove; pavimenti
nuovi, di mattoni di Valenza; ridipinti i soffitti;
rinverniciati gli usci, le finestre, i balconi e le
persiane. Invano! Eran venuti tanti a visitarla, per
curiosità; nessuno aveva voluto prenderla in affitto.
Ammirandola, così pulita, così piena d'aria e di luce,
pensando a tutte le spese fatte, quasi quasi il Granella
piangeva dalla rabbia e dal dolore.
Ora egli vi fece trasportare un letto, un cassettone, un
lavamano e alcune seggiole, che allogò in una delle
tante camere vuote; e, venuta la sera, dopo aver fatto
il giro del quartiere per far vedere a tutti che
manteneva la parola, andò a dormire solo in quella sua
povera casa infamata.
Gli abitanti del quartiere notarono che s'era armato di
ben due pistole. E perché?
Se la casa fosse stata minacciata dai ladri, eh, quelle
armi avrebbero potuto servirgli, ed egli avrebbe potuto
dire che se le portava per prudenza. Ma contro gli
spiriti, caso mai, a che gli sarebbero servite? Uhm!
Aveva tanto riso, là, in tribunale, che ancora nel
faccione sanguigno aveva l'impronta di quelle risa.
In fondo in fondo, però... ecco, una specie di
vellicazione irritante allo stomaco se la sentiva, per
tutti quei discorsi che si erano fatti, per tutte quelle
chiacchiere dell'avvocato Zummo.
Uh, quanta gente, anche gente per bene, spregiudicata,
che in presenza sua aveva dichiarato più volte di non
credere a simili fandonie, ora, prendendo ardire dalla
fervida affermazione di fede dell'avvocato Zummo e
dall'autorità dei nomi citati e dalle prove documentate,
non s'era messa di punto in bianco a riconoscere che...
sì, qualche cosa di vero infine poteva esserci, doveva
esserci, in quelle esperienze... (ecco, esperienze ora,
non più fandonie!).
Ma che più? Uno degli stessi giudici, dopo la sentenza,
uscendo dal tribunale, s'era avvicinato all'avvocato
Zummo che aveva ancora un diavolo per capello, e -
sissignori - aveva ammesso anche lui che non pochi fatti
riferiti in certi giornali, col presidio di
insospettabili testimonianze di scienziati famosi, lo
avevano scosso, sicuro! E aveva narrato per giunta che
una sua sorella, maritata a Roma, fin da ragazza, una o
due volte l'anno, di pieno giorno, trovandosi sola, era
visitata, com'ella asseriva, da un certo ometto rosso
misterioso, che le confidava tante cose e le recava
finanche doni curiosi...
Figurarsi Zummo, a una tale dichiarazione, dopo la
sentenza contraria! E allora quel giudice imbecille
s'era stretto nelle spalle e gli aveva detto:
- Ma, capirà, caro avvocato, allo stato delle cose...
Insomma, tutta la cittadinanza era rimasta profondamente
scossa dalle affermazioni e dalle rivelazioni di Zummo.
E Granella ora si sentiva solo: solo e stizzito, come se
tutti lo avessero abbandonato, vigliaccamente.
La vista dello sterrato deserto, dopo il quale l'alto
colle su cui sorge la città strapiomba in ripidissimo
pendio su un'ampia vallata, con quell'unico lampioncino,
la cui fiammella vacillava come impaurita dalla tenebra
densa che saliva dalla valle, non era fatta certamente
per rincorare un uomo dalla fantasia un po' alterata. Né
poté rincorarlo poi di più il lume d'una sola candela
stearica, la quale - chi sa perché - friggeva, ardendo,
come se qualcuno vi soffiasse su, per spegnerla. (Non
s'accorgeva Granella che aveva un ansito da cavallo, e
che soffiava lui, con le nari, su la candela.)
Attraversando le molte stanze vuote, silenziose,
rintronanti, per entrare in quella nella quale aveva
allogato i pochi mobili, tenne fisso lo sguardo su la
fiamma tremolante riparata con una mano, per non veder
l'ombra del proprio corpo mostruosamente ingrandita,
fuggente lungo le pareti e sul pavimento.
Il letto, le seggiole, il cassettone, il lavamano gli
parvero come sperduti in quella camera rimessa a nuovo.
Posò la candela sul cassettone, vietandosi di allungar
lo sguardo all'uscio, oltre al quale le altre camere
vuote eran rimaste buje. Il cuore gli batteva forte. Era
tutto in un bagno di sudore.
Che fare adesso? Prima di tutto, chiudere quell'uscio e
metterci il paletto. Sì, perché sempre, per abitudine,
prima d'andare a letto, egli si chiudeva così, in
camera. È vero che, di là, adesso, non c'era nessuno,
ma... l'abitudine, ecco! E perché in tanto aveva ripreso
in mano la candela per andare a chiudere quell'uscio
nella stessa stanza? Ah... già, distratto!...
Non sarebbe stato bene, ora, aprire un tantino il
balcone? Auff! si soffocava dal caldo, là dentro... E
poi, c'era ancora un tanfo di vernice... Sì sì, un
tantino, il balcone. E nel mentre che la camera prendeva
un po' d'aria, egli avrebbe rifatto il letto con la
biancheria che s'era portata.
Così fece. Ma appena steso il primo lenzuolo su le
materasse, gli parve di sentire come un picchio
all'uscio. I capelli gli si drizzarono su la fronte, un
brivido gli spaccò le reni, come una rasojata a
tradimento. Forse il pomo della lettiera di ferro aveva
urtato contro la parete? Attese un po', col cuore in
tumulto. Silenzio! Ma gli parve misteriosamente animato,
quel silenzio...
Granella raccolse tutte le forze, aggrottò le ciglia,
cavò dalla cintola una delle pistole, riprese in mano la
candela, riaprì l'uscio e, coi capelli che gli fremevano
sul capo, gridò:
- Chi è là?
Rimbombò cupamente il vocione nelle vuote camere. E quel
rimbombo fece indietreggiare il Granella. Ma subito egli
si riprese; batté un piede; avanzò il braccio con la
pistola impugnata. Attese un tratto, poi si mise a
ispezionare dalla soglia quella camera accanto.
C'era solamente una scala, in quella camera, appoggiata
alla parete di contro: la scala di cui s'erano serviti
gli operai per riattaccar la carta da parato nelle
stanze. Nient'altro. Ma sì, via, non ci poteva esser
dubbio: il pomo della lettiera aveva urtato contro la
parete.
E Granella rientrò nella camera, ma con le membra d'un
subito rilassate e appesantite così, che non poté più
per il momento rimettersi a rifare il letto.
Prese una seggiola e andò a sedere al balcone, al
fresco.
- Zrì!
Accidenti al pipistrello! Ma riconobbe subito, eh, che
quello era uno strido di pipistrello attirato dal lume
della candela che ardeva nella camera. E rise Granella
della paura che, questa volta, non aveva avuto, e alzò
gli occhi per discerner nel bujo lo svolazzio del
pipistrello. In quel mentre, gli giunse all'orecchio
dalla camera uno scricchiolio. Ma riconobbe subito
ugualmente che quello scricchiolio era della carta
appiccicata di fresco alle pareti, e ci si divertì un
mondo! Ah, erano uno spasso gli spiriti, a quella
maniera... Se non che, nel voltarsi, così sorridente, a
guardar dentro la camera, vide... - non comprese bene,
che fosse, in prima: balzò in piedi, esterrefatto;
s'afferrò, rinculando, alla ringhiera del balcone. Una
lingua spropositata, bianca, s'allungava silenziosamente
lungo il pavimento, dall'uscio dell'altra camera,
rimasto aperto!
Maledetto, maledetto, maledetto! un rotolo di carta da
parato, un rotolo di carta da parato che gli operai
forse avevano lasciato lì, in capo a quella scala... Ma
chi lo aveva fatto precipitare di là e poi scivolare
così, svolgendosi, lungo il pavimento di due stanze,
imbroccando perfettamente l'uscio aperto?
Granella non poté più reggere. Rientrò con la sedia;
richiuse di furia il balcone; prese il cappello, la
candela, e scappò via, giù per la scala. Aperto pian
piano il portone, guardò nello sterrato. Nessuno! Tirò a
sé il portone e, rasentando il muro della casa,
sgattajolò per il viottolo fuori delle mura al bujo.
Che doveva perderci la salute, lui, per amor della casa?
Fantasia alterata, sì; non era altro... dopo tutte
quelle chiacchiere... Gli avrebbe fatto bene passare una
notte all'aperto, con quel caldo. La notte, del resto,
era brevissima. All'alba, sarebbe rincasato. Di giorno,
con tutte le finestre aperte, non avrebbe avuto più, di
certo, quella sciocchissima paura; e, venendo di nuovo
la sera, avendo già preso confidenza con la casa,
sarebbe stato tranquillo, senza dubbio, che diamine!
Aveva fatto male, ecco, ad andarci a dormire, così, in
prima, per una bravata. Domani sera...
Credeva il Granella che nessuno si fosse accorto della
sua fuga. Ma in quel fondaco dirimpetto alla casa, un
carrettiere era ricoverato quella sera, che lo vide
uscire con tanta paura e tanta cautela, e lo vide poi
rientrare ai primi albori. Impressionato del fatto e di
quei modi, costui ne parlò nel vicinato con alcuni che,
il giorno avanti, erano andati a testimoniare in favore
dei Piccirilli. E questi testimoni allora si recarono in
gran segreto dall'avvocato Zummo ad annunziargli la fuga
del Granella spaventato.
Zummò accolse la notizia con esultanza.
- Lo avevo previsto! - gridò loro, con gli occhi che gli
schizzavano fiamme. - Vi giuro, signori miei, che lo
avevo previsto! E ci contavo. Farò appellare i
Piccirilli, e mi avvarrò di questa testimonianza dello
stesso Granella! A noi, adesso! Tutti d'accordo, ohé,
signori miei!
Complottò subito, per quella notte stessa, l'agguato.
Cinque o sei, con lui, cinque o sei: non si doveva
essere in più! Tutto stava a cacciarsi in quel fondaco,
senza farsi scorgere dal Granella. E zitti, per carità!
Non una parola con nessuno, durante tutta la giornata.
- Giurate!
- Giuriamo!
Più viva soddisfazione di quella non poteva dare a Zummo
l'esercizio della sua professione d'avvocato! Quella
notte stessa, poco dopo le undici, egli sorprese il
Granella che usciva scalzo dal portone della sua casa,
proprio scalzo, quella notte, in maniche di camicia, con
le scarpe e la giacca in una mano, mentre con l'altra si
reggeva su la pancia i calzoni che, sopraffatto dal
terrore, non era riuscito ad abbottonarsi.
Gli balzò addosso, dall'ombra, come una tigre, gridando:
- Buon passeggio, Granella!
Il pover uomo, alle risa sgangherate degli altri
appostati, si lasciò cader le scarpe di mano, prima una
e poi l'altra; e restò, con le spalle al muro, avvilito,
basito addirittura.
- Ci credi ora, imbecille, all'anima immortale? - gli
ruggì Zummo, scrollandolo per il petto. - La giustizia
cieca ti ha dato ragione. Ma tu ora hai aperto gli
occhi. Che hai visto? Parla!
Ma il povero Granella, tutto tremante, piangeva, e non
poteva parlare.
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