Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
4. Pallino e Mimì
Si chiamò prima
Pallino perché, quando nacque, pareva una palla.
Di tutta la figliata, che fu di sei, si salvò lui solo,
grazie alle preghiere insistenti e alla tenera
protezione dei ragazzi.
Babbo Colombo, come non poteva andare a caccia, ch'era
stata la sua passione, non voleva più neanche cani per
casa, e tutti, tutti morti li voleva quei cuccioli là.
Così pure fosse morta la Vespina loro madre, che gli
ricordava le belle cacciate degli altri anni, quand'egli
non soffriva ancora dei maledetti reumi, dell'artride,
che - eccolo là - lo avevano torto come un uncino!
A Chianciano, già il vento ci dava anche nei mesi caldi:
certe libecciate che investivano e scotevan le case da
schiantarle e portarsele via. Figurarsi d'inverno! E
dunque tutti in cucina, stretti accovacciati da mane a
sera nel canto del foco, sotto la cappa, senza cacciar
fuori la punta del naso, neanche per andare a messa la
domenica. Giusto, la Collegiata era lì dirimpetto a due
passi. Quasi quasi la messa si poteva vederla dai vetri
della finestra di cucina. Nelle altre camere della casa
non ci s'andava se non per ficcarsi a letto, la sera di
buon'ora. Ma babbo Colombo ci faceva anche di giorno una
capatina di tanto in tanto, curvo, con le gambe
fasciate, spasimando a ogni passo, per andar a vedere
dal balcone della sala da pranzo tutta la Val di Chiana
che si scopriva di là e il suo bel podere di Caggiolo. E
Vespina, a farglielo apposta, gravida, così che poteva
appena spiccicar le piote da terra, lo seguiva lemme
lemme, per accrescergli il rimpianto della campagna
lontana, il dispetto di vedersi ridotto in quello stato.
Maledetta! E ora gli faceva i figliuoli, per giunta. Ma
glielo avrebbe accomodati lui! Oh, senza farli penare,
beninteso. Li avrebbe presi per la coda e là, avrebbe
loro sbatacchiata la testa in una pietra.
I ragazzi, la Delmina, Ezio, Igino, la Norina, nel
vedergli far l'atto, gridavano:
- No, babbo! piccinini!
Sicché, quando i cuccioli vennero alla luce, ne vollero
salvare almeno uno, quello che sembrò loro il più
carino, sottraendolo e nascondendolo. Ottenuta la
grazia, andarono per veder Pallino, e sissignori, gli
mancava la coda! Parve loro un tradimento, e si
guardarono tutt'e quattro negli occhi:
- Madonna! Senza coda! E come si fa?
Appiccicargliene una finta non si poteva, né fare che il
babbo non se n'accorgesse. Ma ormai la grazia era
concessa, e Pallino fu tenuto in casa, per quanto già la
tenerezza dei padroncini, a causa di quel ridicolo
difetto, fosse venuta a mancare.
Per giunta anche si fece di giorno in giorno più brutto.
Ma non ne sapeva nulla lui, bestiolino! Senza coda era
nato, e pareva ne facesse a meno volentieri; pareva anzi
non sospettasse minimamente che gli mancava qualche
cosa. E voleva ruzzare.
Ora, farà pena un bimbo nato male, zoppetto o gobbino, a
vederlo ridere e scherzare, ignaro della sua disgrazia;
ma una brutta bestiola non ne fa, e se ruzza e disturba,
non si ha sofferenza per lei; le si dà un calcio, là e
addio.
Pallino, distratto dai suoi giuochi furibondi con un
gomitolo o con qualche pantofola da una pedata che lo
mandava a ruzzolare da un capo all'altro della cucina,
si levava lesto lesto su le due zampette davanti, le
orecchie dritte, la testa da un lato, e stava un pezzo a
guardare.
Non guaiva né protestava.
Pareva che a poco a poco si capacitasse che i cani
debbano esser trattati così, che questa fosse una
condizione inerente alla sua esistenza canina e che non
ci fosse perciò da aversene a male.
Gli ci vollero però circa tre mesi per capire ben bene
che al padrone non piaceva che le pantofole gli fossero
rosicchiate. Allora imparò anche a cansar le pedate:
appena babbo Colombo alzava il piede, lasciava la preda
e andava a cacciarsi sotto il letto. Lì riparato, imparò
un'altra cosa: quanto, cioè, gli uomini siano cattivi.
Si sentì chiamare amorevolmente, invitare a venir fuori
col frullo delle dita:
- Qua, Pallino! Caro! caro! qua, piccinino!
S'aspettava carezze, s'aspettava il perdono, ma, appena
ghermito per la cuticagna, botte da levare il pelo. Ah
sì? E allora, anche lui si buttò alle cattive: rubò,
stracciò, insudiciò, arrivò finanche a morsicare. Ma ci
guadagnò questo, che fu messo alla porta; e, siccome
nessuno intercedette per lui, andò randagio e mendico
per il paese.
Finché non se lo tolse in bottega Fanfulla Mochi,
macellajo, a cui era morto in quei giorni il cagnolino.
Fanfulla Mochi era un bel tipo.
Amava le bestie, e gli toccava ammazzarle; non poteva
soffrire gli uomini e gli toccava servirli e
rispettarli. Avrebbe tenuto in cuor suo dalla parte dei
poveri; ma, da macellajo, non poteva, perché la carne ai
poveri, si sa, riesce indigesta. Doveva servire i
signori che non avevano voluto averlo dalla loro.
Sicuro! Perché era nato signore, lui, almeno per metà!
Lo desumeva dal fatto che, uscito a sedici anni da un
nobile ospizio in cui era stato accolto fin dalla
nascita, gli eran venuti, non sapeva né donde, né come,
né perché, sei mila lire, residuo d'un rimborso
liquidato in contanti. Lo avevan messo garzone in una
macelleria; e da che c'era, con quella sommetta, aveva
seguitato a fare il macellajo per conto suo. Ma il
sanguaccio del gran signore se lo sentiva nelle vene
torpide, nelle piote gottose, e un cotal fluido pazzesco
gli circolava per il corpo, che ora gli dava una noja
cupa e amara, ora lo spingeva a certi atti... Per
esempio: tre anni fa, radendosi la barba e vedendosi
allo specchio più brutto del solito, già invecchiato,
infermiccio, s'era lasciata andare una bella rasojata
alla gola, tirata coscienziosamente a regola d'arte.
Condotto mezzo morto all'ospedaletto, aveva rassicurato
la gente che gli correva dietro spaventata:
- Non è niente, non è niente: un'incicciatina!
Per prima cosa, Fanfulla Mochi ribattezzò Pallino: gli
impose il nome di Bistecchino; poi lo portò alla
finestra e gli disse:
- Vedi là, Bistecchino, il mio bel Monte Amiata! Grosse
le scarpe, ma tu sapessi che cervelli fini ci si fa!
Bastardi, ma fini. Se tu vuoi stare con me, dev'essere
un patto che tu diventi un canino saggio e per bene.
T'adotterò io, non temere: acculati qua! Se fossi porco,
Bistecchino, mangeresti tu? Io no. Il porco crede di
mangiare per sé e ingrassa per gli altri. Non è punto
bella la sorte del porco. Ah - io direi - m'allevate per
questo? Ringrazio, signori. Mangiatemi magro.
Pallino a questo punto sternutì due o tre volte, come in
segno d'approvazione. Fanfulla ne fu molto contento, e
seguitò a conversare a lungo con lui, ogni giorno; e
quello ad ascoltare serio serio, finché, prima una zampa
ad annaspare, poi levava la testa e spalancava la bocca
a uno sbadiglio seguito da un variato mugolio, per far
intendere al padrone che bastava.
Fosse per la triste esperienza fatta in casa di babbo
Colombo, per via della coda che gli mancava, fosse per
gli ammaestramenti di Fanfulla, fatto sta ed è che
Pallino divenne un cane di carattere, un cane che si
faceva notare, non solamente perché scodato, ma anche
per il suo particolar modo di condursi tra le bestie sue
pari e le superiori.
Era un cane serio, che non dava confidenza a nessuno.
Se qualche suo simile gli veniva dietro o incontro, esso
lo puntava raccolto in sé, fermo su le quattro zampe,
come per dirgli:
- «Chi ti cerca? Lasciami andare!»
E questo faceva, non certo per paura, sì per profondo
disprezzo di cani del suo paese, tanto maschi che
femmine.
Pareva almeno così, perché d'estate quando a Chianciano
venivano per la cura dell'acqua i villeggianti in gran
numero coi loro cagnolini, e le loro cagnoline, Pallino
cangiava di punto in bianco, diventava socievole,
chiassone, proprio un altro; tutto il giorno in giro da
questa a quella Pensione, a lasciare a suo modo, alzando
un'anca, biglietti da visita, il benvenuto ai cani
forestieri, agli ospiti, che poi accompagnava da per
tutto e, al bisogno, difendeva con feroce zelo dalle
aggressioni dei paesani.
Scodinzolare non poteva per salutarli, e si dimenava
tutto, si storcignava, si buttava finanche a terra per
invitarli a ruzzare. E i cagnolini forestieri gliene
sapevano grado. In città, uscivano incatenati e con la
museruola; qua invece, liberi e sciolti, perché i
padroni eran sicuri di non perderli e di non incorrere
in multe. Quei cagnolini, insomma, facevano la
villeggiatura anche loro e Pallino era il loro spasso.
Se qualche giorno tardava, essi, in tre, in quattro, si
presentavano innanzi alla bottega di Fanfulla per
reclamarlo.
- Bistechino, abbi senno! - gli diceva Fanfulla,
minacciandolo col dito. - Codesti cani signorini non
sono per te. Tu cane di strada sei, proletario
rinnegato! Non mi piace che tu faccia così da buffone ai
cani de' signori.
Ma Pallino non gli dava retta, non gli dava retta, non
gliene poteva dare, segnatamente quell'anno, perché tra
quei cani signorini che venivano a stuzzicarlo in
bottega, c'era un amor di canina, piccola quanto un
pugno, un batuffoletto bianco arruffato, che non si
sapeva dove avesse le zampe, dove le orecchie; letichina
di prima forza, che mordeva però per davvero qualche
volta. Certi morsichetti, che ardevano e lasciavano il
segno per più d'un giorno!
Ma Pallino se li pigliava tanto volentieri.
Quella cosina bianca gli guizzava, abbajando, di tra i
piedi, per assaltarlo di qua e di là. Fermo per farle
piacere, esso la seguiva con gli occhi in quelle
mossette aggraziate; poi, quasi temendo che si
straccasse e affiochisse dal troppo abbajare (donde la
cavava quella voce più grossa di lei?) si sdrajava a
terra, a pancia all'aria, e aspettava che essa, dopo
essersi fogata per finta, tornasse indietro con la
stessa furia e gli saltasse addosso; la abbracciava e si
lasciava mordere beatamente il muso e le orecchie.
Se n'era proprio innamorato insomma; e, così rozzo e
senza coda, povero Pallino, ne' suoi vezzi smorfiosi a
qual niente fatto di peli, era d'una ridicolaggine
compassionevole.
La canina si chiamava Mimì e alloggiava con la padrona
alla Pensione Ronchi.
La padrona era una signorina americana, ormai un po'
attempatella, da parecchi anni dimorante in Italia - in
cerca d'un marito, dicevano le male lingue.
Perché non lo trovava?
Brutta non era: alta di statura, svelta e anche formosa;
begli occhi, bei capelli, labbra un po' tumide, accese,
e in tutto il corpo e nel volto un'aria di nobiltà e una
certa grazia malinconica. E poi miss Galley vestiva con
ricca e linda semplicità e portava enormi cappelli
ondeggianti di lunghi e tenui veli, che le stavano a
meraviglia.
Corteggiatori, non gliene mancavano: ne aveva anzi
sempre attorno due o tre alla volta, e tutti dapprima,
sapendola americana, animati dai più serii propositi; ma
poi... eh poi, discorrendo, tastando il terreno... Ecco:
povera no, e si vedeva dal modo come viveva; ma ricca
miss Galley non era neppure. E allora... allora perché
era americana?
Senza una buona dote, tanto valeva sposare una signorina
paesana. E tutti i corteggiatori si ritiravano
pulitamente in buon ordine. Miss Galley se ne rodeva e
sfogava il rodio segreto in furiose carezza alla sua
piccola, cara, fedele Mimì.
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Ma fossero state
carezze soltanto! La voleva zitella miss Galley, sempre
zitella, zitella come lei la sua piccola, cara, fedele
Mimì. Oh avrebbe saputo guadarla lei dalle insidie dei
maschiacci! Guaj, guaj se un canino le si accostava.
Subito miss Galley se la toglieva in braccio; ed eran
busse, se Mimì, che aveva già cinque anni e non sapeva
capacitarsi per qual ragione, rimanendo zitella la
padrona, dovesse rimaner zitella anche lei, si
ribellava; busse se agitava le zampette per springare a
terra, busse se allungava il collo o cacciava il musetto
sotto il braccio della sua tiranna per vedere se il
canino innamorato la seguisse tuttavia.
Per fortuna, questa crudele sorveglianza si faceva men
rigorosa ogni qual volta un nuovo corteggiatore veniva a
rinvedir le speranze di miss Galley. Se Mimì avesse
potuto ragionare e riflettere, dalla maggiore o minore
libertà di cui godeva, avrebbe potuto argomentare di
quanta speranza la nuova avventura desse alimento al
cuore inesausto della sua padrona, uccellino dal becco
sempre aperto.
Ora, quell'estate, a Chianciano, Mimì era bellissima.
C'era, difatti, alla Pensione Ronchi, un signore, un
bell'uomo d'oltre quarant'anni, molto bruno,
precocemente canuto, ma coi baffi ancor neri (forse un
po' troppo), elegantissimo, il quale, venuto a
Chianciano pei quindici giorni della cura, vi si
tratteneva da oltre un mese e non accennava ancora
d'andarsene, per quanto all'arrivo, avesse dichiarato
d'avere a Roma urgentissimi affari, a cui s'era
sottratto a stento e non senza grave rischio. Di che
genere fossero questi affari, non lo diceva; aveva molto
viaggiato e mostrava di conoscer bene Londra e Parigi e
d'aver molte aderenze nel mondo giornalistico romano.
Sul registro della Pensione s'era firmato: Comm. Basilio
Gori. Fin dal primo giorno s'era messo a parlare in
inglese, a lungo, con miss Galley. Ora l'uno e l'altra
ogni mattina uscivano dalla Pensione per tempissimo e si
recavano a piedi, per il lungo stradale alberato, alle
Terme dell'Acqua Santa.
Miss Galley non beveva: diceva d'esser venuta a
Chianciano solo per cambiamento d'aria.
Beveva lui.
Passeggiavano accanto, loro due soli, pe' vialetti del
prato in pendio sotto gli alti platani, bersagliati
dalla maligna curiosità di tutti gli altri bagnanti. A
lui questa maligna curiosità pareva non dispiacesse
punto; e se due o tre si fermavano apposta per godere
davvicino e con una certa impertinenza di quello
spettacolo d'amor peripatetico, egli volgeva loro uno
sguardo freddo, sprezzante, ma con un'aria di vanità
soddisfatta; ella, invece, abbassava gli occhi, per
levarli poco dopo in volto a lui, a ricevere il compenso
di quella tenera, istintiva gratitudine che ogni uomo
prova per la donna che, sacrificando un po' del suo
pudore, dimostra di voler piacere a uno solo, sfidando
la malignità degli altri.
Mimì li seguiva, e spesso provocava le risa di quanti
stavano a osservar la coppia innamorata, perché di
tratto in tratto addentava di dietro la veste della
padrona e gliela tirava, gliela scoteva, squassando
rabbiosamente la testina, come se volesse richiamarla a
sé, arrestarla. Miss Galley, assalita dalla stizza,
strappava la veste dai denti della cagnolina e la
mandava a ruzzolar lontano su l'erbetta del prato. Ma,
poco dopo, Mimì ritornava all'assalto, non già perché le
premesse la buona reputazione della padrona, ma perché a
girar lì per quei pratelli scoscesi s'annojava
maledettamente e voleva ritornare in paese ove si sapeva
aspettata dal suo Pallino.
Tira e tira, raggiunse finalmente l'intento. Miss Galley
la lasciò, con molti avvertimenti, alla Pensione,
adducendo in iscusa che temeva si stancasse troppo, la
povera bestiolina.
Difatti miss Galley e il commendator Gori, dopo aver
girato per più di un'ora pei viali dell'Acqua Santa,
ritornavano, sempre a piedi, al paese, ma per riprender
poco dopo a vagabondare o su per la strada di
Montepulciano, o giù per quella che conduce alla
stazione, o salivano al poggio dei Cappuccini, e non
rientravano alla Pensione se non all'ora di pranzo. E,
via facendo, ella con l'ombrellino rosso riparava anche
lui dai raggi del sole, e tutti e due andavano
mollemente quasi avviluppati in una tenerezza deliziosa,
assaporando l'ebrietà squisita delle carezze rattenute,
dei contatti fuggevoli delle mani, dei lunghi sguardi
appassionati, in cui le anime si allacciano, si
stringono fino a spasimar di voluttà.
Intanto i vetturini, che non li potevano soffrire perché
li vedevano andar sempre a piedi, si facevano venir la
tosse ogni qual volta li incontravano per la strada, e
quella tosse faceva ridere i signori che traballavano
nelle vetturette sgangherate.
A Chianciano ormai non si parlava d'altro; in tutte le
Pensioni, al Circolo, al Caffè, in farmacia, al Giuoco
del Pallone, all'Arena, miss Galley e il commendator
Gori facevano da mane a sera le spese della
conversazione. Chi li aveva incontrati qua e chi là, e
lui era messo così e lei era messa cosà... Quelli che,
finita la cura, partivano, ragguagliavano i nuovi
arrivati, e dopo quattro o cinque giorni domandavano
ancora, da lontano, nelle cartoline illustrate, notizie
della coppia felice.
Tutt'a un tratto (si era ormai ai primi di settembre) si
sparse per Chianciano la notizia che il commendator Gori
partiva per Roma all'improvviso, lui solo. I commenti
furono infiniti e grandissimo lo stupore.
Che era accaduto?
Alcuni dicevano che miss Galley aveva saputo che egli
era ammogliato e diviso dalla moglie; altri, che il Gori,
essendo d'un balzo in principio salito ai sette cieli,
aveva avuto bisogno di tutto quel tempo per calare con
garbo a ghermir la preda, la quale, alla stretta, gli
s'era scoperta magra e spennata; altri poi volevano
sostenere che non c'era rottura; che miss Galley avrebbe
raggiunto a Roma il fidanzato, e altri infine, che il
Gori sarebbe ritornato a Chianciano fra pochi giorni per
ripartire quindi con la sposa per Firenze. Ma quelli
della Pensione Ronchi assicuravano che l'avventura era
proprio finita, tanto vero che miss Galley non era scesa
quel giorno in sala a desinare e che il Gori s'era
mostrato a tavola molto turbato.
Tutti questi discorsi s'intrecciavano nella piazza del
Giuoco del Pallone, ove l'intera colonia bagnante e
molti del paese eran convenuti per assistere alla
partenza del Gori.
Quando la vettura uscì dalla porta del paese, tutti si
fecero alla spalletta della piazza.
Il Gori, in vettura, leggeva tranquillamente il
giornale. Passando sotto la piazza, levò gli occhi, come
per godere, lui attore, dello spettacolo di tanti
spettatori.
Ma, all'improvviso, dietro la piccola Arena che sorge in
mezzo alla piazza si levò un furibondo abbaio d'una
frotta di cani azzuffati, aggrovigliati in una mischia
feroce. Tutti si voltarono a guardare, alcuni
ritraendosi per paura, altri accorrendo coi bastoni
levati.
In mezzo a quel groviglio c'era Pallino con la sua Mimì,
Pallino e Mimì che, tra l'invidia e la gelosia terribile
dei loro compagni, erano riusciti finalmente a celebrar
le loro nozze.
Le signore torcevano il viso, gli uomini sghignazzavan,
quando, preceduta da una frotta di monellacci, si
precipitò nella piazza miss Galley, come una furia,
scapigliata dal vento e dalla corsa, col cappello in
mano e gli occhi gonfi e rossi di pianto.
- Mimì! Mimì! Mimì!
Alla vista dell'orribile scempio, levò le braccia,
allibita, poi si coprì il volto con le mani, volse le
spalle e risalì in paese con la stessa furia con la
quale era venuta. Rientrata alla Pensione come una
bufera, s'avventò contro il Ronchi, contro i camerieri,
con le dita artigliate, quasi volesse sbranarli; si
contenne a stento, strozzata dalla rabbia, arrangolata,
senza potere articolar parola. Già dianzi aveva perduto
la voce, strillando, nell'accorgersi (dopo tanti
giorni!) che Mimì non era sorvegliata, che Mimì non er
in casa e non si sapeva dove fosse. Salì nella sua
camera, afferrò, ammassò tutte le sue robe nel baule,
nelle valige, ordinò una vettura a due cavalli, che la
conducesse subito subito alla stazione di Chiusi, perché
non voleva trattenersi più a lungo a Chianciano, neanche
un'ora, neanche un minuto.
Sul punto di partire, da quegli stessi monellacci che
erano corsi con lei in cerca della cagnolina, ansanti,
esultanti per la speranza d'una buona mancia, le fu
presentata la povera Mimì, più morta che viva. Ma miss
Galley, contraffatta dall'ira, con un violentissimo
scatto la respinse, storcendo la faccia.
Mimì, all'urto furioso, cadde a terra, batté il musetto
e, con acuti guaiti, corse ranca ranca a ficcarsi sotto
un divano alto appena tre dita dal suolo, mentre la
padrona inviperita montava sul legno e gridava al
vetturino:
- Via!
Il Ronchi, i camerieri, i bagnanti rientrati di corsa
alla Pensione, restarono un pezzo a guardarsi tra loro,
sbalorditi; poi ebbero pietà della povera cagnolina
abbandonata; ma, per quanto la chiamassero e la
invitassero coi modi più affettuosi, non ci fu verso di
farla uscire da quel nascondiglio. Bisognò che il
Ronchi, ajutato da un cameriere, sollevasse e scostasse
il divano. Ma allora Mimì s'avventò alla porta come una
freccia e prese la fuga. I monelli le corsero dietro,
girarono tutto il paese, per ogni verso, arrivarono fin
presso la stazione: non la poterono rintracciare.
Il Ronchi, che aveva avuto per lei tante noje, scrollò
le spalle, esclamando:
- O vada a farsi benedire!
Dopo cinque o sei giorni, verso sera, Mimì, sudicia,
scarduffata, famelica, irriconoscibile, fu rivista per
le vie di Chianciano, sotto la pioggia lenta, che
segnava la fine della stagione. Gli ultimi bagnanti
partivano: in capo a una settimana, il paesello,
annidato su l'alto colle ventoso, avrebbe ripreso il
fosco aspetto invernale.
- To', la cagnetta della signorina! - disse qualcuno,
vedendola passare.
Ma nessuno si mosse a prenderla, nessuno la chiamò. E
Mimì seguitò a vagare, sotto la pioggia. Era già stata
alla Pensione Ronchi, ma l'aveva trovata chiusa, perché
il proprietario s'era affrettato di andare in campagna
per la vendemmia.
Di tratto in tratto s'arrestava a guardare con gli
occhietti cisposi tra i peli, come se non sapesse ancora
comprendere come mai nessuno avesse pietà di lei così
piccola, di lei così carezzata prima e curata: come mai
nessuno la prendesse per riportarla alla padrona, che
l'aveva perduta, alla padrona, che essa aveva cercato
invano per tanto tempo e cercava ancora. Aveva fame, era
stanca, tremava di freddo, non sapeva più dove andare,
dove rifugiarsi.
Nei primi giorni, qualcuno, nel vedersi seguito da lei,
si chinò a lisciarla, a commiserarla; ma poi, seccato di
trovarsela sempre alle calcagna, la cacciò
sgarbatamente. Era gravida. Pareva quasi impossibile:
una coserellina così, che non pareva nemmeno: gravida! E
la scostavano col piede.
Fanfulla Mochi, dalla soglia della bottega, vedendola
trotterellar per via, sperduta, un giorno la chiamò; le
diede da mangiare; e siccome la povera bestiola, ormai
avvezza a vedersi scacciata da tutti, se ne stava con la
schiena arcuata, per paura, come in attesa di qualche
calcio, la lisciò, la carezzò, per rassicurarla. La
povera Mimì, quantunque affamata, lasciò di mangiare per
leccar la mano del benefattore. Allora Fanfulla chiamò
Pallino, che dormiva nella cuccia sotto il banco:
- Cane, figlio di cane, brutto libertino scodato, guarda
qua la tua sposa!
Ma ormai Mimì non era più una cagnetta signorina, era
divenuta una cagnetta di strada, una delle tante del
paese. E Pallino non la degnò nemmeno d'uno sguardo.
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