Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
3. Acqua amara

Poca gente, quella mattina, nel parco attorno alle Terme. La
stagione balneare era ormai per finire.
In due sediletti vicini, in un crocicchio sotto gli alti
platani, stavano un giovanotto pallido, anzi giallo, magro
da far pietà dentro l'abito nuovo, chiaro, le cui pieghe,
per esser troppo ampio, ancora fresche della stiratura,
cascavano tutte a zig-zag, e un omaccione su la cinquantina,
con un abituccio di teletta tutto raggrinzito dove la
pinguedine enorme non lo stirava fino a farlo scoppiare, e
un vecchio panama sformato sul testone raso.
Reggevano entrambi per il manico i bicchieri ancor pieni
della tepida e greve acqua alcalina presa or ora alla fonte.
L'uomo grasso, quasi intronato ancora dagli strepitosi ronfi
che aveva dovuto tirar col naso durante la notte,
socchiudeva di tanto in tanto nel faccione da padre abate
satollo e pago gli occhi imbambolati dal sonno. Il
giovanotto magro, all'aria frizzante della mattina, sentiva
freddo e aveva perfino qualche brivido.
Né l'uno né l'altro sapevano risolversi a bere e pareva che
ciascuno aspettasse dall'altro l'esempio. Alla fine, dopo il
primo sorso, si guardarono coi volti contratti dalla
medesima espressione di nausea.
- Il fegato, eh? - domandò piano, a un tratto, l'uomo grasso
al giovinotto, riscotendosi. - Colichette epatiche, eh? Lei
ha moglie, mi figuro...
- No, perché? - domandò a sua volta il giovinotto con un
penoso raggrinzamento di tutta la faccia, che voleva esser
sorriso.
- Mi pareva, così all'aria... - sospirò l'altro. - Ma se non
ha moglie, stia pur tranquillo: lei guarirà!
Il giovinotto tornò a sorridere come prima.
- Lei soffre forse di fegato? - domandò poi, argutamente.
- No, no, niente più moglie, io! - s'affrettò a rispondere
con serietà l'uomo grasso. - Soffrivo di fegato; ma grazie a
Dio, mi sono liberato della moglie; son guarito. Vengo qua,
da tredici anni ormai, per atto di gratitudine. Scusi,
quand'è arrivato lei?
- Ieri sera, alle sei, - disse il giovinotto.
- Ah, per questo! - esclamò l'altro, socchiudendo gli occhi
e tentennando il testone. - Se fosse arrivato di mattina,
già mi conoscerebbe.
- Io... la conoscerei?
- Ma sì, come mi conoscono tutti, qua. Sono famoso! Guardi,
alla Piazza dell'Arena, in tutti gli Alberghi, in tutte le
Pensioni, al Circolo, al Caffè da Pedoca, in farmacia, da
tredici anni a questa parte, stagione per stagione, non si
parla che di me. Io lo so e ne godo e ci vengo apposta.
Dov'è sceso lei? Da Rori? Bravo. Stia pur sicuro che oggi, a
tavola da Rori, le narreranno la mia storia. Ci prendo
avanti, se permette, e gliela narro io, filo filo.
Così dicendo, si tirò su faticosamente dal suo sedile e andò
a quello del giovinotto, che gli fece posto, con la faccetta
gialla tutta strizzata per la contentezza.
- Prima di tutto, per intenderci, qua mi chiamano Il marito
della dottoressa. Cambiè mi chiamo. Di nome, Bernardo.
Bernardone, perché sono grosso. Beva. Bevo anch'io.
Bevvero. Fecero una nuova smorfia di disgusto, che vollero
cangiar subito in un sorriso, guardandosi teneramente. E
Cambiè riprese:
- Lei è giovanissimo e patituccio sul serio. Queste
confidenze sviscerate che le farò, le potranno servire più
di quest'acquaccia qua, che è amara, ma, in compenso, non
giova a nulla, creda pure. Ce la danno a bere, in tutti i
sensi, e noi la beviamo perché è cattiva. Se fosse buona...
Ma no, basta: perché lei fa la cura e le conviene aver
fiducia.
Deve sapere che sentivo dire matrimonio e, con rispetto
parlando, mi si rompeva lo stomaco, proprio mi... mi veniva
di... sissignore. Vedevo un corteo nuziale? sapevo che un
amico andava a nozze? Lo stesso effetto. Ma che vuole da
noi, sciagurati mortali? Spunta una macchiolina nel sole? un
subisso di cataclismi. Un re si alza con la lingua sporca?
guerre e sterminii senza fine. Un vulcano ci ha il
singhiozzo? terremoti, catastrofi, un'ecatombe...
A Napoli, al tempo mio, ci scoppiò il colera: quel gran
colera di circa vent'anni fa, di cui lei, se non si ricorda,
avrà certo sentito parlare.
Mio padre, povero impiegato, con la bella fortuna che lo
perseguitava, naturalmente si trovò a Napoli, l'anno del
colera. Io, che avevo già trent'anni e vi avevo trovato un
buon collocamento, avevo preso a pigione un quartierino da
scapolo, non molto lontano da casa mia. Stavo in famiglia, e
lì tenevo una ragazza che m'era piovuta come dal cielo.
Carlotta. Si chiamava così. Ed era figlia d'un... non c'è
niente di male, sa! professioni, - figlia d'uno strozzino.
Prete spogliato.
Era scappata di casa per certi litigi con la madraccia e un
fratellino farabutto, che non starò a raccontarle. Pareva
bonina, lei; ed era forse, allora; ma capirà: amante, poco
ci sofisticavo.
Scusi, è religioso lei? Così così. Forse più non che sì.
Come me. Mia madre, invece, caro signore, religiosissima.
Povera donna, soffriva molto di quella mia relazione per lei
peccaminosa. Sapeva che quella ragazza, prima che mia, non
era stata d'altri. Scoppiato il colera, atterrita dalla
grande moria e convinta fermamente che dovessimo tutti
morire, io sopra tutti, ch'ero, secondo lei, in peccato
mortale, per placare l'ira divina, pretese da me il
sacrifizio che sposassi, almeno in chiesa solamente, quella
ragazza.
Creda pure che non l'avrei mai fatto, se Carlotta non fosse
stata colpita dal male. Dovevo salvarle l'anima, almeno:
l'avevo promesso a mia madre. Corsi a chiamare un prete e la
sposai. Ma che fu? mano santa? miracolo? Pareva morta,
guarì!
Mia madre, per spirito di carità, anzi di sacrifizio, non
ostante la tremarella, aveva voluto assistere alla
cerimonia, e poi rimanere lì presso al letto della colpita.
Sembrava che il colera fosse venuto a Napoli per me, per
castigar me dal peccato mortale, e che dovesse passare con
la guarigione di Carlotta, tanto impegno, tanto zelo mise
mia madre a curarla. Appena l'ebbe salvata, vedendo che lì,
in quel quartierino, mancavano per la convalescente tutti i
comodi, volle anche portarsela a casa, non ostante la mia
opposizione.
Capirà bene che, entrata, Carlotta non ne uscì se non mia
sposa legittima di lì a poco, appena cessata la moria.
E ribeviamo, caro signore!
Per fortuna, a Carlotta durante l'epidemia erano morti
padre, madre e fratelli. Fortuna e disgrazia, perché, unica
superstite della famiglia, ereditò trentotto o quarantamila
lire, frutto della nobile professione paterna.
Moglie e con la dote, che vide, signor mio? cambiò da un
giorno all'altro, da così a così.
Ora senta. Sarà che io mi trovo in corpo un certo
spiritaccio... come dire? fi... filosofesco, che magari a
lei potrà sembrare strambo; ma mi lasci dire.
Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il
femminile?
Nossignore.
La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a
parte.
E, quanto ai generi, la donna, col matrimonio, ci guadagna
sempre. Avanza! Entra cioè a partecipar di tanto del genere
mascolino, di quanto l'uomo, necessariamente, ne scapita
molto, creda a me.
Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatichetta
ragionata come dico io, vorrei mettere per regola che si
debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito.
Lei ride? Ma per la moglie, caro signore, il marito non è
più un uomo. Tanto vero, che non si cura più di piacergli.
«Con te non c'è più sugo», pensa la moglie. «Tu già mi
conosci.»
Ma pure, se il marito è così dabbenaccio da rinzelarsi,
vedendola per esempio a letto come una diavola, coi capelli
incartocciati, col viso impiastricciato, e via dicendo:
- Ma io lo faccio per te! - è capace di rispondergli lei.
- Per me?
- Sicuro. Per non farti sfigurare. Ti piacerebbe che la
gente, vedendoci per via, dicesse: «Oh guarda un po' che
moglie è andata a scegliersi quel pover uomo»?
E il marito, che - gliel'assicuro - non è più uomo, si sta
zitto; quand'invece dovrebbe gridare:
«Ma me lo dico io da me, cara, che moglie sono andato a
scegliermi, nel vederti così, adesso, accanto a me! Ah, tu
mi ti mostri brutta per casa e a letto, perché gli altri
poi, per via, possano esclamare: «Oh guarda che bella moglie
ha quel pover uomo»? E mi debbono invidiare per giunta? Ma
grazie, grazie cara, di quest'invidia per me, che si
traduce, naturalmente, in un desiderio di te. Tu vuoi esser
desiderata perché io sia invidiato? Quanto sei buona! Ma più
buono sono io che t'ho sposata».
E il dialogo potrebbe seguitare. Perché c'è il caso, sa? che
la moglie abbia anche l'impudenza incosciente di domandare
al marito se, acconciata adesso e parata per uscire a
passeggio, gli pare che stia bene.
Il marito dovrebbe risponderle:
«Ma sai, cara? i gusti son tanti. A me, come a me, già te
l'ho detto, codesti capelli pettinati così non mi garbano. A
chi vuoi piacere? Bisognerebbe che tu me lo dicessi, per
saperti rispondere. A nessuno? proprio a nessuno? Ma allora,
benedetta te, nessuno per nessuno, cerca di piacere a tuo
marito, che almeno è uno!»
Caro signore, a una tale risposta la moglie guarderebbe il
marito quasi per compassione, poi farebbe una spallucciata,
come a dire:
«Ma tu che c'entri?».
E avrebbe ragione. Le donne non possono farne a meno: per
istinto, vogliono piacere. Han bisogno d'esser desiderate,
le donne.
Ora, capirà, un marito non può più desiderar la moglie che
ha giorno e notte con sé. Non può desiderarla, intendo
com'ella vorrebbe essere desiderata.
Già, come la moglie nel marito non vede più l'uomo, così
l'uomo nella moglie, a lungo andare, non vede più la donna.
L'uomo, più filosofo per natura, ci passa sopra; la donna,
invece, se ne offende; e perciò il marito le diventa presto
increscioso e spesso insopportabile.
Essa deve fare il comodo suo, il marito no.
Ma qualunque cosa egli facesse, creda pure, non andrebbe mai
bene per lei, perché l'amore, quel tale amore di cui ella ha
bisogno, il marito, solamente perché marito, non può più
darglielo. Più che amore è una cert'aura di ammirazione di
cui ella vuol sentirsi avviluppata. Ora vada lei ad
ammirarla per la casa coi diavoletti in capo, senza busto,
in ciabatte, e oggi, poniamo, col mal di pancia e domani col
mal di denti. Quella cert'aura può spirar fuori, dagli occhi
degli uomini che non sanno, e dei quali essa, senza parere,
con arte sopraffina, ha voluto e saputo attirare e fermare
gli sguardi per inebriarsene deliziosamente. Se è una moglie
onesta, questo le basta. Le parlo adesso delle mogli oneste,
io, intendiamoci, anzi delle intemerate addirittura. Delle
altre non c'è più sugo a parlarne.
Mi consenta un'altra piccola riflessione. Noi uomini abbiamo
preso il vezzo di dire che la donna è un essere
incomprensibile. Signor mio, la donna, invece, è tal quale
come noi, ma non può né mostrarlo, né dirlo, perché sa,
prima di tutto, che la società non glielo consente, recando
a colpa a lei quel che invece reputa naturale per l'uomo; e
poi perché sa che non farebbe piacere agli uomini, se lo
mostrasse e lo dicesse. Ecco spiegato l'enigma. Chi ha avuto
come me la disgrazia d'intoppare in una moglie senza peli
sulla lingua, lo sa bene.
E diamo ancora una bevutina. Coraggio!
Non era così dapprima Carlotta. Diventò così subito dopo il
matrimonio, appena cioè si sentì a posto e s'accorse ch'io
cominciai naturalmente a vedere in lei non soltanto il
piacere, ma anche quella bruttissima cosa che è il dovere.
Io dovevo rispettarla, adesso, no? Era mia moglie! Ebbene,
forse lei non voleva essere rispettata. Chi sa perché, il
vedermi diventare di punto in bianco un marito esemplare, le
diede terribilmente ai nervi.
Inizio
pagina
Cominciò per noi una vita d'inferno. Lei, sempre
ingrugnata, spinosa, irrequieta; io, paziente, un po'
per paura, un po' per la coscienza d'aver commesso la
più grossa delle bestialità e di doverne piangere le
conseguenze. Le andavo appresso come un cagnolino. E
facevo peggio! Per quanto mi ci scapassi, non riuscivo
però a indovinare, che diamine volesse mia moglie. Ma
avrei sfidato chiunque a indovinarlo! Sa che voleva?
Voleva esser nata uomo, mia moglie. E se la pigliava con
me perché era nata femmina. - Uomo, - diceva, - e magari
cieco d'un occhio!
Un giorno le domandai:
- Ma sentiamo un po', che avresti fatto, se fossi nata
uomo?
Mi rispose, sbarrando tanto d'occhi:
- Il mascalzone!
- Brava!
- E moglie, niente, sai! Non l'avrei presa.
- Grazie, cara.
- Oh, puoi esserne più che sicuro!
- E ti saresti spassato? Dunque tu credi che con le
donne ci si possa spassare?
Mia moglie mi guardò nel fondo degli occhi.
- Lo domandi a me? - mi disse. - Tu forse non lo sai? Io
non avrei preso moglie anche per non far prigioniera una
povera donna.
- Ah, - esclamai. - Prigioniera ti senti?
E lei:
- Mi sento? E che sono? che sono stata sempre, da che
vivo? Io non conosco che te. Quando mai ho goduto io?
- Avresti voluto conoscer altri?
- Ma certo! ma precisamente come te, che ne hai
conosciute tante prima e chi sa quante dopo!
Dunque, signor mio, tenga bene a mente questo: che una
donna desidera proprio tal quale come noi. Lei, per modo
d'esempio, vede una bella donna, la segue con gli occhi,
se la immagina tutta, e col pensiero la abbraccia, senza
dirne nulla, naturalmente, a sua moglie che le cammina
accanto? Nel frattempo, sua moglie vede un bell'uomo, lo
segue con gli occhi, se lo immagina tutto, e col
pensiero lo abbraccia, senza dirne nulla a lei,
naturalmente.
Niente di straordinario in questo; ma creda pure che non
fa punto piacere il supporre questa cosa ovvia e
comunissima nella propria moglie, prigioniera col corpo,
non con l'anima. E il corpo stesso! Dica un po': non
abbiamo noi uomini la coscienza che, avendo
un'opportunità, non sapremmo affatto resistere? Ebbene,
s'immagini che è proprio lo stesso per la donna.
Cascano, cascano che è un piacere, con la stessa
facilità, se loro vien fatto, se trovano cioè un uomo
risoluto, di cui si possan fidare. Me l'ha lasciato
intender bene mia moglie, parlando - s'intende - delle
altre.
E vengo al caso mio.
Naturalmente, dopo un anno di matrimonio, m'ammalai di
fegato.
Per sei anni di fila, cure inutili, che fecero strazio
del mio povero corpo, ridotto in uno stato da far pietà
finanche agli altri ammalati del mio stesso male.
Il rimedio dovevo trovarlo qua.
Ci venni con mia moglie e, nei primi giorni, alloggiai
da Rori, dove ora è lei. Ordinai, appena arrivato, che
mi si chiamasse un medico per farmi visitare e
prescrivere quanti bicchieri al giorno avrei dovuto
bere, o se mi sarebbero convenute più le docce o i bagni
d'acqua sulfurea.
Mi si presentò un bel giovane, bruno, alto, aitante
della persona, dall'aria marziale, tutto vestito di
nero. Seppi poco dopo che era stato, difatti,
nell'esercito, medico militare, tenente medico; che a
Rovigo aveva contratto una relazione con la figlia d'un
tipografo; che ne aveva avuto una bambina, e che,
costretto a sposare, s'era dimesso ed era venuto qua in
condotta. Otto mesi dopo questo suo grande sacrifizio,
gli erano morte quasi contemporaneamente moglie e
figliuola. Erano già passati circa tre anni dalla doppia
sciagura, ed egli vestiva ancora di nero, come un
bellissimo corvo.
Faceva furore, capirà, con quel sacrifizio delle
dimissioni per amore, così mal ricompensato dalla sorte;
con quelle due disgrazie che gli si leggevano ancora
scolpite in tutta la persona, impostata che neanche
Carlomagno. Tutte le donne, a lasciarle fare avrebbero
voluto consolarlo. Egli lo sapeva e si mostrava
sdegnoso.
Dunque venne da me; mi visitò ben bene, palpandomi
tutto; mi ripeté press'a poco quel che già tant'altri
medici mi avevano detto, e infine mi prescrisse la cura:
tre mezzi bicchieri, di questi mezzani, pei primi
giorni, poi tre interi, e un giorno bagno, un giorno
doccia. Stava per andarsene, quando finse d'accorgersi
della presenza di mia moglie.
- Anche la signora? - domandò, guardandola freddamente.
- No, no, - negò subito mia moglie con viso lungo lungo
e le sopracciglia sbalzate fino all'attaccatura dei
capelli.
- Eppure, permette? - fece lui.
Le si accostò, le sollevò con delicatezza il mento con
una mano, e con l'indice dell'altra le rovesciò appena
una palpebra.
- Un po' anemica, - disse.
Mia moglie mi guardò, pallidissima, cose se quella
diagnosi a bruciapelo la avesse lì per lì anemizzata. E
con un risolino nervoso su le labbra, alzò le spalle,
disse:
- Ma io non mi sento nulla...
Inizio pagina
Il medico s'inchinò, serio:
- Meglio così.
E andò via con molta dignità.
Fosse l'acqua o il bagno o la doccia, o piuttosto,
com'io credo, la bella aria che si gode qua e la
dolcezza della campagna toscana, il fatto è che mi
sentii subito meglio; tanto che decisi di fermarmi per
un mese o due; e, per stare con maggior libertà, presi a
pigione un appartamentino presso la Pensione, un po' più
giù, da Coli, che ha un bel poggiolo donde si scopre
tutta la vallata coi due laghetti di Chiusi e di
Montepulciano.
Ma - non so se lei lo ha già supposto - cominciò a
sentirsi male mia moglie.
Non diceva anemia, perché lo aveva detto il medico;
diceva che si sentiva una certa stanchezza al cuore e
come un peso sul petto che le tratteneva io respiro.
E allora io, con l'aria più ingenua che potei:
- Vuoi farti visitare anche tu, cara?
Si stizzì fieramente, com'io prevedevo, e rifiutò.
Il male, si capisce, crebbe di giorno in giorno, crebbe
quanto più lei s'ostinò nel rifiuto. Io, duro, non le
dissi più nulla. Finché lei stessa, un giorno, non
potendone più, mi disse che voleva la visita, ma non di
quel medico, no, recisamente no; dell'altro medico
condotto (ce n'erano due, allora): dal dr. Berri voleva
farsi visitare, ch'era un vecchiotto ispido, asmatico,
quasi cieco, già mezzo giubilato, ora giubilato del
tutto, all'altro mondo.
- Ma via! - esclamai. - Chi chiama più il dottor Berri?
E sarebbe poi uno sgarbo immeritato al dottor Loero, che
s'è dimostrato sempre così premuroso e cortese con noi.
Di fatti, ogni giorno, qua alle Terme, vedendomi
scendere dalla vettura con mia moglie, il dottor Loero
ci si faceva innanzi con quella impostatura altera e
compunta; si congratulava con me della rapida miglioria;
m'accompagnava alla fonte e poi su e giù per i vialetti
del parco, non mancando ai debiti riguardi verso mia
moglie, ma curandosi pochissimo, nei primi giorni, di
lei, che ne gonfiava, s'intende, in silenzio.
Da una settimana, però, avevano preso a battagliar fra
loro su l'eterna questione degli uomini e delle donne,
dell'uomo che è prepotente, della donna che è vittima,
della società che è ingiusta, ecc. ecc.
Creda, signor mio, non posso più sentirne parlare, di
queste baggianate. In sette anni di matrimonio, fra me e
mia moglie non si parlò mai d'altro.
Le confesso tuttavia che in quella settimana gongolai
nel sentir ripetere al dottor Loero con molta
compostezza le mie stesse argomentazioni, e col pepe e
col sale dell'autorità scientifica. Mia moglie, a me, mi
caricava d'insulti; col dottor Loero, invece, doveva
rodere il freno della convenienza; ma della bile che non
poteva sputare, insaporava ben bene le parole.
Speravo, con questo, che il mal di cuore le passasse. Ma
che! Come le ho detto, le crebbe di giorno in giorno.
Segno, non le pare? ch'ella voleva convincere con altri
argomenti l'avversario. E guardi un po' che razza di
parte tocca talvolta di rappresentare a un povero
marito! Sapevo benissimo ch'ella voleva esser visitata
dal dottor Loero e ch'era tutta una commedia l'antipatia
che questi le faceva, una commedia la pretesa d'esser
visitata invece da quel vecchio asmatico e rimbecillito,
come una commedia era quel suo mal di cuore. Eppure
dovetti fingere di credere sul serio a tutt'e tre le
cose e sudare una camicia per indurla a far quello che
lei, in fondo, desiderava.
Caro signore, quando mia moglie, senza busto - s'intende
- si stese sul letto e lui, il dottore, la guardò negli
occhi nel chinarsi per posarle l'occhio sulla mammella,
io la vidi quasi mancare, quasi disfarsi; le vidi negli
occhi e nel volto quel tale turbamento... quel tale
tremore, che... - lei m'intende bene. La conoscevo e non
potevo sbagliare.
Poteva bastare, no? Una moglie rimane onestissima,
illibata, inammendabile, dopo una visita come quella;
visita medica, c'è poco da dire, sotto gli occhi del
marito. E va bene! Che bisogno c'era, domando io, di
venirmi a cantar sul muso quel che già sapevo dentro di
me e avevo visto con gli occhi miei e quasi toccato con
mano?
Su, su. Coraggio. Ribeviamo. Ribeviamo.
Me ne stavo una sera sul poggiolo a contemplare il
magnifico spettacolo dell'ampia vallata sotto la luna.
Mia moglie s'era già messa a letto.
Lei mi vede così grasso e forse non mi suppone capace di
commuovermi a uno spettacolo di natura. Ma creda che ho
un'anima piuttosto mingherlina. Un'animuccia coi capelli
biondi ho, e col visino dolce dolce, diafano e affilato
e gli occhi color di cielo. Un'animuccia insomma che
pare un'inglesina, quando, nel silenzio, nella
solitudine, s'affaccia alle finestre di questi miei
occhiacci di bue, e s'intenerisce alla vista della luna
e allo scampanellio che fanno i grilli sparsi per la
campagna.
Gli uomini, di giorno, nelle città, e i grilli non si
danno requie la notte nelle campagne. Bella professione,
quella del grillo!
- Che fai?
- Canto.
- E perché canti?
Non lo sa nemmeno lui. Canta. E tutte le stelle tremano
nel cielo. Lei le guarda. Bella professione, anche
quella delle stelle! Che stanno a farci lassù? Niente.
Guardano anche loro nel vuoto e par che n'abbiano un
brivido continuo. E sapesse quanto mi piace il gufo che,
in mezzo a tanta dolcezza, si mette a singhiozzare da
lontano, angosciato. Ci piange lui, dalla dolcezza.
Basta. Guardavo commosso, come le ho detto, quello
spettacolo, ma già sentivo un po' di fresco (eran
passate le undici) e stavo per ritirarmi: quando udii
picchiar forte e a lungo all'uscio di strada. Chi poteva
essere a quell'ora?
Il dottor Loero.
In uno stato, signor mio, da far compassione finanche
alle pietre.
Ubriaco fradicio.
Erano venuti da Firenze, da Perugia e da Roma cinque o
sei medici, per la cura dell'acqua, ed egli, col
farmacista, aveva pensato bene di dare una cena ai
colleghi, nell'Ospedaletto della Croce Verde, dietro la
Collegiata, lì vicino a Rori.
Allegra, come lei può immaginare, una cenetta
all'ospedale! E altro che cura d'acqua! s'erano
ubriacati tutti come tanti... non diciamo majali, perché
i majali, poveracci, non hanno veramente
quest'abitudine.
Che idea gli era balenata, nel vino, di venire a
inquietar me, ch'ero quella sera, come le ho detto,
tutto chiaro di luna?
Barcollava, e dovetti sorreggerlo fino al poggiolo. Lì
m'abbracciò stretto stretto e mi disse che mi voleva
bene, un bene da fratello, e che tutta la sera aveva
parlato di me coi colleghi, del mio fegato e del mio
stomaco rovinati, che gli stavano a cuore, tanto a cuore
che, passando innanzi alla mia porta, non aveva voluto
trascurare di farmi una visitina, temendo che il giorno
appresso non sarebbe potuto andare alle Terme, perché -
non si sarebbe detto, veh! - ma aveva proprio bevuto un
pochino. Io a ringraziarlo, si figuri, e a esortarlo ad
andarsene a casa, ché era già tardi... Niente! Volle una
seggiola per mettersi a sedere sul poggiolo, e cominciò
a parlarmi di mia moglie, che gli piaceva tanto, e
voleva che andassi a destarla, perché con lui ci stava,
la signora Carlottina, oh se ci stava! e come! Bella
puledra ombrosa, che sparava calci per amore, per farsi
carezzare... E via di questo passo, sghignazzando e
tentando con gli occhi, che gli si chiudevano soli,
certi furbeschi ammiccamenti.
Mi dica lei che potevo fargli in quello stato.
Schiaffeggiare un ubriaco che non si reggeva in piedi?
Mia moglie, che s'era svegliata, me lo gridò
rabbiosamente tre o quattro volte dal letto. Anche a me
la volontà di schiaffeggiarlo era scesa alle mani: ma
chi sa che impressione avrebbe fatto uno schiaffo a qual
povero giovine che, nella beata incoscienza del vino,
aveva perduto ogni nozione sociale civile e gridava in
faccia la verità allegramente. Lo afferrai e lo tirai su
dalla seggiola: una certa scrollatina non potei far a
meno di dargliela, ma fu lì lì per cascare e dovetti
aver cura del suo stato fino alla porta; là... sì, gli
diedi un piccolo spintone e lo mandai a ruzzolare per la
strada.
Quando entrai in camera da letto, trovai mia moglie con
un diavolo per capello: frenetica addirittura. S'era
levata da letto. Mi assaltò di ingiurie sanguinose; mi
disse che se fossi stato un altro uomo, avrei dovuto
pestarmi sotto i piedi quel mascalzone e poi buttarlo
dal poggiolo; che ero un uomo di cartapesta, senza
sangue nelle vene, senza rossore in faccia, incapace di
difendere la rispettabilità della moglie, e capacissimo
invece di far tanto di cappello al primo venuto che...
Non la lasciai finire; levai una mano; le gridai che
badasse bene: lo schiaffo che avrei dovuto dare a colui,
se non fosse stato ubriaco, l'avrei appioppato a lei, se
non taceva. Non tacque, si figuri! Dal furore passò al
dileggio. Ma sicuro che m'era facilissimo fare il
gradasso con lei, schiaffeggiare una donna, dopo aver
accolto e accompagnato coi debiti riguardi fino ala
porta uno che era venuto a insultarmi fino a casa. Ma
perché, perché non ero andata a destarla subito? Anzi
perché non glielo avevo introdotto in camera e pregato
di mettersi a letto con lei?
- Tu lo sfiderai! - mi gridò in fine, fuori di sé. - Tu
lo sfiderai domani, e guaj a te se non lo fai!
A sentirsi dire certe cose da una donna, qualunque uomo
si ribella. M'ero già spogliato e messo a letto. Le
dissi che la smettesse una buona volta e mi lasciasse
dormire in pace: non avrei sfidato nessuno, anche per
non dare a lei questa soddisfazione.
Ma durante la notte, tra me e me, ci pensai molto. Non
sapevo e non so di cavalleria, se un gentiluomo debba
raccoglier l'insulto e la provocazione di un ubriaco che
non sa quel che si dica. La mattina dopo, ero sul punto
di recarmi a prender consiglio da un maggiore in ritiro
che avevo conosciuto alle Terme, quando questo stesso
maggiore, in compagnia di un altro signore del paese,
venne a chiedermi lui soddisfazione a nome del dottor
Loero. Già! per il modo come lo avevo messo alla porta
la sera precedente. Pare che, al mio spintone, cadendo,
si fosse ferito al naso.
- Ma se era ubriaco! - gridai a quei signori.
Tanto peggio per me. Dovevo usargli un certo riguardo.
Io, capisce? E per miracolo mia moglie non mi aveva
mangiato, perché non lo avevo buttato giù dal poggiolo!
Basta. Voglio andar per le leste. Accettai la sfida; ma
mia moglie mi sghignò sul muso e, senza por tempo di
mezzo, cominciò a preparar le sue robe. Voleva partir
subito; andarsene, senza aspettar l'esito del duello,
che pure sapeva a condizioni gravissime.
Da che ero in ballo, volevo ballare. Le impose lui, le
condizioni: alla pistola. Benissimo! Ma io pretesi
allora, che si facesse a quindici passi. E scrissi una
lettera, alla vigilia, che mi fa crepar dalle risa ogni
qual volta la rileggo. Lei non può figurarsi che sorta
di scempiaggini vengano in mente a un pover uomo in
siffatti frangenti.
Non avevo mai maneggiato armi. Le giuro che,
istintivamente, chiudevo gli occhi, sparando. Il duello
si fece su alla Faggeta. I due primi colpi andarono a
vuoto; al terzo... no, il terzo andò pure a vuoto; fu il
quarto; al quarto colpo - veda un po' che testa dura,
quella del dottore! - la palla ci vide per me e andò a
bollarlo in fronte, ma non gl'intaccò l'osso, gli
strisciò sotto la cute capelluta e gli riuscì di dietro,
dalla nuca.
Lì per lì parve morto. Accorremmo tutti; anch'io; ma uno
dei miei padrini mi consigliò d'allontanarmi, di salire
in vettura e scappare per la via di Chiusi.
Scappai.
Il giorno dopo venni a sapere di che si trattava; e
un'altra cosa venni a sapere, che mi riempì di gioja e
di rammarico a un tempo: di gioja per me, di rammarico
per il mio avversario, il quale, dopo una palla in
fronte, pover uomo, non se la meritava davvero.
Riaprendo gli occhi, nell'Ospedaletto della Croce Verde,
il dottor Loero si vide innanzi un bellissimo
spettacolo: mia moglie, accorsa al suo capezzale per
assisterlo!
Della ferita guarì in una quindicina di giorni: di mia
moglie, caro signore, non è più guarito.
Vogliamo andare per il secondo bicchiere?
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