Novelle per un anno - 1922 - La vita nuda
2. La toccatina
I
Col cappellaccio bianco buttato sulla nuca, le cui tese
parevano una spera attorno al faccione rosso come una palla
di formaggio d'Olanda, Cristoforo Golisch s'arrestò in mezzo
alla via con le gambe aperte un po' curve per il peso del
corpo gigantesco; alzò le braccia; gridò:
- Beniamino!
Alto quasi quanto lui, ma secco e tentennante come una
canna, gli veniva incontro pian piano, con gli occhi
stranamente attoniti nella squallida faccia, un uomo sui
cinquant'anni, appoggiato a un bastone dalla grossa ghiera
di gomma. Strascicava a stento la gamba sinistra.
- Beniamino! - ripeté il Golisch; e questa volta la voce
espresse, oltre la sorpresa, il dolore di ritrovare in
quello stato, dopo tanti anni, l'amico.
Beniamino Lenzi batté più volte le palpebre: gli occhi gli
rimasero attoniti; vi passò solamente come un velo di
pianto, senza però che i lineamenti del volto si
scomponessero minimamente. Sotto i baffi già grigi le
labbra, un po' storte, si spiccicarono e lavorarono un pezzo
con la lingua annodata a pronunziare qualche parola:
- O.... oa... oa sto meo... cammìo...
- Ah bravo... - fece il Golisch, agghiacciato
dall'impressione di non aver più dinanzi un uomo, Beniamino
Lenzi, qual egli lo aveva conosciuto; ma quasi un ragazzo
ormai, un povero ragazzo che si dovesse pietosamente
ingannare.
E gli si mise accanto e si sforzò di camminare col passo di
lui. (Ah, quel piede che non si spiccicava più da terra e
strisciava, quasi non potesse sottrarsi a una forza che lo
tirava di sotto!)
Cercando di dissimulare alla meglio la pena, la
costernazione strana che a mano a mano lo vinceva nel
vedersi accanto quell'uomo toccato dalla morte, quasi morto
per metà e cangiato, cominciò a domandargli dove fosse stato
tutto quel tempo, da che s'era allontanato da Roma; che
avesse fatto; quando fosse ritornato.
Beniamino Lenzi gli rispose con parole smozzicate quasi
inintelligibili, che lasciarono il Golisch nel dubbio che le
sue domande non fossero state comprese. Solo le palpebre,
abbassandosi frequentemente su gli occhi, esprimevano lo
stento e la pena, e pareva che volessero far perdere allo
sguardo quel teso, duro, strano attonimento. Ma non ci
riuscivano.
La morte, passando e toccando, aveva fissato così la
maschera di quell'uomo. Egli doveva aspettare con quel
volto, con quegli occhi, con quell'aria di spaurita
sospensione, ch'ella ripassasse e lo ritoccasse un tantino
più forte per renderlo immobile del tutto e per sempre.
- Che spasso! - fischiò tra i denti Cristoforo Golisch.
E lanciò di qua e di là occhiatacce alla gente che si
voltava e si fermava a mirar col volto atteggiato di
compassione quel pover uomo accidentato.
Una sorda rabbia prese a bollirgli dentro.
Come camminava svelta la gente per via! svelta di collo,
svelta di braccia, svelta di gambe... E lui stesso! Era
padrone, lui, di tutti i suoi movimenti; e si sentiva così
forte... Strinse un pugno. Perdio! Sentì come sarebbe stato
poderoso a calarlo bene scolpito su la schiena di qualcuno.
Ma perché? Non sapeva...
Lo irritava la gente, lo irritavano in special modo i
giovani che si voltavano a guardare il Lenzi. Cavò dalla
tasca un grosso fazzoletto di cotone turchino e si asciugò
il sudore che gli grondava dal faccione affocato.
- Beniamino, dove vai adesso?
Il Lenzi si era fermato, aveva appoggiata la mano illesa a
un lampione e pareva lo carezzasse, guardandolo
amorosamente. Biascicò:
- Da dottoe... Esecìio de piee.
E si provò ad alzare il piede colpito.
- Esercizio? - disse il Golisch. - Ti eserciti il piede?
- Piee, ripeté il Lenzi.
- Bravo! - esclamò di nuovo il Golisch.
Gli venne la tentazione d'afferrargli quel piede,
stringerglielo, prendere per le braccia l'amico e dargli un
tremendo scrollone, per scomporlo da quell'orribile
immobilità.
Non sapeva, non poteva vederselo davanti, ridotto in quello
stato. Eccolo qua, il compagno delle antiche scapataggini,
nei begli anni della gioventù e poi nelle ore d'ozio, ogni
sera, scapoli com'eran rimasti entrambi. Un bel giorno, una
nuova via s'era aperta innanzi all'amico, il quale s'era
incamminato per essa, svelto anche lui, allora, - oh tanto!
- svelto e animoso. Sissignore! Lotte, fatiche, speranze; e
poi, tutt'a un tratto: eccolo qua, com'era ritornato... Ah,
che buffonata! che buffonata!
Avrebbe voluto parlargli di tante cose, e non sapeva. Le
domande gli s'affollavano alle labbra e gli morivano
assiderate.
«Ti ricordi», avrebbe voluto dirgli, «delle nostre famose
scommesse alla Fiaschetteria Toscana? E di Nadina, ti
ricordi? L'ho ancora, con me, sai! Tu me l'hai appioppata,
birbaccione, quando partisti da Roma. Cara figliuola, quanto
bene ti voleva... Ti pensa ancora, sai? mi parla ancora di
te, qualche volta. Andrò a trovarla questa sera stessa e le
dirò che t'ho riveduto, poveretto... È proprio inutile ch'io
ti domando: tu non ricordi più nulla; tu forse non mi
riconosci più, o mi riconosci appena.»
Mentre il Golisch pensava così, con gli occhi gonfi di
lacrime, Beniamino Lenzi seguitava a guardare amorosamente
il lampione e pian piano con le dita gli levava la polvere.
Quel lampione segnava per lui una delle tre tappe della
passeggiata giornaliera. Strascinandosi per via, non vedeva
nessuno, non pensava a niente; mentre la vita gli turbinava
intorno, agitata da tante passioni, premuta da tante cure,
egli tendeva con tutte le forze che gli erano rimaste a quel
lampione, prima; poi, più giù, alla vetrina d'un bazar, che
segnava la seconda tappa; e qui si tratteneva più a lungo a
contemplare con gioja infantile una scimmietta di porcellana
sospesa a un'altalena dai cordoncini di seta rossa. La terza
sosta era alla ringhiera del giardinetto in fondo alla via,
donde poi si recava alla casa del medico.
Nel cortile di quella casa, tra i vasi di fiori e i cassoni
d'aranci, di lauro e di bambù, eran disposti parecchi
attrezzi di ginnastica, tra i quali alcune pertiche
elastiche, fermate orizzontalmente in cima a certi pali
tozzi e solidi; pertiche da tornitore, dalla cui estremità
pendeva una corda, la quale, dato un giro attorno a un
rocchetto, scendeva ad annodarsi a una leva di legno,
fermata per un capo al suolo da una forcella.
Beniamino Lenzi poneva il piede colpito su questa leva e
spingeva; la pertica in alto molleggiava e brandiva, e il
rocchetto, sostenuto orizzontalmente da due toppi, girava
per via della corda.
Ogni giorno, mezz'ora di questo esercizio. E in capo a pochi
mesi, sarebbe guarito. Oh, non c'era alcun dubbio! Guarito
del tutto...
Dopo aver assistito per un pezzetto a questo grazioso
spettacolo, Cristoforo Golisch uscì dal cortile a gran
passi, sbuffando come un cavallo, dimenando le braccia,
furibondo.
Pareva che la morte avesse fatto a lui e non al povero Lenzi
lo scherzo di quella toccatina lì, al cervello.
N'era rivoltato.
Con gli occhi torvi, i denti serrati, parlava tra sé e
gesticolava per via, come un matto.
- Ah, sì? - diceva - Ti tocco e ti lascio? No, ah, no
perdio! Io non mi riduco in quello stato! Ti faccio tornare
per forza, io! Mi passeggi accanto e ti diverti a vedere
come mi hai conciato? a vedermi strascicare un piede? a
sentirmi biascicare? Mi rubi mezzo alfabeto, mi fai dire oa
e cao, e ridi? No, caa! Vieni qua! Mi tio una pistoettata,
com'è veo Dio! Questo spasso io non te lo do! Mi sparo,
m'ammazzo com'è vero Dio! Questo spasso non te lo do.
Tutta la sera e poi il giorno appresso e per parecchi giorni
di fila non pensò ad altro, non parlò d'altro, a casa, per
via, al caffè, alla fiaschetteria, quasi se ne fosse fatta
una fissazione. Domandava a tutti:
- Avete veduto Beniamino Lenzi?
E se qualcuno gli rispondeva di no:
- Colpito! Morto per metà! Rimbambito... Come non s'ammazza?
Se io fossi medico, lo ammazzerei! Per carità di prossimo...
Gli fanno fare il tornio nel cortile... e lui crede che
guarirà! Beniamino Lenzi, capite? Beniamino Lenzi che s'è
battuto tre volte in duello, dopo aver fatto con me la
campagna del '66, ragazzotto... Perdio, e quando mai
l'abbiamo calcolata noi, questa pellaccia? La vita ha prezzo
per quello che ti dà... Dico bene? Non ci penserei neanche
due volte...
Gli amici, alla fiaschetteria, alla fine non ne poterono
più.
- M'ammazzo... m'ammazzo... E ammazzati una buona volta e
falla finita!
Cristoforo Golisch si scosse, protese le mani:
- No; io dico, se mai...
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pagina
II
Circa un mese dopo, mentre desinava con la sorella
vedova e il nipote, Cristoforo Golisch improvvisamente
stravolse gli occhi, storse la bocca, quasi per uno
sbadiglio mancato; e il capo gli cadde sul petto e la
faccia sul piatto.
Una toccatina, lieve lieve, anche lui.
Perdette lì per lì la parola e mezzo lato del corpo: il
destro.
Cristoforo Golisch era nato in Italia, da genitori
tedeschi; non era mai stato in Germania, e parlava
romanesco, come un romano di Roma. Da un pezzo gli amici
gli avevano italianizzato anche il cognome, chiamandolo
Golicci, e gl'intimi anche Golaccia, in considerazione
del ventre e del formidabile appetito. Solo con la
sorella egli soleva di tanto in tanto scambiare qualche
parola in tedesco, perché gli altri non intendessero.
Ebbene, riacquistato a stento, in capo a poche ore,
l'uso della parola, Cristoforo Golisch offrì al medico
un curioso fenomeno da studiare; non sapeva più parlare
in italiano: parlava tedesco.
Aprendo gli occhi insanguati, pieni di paura, contraendo
quasi in un mezzo sorriso la sola guancia sinistra e
aprendo alquanto la bocca da questo lato, dopo essersi
più volte provato a snodar la lingua inceppata, alzò la
mano illesa verso il capo e balbettò, rivolto al medico:
- Ih... ihr... wie ein Faustschlag...
Il medico non comprese, e bisognò che la sorella, mezzo
istupidita dall'improvvisa sciagura, gli facesse da
interprete.
Era divenuto tedesco a un tratto, Cristoforo Golisch:
cioè, un altro; perché tedesco veramente, lui, non era
mai stato. Soffiata via, come niente, dal suo cervello
ogni memoria della lingua italiana, anzi tutta quanta
l'italianità sua.
Il medico si provò a dare una spiegazione scientifica
del fenomeno: dichiarò il male: emiplegia; prescrisse la
cura. Ma la sorella, spaventata, lo chiamò in disparte e
gli riferì i propositi violenti manifestati dal fratello
pochi giorni innanzi, avendo veduto un amico colpito da
quello stesso male.
- Ah, signor dottore, da un mese non parlava più
d'altro; quasi se la fosse sentita pendere sul capo la
condanna! S'ammazzerà... Tiene la rivoltella lì, nel
cassetto del comodino... Ho tanta paura...
Il medico sorrise pietosamente.
- Non ne abbia, non ne abbia, signora mia! Gli daremo a
intendere che è stato un semplice disturbo digestivo, e
vedrà che...
- Ma che, dottore!
- Le assicuro che lo crederà. Del resto, il colpo, per
fortuna, non è stato molto grave. Ho fiducia che tra
pochi giorni riacquisterà l'uso degli arti offesi, se
non bene del tutto, almeno da potersene servire pian
piano... e, col tempo, chi sa! Certo è stato per lui un
terribile avviso. Bisognerà cangiar vita e tenersi a un
regime scrupolosissimo per allontanare quanto più sarà
possibile un nuovo assalto del male.
La sorella abbassò le palpebre per chiudere e nascondere
negli occhi le lagrime. Non fidandosi però
dell'assicurazione del medico, appena questi andò via,
concertò col figliuolo e con la serva il modo di portar
via, dal cassetto del comodino la rivoltella: lei e la
serva si sarebbero accostate alla sponda del letto con
la scusa di rialzare un tantino le materasse, e nel
frattempo - ma, attento per carità! - il ragazzo avrebbe
aperto il cassetto senza far rumore e... - attento! -
via, l'arma.
Così fecero. E di questa sua precauzione la sorella si
lodò molto, non parendole naturale, di lì a poco, la
facilità con cui il fratello accolse la spiegazione del
male, suggerita dal medico: disturbo digestivo.
- Ja... ja... es ist doch...
Da quattro giorni se lo sentiva ingombro lo stomaco.
- Unver... Unverdaulichkeit... ja... ja...
Ma possibile, - pensava la sorella, - ch'egli non
avverta la paralisi di mezzo lato del corpo? possibile
c'egli, già prevenuto dal caso recente del Lenzi, creda
che una semplice indigestione possa aver fatto un tale
effetto?
Fin dalla prima veglia cominciò a suggerirgli
amorosamente, come a un bambino, le parole della lingua
dimenticata; gli domandò perché non parlasse più
italiano.
Egli la guardò imbalordito. Non s'era accorto peranche
di parlare in tedesco: tutt'a un tratto gli era venuto
di parlar così, né credeva che potesse parlare
altrimenti. Si provò tuttavia a ripetere le parole
italiane, facendo eco alla sorella. Ma le pronunziava
ora con voce cangiata e con accento straniero, proprio
come un tedesco che si sforzasse di parlare italiano.
Chiamava Giovannino, il nipote, Ciofaio. E il nipote -
scimunito! - ne rideva, come se lo zio lo chiamasse così
per ischerzo.
Tre giorni dopo, quando alla Fiaschetteria Toscana si
seppe del malore improvviso del Golisch, gli amici
accorsi a visitarlo poterono avere un saggio pietoso di
quella sua nuova lingua. Ma egli non aveva punto
coscienza della curiosissima impressione che faceva,
parlando a quel modo.
Pareva un naufrago che si arrabattasse disperatamente
per tenersi a galla, dopo essere stato tuffato e
sommerso per un attimo eterno nella vita oscura, a lui
ignota, della sua gente. E da quel tutto, ecco, era
balzato fuori un altro; ridivenuto bambino, a
quarant'otto anni, e straniero.
E contentissimo era. Sì, perché proprio in quel giorno
aveva cominciato a poter muovere appena il braccio e la
mano. La gamba no, ancora. Ma sentiva che forse il
giorno dopo, con uno sforzo, sarebbe riuscito a muovere
anche quella. Ci si provava anche adesso, ci si
provava... e, no eh? non scorgevano alcun movimento gli
amici?
- Tomai... tomai...
- Ma sì, domani, sicuro!
A uno a uno gli amici, prima d'andar via - quantunque lo
spettacolo offerto dal Golisch non desse più luogo ad
alcun timore - stimarono prudente raccomandare alla
sorella la sorveglianza.
- Da un momento all'altro, non si sa mai... Può darsi
che la coscienza gli si ridesti, e...
Ciascuno pensava, ora, come già aveva pensato il
Golisch, da sano: che l'unica, cioè, era di finirsi con
una pistolettata per non restar così malvivo e sotto la
minaccia terribile, inovviabile, d'un nuovo colpo da un
momento all'altro.
Ma loro sì, adesso, lo pensavano: non più il Golisch
però. L'allegrezza del Golisch, invece, quando - una
ventina di giorni dopo - sorretto dalla sorella e dal
nipote, poté muovere i primi passi per la camera!
Gli occhi, è vero, no, senza uno specchio non se li
poteva vedere: attoniti, smarriti, come quelli di
Beniamino Lenzi; ma della gamba sì, perbacco, avrebbe
potuto accorgersi bene che la strascicava a stento...
Eppure, che allegrezza!
Si sentiva rinato. Aveva di nuovo tutte le meraviglie
d'un bambino, e anche le lagrime facili, come le hanno i
bambini, per ogni nonnulla. Da tutti gli oggetti della
camera sentiva venirsi un conforto dolcissimo,
familiare, non mai provato prima; e il pensiero ch'egli
ora poteva andare co' suoi piedi fino a quegli oggetti,
a carezzarli con le mani, lo inteneriva di gioja fino a
piangerne. Guardava dall'uscio gli oggetti delle altre
stanze e si struggeva dal desiderio di recarsi a
carezzare anche quelli. Sì, via... pian piano, pian
piano, sorretto di qua e di là... Poi volle fare a meno
del braccio del nipote, e girò appoggiato alla sorella
soltanto e col bastone nell'altra mano; poi, non più
sorretto da alcuno, col bastone soltanto; e finalmente
volle dare una gran prova di forza:
- Oh... oh... guaddae, guaddae... sea battoe...
- E davvero, tenendo il bastone levato, mosse due o tre
passi. Ma dovettero accorrere con una seggiola per farlo
subito sedere.
Gli era quasi scolata addosso tutta la carne, e pareva
l'ombra di se stesso; pur non di meno, neanche il minimo
dubbio in lui che il suo non fosse stato un disturbo
digestivo; e, sedendo ora di nuovo a tavola con la
sorella e il nipote, condannato a bere latte invece di
vino, ripeteva per la millesima volta che s'era preso
una bella paura:
- Una bea paua...
Se non che, la prima volta che poté uscir di casa,
accompagnato dalla sorella, in gran segreto manifestò a
questa il desiderio d'esser condotto alla casa del
medico che curava Beniamino Lenzi. Nel cortile di quella
casa voleva esercitarsi il piede al tornio anche lui.
La sorella lo guardò, sbigottita. Dunque egli sapeva?
- Di', vuoi andarci oggi stesso?
- Sì... sì...
Nel cortile trovarono Beniamino Lenzi, già al tornio,
puntuale.
- Beiamìo! - chiamò il Golisch.
Beniamino Lenzi non mostrò affatto stupore nel riveder
lì l'amico, conciato come lui: spiccicò le labbra sotto
i baffi, contraendo la guancia destra; biascicò:
- Tu pue?
E seguitò a spingere la leva. Due pertiche ora
molleggiavano e brandivano, facendo girare i rocchetti
con la corda.
Il giorno dopo Cristoforo Golisch, non volendo esser da
meno del Lenzi che si recava al tornio da solo, rifiutò
recisamente la scorta della sorella. Questa, dapprima,
ordinò al figliuolo di seguire lo zio a una certa
distanza, senza farsi scorgere; poi, rassicurata, lo
lasciò davvero andar solo.
E ogni giorno, adesso, alla stess'ora, i due colpiti si
ritrovano per via e proseguono insieme facendo le stesse
tappe: al lampione, prima; poi, più giù, alla vetrina
del bazar, a contemplare la scimmietta di porcellana
sospesa all'altalena; in fine, alla ringhiera del
giardinetto.
Oggi, intanto, a Cristoforo Golisch è saltata in mente
un'idea curiosa; ed ecco, la confida al Lenzi. Tutti e
due, appoggiati al fido lampione, si guardano negli
occhi e si provano a sorridere, contraendo l'uno la
guancia destra, l'altro la sinistra. Confabulano un
pezzo, con quelle loro lingue torpide; poi il Golisch fa
segno col bastone a un vetturino d'accostarsi. Ajutati
da questo, prima l'uno e poi l'altro, montano in
vettura, e via, alla casa di Nadina in Piazza di Spagna.
Nel vedersi innanzi quei due fantasmi ansimanti, che non
si reggono in piedi dopo l'enorme sforzo della salita,
la povera Nadina resta sgomenta, a bocca aperta. Non sa
se debba piangere o ridere. S'affretta a sostenerli, li
trascina nel salotto, li pone a sedere accanto e si
mette a sgridarli aspramente della pazzia commessa, come
due ragazzini discoli, sfuggiti alla sorveglianza dell'ajo.
Beniamino Lenzi fa il greppo, e giù a piangere.
Il Golisch, invece, con molta serietà, accigliato, le
vuole spiegare che si è inteso di farle una bella
sorpresa.
- Una bea soppea...
(Bellino! Come parla adesso, il tedescaccio!)
- Ma sì, ma sì, grazie... - dice subito Nadina. - Bravi!
Siete stati bravi davvero tutt'e due... e m'avete fatto
un gran piacere... Io dicevo per voi... venire fin qua,
salire tutta questa scala... Su, su Beniamino! Non
piangere, caro... Che cos'è? Coraggio, coraggio!
E prende a carezzarlo su le guance, con le belle mani
lattee e paffutelle, inanellate.
- Che cos'è: che cos'è? Guardami!... Tu non volevi
venire, è vero? Ti ha condotto lui, questo discolaccio!
Ma non farò nemmeno una carezza a lui... Tu sei il mio
buon Beniamino, il mio gran giovanottone sei... Caro!
caro!... Suvvia, asciughiamo codeste lagrimucce...
Così... così... Guarda qua questa bella turchese: chi me
l'ha regalata? chi l'ha regalata a Nadina sua? Ma questo
mio bel vecchiaccio me l'ha regalata... Toh, caro!
E gli posa un bacio su la fronte. Poi si alza di scatto
e rapidamente con le dita si porta via le lagrime dagli
occhi.
- Che posso offrirvi?
Cristoforo Golisch, rimasto mortificato e ingrugnato,
non vuole accettar nulla; Beniamino Lenzi accetta un
biscottino e lo mangia accostando la bocca alla mano di
Nadina che lo tiene tra le dita e finge di non
volerglielo dare, scattando con brevi risatine:
- No... no... no...
Bellini tutt'e due, adesso, come ridono, come ridono a
quello scherzo...
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