Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
15. «Requiem aeternam dona
eis, Domine!»
Erano dodici. Dieci uomini e due donne in commissione. Col
prete che li conduceva, tredici.
Nell'anticamera ingombra d'altra gente in attesa, non
avevano trovato posto da sedere tutti quanti. Sette erano
rimasti in piedi, addossati alla parete, dietro i sei
seduti, tra i quali il prete in mezzo alle due donne.
Queste piangevano, con la mantellina di panno nero tirata
fin sugli occhi. E gli occhi dei dieci uomini, anche quelli
del prete, s'invetravano di lagrime, appena il pianto delle
donne, sommesso, accennava di farsi più affannoso per
l'ergere improvviso di pensieri, che facilmente essi
indovinavano.
- Buone... buone... - le esortava allora il prete, sotto
sotto, anche lui con la voce gonfia di commozione.
Quelle levavano il capo, appena, e scoprivano gli occhi
bruciati dal pianto, volgendo intorno un rapido sguardo
pieno d'ansietà torbida e schiva.
Esalavano tutti, compreso il prete un lezzo caprino, misto a
un sentor grasso di concime, così forte, che gli altri
aspettanti o storcevano la faccia, disgustati, o
arricciavano il naso; qualcuno anche gonfiava le gote e
sbuffava.
Ma essi non se ne davano per intesi. Quello era il loro
odore, e non l'avvertivano; l'odore della loro vita, tra le
bestie da pascolo e da lavoro, nelle lontane campagne arse
dal sole e senza un filo d'acqua. Per non morir di sete,
dovevano ogni mattina andare con le mule per miglia e miglia
a una gora limacciosa in fondo alla vallata. Figurarsi
dunque, se potevano sprecarne per la pulizia. Erano poi
sudati per il gran correre; e l'esasperazione, a cui erano
in preda, faceva sbomicare dai loro corpi una certa acrèdine
d'aglio, ch'era come il segno della loro ferinità.
Se pur s'accorgevano di quei versacci, li attribuivano alla
nimicizia che, in quel momento, credevano d'avere da parte
di tutti i signori, congiurati al loro danno.
Venivano dalle alture rocciose del fèudo di Màrgari; ed
erano in giro dal giorno avanti; il prete, fiero, tra le due
donne, in testa; gli altri dieci, dietro, a branco.
Il lastricato delle strade aveva schizzato faville tutto il
giorno al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di
cuojo grezzo, massicci e scivolosi.
Nelle dure facce contadinesche, irte d'una barba non rifatta
da parecchi giorni, negli occhi lupigni, fissi in un'intensa
doglia tetra, avevano un'espressione truce, di rabbia a
stento contenuta. Parevano cacciati dall'urgenza d'una
necessità crudele, da cui temessero di non trovar più scampo
che nella pazzia.
Erano stati dal sindaco e da tutti gli assessori e
consiglieri comunali; ora, per la seconda volta, tornavano
alla Prefettura.
Il signor prefetto, il giorno avanti, non aveva voluto
riceverli; ma essi, a coro, tra pianti e urli e gesti
furiosi d'implorazione e di minaccia avevano già esposto il
loro reclamo contro il proprietario del fèudo al consigliere
delegato, il quale invano s'era scalmanato a dimostrare che
né il sindaco, né lui, né il signor prefetto, né sua
eccellenza il ministro e neppure sua maestà il re avevano il
potere di contentarli in quello che chiedevano; alla fine,
per disperato, aveva dovuto promettere che avrebbero avuto
udienza dal signor prefetto, quella mattina, alle undici,
presente anche il proprietario del fèudo, barone di Màrgari.
Le undici eran già passate da un pezzo, stava per sonare
mezzogiorno, e il barone non si vedeva ancora.
Intanto l'uscio della sala ove il prefetto dava udienza
rimaneva chiuso anche agli altri aspettanti.
- C'è gente, - rispondevano gli uscieri. Alla fine l'uscio
s'aprì e venne fuori dalla sala, dopo uno scambio di
cerimonie, proprio lui, il barone di Màrgari, col faccione
in fiamme e un fazzoletto in mano; tozzo, panciuto, le
scarpe sgrigliolanti, insieme col consigliere delegato.
I sei seduti balzarono in piedi, le due donne levarono acute
le strida, e il prete fiero si fece avanti, gridando con
enfasi, sbalordito:
- Ma questo... questo è un tradimento!
- Padre Sarso! - chiamò forte un usciere dall'uscio della
sala rimasto aperto.
Il consigliere delegato si rivolse al prete:
- Ecco, siete chiamato per la risposta. Entrate, voi solo.
Calma, signori miei, calma!
Il prete, agitato, sconvolto, rimase perplesso se accorrere
o no alla chiamata, mentre i suoi uomini, non meno agitati e
sconvolti di lui, domandavano, piangendo di rabbia per una
ingiustizia, che sembrava loro patente:
- E noi? e noi? Ma come? Che risposta?
Poi, tutti insieme, in gran confusione, presero a vociare:
- Noi vogliamo il camposanto! - Siamo carne battezzata! - In
groppa a una mula, signor Prefetto, i nostri morti! - Come
bestie macellate! - Il riposo dei morti, signor Prefetto! -
Vogliamo le nostre fosse! - Un palmo di terra, dove gettare
le nostre ossa!
E le donne, tra un diluvio di lagrime:
- Per nostro padre che muore! Per nostro padre che vuol
sapere, prima di chiudere gli occhi per sempre, che dormirà
nella fossa che s'è fatta scavare! sotto l'erbuccia della
nostra terra!
E il prete, più forte di tutti, con le braccia levate,
innanzi all'uscio del prefetto:
- E l'implorazione suprema dei fedeli: Requiem aeternam
dona eis, Domine!
Accorsero a quel pandemonio, da ogni parte uscieri, guardie,
impiegati che, a un comando gridato dal prefetto dalla
soglia, sgombrarono violentemente l'anticamera, cacciando
via tutti per la scala, anche quelli che non c'entravano.
Su la strada maestra, al precipitarsi di tutti quegli uomini
urlanti dal palazzo della Prefettura, si raccolse subito una
gran folla; e allora padre Sarso, al colmo dell'indignazione
e dell'esaltazione, pressato dalle domande che gli piovevano
da tutte le parti, si mise ad agitar le braccia come un
naufrago e a far cenni col capo, con le mani di voler
rispondere a tutti, or ora... ecco, sì... piano, un po' di
largo... cacciato dall'autorità... ecco, sì... al popolo, al
popolo...
E prese ad arringare:
- Parlo in nome di Dio, o cristiani, che sta sopra ogni
legge che altri possa vantare, ed è padrone di tutti e di
tutta la terra! Noi non siamo qua per vivere soltanto, o
cristiani! Siamo qua per vivere e per morire! Se una legge
umana, iniqua, nega al povero in vita il diritto d'un palmo
di terra, su cui, posando il piede, possa dire: « Questo è
mio! » non può negargli, in morte, il diritto della fossa! O
cristiani, questa gente è qua, in nome di altri quattrocento
infelici, per reclamare il diritto della sepoltura! Vogliono
le loro fosse! Per sé e per i loro morti!
Inizio
pagina
- Il camposanto! il camposanto! - urlarono di nuovo
tutti insieme, con le braccia per aria e gli occhi
pieni di lagrime, i dodici margaritani.
E il prete, prendendo nuovo ardire dallo
sbalordimento della folla, cercando di sollevarsi
quanto più poteva su la punta dei piedi per
dominarla tutta:
- Ecco, ecco, guardate, o cristiani a queste due
donne qua... dove siete? mostratevi! ecco: a queste
due donne qua sta per morire il padre, che è il
padre di tutti noi, il nostro capo, il fondatore
della nostra borgata! Or son più di sessant'anni,
quest'uomo, ora moribondo, salì alle terre di
Màrgari e sul dorso roccioso della montagna levò con
le sue mani la prima casa di canne e creta. Ora le
case lassù sono più di centocinquanta, più di
quattrocento gli abitanti. Il paese più vicino, o
cristiani, è a circa sette miglia di distanza.
Ognuno di questi uomini, a cui muore il padre o la
madre, la moglie o il figlio, il fratello o la
sorella, deve patir lo strazio di vedere il cadavere
del parente issato, o cristiani, sul dorso d'una
mula, per essere trasportato, sguazzante nella bara,
per miglia e miglia di ripido cammino tra le rocce!
E più volte s'è dato il caso che la mula è scivolata
e la bara s'è spaccata e il morto è balzato tra i
sassi e il fango del letto dei torrenti! Questo è
accaduto, o cristiani, perché il signor barone di
Màrgari ci nega barbaramente il permesso di
seppellire in un cantuccio sotto la nostra
borgatella i nostri morti, da poterli avere sotto
gli occhi e custodire! Abbiamo finora sopportato lo
strazio, senza gridare, contentandoci di pregare, di
scongiurare a mani giunte questo barbaro signore! Ma
ora che muore il padre di tutti noi, o cristiani, il
vecchio nostro, con la brama di sapersi seppellito
là, dove in tante case ora arde il fuoco da lui
acceso per la prima volta, noi siamo venuti qua a
reclamare, non un diritto propriamente legale, ma
d'u... che? che c'è?... dico d'umanità, d'u...
Non poté seguitare. Un folto manipolo di guardie e
di carabinieri irruppe nella folla e, dopo molto
scompiglio, tra urla e fischi e applausi, riuscì a
disperderla. Padre Sarso fu preso per le braccia da
un delegato e tradotto insieme con gli altri dodici
margaritani al commissariato di polizia.
Intanto, il barone di Màrgari, che finora se ne era
stato discosto, tra un crocchio di conoscenti,
stronfiando come se si sentisse a mano a mano
soffocare e schiacciare sotto il peso dello scandalo
pubblico per l'oltracotante predica di quel prete, e
più volte aveva cercato di divincolarsi dalle
braccia che lo trattenevano per lanciarsi addosso
all'arringatore; ora che la folla si disperdeva, si
mosse, attorniato da gente sempre in maggior numero,
e, terreo, ansimante, come se fosse or ora uscito da
una rissa mortale, si mise a raccontare che lui e,
prima di lui, suo padre don Raimondo Màrgari,
rappresentati da quella gente là e da quel prete
ciarlatano come barbari spietati che negavano loro
il diritto della sepoltura, erano invece da
sessant'anni vittime d'una usurpazione inaudita, da
parte del padre di quelle due donne là, uomo
terribile, soperchiatore e abisso d'ogni malizia.
Disse che da anni e anni egli non era più padrone di
andare nelle sue terre, dove coloro avevano
edificato le loro case e quel prete la sua chiesa,
senza pagare né censo, né fitto, senza neanche
chiedergli il permesso d'invadere così la sua
proprietà. Egli poteva mandare i suoi campieri a
cacciarli via tutti, come tanti cani, e a diroccar
le loro case, non lo aveva fatto; non lo faceva; li
lasciava vivere e moltiplicare, peggio dei conigli:
ognuna di quelle donne metteva al mondo una ventina
di figliuoli; tanto che, in meno di sessant'anni,
era cresciuta lassù una popolazione. Ma non bastava,
ecco, non erano contenti: quel prete avvocato, che
viveva alle loro spalle, che aveva imposto a tutti
una tassa per il mantenimento della sua chiesa, li
metteva su, ed eccoli qua: non solo volevano stare
nelle sue terre da vivi, ci volevano stare anche da
morti. Ebbene, no! questo, no! questo, mai! Li
sopportava da vivi; ma la soperchieria di averli
anche morti nelle sue terre, mai! Anche perché
l'usurpazione loro non si radicasse sottoterra coi
loro morti! Il prefetto gli aveva dato ragione; gli
aveva anzi promesso di mandare lassù guardie e
carabinieri per impedire ogni violenza: perché il
vecchio, da un mese moribondo per idropisia, era
uomo da farsi seppellire vivo nella fossa che già
s'era fatta scavare nel posto ove sognava che
dovesse sorgere il cimitero, appena le due figliuole
e quel prete gli annunzierebbero il rifiuto.
Quando, di fatti, nel pomeriggio, padre Sarso e la
sua ciurma furono rimessi in libertà e si avviarono
al fondaco, ove il giorno avanti avevano lasciato le
mule, vi trovarono in buon numero guardie e
carabinieri a cavallo, incaricati di scortarli fino
alle alture di Màrgari, alla borgata.
- Ancora? - fremette padre Sarso, vedendoli. -
Ancora? Perché? Siamo forse gente di mal affare, da
essere scortati così dalla forza? Ma già... meglio,
sì... anzi, se ci volete ammanettare! Su, su,
andiamo! a cavallo! a cavallo!
Pareva che avesse affrontato e sofferto il martirio.
Gonfio di quanto aveva fatto, non gli pareva l'ora
d'arrivare alla borgata con quella scorta, che
avrebbe attestato a tutti lassù, con quanto fervore,
con quale violenza egli si fosse adoperato a
ottenere al vecchio la sepoltura.
S'era già fatto tardi, e si sapevano aspettati con
impazienza fin dalla sera avanti. Chi sa se il
vecchio era ancora in vita! Tutti si auguravano in
cuore che fosse morto.
- O padruccio... o padruccio... - piagnucolavano le
due donne.
Ma sì, meglio morto, nell'incertezza, con la
speranza almeno, che essi fossero riusciti a
strappare al barone la concessione del camposanto!
Su, via, via... Calava l'ombra della sera, e quanto
più lungo si faceva il ritardo del loro ritorno,
tanto più forse si radicava e cresceva nel cuore di
tutti lassù quella speranza. E tanto più grave
sarebbe stata allora la disillusione.
Gesù, Gesù! Che strepito di cavalcature! Pareva una
marcia di guerra. Chi sa come sarebbero restati a
Màrgari, vedendoli ritornare accompagnati così, da
tanta forza!
Il vecchio se ne sarebbe subito accorto.
Moriva all'aperto, in mezzo ai suoi, seduto innanzi
alla porta della sua casa terrena, non potendo più
stare a letto, soffocato com'era dalla tumefazione
enorme dell'idropisia. Stava anche di notte lì
seduto, boccheggiante, con gli occhi alle stelle,
assistito da tutta la borgata, che da un mese non si
stancava di vegliarlo.
Se fosse almeno possibile impedirgli la vista di
tutte quelle guardie...
Padre Sarso si rivolse al maresciallo, che gli
cavalcava a fianco:
- Non potrebbero restare un po' indietro? - gli
domandò. - Tenersi un poco discosti? Se si potesse
far credere pietosamente a quel povero vecchio, che
abbiamo ottenuto la concessione!
Il maresciallo tardò un pezzo a rispondere.
Diffidava di quel prete temeva di compromettersi
acconsentendo. Alla fine disse:
- Vedremo, padre; vedremo sul posto.
Ma quando, dopo molte ore d'affannoso cammino,
cominciò la salita della montagna, s'intravidero da
lontano, non ostante il bujo già fitto, tali cose
straordinarie, che nessuno pensò più di poter fare
al vecchio quell'inganno pietoso.
Era su l'alta costa rocciosa come un formicolìo di
lumi. Fasci di paglia ardevano qua e là, da cui
salivano alle stelle spire dense di fumo infiammato,
come nella novena di Natale. E cantavano lassù,
cantavano, sì, proprio come nella novena di Natale,
al lume di quelle fiammate.
Che era avvenuto? Su, di carriera! di carriera!
Tutta la borgata lassù si era raccolta quasi a
celebrare un selvaggio rito funebre.
Il vecchio, non sapendo più reggere all'impazienza
dell'attesa, sperando requie alle smanie della
soffocazione, s'era fatto trasportare su una
seggiola al posto dove sarebbe sorto il camposanto,
innanzi alla sua fossa.
Lavato, pettinato e parato da morto, aveva accanto
alla seggiola, su cui stava posato come un'enorme
balla ansimante, la sua cassa d'abete già pronta da
parecchi giorni. Eran preparati sul coperchio di
quella cassa una papalina di seta nera, un pajo di
pantofole di panno e un fazzoletto, anch'esso di
seta nera, ripiegato a fascia che, appena morto,
passato sotto il mento e legato sul capo, doveva
servire a tenergli chiusa la bocca. Insomma tutto
l'occorrente per l'ultima vestizione.
Attorno, coi lumi, era tutta la gente della borgata,
che cantava al vecchio le litanie.
- Sancta Dei Genitrix,
- Ora pro nobis!
- Sancta Virgo Virginum?
- Ora pro nobis!
E al formicolio di tutti quei lumi rispondeva dalla
cupola immensa del cielo il fitto sfavillio delle
stelle.
Sul capo del vecchio tremolavano alla brezzolina
notturna i radi capelli, ancora umidi e tesi per
l'insolita pettinatura. Movendo appena le mani
enfiate, una sul dorso dell'altra, gemeva tra il
grasso rantolo, come per confortarsi e averne
refrigerio:
- L'erbuccia!... l'erbuccia...
Quella che sarebbe schiumata dalla sua terra, tra
poco, là, su la sua fossa. E verso di essa allungava
i piedi deformati dal gonfiore, ridotti come due
vesciche entro le grosse calze di cotone turchino.
Appena attorno a lui la sua gente levò le grida,
vedendo accorrere tra strepito di sciabole sì per
l'erta una così grossa frotta di cavalcature, provò
a rizzarsi in piedi; udì il pianto e le risposte
affannose dei sopravvenuti; e, comprendendo, tentò
di gettarsi a capofitto giù nella fossa. Fu
trattenuto; tutti gli si strinsero attorno, come a
proteggerlo dalla forza; ma il maresciallo riuscì a
rompere la calca e ordinò che subito quel moribondo
fosse trasportato a casa e che tutti sgombrassero di
là.
Su la seggiola, come un santone su la bara, il
vecchio fu sollevato, e i margaritani, reggendo alti
i lumi, gridando e piangendo, s'avviarono verso le
loro casupole, che biancheggiavano in alto, sparse
su la roccia.
La scorta rimase al bujo, sotto le stelle a guardia
della fossa vuota e della cassa d'abete, lasciata
lì, con quella papalina e quel fazzoletto e quelle
pantofole posate sul coperchio.
Inizio pagina
|
|
|
|
|
|
|