Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
13. Nenia
Con la valigia in mano, mi lanciai, gridando, sul treno che
già si scrollava per partire: potei a stento afferrarmi a un
vagone di seconda classe e, aperto lo sportello con l'aiuto
d'un conduttore accorso su tutte le furie, mi cacciai
dentro.
Benone!
Quattro donne, lì, due ragazzi e una bimba lattante, esposta
per giunta, proprio in quel momento, con le gambetto
all'aria, su le ginocchia d'una goffa balia enorme, che
stava tranquillamente a ripulirla, con la massima libertà.
- Mamma, ecco un altro seccatore!
Così m'accolse (e me lo meritavo) il maggiore dei due
ragazzi, che poteva aver circa sei anni, magrolino,
orecchiuto, coi capelli irti e il nasetto in sì,
rivolgendosi alla signora che leggeva in un angolo, con un
ampio velo verdastro rialzato sul cappello, speciosa cornice
al volto pallido e affilato.
La signora si turbò, ma finse di non sentire e seguitò a
leggere. Scioccamente, perché il ragazzo - com'era facile
supporre tornò ad annunziarle con lo stesso tono:
- Mamma, ecco un altro seccatore.
- Zitto, impertinente! - gridò, stizzita, la signora. Poi
volgendosi a me con ostentata mortificazione: - Perdoni,
signore, la prego.
- Ma si figuri, - esclamai io, sorridendo.
Il ragazzo guardò la madre, sorpreso del rimprovero, e parve
che le dicesse con quello sguardo: - «Ma come? Se l'hai
detto tu!». - Poi guardò me e sorrise così interdetto e,
nello stesso tempo, con una mossa così birichina, ch'io non
seppi tenermi dal dirgli:
- Sai, carino? Se no, perdevo il treno
Il ragazzetto diventò serio, fissò gli occhi, poi,
riscotendosi con un sospiro, mi domandò:
- E come lo perdevi? Il treno non si può mica perdere.
Cammina solo, con l'acqua bollita, sul biranio. Ma
non è una caffettiera. Perché la caffettiera non ha ruote e
non può camminare.
Parve a me che il ragazzo ragionasse a meraviglia. Ma la
madre, con un fare stanco e infastidito, lo rimproverò di
nuovo:
- Non dire sciocchezze, Carlino.
L'altra ragazzetta, di circa tre anni, stava in piedi sul
sedile, presso il balione, e guardava attraverso il vetro
del finestrino la campagna fuggente. Di tanto in tanto, con
la manina toglieva via l'appannatura del proprio fiato sul
vetro, e se ne stava zitta zitta a mirare il prodigio di
quella fuga illusoria d'alberi e di siepi.
Mi voltai dall'altra parte a osservare le altre due compagne
di viaggio, che sedevano agli angoli, l'una di fronte
all'altra, tutte e due vestite di nero.
Erano straniere: tedesche, come potei accertarmi poco dopo
udendole parlare.
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Una, la giovane, soffriva forse del viaggio: doveva
esser malata: teneva gli occhi chiusi, il capo
biondo abbandonato su la spalliera, ed era
pallidissima. L'altra, vecchia, dal torso erto,
massiccio, bruna di carnagione, pareva stesse sotto
l'incubo del suo ispido cappelletto dalla falde
dritte, stirate: pareva lo tenesse come per
punizione in bilico su i pochi grigi capelli chiusi
e impastocchiati entro una reticella nera.
Così immobile, non cessava un momento di guardar la
giovine, che doveva essere la sua signora.
A un certo punto, dagli occhi chiusi della giovine
vidi sgorgare due grosse lagrime, e subito guardai
in volto la vecchia, che strinse le labbra rugose e
ne contrasse gli angoli in giù, evidentemente per
frenare un impeto di commozione, mentre gli occhi,
battendo più e più volte di seguito, frenavano le
lagrime.
Quale ignoto dramma si chiudeva in quelle due donne
vestite di nero, in viaggio, lontane dal loro paese?
Chi piangeva o perché piangeva, così pallida e vinta
nel suo cordoglio, quella giovane signora?
La vecchia massiccia, piena di forza, nel guardarla,
pareva si struggesse dall'impotenza di venirle in
aiuto. occhi però non aveva quella disperata
remissione al dolore, che si suole avere per un caso
di morte, ma una durezza di rabbia feroce, forse
contro qualcuno che le faceva soffrir così quella
creatura adorata.
Non so quante volte sospirai fantasticando su quelle
due straniere; so che di tratto in tratto, a ogni
sospiro, mi riscotevo per guardarmi intorno.
Il sole era tramontato da un pezzo. Perdurava fuori
ancora un ultimo tetro barlume del crepuscolo: ora
angosciosa per chi viaggia.
I due ragazzi si erano addormentati, la madre aveva
abbassato il velo sul volto e forse dormiva anche
lei, col libro su le ginocchia. Solo la bambina
lattante non riusciva a prender sonno: pur senza
vagire, si dimenava irrequieta, si stropicciava il
volto
Coi pugnetti, tra gli sbuffi della balia che le
ripeteva sottovoce:
- La ninna, cocca bella; la ninna, cocca...
E accennava, svogliata, quasi prolungando un sospiro
d'impazienza, un motivo di nenia paesana.
- Aoòh! Aoòh!
A un tratto, nella cupa ombra della sera imminente,
dalle labbra di quella rozza contadinona si svolse a
mezza voce, con soavità inverosimile, con fascino
d'ineffabile amarezza, la nenia mesta:
Veglio, veglio sì te,
fammi la ninna,
Chi t'ama più di me, figlia,
t'inganna.
Non so perché, guardando la giovine straniera,
abbandonata lì in quell'angolo della vettura, mi
sentii stringere la gola da un nodo angoscioso di
pianto. Ella, al canto dolcissimo aveva riaperto i
begli occhi celesti e li teneva invagati nell'ombra.
Che pensava? Che rimpiangeva?
Lo compresi poco dopo, quando udii la vecchia vigile
domandarle piano con voce oppressa dalla commozione:
- Willst Du deine Amme nah?
«Vuoi accanto la tua nutrice?» E si alzò; andò a
sederle a fianco e si trasse su l'arido seno il
biondo capo di lei che piangeva in silenzio, mentre
l'altra nutrice, nell'ombra, ripeteva alla bimba
ignara:
Chi t'ama più di me, figlia,
t'inganna.
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