Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
12. O di uno o di nessuno
I
Chi era stato? Uno de' due, certamente. O forse un terzo,
ignoto. Ma no: in coscienza né l'uno né l'altro de' due
amici avevano alcun motivo di sospettarlo. Melina era buona,
modesta; e poi, così disgustata dell'antica sua vita; a Roma
non conosceva nessuno; viveva appartata e, se non proprio
contenta, si dimostrava gratissima della condizione che le
avevano fatta, richiamandola due anni addietro da Padova,
dove, studenti allora d'università, l'avevano conosciuta.
Vinto insieme un concorso al Ministero della guerra,
collegata la loro vita in tutto, Tito Morena e Carlino Sanni
avevano stimato prudente e giudizioso, due anni addietro,
cioè ai primi aumenti dello stipendio, provvedere anche
insieme al bisogno indispensabile d'una donna, che li
curasse e salvasse dal rischio a cui erano esposti,
seguitando ciascuno per suo conto a cercare una qualche
sicura stabilità d'amore, di contrarre un tristo legame, non
men gravoso d'un matrimonio, per adesso e forse per sempre
conteso loro dalle ristrettezze finanziarie e difficoltà
della vita.
E avevano pensato a Melina, tenera e dolce amica degli
studenti padovani, che erano soliti andar a trovare in via
del Santo, nelle sere d'inverno e di primavera lassù. Melina
sarebbe stata la più adatta per loro: avrebbe recato con sè
da Padova tutti i lieti ricordi della prima, spensierata
gioventù. Le avevano scritto; aveva accettato; e allora
(giudiziosamente, come sempre) avevano disposto che ella non
coabitasse con loro. Le avevano preso in affitto due
stanzette modeste in un quartiere lontano, fuori di porta, e
li andavano a trovarla, ora l'uno ora l'altro, così come
s'erano accordati, senza invidia e senza gelosia.
Tutto era andato bene per due anni, con soddisfazione
d'entrambi.
D'indole mitissima, di poche parole e ritegnosa, Melina si
era mostrata amica a tutt'e due, senz'ombra di preferenza né
per l'uno né per l'altro. Erano due bravi giovani, bene
educati e cordiali. Certo, uno - Tito Morena - era più
bello; ma Carlino Sanni (che non era poi brutto neanche lui,
quantunque avesse la testa d'una forma curiosa) molto più
vivace e grazioso dell'altro.
L'annunzio inatteso, di quel caso impreveduto, gettò i due
amici in preda a una profonda costernazione.
Un figlio!
Uno di loro due era stato, certamente; chi de' due, né l'uno
né l'altro, né la stessa Melina potevano sapere. Era una
sciagura per tutti e tre; e nessuno de' due amici
s'arrischiò a domandare dapprima alla donna: « Tu chi
credi? » per timore che l'altro potesse sospettare
ch'egli intendesse con ciò di sottrarsi alla responsabilità,
rovesciandola soltanto addosso a uno; né Melina tentò
minimamente d'indurre l'uno o l'altro a credere che il padre
fosse lui.
Ella era nelle mani di tutti e due, e a tutti e due, non
all'uno né all'altro, voleva affidarsi. Uno era stato; ma
chi de' due ella non solo non poteva dire, ma non voleva
nemmeno supporre.
Legati ancora alla propria famiglia lontana, con tutti i
ricordi dell'intimità domestica, Carlino Sanni e Tito Morena
sapevano che quest'intimità non poteva più essere per loro,
staccati come già ne erano per sempre. Ma, in fondo, erano
rimasti come due uccellini che, sotto le penne già cresciute
e per necessità abituate al volo, avessero serbato e
volessero custodir nascosto il tepore del nido che li aveva
accolti implumi. Ne provavano intanto quasi vergogna, come
per una debolezza che, a confessarla, avrebbe potuto
renderli ridicoli.
E forse l'avvertimento di questa vergogna cagionava loro un
segreto rimorso. E il rimorso, a loro insaputa, si
manifestava in una certa acredine di parole, di sorrisi, di
modi, che essi credevano invece effetto di quella vita
arida, priva di cure intime, in cui più nessun affetto vero
avrebbe potuto metter radici, che eran costretti a vivere e
a cui dovevano ormai abituarsi, come tanti altri. E negli
occhi chiari, quasi infantili, di Tito Morena lo sguardo
avrebbe voluto avere una durezza di gelo. Spesso lo aveva;
ma pure talvolta quello sguardo gli si velava per la
commozione improvvisa di qualche lontano ricordo; e allora
quella velatura di gelo era come l'appannarsi dei vetri
d'una finestra, per il caldo di dentro e il freddo di fuori.
Carlino Sanni, dal canto suo, si raschiava con le unghie le
gote rase e rompeva con lo stridore dei peli rinascenti
certi angosciosi silenzii interiori e si richiamava
all'ispida realtà del suo vigor maschile che, via,
gl'imponeva ormai d'esser uomo, vale a dire, un po' crudele.
S'accorsero, all'annunzio inatteso della donna, che, senza
saperlo e senza volerlo, ciascuno, dimenticandosi dell'altro
e anche della voluta durezza e della voluta crudeltà, aveva
messo in quella relazione con Melina tutto il proprio cuore,
per quel segreto, cocente bisogno d'intimità familiare. E
avvertirono un sordo astio, un'agra amarezza di rancore, non
propriamente contro la donna, ma contro il corpo di lei che
nell'incoscienza dell'abbandono, aveva evidentemente dovuto
prendersi più dell'uno che dell'altro. Non gelosia, perché
il tradimento non era voluto. Il tradimento era della
natura; ed era un tradimento quasi beffardo. Cecamente, di
soppiatto, la natura s'era divertita a guastar quel nido che
essi volevano credere costruito più dalia loro saggezza, che
dal loro cuore.
Che fare, intanto?
La maternità in quella ragazza assumeva per la loro
coscienza un senso e un valore, che li turbava tanto più
profondamente in quanto sapevano che ella non si sarebbe
affatto ribellata, se essi non avessero voluto
rispettargliela; ma li avrebbe in cuor suo giudicati
ingiusti e cattivi.
Era in lei tanta dolcezza dolente e rassegnata! Con gli
occhi, il cui sguardo talvolta esprimeva il sorriso mesto
delle labbra non mosse, diceva chiaramente che lei, non
ostante quell'ambiguo suo stato, da due anni, mercé loro, si
sentiva rinata. E appunto da questo suo rinascere alla
modestia degli antichi sentimenti, dovuto a loro, al modo
con cui essi, quasi a loro insaputa, l'avevano trattata,
proveniva la sua maternità, il rifiorire di essa che, nella
trista arsura del vizio non amato, s'era per tanti anni
isterilita.
Ora, non sarebbero venuti meno, d'improvviso, crudelmente,
alla loro opera stessa, ricacciando Melina nell'avvilimento
di prima, impedendole di raccogliere il frutto di tutto il
bene che le avevano fatto?
Questo i due amici avvertivano in confuso nel turbamento
della coscienza. E forse, se ciascuno dei due avesse potuto
esser sicuro che il figlio era suo, non avrebbe esitato ad
assumersene il peso e la responsabilità, persuadendo l'altro
a ritrarsi. Ma chi poteva dare all'uno o all'altro questa
certezza?
Nel dubbio inovviabile i due amici decisero che, senza dirne
nulla per adesso a Melina, quando sarebbe stata l'ora
l'avrebbero mandata a liberarsi in qualche ospizio di
maternità, da cui quindi sarebbe ritornata a loro, sola.
II
Melina non chiese nulla: intuì la loro decisione; ma intuì
pure con quale animo entrambi la avevano presa. Lasciò
passare qualche tempo; quando le parve il momento opportuno,
a Carlino Sanni che quella sera si trovava con lei, mostrò
con gli occhi bassi e un timido sorriso sulle labbra una
pezza di tela comperata il giorno avanti co' suoi risparmi.
- Ti piace?
Il giovine finse, dapprima, di non comprendere. Esaminò,
appressandosi al lume la tela, con gli occhi, col tatto:
- Buona, - disse. - E... quanto l'hai pagata?
Melina alzò gli occhi, ove la malizietta sorrideva
implorante:
- Oh, poco, - rispose. - Indovina?
- Quanto?
- No... dico, perché l'ho comperata.
Carlino si strinse nelle spalle, fingendo ancora di non
comprendere.
- Oh bella! perché ti bisognava. Ma l'hai comperata da te, e
non dovevi. Potevi dirci che ti bisognava.
Melina allora alzò la tela e vi nascose la faccia. Stette un
pezzo così; poi, con gli occhi pieni di lagrime, scotendo
amaramente il capo, disse:
- Dunque, no? proprio no, è vero? non debbo... non debbo
preparar nulla?
E vedendo, a questa domanda supplichevole, restare il
giovine tra confuso e seccato e commosso, subito gli prese
una mano, lo attirò a sè e s'affrettò a soggiungere con
foga:
- Senti, Carlino, senti, per carità! io non voglio nulla,
non chiedo nulla di più. Come ho comperato questa tela, così
con altri piccoli risparmi potrei provvedere io a tutto. No,
senti, stammi prima a sentire, senz'alzar le spalle, senza
farmi cotesti occhiacci. Guarda, ti giuro, ti giuro che non
n'avrete mai nessun fastidio, nessun peso, mai! Lasciami
dire. M'avanza tanto tempo, qua. Ho imparato a lavorare per
voi; seguiterò sempre a lavorare; oh, potete star sicuri che
non vi mancheranno mai le mie cure! Ma ecco, vedi, badando a
voi, come faccio, alla vostra biancheria, ai vostri abiti,
m'avanza ancora tanto tempo, tanto che - lo sai - ho
imparato a leggere e a scrivere, da me! Ebbene, ora lascerò
questo, e cercherò altro lavoro, da fare qui in casa; e sarò
felice, credimi! credimi! Non vi chiederò mai nulla,
Carlino, mai nulla! Concedetemi questa grazia, per carità!
Sì? sì?
Carlino schivava di guardarla, voltando la testa di qua e di
là, e alzava una spalla e apriva e chiudeva le mani e
sbuffava.
Prima di tutto, via, ci voleva poco a intendere che lui,
così su due piedi, e senza consultare l'altro, non poteva
darle nessuna risposta. E poi, sì, era presto detto nessun
peso, nessun fastidio. Il peso, il fastidio sarebbero stati
il meno! La responsabilità, la responsabilità d'una vita,
perdio, che a uno dei due apparteneva di certo, ma a quale
dei due non si poteva sapere. Ecco, era questo! era questo!
- Ma a me, Carlino? - rispose pronta, con ardore, Melina. -
A me appartiene di certo! E la responsabilità... perché
dovete assumervela voi? Me l'assumo io, ti dico, intera.
- E come? - gridò il giovine.
- Come? Ma così, me l'assumo! Stammi a sentire, per carità!
Guarda, tra dieci anni, Carlino, chi sa quante cose potranno
accadere a voi due! Tra dieci anni... E quand'anche voleste
seguitare a vivere così, tutti e due insieme, tra dieci
anni, che sarò più io? non sarò più certo buona per voi; vi
sarete certo stancati di me. Ebbene: fino a dieci anni sarà
ancora ragazzo il mio figliuolo, e non vi darà né spesa né
fastidio perché provvederò io a tutto col mio lavoro. Ma
capisci che ora che ho imparato a lavorare, non posso più
buttarlo via? Lo terrò con me; mi darà qui conforto e
compagnia; e poi, quando voi non mi vorrete più, avrò lui
almeno, avrò lui, capisci? Lo so, non devi né puoi dirmi di
sì, per ora, da solo. Perché l'ho detto prima a te, e non a
Tito? Non lo so! Il cuore mi ha suggerito così. E anche lui
tanto buono, Tito! Parlagliene tu, come credi, quando credi.
Io sono qua, in mano vostra. Non dirò più nulla. Farò come
voi vorrete.
Carlino Sanni parlò a Tito Morena il giorno dopo.
Si mostrò seccatissimo di Melina, e veramente credeva di
avercela con lei; ma appena vide Tito accordarsi con lui nel
disapprovare la proposta di Melina, si accorse che aveva la
stizza in corpo non per lei, ma perché prevedeva
l'opposizione di Tito. Prevedeva l'opposizione; eppure
forse, in fondo, sperava che Tito invece si assumesse contro
a lui la parte di contentare Melina; cioè quella stessa
parte che molto volentieri si sarebbe assunta lui, ove non
avesse temuto di far peggio. Si stizzì del subitaneo
accordo, e Tito rimase stordito di quella stizza inattesa;
lo guardò un poco; gli domandò:
- Ma scusa, non dici quello che dico io?
E Carlino:
- Ma sì! ma sì! ma sì!
A ragionare, infatti, non potevano non esser d'accordo. E
anche il sentimento avevano entrambi comune. Se non che,
questo sentimento comune, anziché accordarli, non solo li
divideva, ma li rendeva l'uno all'altro nemici.
Tito, ch'era il più calmo in quel momento, comprese bene
che, a lasciar prorompere il sentimento, sarebbe di certo e
subito avvenuta tra loro una rottura insanabile; avrebbe
voluto perciò lasciar lì il discorso ove la sua ragione e
quella dell'amico, freddamente e così fuor fuori, potevano
restar d'accordo.
Ma Carlino, turbato dalla stizza, non seppe trattenersi.
Tanto disse, che alla fine fece perdere la calma anche a
Tito. E, tutt'a un tratto, i due, finora l'uno accanto
all'altro amici cordialissimi, si scoprirono negli occhi,
l'uno di fronte all'altro, cordialissimi nemici.
- Vorrei sapere, intanto, perché prima l'ha detto a te e non
a me!
- Perché iersera c'ero io; e l'ha detto a me.
- Poteva bene aspettar domani, e dirlo a me! Se l'ha detto
iersera, che c'eri tu, è segno che t'ha creduto più tenero
di cuore e più disposto a venir meno a ciò che tutti e due
insieme, di pieno accordo, avevamo stabilito.
- Ma nient'affatto! Perché io le ho detto di no, di no, di
no, precisamente come dici tu! Ma capirai che ella ha
insistito, ha pianto, ha scongiurato, ha fatto tante
promesse e tanti giuramenti; e, di fronte a queste lagrime e
a queste promesse, io non so, non potevo sapere, come
saresti rimasto tu, e se anche tu per tuo conto avresti
voluto risponderle di noi
- Ma non s'era stabilito no? Dunque, no!
Carlino Sanni si scrollò rabbiosamente.
- Va bene! E ora andrai a dirglielo tu.
- Bello! Mi piace! - squittì Tito. - Così la parte del cuor
duro, del tiranno, la faccio io, e tu rimani per lei quello
che si era piegato, commosso e intenerito.
- E se fosse così? - salto sì Carlino, guardandolo da presso
negli occhi. - Sei sicuro tu, che non ti saresti «piegato,
commosso e intenerito» al posto mio? E avresti avuto il
coraggio, così commosso e intenerito, di dirle di no, anche
per conto di un altro, che forse al tuo posto si sarebbe,
come te, commosso e intenerito? Rispondi a questo! Rispondi!
Così sfidato, con gli occhi negli occhi, Tito non volle
darsi per vinto, e mentì, imperterrito.
- Io, commosso? Chi te lo dice?
- E dunque è vero, - esclamò allora Carlino trionfante, -
che il cuor duro sei tu, e puoi bene andarglielo a dire!
- Oh sai che ti dico io, invece? - fremé Tito al colmo del
dispetto. - Che ne ho abbastanza io, di codesta storia, e
voglio farla finita.
Carlino gli s'appressò di nuovo, minaccioso:
- Cioè... cioè.... cioè... piano piano, caro mio, aspetta:
farla finita, adesso, in che modo?
- Oh, - fece Tito con un sorriso stirato, guardandolo
dall'alto in basso, - non ti credere che voglia venir meno a
quanto debbo! Seguiterò a dare la parte mia, finché lei sarà
in quello stato; poi faccia quello che vuole; se vuol
tenersi il figlio, se lo tenga: se vuol buttarlo via, lo
butti. Per me, non vorrò più saperne.
- E io? - domandò Carlino.
- Ma farai anche tu ciò che ti pare!
- Non è mica vero!
- Perché no?
- Lo capisci bene perché no! Se non ci vai più tu, non potrò
più andarci neanche io!
- E perché?
- Perché da solo, sai bene che non posso accollarmi tutto il
peso del mantenimento; non posso e non debbo, del resto
perché non so di certo se il figlio sia mio, e tu non puoi
lasciarmi su le spalle il peso d'un figlio che può esser
tuo.
- Ma se ti dico che seguiterò a dar la parte mia.
- Grazie tante! Non posso accettare! Già, in mezzo resterei
sempre io, di più.
- Perché vuoi restarci!
- Ma scusa, ma scusa, ma scusa, e perché non vuoi tu restare
ai patti? Che cosa chiede lei alla fine, che tu non possa
accordarle? Se non ci fa nessun carico del figliuolo! Se lo
terrà per sé. Ma senti... ma ascolta...
E Carlino prese a inseguir per la stanza Tito che si
allontanava scrollandosi, per trattenerlo a ragionare. E non
intendeva che, assumendo ora quel tono persuasivo, quella
pacata difesa della donna, faceva peggio.
Tito stesso, alla fine, glielo gridò:
- Sarà un sospetto ingiusto, ma che vuoi farci? m'è entrato;
non posso più scacciarlo! Non posso seguitare, così insieme,
una relazione, che era solo possibile a patto che nessun
contrasto sorgesse tra noi.
- Ma andiamo tutti e due insieme, allora, - propose Carlino,
- tutti e due insieme a dirle di no. Io già gliel'ho detto
per conto mio; ora andiamo a ripeterglielo insieme; e se
vuoi, parlerò io più forte; le dimostrerò io che non è
possibile accordarle quello che chiede!
- E poi? - fece Tito. - Credi che ella sarebbe più, quale è
stata finora? Se desidera tanto di tenersi il figlio! La
faremmo infelice, credi, Carlino, inutilmente. Perché... lo
sento, lo sento bene, per me è finita! Sarà un dispetto
sciocco: non mi passa; sento che non mi passa. E allora? Io
non posso, non voglio più tornarci, ecco!
- E dovremmo abbandonarla così? - domandò Carlino
accigliato.
- Ma nient'affatto, abbandonarla! - esclamò Tito. - T'ho
detto e ripetuto che seguiterò a dar la mia parte. finché
ella si troverà in questo stato e non troverà modo di
provvedere a sé altrimenti. Tu poi, per conto tuo, fa'
quello che credi. Te lo dico proprio senz'astio, bada! e con
la massima franchezza.
Carlino rimase muto, ingrugnato, a raschiarsi con le unghie
le gote rase. E, per quel giorno, il discorso finì lì.
III
Non fu più ripreso. Ma seguitò nell'animo d'entrambi, e a
mano a mano tanto più violento, quanto più cresceva la
violenza che l'uno e l'altro si facevano, per tacere.
Nessuno de' due andò più a trovar Melina. E Carlino, non
andando, voleva dimostrare a Tito che la violenza la
commetteva lui; che gl'impediva lui d'andare; e Tito, dal
canto suo, che Carlino voleva lui, invece, usargli violenza
con quel suo astenersi d'andare. Ma sì! per forzarlo, così,
a recedere dal suo proposito, e averla vinta, pur essendo
venuto meno, di sorpresa, a quanto già tra loro d'accordo si
era stabilito.
Doveva passar sopra a tutto? Far quello che volevano loro,
tutt'e due insieme, contro di lui? Non bastava che
seguitasse a pagare, lasciando all'altro la libertà d'andare
a trovar la donna?
Nossignori. Di questa libertà Carlino non voleva profittare,
non solo, ma neppure dargli merito. La negava! Senza
comprendere che, se egli avesse ceduto, se fosse tornato da
Melina per farci andare anche lui, tutta la vittoria sarebbe
stata di loro due, poich'egli alla fine avrebbe fatto quello
che essi volevano. E non era una violenza, questa? No,
perdio! Seguitava a pagare, e basta!
Per quanto, però, con questi argomenti cercasse di
raffermarsi nella risoluzione di non cedere e volesse
concludere che la ragione stava dalla sua, Tito si sentiva
di giorno in giorno crescer l'orgasmo per la passiva
ostinazione di Carlino; sentiva che il fosco silenzio del
compagno assumeva per la sua coscienza un peso, che egli da
solo non voleva sopportare.
Se quella ragazza, da loro invitata a venir da Padova a
Roma, resa madre da uno di loro due, ora, in quello stato,
si dibatteva in una incertezza angosciosa, di chi la colpa?
Che pretendeva ella infine, senza fastidio, senza peso, né
responsabilità da parte loro? Che non si commettesse la
violenza di buttar via il figlio, che o dell'uno o
dell'altro era di certo.
Ebbene, lo volevano lasciar solo a sentire il rimorso di
questa violenza.
Se Carlino avesse seguitato ad andare da Melina, egli
avrebbe potuto, almeno in parte, togliersi questo rimorso
col pensiero che, pur seguitando a pagare, non si prendeva
più nessun piacere dalla donna.
Ma nossignori! Carlino non andava più neppur lui, Carlino
non si prendeva più neppur lui nessun piacere dalla donna, e
così non solo gl'impediva di togliersi il rimorso con quel
pensiero, ma anzi glielo aggravava. Privandosi egli solo del
piacere e pur non di meno seguitando a dar la parte sua,
avrebbe potuto anche pensare, che faceva un sacrifizio
sciocco e fors'anche superfluo, giacché non era mica
provato, che egli dovesse avere il rimorso di voler buttare
il proprio figliuolo, potendo questo benissimo essere,
invece, dell'altro. Eh già; ma a ragionare così, ad
ammettere cioè che il figlio fosse dell'altro, poteva egli
allora pretendere che quest'altro si assumesse intero il
rimorso di buttar via il proprio figliuolo, per far piacere
a lui? Se egli, Tito, avesse avuto la certezza d'essere il
padre e Carlino avesse preteso che il figliuolo fosse
buttato via, non si sarebbe egli ribellato?
Questa certezza non c'era!
Ma ecco, nel dubbio stesso, Carlino voleva che quella
violenza non si commettesse.
Dovevano essere insieme, d'accordo, tutti e tre, a volere e
a commettere la violenza. Il rimorso, condiviso, sarebbe
stato minore. Ebbene, gli avevano fatto questo tradimento. E
tanto più ne era arrabbiato, quanto più vedeva che la
vendetta, che istintivamente si sentiva spinto a trarne, lo
rendeva, contro il suo stesso sentimento, crudele; quanto
più vedeva che anche a non trarne alcuna vendetta, esso, il
tradimento, restava, restava pur sempre l'accordo di quei
due nel venir meno per i primi a quanto si era stabilito;
cosicché sempre sarebbe rimasta, attaccata a lui soltanto,
la parte odiosa. E dunque, no, perdio, no! Perché cedere
adesso? Sarebbe stato anche inutile!
Venne, intanto, il momento, che entrambi si videro costretti
a riparlar di Melina: cadeva il mese, e bisognava farle
avere il denaro per provvedere a sé e pagar la pigione delle
due stanzette.
Tito avrebbe voluto schivare il discorso. Tratta dal
portafogli la sua quota, l'aveva posata sul tavolino senza
dir nulla.
Carlino, guardati un pezzo quei denari, alla fine uscì a
dire:
- Io non glieli porto.
Tito si voltò a guardarlo e disse seccamente:
- E io neppure.
Il silenzio, in cui l'uno e l'altro, dopo questo scambio di
parole, con estremo sforzo si tennero per un lungo tratto,
vibrò di tutto il loro interno ribollimento e rese a
ciascuno spasimosa l'attesa che l'altro parlasse.
La voce uscì prima, sorda, opaca, dalle labbra di Carlino:
- Allora le si scrive. Le si mandano per posta.
- Scrivi, - disse Tito.
- Scriveremo insieme.
- Insieme, va bene; poiché ti piace di far la parte della
vittima, e ch'io faccia quella del tiranno.
- Io fo, - rispose Carlino, alzandosi, - precisamente quello
che fai tu, né più né meno.
- E va bene, - ripeté Tito. - E dunque puoi scriverle, che
da parte mia sono disposto a rispettare il suo sentimento e
a fare tutto ciò che vuole; disposto a pagare, finché lei
stessa non dirà basta.
- Ma allora? - scappò sì dal cuore a Carlino.
Tito, a questa esclamazione, non seppe più frenarsi e uscì
dalla stanza, scrollandosi furiosamente con le braccia per
aria e gridando:
- Ma che allora! che allora! che allora!
Rimasto solo, Carlino pensò un pezzo al senso da cavare da
quella prima condiscendenza di Tito, a cui poi, così
bruscamente, era seguito lo scatto, che nel modo più aperto
raffermava la sua irremovibile decisione. Pareva che con
Melina, ora, non ce l'avesse più, se era disposto a
rispettare il sentimento di lei e a fare ciò che ella
voleva. Dunque ce l'aveva con lui? Era chiaro! E perché, se
adesso erano d'accordo? Per non aver riconosciuto prima di
non aver ragione d'opporsi? Eh già! Ora gli pareva troppo
tardi, e non si voleva più dare per vinto. Ah, che sbaglio
aveva commesso Melina, non rivolgendosi prima a Tito! E un
altro sbaglio, più grosso, aveva poi commesso lui, riferendo
a Tito la proposta di lei. No, no; egli non doveva
riferirgliela; doveva dire a Melina che ne parlasse a Tito
direttamente, e che anzi non gli facesse intravedere di
averne prima parlato a lui. Ecco come avrebbe dovuto fare!
Ma poteva mai immaginarsi che Tito se la pigliasse così a
male?
Carlino era sicuro, adesso, che se Melina si fosse prima
rivolta all'altro, lui non ci avrebbe trovato nulla da
ridire.
Basta. Bisognava scrivere la lettera, adesso. Che dire a
quella povera figliuola, in quello stato? Meglio non dirle
nulla di quanto era avvenuto tra loro due; trovare una scusa
plausibile di quel non andare nessuno de' due a trovarla. Ma
che scusa? L'unica, poteva esser questa: che volevano
lasciarla tranquilla nello stato in cui era. Tranquilla? Eh,
troppa grazia, per una povera donna come lei, avvezza a così
poca considerazione da parte degli uomini. E poi,
tranquilla, va bene; ma perché non andavano nemmeno a
vederla? a domandarle come stesse? se avesse bisogno di
qualche cosa? Tanta considerazione per un verso e tanta
noncuranza per un altro, bella tranquillità le avrebbero
data!
Ma, via, infine, nella lettera poteva darle la più ferma
assicurazione che non le sarebbe venuto meno l'assegno e
tutto quell'aiuto che avrebbe potuto aver da loro. Bisognava
che si contentasse di questo, per ora.
E Carlino scrisse la lettera in questo senso, con molta
circospezione, perché Tito, leggendola (e voleva che la
leggesse), non pigliasse altra ombra.
Pochi giorni dopo, com'era da aspettarsi, arrivò a entrambi
la risposta di Melina. Poche righe, quasi indecifrabili che,
impedendo la commozione per il modo ridicolo con cui
l'ambascia e la disperazione erano espresse, produssero uno
strano effetto di rabbia negli animi dei due giovani.
La poverina scongiurava che tutti e due insieme andassero a
trovarla, ripetendo che era pronta a fare quel che essi
volevano.
- Vedi? Per causa tua!
Tutti e due si trovarono sulle labbra le stesse parole;
Carlino per l'ostinazione di Tito a non cedere: Tito per
quella di Carlino a non andare. Ma né l'uno né l'altro
poterono proferirle. Si guardarono. Ciascuno lesse negli
occhi dell'altro la sfida a parlare. Ma lessero anche
chiaramente l'odio, che adesso li univa, in luogo
dell'antica amicizia; e subito compresero che non potevano e
non dovevano più parlare su quell'argomento.
Quell'odio comandava loro non solo di non far prorompere la
rabbia, ond'erano divorati, ma anzi d'indurir ciascuno il
proprio proposito in una livida freddezza.
Dovevano rimanere insieme, per forza.
- Le si scrive di nuovo, che stia tranquilla, - fischiò tra
i denti Carlino.
Tito si voltò appena a guardarlo, con le ciglia alzate:
- Ma sì, puoi dirglielo: tranquillissima!
Inizio
pagina
IV
Ora, ogni sera, uscendo dal Ministero, non andavano più
insieme, come prima, a passeggio, o in qualche caffè. Si
salutavano freddamente, e uno prendeva di qua, l'altro
di là. Si riunivano a cena; ma spesso, non arrivando
alla trattoria alla stess'ora e non trovando posto da
sedere accanto, l'uno cenava a un tavolino e l'altro a
un altro. Ma meglio così. Tito s'accorse, che aveva
provato sempre vergogna, senza dirselo, del troppo
appetito che Carlino dimostrava, mangiando. Anche dopo
cena, ciascuno si avviava per suo conto a passar fuori
le due o tre ore prima d'andare a letto.
S'incupivano sempre più, covando in quella solitudine il
rancore.
Ma l'uno non voleva dare a vedere all'altro la
macerazione che aveva da quella catena non trascinata
più di conserva per una stessa via, ma tirata, strappata
di qua e di là Rispettosamente, in quella finzione di
libertà, che volevano darsi.
Sapevano che la catena, pur tirata e strappata così, non
poteva e non doveva spezzarsi; ma lo facevano apposta,
per farsi più male, quanto più male potevano. Forse, in
questa macerazione, cercavano di stordir la pena cocente
e il rimorso per la donna, che seguitava invano a
chieder conforto e pietà.
Già da un pezzo ella si era arresa a ciò che credeva la
loro volontà. Ma no: erano essi, ora, a volere
assolutamente che ella si tenesse il figliuolo. E perché
allora avrebbero sofferto tanto, e tanto la avrebbero
fatta soffrire? Tornare indietro come prima, non era più
possibile, ormai. E dunque, no, no: ella doveva tenersi
il figliuolo. Nessuna discussione più su questo punto
Uniti com'erano dallo stesso sentimento, che non poteva
più in alcun modo svolgersi in un azione comune d'amore,
non potevano ammettere che esso, ora, venisse a mancare;
volevano che durasse per svolgersi invece, così,
necessariamente, in un'azione di reciproco odio.
E tanto quest'odio li accecava, che nessuno dei due per
il momento pensava, che cosa avrebbero fatto domani di
fronte a quel figliuolo, che non avrebbero potuto
entrambi amare insieme.
Esso doveva vivere: non potendo né per l'uno né per
l'altro esclusivamente, sarebbe vissuto per la madre, ai
loro costi, così, senza che nessuno de' due neppur lo
vedesse.
E difatti, nessuno de' due, quantunque entrambi se ne
sentissero struggere dalla voglia, cedette all'invito di
Melina, di correre a vedere il bambino appena nato.
Inesperti della vita, non si figuravano neppur
lontanamente tra quali atroci difficoltà si fosse
dibattuta quella poveretta, così sola, abbandonata, nel
mettere al mondo quel bambino. Ne ebbero la rivelazione
terribile, alcuni giorni dopo, quando una vecchia,
vicina di casa della poveretta, venne a chiamarli,
perché accorressero subito al letto di lei, che moriva.
Accorsero e restarono allibiti davanti a quel letto, da
cui uno scheletro vestito di pelle, con la bocca enorme,
arida, che scopriva già orribilmente tutti i denti, con
enormi occhi, i cui globi parevan già appesiti e
induriti dalla morte, voleva loro far festa.
Quella, Melina?
No, no... là, - diceva la poveretta, indicando la culla:
che l'avrebbero ritrovata là, la Melina che conoscevano,
cercando là, in quella culla, e tutt'intorno, nelle cose
preparate per il suo bimbo, e nelle quali si era
distrutta, o piuttosto, trasfusa.
Qua sul letto, ormai, ella non c'era più: non c'eran più
che i resti di lei, miseri, irriconoscibili; appena un
filo d'anima trattenuto a forza, per riveder loro
un'ultima volta. Tutta l'anima sua, tutta la sua vita,
tutto il suo amore, erano in quella culla, e là, là, nei
cassetti del canterano, ov'era il corredino del bimbo,
pieno di merletti, di nastri e di ricami, tutto
preparato da lei, con le sue mani.
- Anche... anche cifrato, sì, di rosso... Tutto... capo
per capo...
Capo per capo volle che la vecchia vicina lo mostrasse
loro: le cuffiette, ecco... ecco le cuffiette, sì...
quella coi fiocchi rossi... no, quell'altra,
quell'altra... e i bavaglini, e le camme, e la vestina
lunga, ricamata, del battesimo, col trasparente di seta
rossa... rossa, sì, perché era maschio, maschio il suo
Nillì... e...
S'abbandonò a un tratto; crollò sul letto, riversa.
Nell'accensione di quella festa, forse insperata, si
consumò subito quell'ultimo filo d'anima trattenuto a
forza per loro.
Atterriti da quel traboccare improvviso sul letto, i due
accorsero, per sollevarla.
Morta.
Si guardarono. L'uno cacciò nell'anima dell'altro, fino
in fondo, con quello sguardo, la lama d'un odio
inestinguibile.
Fu un attimo.
Il rimorso, per ora li sbigottiva. Avrebbero avuto tempo
di dilaniarsi, tutta la vita. Per ora, qua, bisognava
procedere ancora d'accordo: provvedere alla vittima,
provvedere al bambino.
Non potevano piangere, l'uno di fronte all'altro.
Sentivano che, se per poco, nell'orgasmo, avessero
ceduto al sentimento, l'uno al suono del pianto
dell'altro sarebbe diventato feroce, l'uno si sarebbe
avventato alla gola dell'altro per soffocarlo, quel
pianto. Non dovevano piangere! Tremavano tutti e due;
non potevano più guardarsi. Sentivano che rimaner così,
a guardare con gli occhi bassi la morta, non potevano;
ma come muoversi? Come parlar tra loro? Come assegnarsi
le parti? Chi de' due doveva pensare alla morta, pei
funerali? Chi de' due, al bambino, per una balia?
Il bambino!
Era là, nella culla. Di chi era? Morta la madre, esso
restava a tutti e due. Ma come? Sentivano che nessuno
dei due poteva più accostarsi a quella culla. Se l'uno
avesse fatto un passo verso di essa, l'altro sarebbe
corso a strapparlo indietro.
Come fare? Che fare?
Lo avevano intravisto appena, là, tra i veli, roseo,
placido nel sonno.
La vecchia vicina disse:
- Quanto penò! E mai un lamento dalle sue labbra! Ah,
povera creatura! Non gliela doveva negare Dio questa
consolazione del figlio, dopo tutto quello che penò per
lui. Povera, povera creatura! E ora? Per me, se
vogliono... eccomi qua...
Si tolse lei l'incarico d'attendere al cadavere, insieme
con altre vicine. Quanto al bimbo... - all'ospizio, no,
è vero? - ebbene conosceva lei una balia, una contadina
di Alatri, venuta a sgravarsi all'ospedale di San
Giovanni: era uscita da parecchi giorni; il figlietto le
era morto, e quella sera stessa sarebbe ripartita per
Alatri: buona, ottima giovine; maritata, sì; il marito
le era partito da pochi mesi per l'America, sana, forte,
il figlietto le era morto per disgrazia, nel parto, non
già per malattia. Del resto, potevano farla visitare da
un medico, ma non ce n'era bisogno. Già il bimbo, per
altro, da due giorni s'era attaccato a lei, poiché la
povera mamma non avrebbe potuto allevarlo, ridotta in
quello stato.
I due lasciarono parlar sempre la vecchia approvando col
capo ogni proposta, dopo essersi guardati un attimo con
la coda dell'occhio, aggrondati. Migliore occasione di
quella non poteva darsi. E meglio, sì, meglio che il
bimbo andasse lontano, affidato alla balia. Sarebbero
andati a vederlo, ad Alatri, un mese l'uno e un mese
l'altro, giacché insieme non potevano.
- No! no! - gridarono a un tempo alla vecchia, impedendo
che lo mostrasse loro.
S'accordarono con lei circa alle disposizioni da
prendere per il trasporto del cadavere e il
seppellimento. La vecchia fece un conto approssimativo;
essi lasciarono il denaro, e uscirono insieme, senza
parlare.
Tre giorni dopo, allorché il bimbo fu partito con la
balia per Alatri con tutto il corredo preparato dalla
povera Melina, si divisero per sempre.
V
Fu, nei primi tempi, una distrazione quella gita d'un
giorno, un mese sì e un mese no, ad Alatri. Partivano la
sera del sabato; ritornavano la mattina del lunedì.
Andavano come per obbligo a visitare il bambino. Questo,
quasi non esistendo ancora per se, non esisteva neppure
propriamente per loro, se non così, come un obbligo; ma
non gravoso: prendevano, infine, una boccata d'aria;
facevano, benché soli, una scampagnata: dall'alto
dell'acropoli, su le maestose mura ciclopiche, si
scopriva una vista meravigliosa. E quella visita
mensile, in fondo, non aveva altro scopo che
d'accertarsi se la balia curasse bene il bambino.
Provavano istintivamente una certa diffidenza ombrosa,
se non proprio una decisa ripugnanza per lui. Ciascuno
dei due pensava, che quel batuffolo di carne lì poteva
anche non esser suo, ma di quell'altro; e, a tal
pensiero, per l'odio acerrimo che l'uno portava
all'altro, avvertivano subito un ribrezzo invincibile
non solo a toccarlo, ma anche a guardarlo.
A poco a poco, però, cioè non appena Nillì cominciò a
formare i primi sorrisi, a muoversi, a balbettare, l'uno
e l'altro, istintivamente, furono tratti a riconoscer
ciascuno se stesso in quei primi segni, e a escludere
ogni dubbio, che il figlio non fosse suo.
Allora, subito, quel primo sentimento di repugnanza si
cangiò in ciascuno in un sentimento di feroce gelosia
per l'altro. Al pensiero che l'altro andava lì, con lo
stesso suo diritto, a togliersi in braccio il bambino e
a baciarlo, a carezzarlo per una intera giornata, e a
crederlo suo, ciascuno de' due sentiva artigliarsi le
dita, si dibatteva sotto la morsa d'un'indicibile
tortura. Se per un caso si fossero incontrati insieme
là, nella casa della balia, l'uno avrebbe ucciso
l'altro, sicuramente, o avrebbe ucciso il bimbo, per la
soddisfazione atroce di sottrarlo alla carezza
dell'altro, intollerabile.
Come durare a lungo in questa condizione? Per ora, Nillì
era piccino piccino, e poteva star lì con la balia, che
assicurava di volerlo tenere con sé, come un figliuolo,
almeno fino al ritorno del marito dall'America. Ma non
ci poteva star sempre! Crescendo, bisognava pur dargli
una certa educazione.
Sì, era inutile, per adesso, amareggiarsi di più il
sangue, pensando all'avvenire. Bastava la tortura
presente.
L'uno e l'altro s'erano confidati con la balia, la
quale, impressionata dal fatto che quei due zii non
venivano mai insieme a visitare il nipotino, ne aveva
chiesto ingenuamente la ragione. Ciascuno dei due aveva
assicurato la balia, che il figlio era suo, traendone la
certezza da questo e da quel tratto del bimbo, il quale,
certo, non somigliava spiccatamente né all'uno né
all'altro, perché aveva preso molto dalla madre; ma,
ecco, per esempio, la testa... non era forse un po' come
quella di Carlino? poco, sì.... appena appena...
un'idea..., ma era pure un segno, questo! Gli occhi
azzurri del bimbo, invece, erano un segno rivelatore per
Tito Morena che li aveva azzurri anche lui; sì, ma anche
la madre, per dire la verità, li aveva azzurri, ma non
così chiari e tendenti al verde, ecco.
- Già, pare... - rispondeva all'uno e all'altro la
balia, dapprima costernata e afflitta da quell'accanita
contesa, sul bimbo, ma poi raffinata appieno, per il
consiglio che le aver ano dato i parenti e i vicini, che
fosse meglio, cioè, per lei e anche per il bimbo,
tenerli così a bada tutti e due, senz'affermare mai e
senza negare recisamente. Era difatti una gara, tra i
due, d'amorevolezza, di pensieri squisiti, di regali,
per guadagnarsi quanto più potevano il cuore del bimbo,
a cui ella intanto dava istruzione non di malizia, ma
d'accortezza: se veniva zio Carlo, non parlare di zio
Tito, e viceversa; se uno gli domandava qualcosa
dell'altro, risponder poco, un sì, un no, e basta; se
poi volevano sapere a chi egli volesse più bene,
rispondere a ciascuno: - Più a te! - solo per
contentarli, ecco, perché poi egli doveva voler bene a
tutti e due allo stesso modo.
E veramente a Nillì non costava alcuno sforzo
rispondere, secondo i consigli della balia, all'uno e
all'altro dei due zii: - Più a te! - perché, stando con
l'uno o con l'altro, gli sembrava ogni volta che non si
potesse star meglio, tanto amore e tante cure gli
prodigavano entrambi, pronti a soddisfare ogni suo
capriccio, pendendo ciascuno da ogni suo minimo cenno.
D'improvviso, ma quando già Carlino Sanni e Tito Morena
erano più che mai sprofondati nella costernazione circa
ai provvedimenti da prendere per l'educazione di Nillì
che aveva ormai compiuti i cinque anni, arrivò alla
balia una lettera del marito, che la chiamava in
America.
Carlino Sanni e Tito Morena, senza che l'uno sapesse
dell'altro, nel ricevere questo annunzio, andarono da un
giovane avvocato, loro comune amico, conosciuto tempo
addietro nella trattoria, dove prima si recavano a
desinare insieme.
L'avvocato ascoltò prima l'uno e poi l'altro, senza dire
all'uno che l'altro era venuto poc'anzi a dirgli le
stessissime cose e a fargli la stessissima proposta, che
cioè il ragazzo, suo o non suo, fosse lasciato
interamente a suo carico (nessuno dei due diceva al suo
affetto), pur d'uscire da quella insopportabile
situazione.
Ma non c'era, né ci poteva essere modo a uscirne, finché
nessuno dei due voleva abbandonar del tutto all'altro il
ragazzo. Né il giudizio di Salomone era applicabile.
Salomone si era trovato in condizioni molto più facili,
perché si trattava allora di due madri, e una delle due
poteva essere certa che il figlio era suo. Qua l'uno e
l'altro, non potendo aver questa certezza ed essendo
animati da un odio reciproco così feroce, avrebbero
lasciato spaccare a metà il ragazzo per prendersene
mezzo per uno. Non si poteva, eh? Dunque, un rimedio.
L'unico, per il momento, era di mettere in collegio il
ragazzo, e accordarsi d'andarlo a visitare una domenica
l'uno e una domenica l'altro, e che le feste le passasse
un po' con l'uno e un po' con l'altro. Questo, per il
momento. Se poi volevano veramente risolvere la
situazione, il giovane avvocato non ci vedeva altro
mezzo, che questo: che il figlio, non potendo essere di
uno soltanto, non fosse più di nessuno dei due. Come?
Cercando qualcuno che volesse adottarlo. Se i due
volevano, egli poteva assumersi quest'incarico.
Nessuno dei due volle. Recalcitrarono, si scrollarono
furiosamente alla proposta; l'uno tornò a gridar contro
l'altro le ingiurie più crude, per la sopraffazione che
intendeva usare: il figlio era suo! era suo! non poteva
esser che suo! per questo segno e per questo altro! E
Carlino Sanni credeva anche di aver maggior diritto,
perché lui, lui, Tito, aveva fatto morire quella povera
donna, di cui egli aveva avuto sempre pietà! Ma allo
stesso modo Tito Morena credeva anche d'avere maggior
diritto, perché non aveva sofferto meno, lui, della
durezza che era stato costretto a usare verso Melina,
per colpa di Carlino!
Inutile, dunque, tentare di metterli d'accordo. Nillì fu
chiuso in collegio. Ricominciò, con la vicinanza, più
aspra e più fiera la tortura di prima. E durò un anno.
S'offerse da sé, infine, un caso, che rese possibile e
accettabile ai due la proposta del giovane avvocato.
Nillì, nel collegio, durante quell'anno, aveva stretto
amicizia con un piccolo compagno, unico figliuolo d'un
colonnello, a cui tanto Carlino Sanni, quanto Tito
Morena, avevano dovuto per forza accostarsi, giacché i
due piccini (i più piccoli del collegio) entravano nel
salone delle visite domenicali tenendosi per mano senza
volersi staccare l'uno dall'altro. Il colonnello e la
moglie erari molto grati a Nillì dell'affetto e della
protezione che esso aveva per il piccolo amico, il
quale, pur essendo della sua età, appariva minore, per
la bionda gracilità feminea e la timidezza. Nillì,
cresciuto in campagna, era bruno, robusto, sanguigno e
vivacissimo. L'amore di quel piccolino per Nillì aveva
qualcosa di morboso; e inteneriva assai la moglie del
colonnello. Sulla fine dell'anno scolastico, esso morì
all'improvviso, una notte, lì nel collegio, come un
uccellino, dopo aver chiesto e bevuto un sorso d'acqua.
Il colonnello, per contentar la moglie inconsolabile,
saputo dal direttore del collegio che Nillì era orfano,
e che quei due signori che venivano la domenica a
visitarlo, erano zii, fece per mezzo del direttore
stesso la proposta d'adottare il ragazzo, a cui il
piccino defunto era legato di tanto amore.
Carlino Sanni e Tito Morena chiesero tempo per
riflettere: considerarono che la loro condizione e
quella di Nillì sarebbe divenuta con gli anni sempre più
difficile e triste; considerarono che quel colonnello e
sua moglie erano due ottime persone; che la moglie era
molto ricca e che perciò per Nillì quell'adozione
sarebbe stata una fortuna; domandarono a Nillì, se aveva
piacere di prendere il posto del suo amicuccio nel cuore
e nella casa di quei due poveri genitori; e Nillì, che
per i discorsi e i consigli della balia doveva aver
capito, così in aria, qualcosa, disse di sì, ma a patto
che i due zii venissero a visitarlo spesso, ma
insieme, sempre insieme, in casa dei genitori
adottivi.
E così Carlino Sanni e Tito Morena, ora che il figlio
non poteva più essere né dell'uno né dell'altro,
ritornarono a poco a poco di nuovo amici come prima.
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