Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
11. Notte

Passata la stazione di Sulmona, Silvestro
Noli rimase solo nella lercia vettura di seconda classe.
Volse un'ultima occhiata alla fiammella fumolenta, che
vacillava e quasi veniva a mancare agli sbalzi della corsa,
per l'olio caduto e guazzante nel vetro concavo dello
schermo, e chiuse gli occhi con la speranza che il sonno,
per la stanchezza del lungo viaggio (viaggiava da un giorno
e una notte), lo togliesse all'angoscia nella quale si
sentiva affogare sempre più, man mano che il treno lo
avvicinava al luogo del suo esilio.
Mai più! mai più! mai più! Da quanto tempo il fragor
cadenzato delle ruote gli ripeteva nella notte queste due
parole?
Mai più, sì, mai più, la vita gala della sua giovinezza, mai
più, là tra i compagni spensierati, sotto i portici popolosi
della sua Torino; mai più il conforto, quel caldo alito
familiare della sua vecchia casa paterna; mai più le cure
amorose della madre, mai più il tenero sorriso nello sguardo
protettore del padre.
Forse non li avrebbe riveduti mai più, quei suoi cari
vecchi! La mamma, la mamma specialmente! Ah, come l'aveva
ritrovata, dopo sette anni di lontananza! Curva,
rimpiccolita, in così pochi anni, e come di cera e senza più
denti. Gli occhi soli ancora vivi. Poveri cari santi occhi
belli!
Guardando la madre, guardando il padre, ascoltando i loro
discorsi, aggirandosi per le stanze e cercando attorno,
aveva sentito bene, che non per lui soltanto aveva avuto
fine la vita della casa paterna. Con la sua ultima partenza,
sette anni addietro, la vita era finita lì anche per gli
altri.
Se l'era dunque portata via lui con sé? E che ne aveva
fatto? Dov'era più in lui la vita? Gli altri avevano potuto
credere che se la fosse portata via con sé; ma lui sapeva di
averla lasciata lì, invece, la sua, partendo; e ora, a non
ritrovarcela più, nel sentirsi dire che non poteva più
trovarci nulla, perché s'era portato via tutto lui, aveva
provato, nel vuoto, un gelo di morte.
Con questo gelo nel cuore ritornava ora in Abruzzo, spirata
la licenza di quindici giorni concessagli dal direttore
delle scuole normali maschili di Città Sant'Angelo, ove da
cinque anni insegnava disegno.
Prima che in Abruzzo era stato professore un anno in
Calabria; un altro anno, in Basilicata. A Città Sant'Angelo,
vinto e accecato dal bisogno cocente e smanioso d'un affetto
che gli riempisse il vuoto in cui si vedeva sperduto, aveva
commesso la follia di prender moglie; e s'era inchiodato lì,
per sempre.
La moglie, nata e cresciuta in quell'alto umido paesello,
privo anche d'acqua, coi pregiudizii angustiosi, le
gretterie meschine e la scontrosità e la rilassatezza della
pigra sciocca vita provinciale, anziché dargli compagnia,
gli aveva accresciuto attorno la solitudine, facendogli
sentire ogni momento quanto fosse lontano dall'intimità
d'una famiglia che avrebbe dovuto esser sua, e nella quale
invece né un suo pensiero, né un suo sentimento riuscivano
mai a penetrare.
Gli era nato un bambino, e - cosa atroce! - anche quel suo
bambino aveva sentito, fin dal primo giorno, estraneo a sé,
come se fosse appartenuto tutto alla madre, e niente a lui.
Forse il figliuolo sarebbe diventato suo, se egli avesse
potuto strapparlo da quella casa, da quel paese; e anche la
moglie forse sarebbe diventata sua compagna veramente, ed
egli avrebbe sentito la gioia d'avere una casa sua, una
famiglia sua, se avesse potuto chiedere e ottenere un
trasferimento altrove. Ma gli era negato anche di sperare in
un tempo lontano questa salvezza, perché sua moglie, che non
s'era voluta muovere dal paese neanche per un breve viaggio
di nozze, neanche per andare a conoscere la madre e il padre
di lui e gli altri parenti a Torino, minacciava che, anziché
dai suoi, si sarebbe divisa da lui a un caso di
trasferimento.
Dunque, lì; funghire lì, stare lì ad aspettare, in
quell'orrenda solitudine, che lo spirito a poco a poco gli
si vestisse d'una scorza di stupidità. Amava tanto il
teatro, la musica, tutte le arti, e quasi non sapeva parlar
d'altro: sarebbe rimasto sempre con la sete di esse, anche
di esse, sì, come d'un bicchier d'acqua pura! Ah, non la
poteva bere, lui, quell'acqua greve, cruda, renosiccia delle
cisterne. Dicevano che non faceva male; ma egli si sentiva
da un pezzo anche malato di stomaco. Immaginario? Già! Per
giunta, la derisione.
Le palpebre chiuse non riuscirono più a contenere le lagrime,
di cui s'erano riempite. Mordendosi il labbro, come per
impedire che gli rompesse dalla gola anche qualche
singhiozzo, Silvestro Noli trasse di tasca un fazzoletto.
Non pensò che aveva il viso tutto affumicato dal lungo
viaggio; e, guardando il fazzoletto, restò offeso e
indispettito dalla sudicia impronta del suo pianto. Vide in
quella sudicia impronta la sua vita, e prese tra i denti il
fazzoletto quasi per stracciarlo.
Alla fine il treno si fermò alla stazione di Castellammare
Adriatico.
Per altri venti minuti di cammino, gli toccava aspettare più
di cinque ore in quella stazione. Era la sorte dei
viaggiatori che arrivavano con quel treno notturno da Roma e
dovevano proseguire per le linee d'Ancona o di Foggia.
Meno male che, nella stazione, c'era il caffè aperto tutta
la notte, ampio, bene illuminato, con le tavole
apparecchiate, nella cui luce e nel cui movimento si poteva
in qualche modo ingannar l'ozio e la tristezza della lunga
attesa. Ma erano dipinti sui visi gonfii, pallidi, sudici e
sbattuti dei viaggiatori una tetra ambascia, un fastidio
opprimente, un'agra nausea della vita che, lontana dai
consueti affetti, fuor della traccia delle abitudini, si
scopriva a tutti vacua, stolta, incresciosa.
Forse tanti e tanti s'eran sentiti stringere il cuore al
fischio lamentoso del treno in corsa nella notte. Ognun
d'essi stava lì forse a pensare che le brighe umane non han
requie neanche nella notte; e, siccome sopra tutto nella
notte appaion vane, prive come sono delle illusioni della
luce, e anche per quel senso di precarietà angosciosa che
tien sospeso l'animo di chi viaggia e che ci fa vedere
sperduti su la terra, ognun d'essi, forse, stava lì a
pensare che la follia accende i fuochi nelle macchine nere,
e che nella notte, sotto le stelle, i treni correndo per i
piani bui, passando strepitosi sui ponti, cacciandosi nei
lunghi trafori, gridano di tratto in tratto il disperato
lamento di dover trascinare così nella notte la follia umana
lungo le vie di ferro, tracciate per dare uno sfogo alle sue
fiere smanie infaticabili.
Silvestro Noli, bevuta a lenti sorsi una tazza di latte, si
alzò per uscire dalla stazione per l'altra porta del caffè
in fondo alla sala. Voleva andare alla spiaggia, a respirar
la brezza notturna del mare, attraversando il largo viale
della città dormente.
Se non che, passando innanzi a un tavolino, si sentì
chiamare da una signora di piccolissima statura, esile,
pallida, magra, in fitte gramaglie vedovili.
- Professor Noli...
Si fermò perplesso, stupito
- Signora... oh, lei, signora Nina? come mai?
Era la moglie d'un collega, del professor Ronchi, conosciuto
sei anni fa, a Matera, nelle scuole tecniche. Morto, sì, sì,
morto - lo sapeva - morto pochi mesi addietro, a Lanciano,
ancor giovane. Ne aveva letto con doloroso stupore
l'annunzio nel bollettino Povero Ronchi, appena arringato al
liceo, dopo tanti concorsi disgraziati, morto
all'improvviso, di sincope, per troppo amore, dicevano, di
quella sua minuscola mogliettina, ch'egli come un orso
gigantesco, violento, testardo, si trascinava sempre dietro,
da per tutto.
Ecco, la vedovino, portandosi alla bocca il fazzoletto
listato di lutto, guardandolo con gli occhi neri,
bellissimi, affondati nelle livide occhiale enfiate, gli
diceva con un lieve tentennio del capo l'atrocità della sua
tragedia recente.
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Vedendo da quei begli occhi neri sgorgare
due grosse lagrime, il Noli invitò la signora ad alzarsi
e ad uscire con lui dal caffè, per parlare liberamente,
lungo il viale deserto fino al mare in fondo.
Ella fremeva in tutta la misera personcina nervosa e
pareva andasse a sbalzi e gesticolava a scatti, con le
spalle, con le braccia, con le lunghissime mani, quasi
scusse di carne. Si mise a parlare affollatamente, e
subito le s'infiammarono, di qua e di là, le tempie e
gli zigomi. Raddoppiava, per un vezzo di pronunzia, la
effe in principio di parola, e pareva sbuffasse,
e di continuo si passava il fazzoletto su la punta del
naso e sul labbro superiore che, stranamente, nella
furia del parlare, le s'imperlavano di sudore; e la
salivazione le si attivava con tanta abbondanza, che la
voce, a tratti, quasi vi s'affogava.
- Ah, Noli, vedete? qua, caro Noli, m'ha lasciata qua,
sola, con tre ffigliuoli, in un paese dove non conosco
nessuno, dov'ero arrivata da due mesi appena... Sola,
sola... Ah, che uomo terribile, Noli! S'è distrutto e ha
distrutto anche me, la mia salute, la mia vita...
tutto... Addosso, Noli, lo sapete? m'è morto addosso...
addosso...
Si scosse in un brivido lungo, che finì quasi in un
nitrito. Riprese:
- Mi levò dal mio paese, dove ora non ho più nessuno,
tranne una sorella maritata per conto suo... Che andrei
più a ffare li? Non voglio dare spettacolo della mia
miseria a quanti mi invidiarono un giorno... Ma qui,
sola con tre bambini, sconosciuta da tutti... che ffarò?
Sono disperata... mi sento perduta... Sono stata a Roma
a sollecitare qualche assegno... Non ho diritto a
niente: undici anni soli d'insegnamento, undici mesate:
poche migliaja di lire... Non me le avevano ancora
liquidate! Ho strillato tanto al Ministero, che mi hanno
preso per pazza... Cara signora, dice, docce ffredde,
docce ffredde!... Ma sì! fforse impazzisco davvero... Ho
qui, perpetuo, qui, un dolore, come un rodio, un
tiramento, qui, al cervelletto, Noli... E sono come
arrabbiata... sì, sì... sono rimasta come arrabbiata...
come arsa dentro... con un sfuoco, con un ffuoco in
tutto il corpo... Ah, come siete ffresco, voi Noli, come
siete ffresco, voi!
E, in così dire, in mezzo all'umido viale deserto, sotto
le pallide lampade elettriche, le quali, troppo distanti
l'una dall'altra, diffondevano appena nella notte un
rado chiarore opalino, gli si appese al braccio, gli
cacciò sul petto la testa, chiusa nella cuffia di crespo
vedovile, frugando, come per affondargliela dentro, e
ruppe in smaniosi singhiozzi.
Il Noli, sbalordito, costernato, commosso, arretrò
istintivamente per staccarsela d'addosso. Comprese che
quella povera donna, nello stato di disperazione in cui
si trovava, si sarebbe aggrappata forsennatamente al
primo uomo di sua conoscenza, che le fosse venuto
innanzi.
- Coraggio, coraggio, signora, - le disse. - Fresco? Eh
sì, fresco. Ho già moglie, io, signora mia.
- Ah, - fece la donnetta, staccandosi subito. - Moglie?
Avete preso moglie?
- Già da quattr'anni, signora. Ho anche un bambino.
- Qua?
- Qua vicino. A Città Sant'Angelo.
La vedovina gli lasciò anche il braccio.
- Ma non siete piemontese voi?
- Sì, di Torino proprio.
- E la vostra signora?
- Ah, no, la mia signora è di qua.
I due si fermarono sotto una delle lampade elettriche e
si guardarono e si compresero.
Ella era dell'estremo lembo d'Italia, di Bagnara
Calabra.
Si videro tutti e due, nella notte, sperduti in quel
lungo, ampio viale deserto e malinconico, che andava al
mare, tra i villini e le case dormenti di quella città
così lontana dai loro primi e veri affetti e pur così
vicina ai luoghi ove la sorte crudele aveva fermato la
loro dimora. E sentirono l'uno per l'altra una profonda
pietà, che, anziché ad unirsi, li persuadeva amaramente
a tenersi discosti l'uno dall'altra, chiuso ciascuno
nella propria miseria inconsolabile.
Andarono, muti, fino alla spiaggia sabbiosa, e si
appressarono al mare.
La notte era placidissima; la frescura della brezza
marina, deliziosa.
Il mare, sterminato, non si vedeva, ma si sentiva vivo e
palpitante nella nera, infinita, tranquilla voragine
della notte.
Solo, da un lato, in fondo, s'intravedeva tra le brume
sedenti su l'orizzonte alcunché di sanguigno e di torba,
tremolante su le acque Era forse l'ultimo quarto della
luna, che declinava, avviluppata nella caligine.
Sulla spiaggia le ondate si allungavano e si spandevano
senza spuma, come lingue silenziose, lasciando qua e là
su la rena liscia, lucida, tutta imbevuta d'acqua,
qualche conchiglia, che subito, al ritrarsi dell'ondata,
s'affondava.
In alto, tutto quel silenzio fascinoso era trafitto da
uno sfavillio acuto, incessante di innumerevoli stelle,
così vive, che pareva volessero dire qualcosa alla
terra, nel mistero profondo della notte.
I due seguitarono ad andar muti un lungo tratto su la
rena umida, cedevole. L'orma dei loro passi durava un
attimo: l'una vaniva, appena l'altra s'imprimeva. Si
udiva solo il fruscio dei loro abiti.
Una lancia biancheggiante nell'ombra, tirata a secco e
capovolta su la sabbia, li attrasse. Vi si posero a
sedere, lei da un lato, lui dall'altro, e rimasero
ancora un pezzo in silenzio a mirar le ondate che si
allargavano placide, vitree su la bigia rena molliccia
Poi la donna alzò i begli occhi neri al cielo, e scoprì
a lui, al lume delle stelle, il pallore della fronte
torturata, della gola serrata certo dall'angoscia.
- Noli, non cantate più?
- Io... cantare?
- Ma sì, voi cantavate, un tempo, nelle belle notti...
Non vi ricordate, a Matera? Cantavate... L'ho ancora
negli orecchi, il suono della vostra vocetta intonata...
Cantavate in ffalsetto... con tanta dolcezza... con
tanta grazia appassionata... Non ricordate più?...
Egli si sentì sommuovere tutto il fondo dell'essere alla
rievocazione improvvisa di quel ricordo ed ebbe nei
capelli, per la schiena, i brividi d'un intenerimento
ineffabile.
Sì, sì... era vero: egli cantava, allora... fino laggiù,
a Matera, ancora aveva nell'anima i dolci canti
appassionati della sua giovinezza e, nelle belle sere,
passeggiando con qualche amico, sotto le stelle, quei
canti gli rifiorivano su le labbra.
Era dunque vero ch'egli se l'era portata via con sé, la
vita, dalla casa paterna di Torino; ancora laggiù la
aveva con sé, certo, se cantava... accanto a questa
povera piccola amica, a cui forse aveva fatto un po' di
corte, in quei giorni lontani, oh così, per simpatia,
senza malizia... per bisogno di sentirsi accanto il
tepore d'un po' d'affetto, la tenerezza blanda d'una
donna amica.
- Vi ricordate, Noli?
Egli, con gli occhi nel vuoto della notte, bisbigliò:
- Sì... sì, signora, ricordo...
- Piangete?
- Ricordo...
Tacquero di nuovo. Guardando entrambi nella notte,
sentivano ora che la loro infelicità quasi vaporava, non
era più di essi soltanto, ma di tutto il mondo, di tutti
gli esseri e di tutte le cose, di quel mare tenebroso e
insonne, di quelle stelle sfavillanti nel cielo, di
tutta la vita che non può sapere perché si debba
nascere, perché si debba amare, perché si debba morire.
La fresca, placida tenebra, trapunta da tante stelle,
sul mare, avvolgeva il loro cordoglio, che si effondeva
nella notte e palpitava con quelle stelle e s'abbatteva
lento, lieve, monotono con quelle ondate su la spiaggia
silenziosa. Le stelle, anch'esse, lanciando quei loro
guizzi di luce negli abissi dello spazio, chiedevano
perché; lo chiedeva il mare con quelle stracche ondate,
e anche le piccole conchiglie lasciate qua e là su la
rena.
Ma a poco a poco la tenebra cominciò a diradarsi,
cominciò ad aprirsi sul mare un primo frigido pallore
d'alba. Allora, quanto c'era di vaporoso, d'arcano,
quasi di vellutato nel cordoglio di quei due rimasti
appoggiati ai fianchi della lancia capovolta su la
sabbia, si restrinse, si precisò con nuda durezza, come
i lineamenti dei loro volti nella incerta squallida
prima luce del giorno.
Egli si sentì tutto ripreso dalla miseria abituale della
sua casa vicina, ove tra poco sarebbe arrivato: la
rivide, come se già vi fosse, con tutti i suoi colori,
in tutti i suoi particolari, con entro la moglie e il
suo piccino, che gli avrebbero fatto festa all'arrivo. E
anch'ella, la vedovina, non vide più così nera e così
disperata la sua sorte: aveva con sé parecchie migliaia
di lire, cioè la vita assicurata per qualche tempo:
avrebbe trovato modo di provvedere all'avvenire suo e
dei tre piccini. Si racconciò con le mani i capelli su
la fronte e disse, sorridendo, al Noli:
- Chi sa che ffaccia avrò, caro amico, non è vero?
E si mossero entrambi per ritornare alla stazione.
Nel più profondo recesso della loro anima il ricordo di
quella notte s'era chiuso; forse, chi sa! per
riaffacciarsi poi, qualche volta, nella lontana memoria,
con tutto quel mare placido, nero, con tutte quelle
stelle sfavillanti, come uno sprazzo d'arcana poesia e
d'arcana amarezza.
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