Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
10. La patente
Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d'occhi
e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le
spalle un peso insopportabile, il magro giudice D'Andrea
soleva ripetere: «Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse
qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di
vivere!
Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant'anni; ma
cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di
razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare
per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di
quel prodotto umano che si chiamava il giudice D'Andrea.
E pareva ch'egli, oltre che della sua povera, umile,
comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei
mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto
viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi
gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi
infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte
protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di
rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e
sconforto tutta la magra, misera personcina.
Così sbilenco, con una spalla più alta dell'altra, andava
per via di traverso, come i cani. Nessuno però, moralmente,
sapeva rigar più diritto di lui. Lo dicevano tutti.
Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice
D'Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il
pensare è più triste, cioè di notte.
Il giudice D'Andrea non poteva dormire.
Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una
mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli
occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di
luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le più vive
in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di
quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti,
pigliava tra i peli delle ciglia la luce d'una di quelle
stelle, e tra l'occhio e la stella stabiliva il legame d'un
sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l'anima a
passeggiare come un ragnetto smarrito.
Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute.
L'arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi
sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la
quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla
sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria
costipazione. Costipazione d'anima, s'intende. E al giudice
D'Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e
atroce nello stesso tempo, ch'egli dovesse recarsi al suo
ufficio d'Istruzione ad amministrare - per quel tanto che a
lui toccava - la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell'ufficio
d'Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento,
anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di
rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata
coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
Questa puntualità, considerata da lui come dovere
imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio.
Non solo d'amministrare la giustizia gli toccava; ma
d'amministrarla così, su due piedi.
Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva
d'aiutarsi meditando la notte. Ma, neanche a farlo apposta,
la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e
guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii
a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua
qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo,
anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua
puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto
enormemente lo stento di tenersi stretto a quell'odiosa sua
qualità di giudice istruttore.
Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva
un incartamento sul tavolino del giudice D'Andrea. E per
quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli
era in preda a un'irritazione smaniosa, a una tetraggine
soffocante.
Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi
aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano. Con la
penna in mano, dritto sul busto, il giudice D'Andrea si
metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi
attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare
il bozzolo.
Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del
capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a
quell'angolo del tavolino dove giaceva l'incartamento,
voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari
fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più
dentro poteva, ad allargar le viscere contratte
dall'esasperazione, poi la ributtava via spalancando la
bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una
mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore,
gli scivolavano.
Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché
includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un
pover'uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna
probabilità di scampo. C'era in quel processo una vittima
che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto
prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che
gli erano capitati sotto mano, e sissignori - la giustizia
doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione,
ribadendo così, ferocemente, l'iniquità di cui quel
pover'uomo era vittima.
A passeggio, di parlarne coi colleghi, ma questi, appena
egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva
intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano
subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto
sotto allungavano l'indice e il mignolo a far le corna, o
s'afferravano sul panciotto i gobbetti d'argento, i chiodi,
i corni di corallo pendenti dalla catena dell'orologio.
Qualcuno, più francamente, prorompeva:
- Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D'Andrea. Se
n'era fatta proprio una fissazione, di quel processo. Gira
gira, ricascava per forza a parlarne. Per avere un qualche
lume dai colleghi - diceva - per discutere così in astratto
il caso.
Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo
quello d'un jettatore che si querelava per diffamazione
contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi
nell'atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se
già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la
sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano
venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante
occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama,
ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in
coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver
fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano
fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti - eccoli
là - gli stessi giudici?
E il D'Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando
per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due
giovanotti, l'esile e patitissimo avvocato Grigli, dal
profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin
Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un
enorme corno comperato per l'occasione e ridendo con tutta
la pallida carnaccia di biondo maiale eloquente, prometteva
ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per
tutti una magnifica festa.
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Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di
quella «magnifica festa» alle spalle d'un povero
disgraziato, il giudice D'Andrea prese alla fine la
risoluzione di mandare un usciere in casa del
Chiàrchiaro per invitarlo a venire all'ufficio
d'Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese,
voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli
quattro e quattr'otto che quei due giovanotti non
potevano essere condannati, secondo giustizia, e che
dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui
certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.
Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il
male che il bene, non solo perché il male si può fare a
tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma
anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver
fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi
di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio
diventa difficilissimo.
Se n'accorse bene quella volta il giudice D'Andrea,
appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli
era entrato nella stanza, mentr'egli era intento a
scrivere. Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all'aria
le carte, balzando in piedi e gridandogli:
- Ma fatemi il piacere! Che storie son queste?
Vergognatevi!
Il Chiàrchiaro s'era combinata una faccia da jettatore,
ch'era una meraviglia a vedere. S'era lasciata crescere
su le cave gote gialle una barbaccia ispida e
cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi
occhiali cerchiati d'osso, che gli davano l'aspetto d'un
barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro,
sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.
Allo scatto del giudice non si scompose. Dilatò le nari,
digrignò i denti gialli e disse sottovoce:
- Lei dunque non ci crede?
- Ma fatemi il piacere! - ripeté il giudice D'Andrea. -
Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete
impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.
E gli s'accostò e fece per posargli una mano su la
spalla. Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo,
fremendo:
- Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O
lei, com'è vero Dio, diventa cieco!
Il D'Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
- Quando sarete comodo... Vi ho mandato a chiamare per
il vostro bene. Là c'è una sedia, sedete.
Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su
le cosce la canna d'India a mo' d'un matterello, si mise
a tentennare il capo.
- Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio
bene, signor giudice, dicendo di non credere alla
jettatura?
Il D'Andrea sedette anche lui e disse:
- Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci
credo! Va bene così?
- Nossignore, - negò recisamente il Chiàrchiaro, col
tono di chi non ammette scherzi. - Lei deve crederci sul
serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!
- Questo sarà un po' difficile, - sorrise mestamente il
D'Andrea. - Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro.
Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è
propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
- Via? porto? Che porto e che via? - domandò,
aggrondato, il Chiàrchiaro.
- Né questa d'adesso, - rispose il D'Andrea, - né quella
là del processo. Già l'una l'altra scusate, son tra loro
così.
F il giudice D'Andrea infrontò gl'indici delle mani per
significai che le due vie gli parevano opposte.
Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così
infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso
e non molto pulito.
- Non è vero niente, signor giudice! - disse, agitando
quel dito.
- Come no? - esclamò il D'Andrea. - Là accusate come
diffamatori due giovani
perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi
presentate innanzi a me in veste di jettatore e
pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
- Sissignore.
- E non vi pare che ci sia contraddizione?
Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca
aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.
- Mi pare piuttosto, signor giudice, - poi disse, - che
lei non capisca niente.
Il D'Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.
- Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una
verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca.
Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco
niente.
- Sissignore. Eccomi qua, - disse il Chiàrchiaro,
accostando la seggiola. - Non solo le farò vedere che
lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio
mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di
fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non
sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio
dell'avvocato Manin Baracca?
- Sì. Questo lo so.
- Ebbene, all'avvocato Manin Baracca io, Rosario
Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove
del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d'un
anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma
le prove anche, prove documentate e testimonianze
irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata
incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor
giudice? La mia fama di jettatore!
- Voi? Dal Baracca?
- Sissignore, io.
Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:
- Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più
sicura l'assoluzione di quei giovanotti? E perché allora
vi siete querelato?
Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la
durezza di mente del giudice D'Andrea; si levò in piedi,
gridando con le braccia per aria:
- Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento
ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio
che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza
spaventosa, che è ormai l'unico mio capitale!
E ansimando, protese il braccio, batté forte sul
pavimento la canna d'India e rimase un pezzo impostato
in quell'atteggiamento grottescamente imperioso.
Il giudice D'Andrea si curvò, si prese la testa tra le
mani, commosso, e ripeté: Povero caro Chiàrchiaro mio,
povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne
fai? che te ne fai?
- Che me ne faccio? - rimbeccò pronto il Chiàrchiaro. -
Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di
giudice, anche così male come la esercita, mi dica un
po', non ha dovuto prender la laurea?
- La laurea, sì.
- Ebbene, voglio anch'io la mia patente, signor giudice!
La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo
legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.
- E poi?
- E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da
visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo.
Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov'ero
scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più
veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a
una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due
ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché
sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da
Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui,
quattro bambini, e non può fare a lungo questo
sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro
che di mettermi a fare la professione del jettatore! Mi
sono parato così, con questi occhiali, con quest'abito;
mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la
patente per entrare in campo! Lei mi domanda come? Me lo
domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
- Io?
- Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia
potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti,
tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in
questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà
bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via!
Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi
pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi
pagheranno la tassa, lei dice dell'ignoranza? io dico la
tassa della salute! Perché, signor giudice, ho
accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta
questa schifosa umanità, che veramente credo d'avere
ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle
fondamenta una intera città!
Il giudice D'Andrea, ancora con la testa tra le mani,
aspettò un pezzo che l'angoscia che gli serrava la gola
desse adito alla voce. Ma la voce non volle venir fuori;
e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli
occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro
a lungo, forte forte, a lungo.
Questi lo lasciò fare.
- Gli vuol bene davvero? - gli domandò. E allora
istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere
al più presto quello che desidero.
- La patente?
Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la
canna d'India sul pavimento e, portandosi l'altra mano
al petto, ripeté con tragica solennità:
- La patente.
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