Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
8. Sopra e sotto
Eran venuti su per la buia, erta scaletta di legno; su, in
silenzio, quasi di furto, piano piano. Il professor Carmelo
Sabato tozzo pingue calvo - con in braccio, come un
bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino. Il professor
Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di
birra, una per mano.
E da più d'un'ora, su l'alta terrazza sui tetti, irta di
comignoli, di fumaioli di stufe, di tubi d'acqua, sotto lo
sfavillio fitto, continuo delle stelle che pungevano il
cielo senz'allargar le tenebre della notte profonda,
conversavano.
E bevevano.
Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva
morire. Il professor Lamella, birra: non voleva morire.
Dalle case, dalle vie della città non saliva più, da un
pezzo, nessun rumore. Solo, di tratto in tratto, qualche
remoto rotolio di vettura.
La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s'era
dapprima snodata la cravatta e sbottonato il colletto
davanti, poi anche sbottonato il panciotto e aperta la
camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante
l'ammonimento di Lamella: «Professore, voi vi raffreddate»
s'era tolta la giacca, e con molti sospiri, ripiegatala, se
l'era messa sotto, per star più comodo su la panchetta
bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una
qua, una là, sotto il tavolinetto rustico, imporrito dalla
pioggia e dal sole.
Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli
occhi bovini torbidi, venati di sangue, sotto le foltissime
sopracciglia spioventi, e parlava con voce languida, velata,
stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:
- Enrichetto, Enrichetto mio, - diceva, - mi fai male...
t'assicuro che mi fai male... tanto male...
Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava
sdraiato su una specie d'amaca sospesa di qua a un anello
nel muro del terrazzo, di là a due bacchette di ferro sui
pilastrini del parapetto. Allungando un braccio, poteva
prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la
vuota, e si stizziva; tanto che, alla fine, con una manata
la mandò a rotolare sul pavimento in pendio, con grande
angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si
buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per
pararla, fermarla, gemendo, arrangolando:
- Per carità... per carità... sei matto? giù parrà un tuono.
Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star
fermo un momento, si raggricchiava, si stirava, dava calci e
pugni all'aria.
- Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma
apposta lo faccio: voi dovete guarire! vi voglio rialzare! E
vi ripeto che le vostre idee sono antiquate, antiquate,
antiquate... Rifletteteci bene, e mi darete ragione!
- Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, - implorava
quello, con voce stiracchiata, lamentosa. - Forse prima
erano idee. Ora sono il sentimento mio, quasi un bisogno,
figliuolo: come questo vino: un bisogno.
- E io vi dimostro che è stupido! - incalzava l'altro. - E
vi levo il vino e vi faccio cangiar di sentimento...
- Mi fai male...
- Vi faccio bene! State a sentire. Voi dite: Guardo le
stelle, è vero? no, voi dite rimiro... è più bello,
sì, rimiro le stelle, e subito sento la nostra infinita,
inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate
ancora bene voi, professore? E ricordo che sempre avete
parlato così bene voi, anche quando ci facevate lezione.
Inabissarsi è detto benissimo! - Che cosa diventa la
terra, voi domandate, l'uomo, tutte le nostre glorie, tutte
le nostre grandezze? E vero? dite così?
Il professor Sabato fece di sì più volte col testone raso.
Aveva una mano abbandonata, come morta, su la Banchetta, e
con l'altra, sotto la camicia, s'acciuffava sul petto i peli
da orso.
Il Lamella riprese con furia:
- E vi sembra serio, questo, egregio professore? Ma scusate!
Se l'uomo può intendere e concepire così la infinita sua
piccolezza, che vuoi dire? Vuoi dire ch'egli intende e
concepisce l'infinita grandezza dell'universo! E come si può
dir piccolo, dunque, l'uomo?
- Piccolo... piccolo - diceva, come da una lontananza
infinita, il professor Sabato.
E il Lamella, sempre più infuriato:
- Voi scherzate! Piccolo? Ma dentro di me dov'esserci per
forza, capite? qualcosa di quest'infinito, se no io non lo
intenderei, come non lo intende... che so? questa mia
scarpa, putacaso, o il mio cappello. Qualcosa che, se io
affiso... così... gli occhi alle stelle, ecco, s'apre,
egregio professore, s'apre e diventa, come niente, plaga di
spazio, in cui roteano mondi, dico mondi, di cui sento e
comprendo la formidabile grandezza. Ma questa grandezza di
chi è? E mia, caro professore! Perché è sentimento mio!
E come potete dunque dire che l'uomo è piccolo, se ha in sé
tanta grandezza?
Un improvviso, curioso strido - zrì - ferì il
silenzio succeduto vastissimo all'ultima domanda del
Lamella. Questi si voltò di scatto:
- Come? che dite?
Ma vide il professor Sabato immobile, come morto, con la
fronte appoggiata allo spigolo del tavolinetto.
Era stato forse lo strido d'un pipistrello.
In quella positura, più volte, il professor Carmelo Sabato,
ascoltando le parole del Lamella, aveva gemuto:
- Tu mi rovini... tu mi rovini...
Ma a un tratto, balenandogli un'idea, levò il capo
irosamente e gridò all'antico alunno:
- Ah, tu così ragioni? Questo, prima di tutto, l'ha detto
Pascal. Ma va' avanti! va' avanti, perdio! Dimmi ora che
significa. Significa che la grandezza dell'uomo, se mai, è
solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza!
significa che l'uomo è solo grande quando al cospetto
dell'infinito si sente e si vede piccolissimo; e che non è
mai così piccolo, come quando si sente grande! Questo
significa! E che conforto, che consolazione ti può venir da
questo? che l'uomo è dannato qua a questa atroce
disperazione: di vedere grandi le cose piccole - tutte le
cose nostre, qua, della terra - e piccole le grandi là, le
stelle?
Diede di piglio al fiasco, furiosamente, e ingollò due
bicchieri di vino, uno sopra l'altro, come se li fosse
meritati e ne avesse acquistato un incontrastabile diritto,
dopo quanto aveva detto.
- E che c'entra? e che c'entra? - gridava intanto il
Lamella, tirate le gambe fuori dall'amaca, e agitandole
insieme con le braccia, come se volesse lanciarsi sul
professore. - Conforto? consolazione? Voi cercate questo, lo
so! Voi avete bisogno di vedervi, di sapervi piccolo...
- Piccolo, sì... piccolo, piccolo...
- Piccolo, tra cose piccole e meschine...
- Sì... così...
- Su un corpuscolo infinitesimale dello spazio, è vero?
- Sì, sì... infinitesimale...
- Ma perché? Per seguitare ad abbrutirvi, a incarognirvi!
Il professor Sabato non rispose: aveva in bocca di nuovo il
bicchiere, che già gli ballava in mano: accennò di sì col
testone, seguitando a bere.
- Vergognatevi! Vergognatevi! - inveì il Lamella. - Se la
vita ha in sè, se l'uomo ha in sé quella sventura che voi
dite, sta a noi di sopportarla nobilmente! Le stelle sono
grandi, io sono piccolo, e dunque m'ubriaco, è vero? Questa
è la vostra logica! Sia le stelle sono piccole, piccole, se
voi non le concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E
se voi siete così grande da concepir grandi le cose che
paiono piccole, perché poi volete vedere piccole e meschine
quelle che a tutti paiono grandi e gloriose? Paiono e sono,
professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l'uomo
che le ha fatte, l'uomo che ha qua, qua in petto, in sé la
grandezza delle stelle, quest'infinito, quest'eternità dei
cieli, l'anima dell'universo immortale. Che fate? ah, voi
piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!
Il Lamella saltò dall'amaca e si chinò sul professor Sabato
che, appoggiato al muro, si scoteva tutto, sussultando,
quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a uno gli rompevano
dal fondo delle viscere, fetidi di vino.
- Su, su, smettetela, perdio! - gli gridò. - Mi fate rabbia,
perché mi fate pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri
studii, ridursi così! vergogna! Voi avete un'anima,
un'anima, un'anima. Me la ricordo io, la vostra anima
nobile, accesa di bene; me la ricordo io!
- Per carità... per carità... - gemeva, implorava il
professor Carmelo Sabato, tra le lagrime, sussultando. -
Enrichetto... Enrichetto mio... no, per carità... non mi
dire che ho un'anima immortale... Fuori! fuori! Ecco, sì,
ecco quello che io dico: fuori; sarà fuori l'anima
immortale... e tu la respiri, tu sì, perché non ti sei
ancora guastato... la respiri come l'aria, e te la senti
dentro... certi giorni più, certi giorni meno... Ecco quello
che io dico! Fuori... fuori... per carità, lasciala fuori,
l'anima immortale... Io, no... io, no... mi sono guastato
apposta per non respirarla più... m'empio di vino apposta,
perché non la voglio più, non la voglio più dentro di me...
la lascio a voi... sentitevela dentro voi... io non ne posso
più... non ne posso più...
A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della
terrazza:
- Signore...
Il Lamella si volse. Là, nel vano nero dell'usciolo
biancheggiavano le ampie ali della cornetta d'una suora di
carità.
Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora,
poi tutt'e due vennero premurosamente verso l'ubriaco e lo
tirarono per le braccia su in piedi.
Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone
ciondolante, il viso bagnato di lagrime, sbirciò l'uno e
l'altra, sorpreso, intontito da tanta premura silenziosa;
non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.
La discesa per la buia, angusta, ripida scaletta di legno fu
difficile: il Lamella, avanti, con quasi tutto il peso
addosso di quel corpaccio cascante; la suora, dietro, curva
a trattener con ambedue le braccia, quanto più poteva, quel
peso.
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Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero
a traverso due stanzette buie nella camera in fondo,
illuminata da due candele or ora accese sui due comodini
ai lati del letto matrimoniale.
Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce,
stava il cadavere della moglie, dal viso duro, arcigno,
illividito dal riverbero delle candele sul soffitto
basso, opprimente della camera.
Un'altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a
piè del letto.
Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le
ascelle, ansimante, guardò un pezzo la morta, quasi
atterrito, in silenzio. Poi si volse al Lamella, come a
fargli una domanda:
- Ah?
La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente
gli fe' cenno di mettersi in ginocchio, ecco, così come
faceva lei.
- L'anima, eh? - disse alla fine il Sabato, con un
sussulto. - L'anima immortale, eh?
- Signore! - supplicò l'altra suora più anziana.
- Ah? sì... sì... subito... - si rimise, come spaurito,
il professor Carmelo Sabato, calandosi faticosamente sui
ginocchi.
Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette così un
pezzo, picchiandosi il petto col pugno. Ma a un tratto
dalla bocca, lì contro terra, gli venne fuori con suono
stridulo e imbrogliato il ritornello d'una
canzonettaccia francese: «Mets-la en trou, mets-la en
trou...» seguito da un ghigno: ih ih ih ih...
Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si
chinò subito a strapparlo da terra e trascinarlo via
nella stanza accanto; lo pose a sedere su una seggiola e
lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:
- Zitto! zitto!
- Sì, l'anima... - disse piano, ansimando, l'ubriaco, -
anche lei... l'anima... la plaga... la plaga di
spazio... dove... dove roteano mondi, mondi...
- Statevi zitto! - seguitava a gridargli in faccia, con
voce soffocata, il Lamella, scrollandolo. - Statevi
zitto!
Il Sabato, allora, contro la sopraffazione provò di
levarsi fiero in piedi; non poté; alzò un braccio;
gridò:
- Due figlie... costei... due figlie mi buttò alla
perdizione... due figlie!
Accorsero le due suore a scongiurarlo di calmarsi, di
tacere, di perdonare; egli si rimise di nuovo, cominciò
a dir di sì, di sì col capo, aspettando il pianto, che
alla fine gli proruppe, dapprima con un mugolio dalla
gola serrata, poi in tremendi singhiozzi. A poco a poco
si calmò esortato dalle due suore; poi non pensando
d'aver lasciato su nella terrazza la giacca, cominciò a
frugarsi in petto con una mano.
- Che cercate? - gli domandò il Lamella.
Guardando smarritamente le due suore e l'antico alunno,
ora l'una ora l'altro, rispose:
- M'hanno scritto. Tutt'e due. Volevano veder la madre.
M'hanno scritto.
Socchiuse gli occhi e aspirò col naso, a lungo,
deliziosamente, accompagnando l'aspirazione con un gesto
espressivo della mano:
- Che profumo... che profumo... Lauretta, da Torino...
l'altra, da Genova...
Tese una mano e afferrò un braccio del Lamella.
- Quella che volevi tu...
Il Lamella, mortificato davanti alle due suore,
s'infoscò in volto.
- Giovannina... Vanninella, sì... Célie... ah ah
ah... Célie Bouton... La volevi tu...
- Statevi zitto, professore! - muggì il Lamella,
contraffatto dall'ira e dallo sdegno.
Il Sabato insaccò il capo fra le spalle, per paura, ma
guardò da sotto in sé con malizia l'antico alunno:
- Hai ragione sì... Enrichetto, non mi far male... hai
ragione... L'hai sentita all'Olympia? Mets-la en trou,
mets-la en trou...
Le due suore alzarono le mani come a turarsi gli
orecchi, col viso atteggiato di commiserazione, e
ritornarono alla camera della defunta, chiudendone
l'uscio.
Inginocchiate di nuovo a piè del letto funebre, udirono
a lungo la contesa di quei due rimasti al bujo.
- Vi proibisco di ricordarlo! - gridava, soffocato, il
giovine.
- Va' a guardare le stelle... va' a guardare le
stelle... - diceva l'altro.
- Siete un buffone!
- Sì... e sai? Vanninella m'ha... m'ha anche mandato un
po' di danaro... e io non gliel'ho rimandato, sai? Sono
andato alla Posta, a riscuotere il vaglia, e...
- E...?
- E ci ho comprato la birra per te, idealista.
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