Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
7. I tre pensieri della sbiobbina
Bene, fino a nove anni: nata bene, cresciuta bene.
A nove anni, come se il destino avesse teso dall'ombra una
manaccia invisibile e gliel'avesse imposta sul capo: -
Fin qua! - Clementina, tutt'a un tratto, aveva
fatto il groppo. Là, a poco più d'un metro da terra.
I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso
che non sarebbe cresciuta più. Linfatismo, cachessia,
rachitide...
Brevi! parlo intendere alle gambe, adesso, al busto di
Clementina, che non si doveva più crescere! Busto e gambe,
dacché, nascendo, ci s'erano messi, avevano voluto crescere
per forza, senza sentir ragione. Non potendo per lungo,
sotto l'orribile violenza di quella manaccia che
schiacciava, s'erano ostinati a crescere di traverso:
sbieche le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro. Pur
di crescere...
Che non crescono forse così, del resto, anche certi
alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie?
Così. Con questa differenza però: che l'alberello, intanto,
non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per
pensare; e una povera sbiobbina, sì; che l'alberello storpio
non è, che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per
paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera
sbiobbina, sì, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli;
e che l'alberello infine non deve fare all'amore, perché
fiorisce a maggio da sè, naturalmente, così tutto storpio
com'è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre una povera
sbiobbina...
Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva
rimediare in alcun modo. Chi scrive una lettera, se non gli
vien bene, la strappa e la rifà da capo. Ma una vita? Non si
può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita.
E poi, Dio non vuole.
Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo
certe cose. Ma Clementina ci credeva. E ci credeva appunto
perché si vedeva così. Quale altra spiegazione migliore di
questa, di tutto quel gran male che, innocente, senz'alcuna
sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che
è una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta così, come
fosse una burla, uno scherzo, compatibile sì e no per un
minuto solo e poi basta? Poi dritta, su, svelta, agile,
alta, e via tutta quella oppressione... Ma che! Sempre così.
Dio, eh? Dio - era chiaro - aveva voluto così, per un suo
fine segreto. Bisognava far finta di crederci, per carità;
ché altrimenti Clementina si sarebbe disperata.
Spiegandoselo così, invece, lei poteva anche considerare
come un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e
glorioso. Di là, s'intende. In cielo. Che bella angeletta
sarà poi in cielo, Clementina!
Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che
la guarda per istrada. Pare voglia dire: «Non mi deridete,
via! perché, vedete? ne sorrido io per la prima. Sono fatta
così; non mi son fatta da me; Dio l'ha voluto; e dunque non
ve n'affliggete neppure, come non me n'affliggo io, perché,
se l'ha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me
la darà!».
Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.
Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle
gambe. E tuttavia sorride.
La pena è anche accresciuta dallo studio ch'ella pone a non
barellare tanto, per non dar troppo nell'occhio alla gente.
Passare inosservata non potrebbe. Sbiobbina è. Ma via,
andando così, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi
sorridendo...
Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la
osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le
torna poco dopo davanti dall'altro lato, quasi volesse a
tutti i costi rendersi conto di com'ella faccia con quelle
gambe ad andare. Clementina, vedendo che col suo solito
sorriso non riesce a disarmare quella curiosità spietata,
arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo
il dominio di sé, per poco non inciampa, non rotola giù per
terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe sé la
veste e griderebbe a quel crudele:
- Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in
pace.
In questo quartiere non è ancora conosciuta. Clementina ha
cambiato casa da poche settimane. Dove stava prima, era
conosciuta da tutti; e nessuno più la molestava. Sarà così,
tra breve, anche qua. Ci vuole pazienza! Lei è molto
contenta della nuova casa, che sorge in una Piazzetta quieta
e pulita. Lavora da mane a sera, con gentilezza e maestria,
di scatolette e sacchettini per nozze e per nascite. La
sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta,
minore di cinque anni: ma... diritta lei, eh altro! e svelta
e tanto bella, bionda, florida) lavora da modista in una
bottega: va ogni mattina, alle otto; rincasa la sera, alle
sette. Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a
vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta,
invece, a Clementina, quantunque minore d'età. Ma se questa,
per la disgrazia, è rimasta come una ragazzina di dieci
anni!... Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza
della vita! Se non ci fosse lei...
Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta.
Gesù, Gesù... che cose!
E capisce, ora, che con que' due poveri piedi sbiechi non
potrà mai entrare nel mondo misterioso che Lauretta le
lascia intravedere. Non ne prova invidia, però: sì un timor
vago e come un intenerimento angoscioso, di pietà per sé.
Lauretta, un giorno o l'altro, si lancerà in quel mondo
fatto per lei; e come resterà, allora, la povera Clementina?
Ma Lauretta l'ha rassicurata, le ha giurato che non
l'abbandonerà mai, anche se le avverrà di prender marito.
E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta.
Chi sarà? Come si conosceranno? Per via, forse. Egli la
guarderà, la seguirà; poi, qualche sera la fermerà. E che si
diranno? Ah come dov'esser buffo, fare all'amore.
Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la
finestra, Clementina, così fantasticando, non sa risolversi
a metter mano al lavoro apparecchiato sul piano del
tavolino. Guarda fuori... Che guarda?
C'è un giovine, un bel giovine biondo, coi capelli lunghi e
la barbetta alla nazarena, seduto a una finestra della casa
dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa
tra le mani.
Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con
una intensità strana. Pallido... Dio, com'è pallido!
dov'esser malato. Clementina lo vede adesso per la prima
volta, a quella finestra. Ed ecco, egli séguita a
guardare... Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca.
Il primo pensiero che le viene in mente è questo:
«Non guarda me!»
Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel
giovine... Ma Lauretta non è mai in casa, di giorno. Forse
alla finestra del quartierino accanto sarà affacciata
qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa all'amore. Ma
si direbbe proprio ch'egli guarda qua, ch'egli guarda lei.
Con quegli occhi? Via, impossibile! Oh, che! Ha fatto un
cenno, quel giovine, con la mano: come un saluto! A lei? No,
no! Ci sarà senza dubbio qualcuna affacciata.
E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto
che sta lì apposta per lei, e - senza parere - guarda alla
finestra accanto e poi all'altra appresso... guarda giù,
alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano di
sopra...
Non c'è nessuno!
Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed
ecco... un altro cenno di saluto, a lei, proprio a lei...
ah, questa volta non c'è più dubbio!
Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza col
cuore in tumulto. Che sciocca! Ma è uno sbaglio
certamente... Quel giovine là dov'esser miope. Chi sa per
chi l'avrà scambiata... Forse per Lauretta? Ma sì! Forse
avrà seguito Lauretta per via; avrà saputo che lei abita
qua, dirimpetto a lui... Ma, altro che miope, allora! Dev'esser
cieco addirittura... Eppure, non porta occhiali. Sì,
Clementina non è brutta, di faccia: somiglia veramente un
po' alla sorella, ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola
seduta, lì davanti al tavolino, col cuscino sotto egli avrà
potuto avere, così da lontano, l'illusione di veder Lauretta
al lavoro.
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Quella sera stessa ne domanda alla sorella. Ma questa
casca dalle nuvole.
- Che giovine?
- Sta lì, dirimpetto. Non te ne sei accorta?
- Io, no. Chi è?
Clementina glielo descrive minutamente e Lauretta allora
le dichiara di non saperne nulla, di non averlo mai
incontrato, mai veduto, né da vicino né da lontano.
Il giorno appresso, da capo. Egli è là, nello stesso
atteggiamento, coi gomiti sul davanzale e il bel capo
biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il
giorno avanti, con quella strana intensità nello
sguardo.
Clementina non può sospettare che quel giovine, il quale
appare tanto, tanto triste, si voglia pigliare il gusto
di beffarsi di lei. A che scopo? Ella è una povera
disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul
serio la beffa crudele, abboccare all'amo, lasciarsi
lusingare... E dunque? Oh, ecco: egli ripete il cenno di
ieri, la saluta con la mano, china il capo più volte,
come per dire: - «A te, sì, a te» - e si nasconde
il volto con le mani, dolorosamente.
Clementina non può più rimanere lì, presso la finestra;
scende dalla sedia, tutta in sussulto, e come una
bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra della
camera accanto, dietro le tendine abbassate. Egli si è
tratto dal davanzale; non guarda più fuori; sta ora in
un atteggiamento sospeso e accorato; ed ecco, si volta
di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei,
per vedere se ella vi sia ritornata. La aspetta!
Che deve supporre Clementina? Le viene in mente
quest'altro pensiero:
- Non vedrà bene come sono fatta.
E, per esser lasciata in pace, povera sbiobbina,
immagina d'un tratto questo espediente: accosta il
tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi,
con l'aiuto d'una seggiola, monta a gran fatica sul
tavolino, là, in piedi, come per pulire con quello
strofinaccio i vetri della finestra. Così egli la vedrà
bene!
Ma per poco Clementina non precipita giù in istrada,
nell'accorgersi che quel giovine, vedendola lì, s'è
levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato, e
le accenna di smontare, giù di lì, giù di lì, per
carità: incrocia le mani sul petto, si prende il capo
tra le mani e grida, ora, grida!
Clementina scende dal tavolino quanto più presto può,
sgomenta, anzi atterrita; lo guarda, tutta tremante, con
gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le invia
baci; e allora:
«È matto... - pensa Clementina, stringendosi,
storcendosi le mani. - Oh Dio, è matto! è matto!»
Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma.
Messa in curiosità dalle domande di Clementina, ella ha
domandato notizie di quel giovine, e le hanno detto
ch'egli è impazzito da circa un anno per la morte della
fidanzata che abitava lì, dove abitano loro, Lauretta e
Clementina. A quella fidanzata, prima che morisse,
avevan dovuto amputare una gamba e poi l'altra, per un
sarcoma che s'era rinnovato.
Ah, ecco perché! Clementina, ascoltando questo racconto
della sorella, sente riempirsi gli occhi di lagrime. Per
quel giovine o per sé? Sorride poi pallidamente e dice
con tremula voce a Lauretta:
Me l'ero figurato, sai? Guardava me...
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