Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
4. L'Avemaria di Bobbio
Un caso singolarissimo era accaduto, parecchi anni addietro,
a Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più stimati.
Nel poco tempo che la professione gli lasciava libero, si
era sempre dilettato di studii filosofici, e molti e molti
libri d'antica e nuova filosofia aveva letti e qualcuno
anche riletto e profondamente meditato.
Purtroppo Bobbio aveva in bocca più di un dente guasto. E
niente, secondo lui, poteva meglio disporre allo studio
della filosofia, che il mal di denti. Tutti i filosofi, a
suo dire, avevano dovuto avere e dovevano avere in bocca
almeno un dente guasto. Schopenhauer, certo, più d'uno.
Il mal di denti, lo studio della filosofia; e lo studio
della filosofia, a poco a poco, aveva avuto per conseguenza
la perdita della fede, fervidissima un tempo, quando Bobbio
era fanciullino e ogni mattina andava a messa con la mamma e
ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta
della Badiola al Carmine.
Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e
forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.
Bobbio anzi diceva che ciò che chiamiamo coscienza è
paragonabile alla poca acqua che si vede nel collo d'un
pozzo senza fondo. E intendeva forse significare con questo
che, oltre i limiti della memoria, vi sono percezioni e
azioni che ci rimangono ignote, perché veramente non sono
più nostre, ma di noi quali fummo in altro tempo, con
pensieri e affetti già da un lungo oblio oscurati in noi,
cancellati, spenti; ma che al richiamo improvviso di una
sensazione, sia sapore, sia colore o suono, possono ancora
dar prova di vita, mostrando ancor vivo in noi un altro
essere insospettato.
Marco Saverio Bobbio, ben noto a Richieri non solo per la
sua qualità di eccellente e scrupolosissimo notajo, ma anche
e forse più per la gigantesca statura, che la tuba, tre
menti e la pancia esorbitante rendevano spettacolosa; ormai
senza fede e scettico, aveva tuttora dentro - e non lo
sapeva - il fanciullo che ogni mattina andava a messa con la
mamma e le due sorelline e ogni domenica si faceva la santa
comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine; e che
forse tuttora, all'insaputa di lui, andando a letto con lui,
per lui giungeva le manine e recitava le antiche preghiere,
di cui Bobbio forse non ricordava più neanche le parole.
Se n'era accorto bene lui stesso, parecchi anni fa, quando
appunto gli era occorso questo singolarissimo caso.
Si trovava a villeggiare con la famiglia in un suo poderetto
a circa due miglia da Richieri. Andava la mattina col
somarello (povero somarello!) in città, per gli affari dello
studio, che non gli davano requie; ritornava, la sera.
La domenica, però, ah la domenica voleva passarsela tutta, e
beatamente, in vacanza. Venivano parenti, amici; e si
facevano gran tavolate all'aperto: le donne attendevano a
preparare il pranzo o cicalavano; i ragazzi facevano il
chiasso tra loro; gli uomini andavano a caccia o giocavano
alle bocce.
Era uno spasso e uno spavento veder correre Bobbio dietro
alle bocce, con quei tre menti e il pancione traballanti.
- Marco, - gli gridava la moglie da lontano, - non ti
strapazzare! Bada, Marco, se starnuti!
Perché, Dio liberi se Bobbio starnutava! Era ogni volta una
terribile esplosione da tutte le parti; e spesso, tutto
sgocciolante, doveva correre ai ripari con una mano davanti
e l'altra dietro.
Non aveva il governo di quel suo corpaccio. Pareva che esso,
rompendo ogni freno, gli scappasse via, gli si precipitasse
sbalestrato, lasciando tutti con l'anima pericolante in atto
di pararglielo. Quando poi gli ritornava in dominio,
riequilibrato, gli ritornava con certi strani dolori e
guasti improvvisi, a un braccio, a una gamba, alla testa.
Più spesso, ai denti.
I denti, i denti erano la disperazione di Bobbio! Se n'era
fatti strappare cinque, sei, non sapeva più quanti; ma quei
pochi che gli erano restati pareva si fossero incaricati di
torturarlo anche per gli altri andati via.
Una di quelle domeniche, ch'era sceso in villa da Richieri
il cognato con tutta la famiglia, moglie e figli e parenti
della moglie e parenti dei parenti, cinque carrozzate, e si
era stati allegri più che mai, paf! all'improvviso, sul
tardi, giusto nel momento di mettersi a tavola, uno di quei
dolori... ma uno di quelli!
Per non guastare agli altri la festa, il povero Bobbio s'era
ritirato in camera con una mano sulla guancia, la bocca
semiaperta, e gli occhi come di piombo, pregando tutti che
attendessero a mangiare senza darsi pensiero di lui. Ma,
un'ora dopo, era ricomparso come uno che non sapesse più in
che mondo si fosse, se un molino a vapore, proprio un molino
a vapore, strepitoso, rombante, era potuto entrargli nella
testa e macinargli in bocca, sì, sì, in bocca, in bocca,
furiosamente. Tutti erano restati sospesi e costernati a
guardargli la bocca, come se davvero s'aspettassero di
vederne colar farina. Ma che farina! bava, bava gli colava.
Non questo soltanto, però, era assurdo: tutto era assurdo
nel mondo, e mostruoso, e atroce. Non stavano lì tutti a
banchettare festanti, mentre lui arrabbiava, impazziva?
mentre l'universo gli si sconquassava nella testa?
Ansando, con gli occhi stravolti, la faccia congestionata,
le mani sfarfallanti, levava come un orso ora una cianca ora
l'altra da terra, e dimenava la testa, come se la volesse
sbattere alle pareti. Tutti gli atti e i gesti erano,
nell'intenzione, di rabbia e violenti: ma si manifestavano
molli e invano, quasi per non disturbare il dolore, per non
arrabbiarlo di più.
Per carità, per carità, a sedere! a sedere! Oh, Dio! Lo
volevano fare impazzire peggio, saltandogli addosso così? A
sedere! a sedere! Niente. Nessuno poteva dargli ajuto!
Sciocchezze... imposture... Niente, per carità! Non poteva
parlare... Uno solo... andasse giù uno solo a far attaccare
subito i cavalli a una delle carrozze arrivate la mattina.
Voleva correre a Richieri a farsi strappare il dente.
Subito! subito! Intanto, tutti a sedere. Appena pronta la
carrozza... Ma no, voleva andar su, solo! Non poteva sentir
parlare, non poteva veder nessuno... Per carità, solo! solo!
Poco dopo, in carrozza - solo, come aveva voluto -
abbandonato, sprofondato, perduto nel rombo dello spasimo
atroce, mentre lungo lo stradone in salita i cavalli
andavano quasi a passo nella sera sopravvenuta... Ma che era
accaduto? Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio
all'improvviso aveva provato un tremore, un tremito di
tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio,
soffriva da non poterne più. La carrozza passava in quel
momento davanti a un rozzo tabernacolo della SS. Vergine
delle Grazie, con un lanternino acceso, pendulo innanzi alla
grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa,
con la coscienza sconvolta, senza sapere più quello che si
facesse, aveva fissato lo sguardo lagrimoso a quel
lanternino, e...
«Ave Maria, piena di grazie, il Signore è con Te, benedetta
tra tutte le donne, e benedetto il frutto del Tuo ventre,
Gesù. Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, ora
e nell'ora della nostra morte. Così sia.»
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E, all'improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli
s'era fatto dentro; e, anche fuori, un gran silenzio
misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio pieno di
freschezza, arcanamente lieve e dolce.
Si era tolta la mano dalla guancia, ed era rimasto
attonito, sbalordito, ad ascoltare. Un lungo, lungo
respiro di refrigerio, di sollievo, gli aveva ridato
l'anima. Oh Dio! Ma come? Il mal di denti gli era
passato, gli era proprio passato, come per un miracolo.
Aveva recitato l'avemaria, e... Come, lui? Ma sì,
passato, c'era poco da dire. Per l'avemaria? Come
crederlo? Gli era venuto di recitarla così,
all'improvviso, come una feminuccia...
La carrozza, intanto, aveva seguitato a salire verso
Richieri; e Bobbio, intronato, avvilito, non aveva
pensato di dire al vetturino di ritornare indietro, alla
villa.
Una pungente vergogna di riconoscere, prima di tutto, il
fatto che lui, come una feminuccia, aveva potuto
recitare l'avemaria, e che poi, veramente, dopo
l'avemaria il mal di denti gli era passato, lo irritava
e lo sconcertava; e poi il rimorso di riconoscere anche,
nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non
credendo, non potendo credere, che si fosse liberato dal
male per quella preghiera, ora che aveva ottenuto la
grazia; e infine un segreto timore che, per questa
ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire.
Ma che! Il male non lo aveva riassalito. E, rientrando
nella villa, leggero come una piuma, ridente, esultante,
a tutti i convitati, che gli erano corsi incontro,
Bobbio aveva annunziato:
- Niente! Mi è passato tutt'a un tratto, da sé, lungo lo
stradone, poco dopo il tabernacolo della Madonna delle
Grazie. Da sé!
Orbene, a questo suo caso singolarissimo di parecchi
anni fa pensava Bobbio con un risolino scettico a fior
di labbra, un dopopranzo, steso su la greppina dello
studio, col primo volume degli Essais di
Montaigne aperto innanzi agli occhi.
Leggeva il capitolo XXVII, ov'è dimostrato che c'est
folie de rapporter le vray et le faux à notre suffisance.
Era, non ostante quel risolino scettico, alquanto
inquieto e, leggendo, si passava di tratto in tratto una
mano su la guancia destra.
Montaigne diceva:
«Quand nous lisons dans Bouchet les miracles des
reliques de sainct Hilaire, passe; son credit n'est pas
assez grand pour nous oster la licence d'y contredire;
mais de condamner d'un train toutes pareilles histoires
me semble singuliere imprudence. Ce grand sainct
Augustin tesmoigne...»
- Eh già! - fece Bobbio a questo punto, accentuando il
risolino. - Eh già! Ce grand sainct Augustin
attesta, o diciamo, autentica d'aver veduto, su le
reliquie di San Gervaso e Protaso a Milano, un fanciullo
cieco riacquistare la vista; una donna a Cartagine,
guarire d'un cancro col segno della croce fattovi sopra
da una donna di recente battezzata... Ma allo stesso
modo il gran Sant'Agostino avrebbe potuto affermare, o
diciamo, autenticare su la mia testimonianza, che Marco
Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più stimati,
guarì una volta all'improvviso d'un feroce mal di denti,
recitando un'avemaria....
Bobbio chiuse gli occhi, accomodò la bocca ad o, come
fanno le scimmie, e mandò fuori un po' d'aria.
- Fiato cattivo!
Strinse le labbra e, piegando la testa da un lato,
sempre con gli occhi chiusi, si passò di nuovo, più
forte, la mano su la mandibola.
Perdio, il dente! O non gli faceva male di nuovo, il
dente? E forte, anche, gli faceva male. Perdio, di
nuovo.
Sbuffò; si levò in piedi faticosamente; buttò il libro
su la greppina, e si mise a passeggiare per la stanza
con la mano su la guancia e la fronte contratta e il
naso ansante. Si recò davanti allo specchio della
mensola; si cacciò un dito a un angolo della bocca e la
stirò per guardarvi dentro il dente cariato.
All'impressione dell'aria, sentì una fitta più acuta di
dolore, e subito serrò le labbra e contrasse tutto il
volto per lo spasimo; poi levò il volto al soffitto e
scosse le pugna, esasperato.
Ma sapeva per esperienza che, ad avvilirsi sotto il male
o ad arrabbiarsi, avrebbe fatto peggio. Si sforzò dunque
di dominarsi; andò a buttarsi di nuovo su la greppina e
vi rimase un pezzo con le palpebre semichiuse, quasi a
covar lo spasimo; poi le riaprì; riprese il libro e la
lettura.
«...une lemme nouvellement baptisée lui fit,
Hesperius... no, appresso... Ah, ecco... une
femme en une procession ayant touché à la chasse sainct
Estienne d'un bouquet, et de ce bouquet s'estant frottée
les yeux, avoir recouvré la veuë qu'elle avoit pieça
perdue...»
Bobbio ghignò. Il ghigno gli si contorse subito in una
smorfia, per un tiramento improvviso del dolore, ed egli
vi applicò la mano sì, forte, a pugno chiuso. Il ghigno
era di sfida.
- E allora, - disse, - vediamo un po': Montaigne e
Sant'Agostino mi siano testimonii. Vediamo un po' se mi
passa ora, come mi passò allora.
Chiuse gli occhi e, col sorriso frigido su le labbra
tremanti per lo spasimo interno, recitò pian piano, con
stento, cercando le parole, l'avemaria, questa volta in
latino... gratia piena... Dominus tecum... fructus
ventris tui... nunc et in hora mortis... Riaprì gli
occhi. Amen... Attese un po', interrogando in
bocca il dente... Amen...
Ma che! Non gli passava. Gli si faceva anzi più forte...
Ecco, ahi ahi... più forte... più forte...
- Oh Maria! oh Maria!
E Bobbio rimase sbalordito. Quest'ultima, reiterata
invocazione non era stata sua; gli era uscita dalle
labbra con voce non sua, con fervore non suo. E già...
ecco... una sosta... un refrigerio... Possibile? Di
nuovo?... Ma che, no! Ahi ahi... ahi ahi...
- Al diavolo Montaigne! Sant'Agostino!
E Bobbio si cacciò tutta la tuba in capo e, aggrondato,
feroce, con la mano su la guancia, si precipitò in cerca
d'un dentista.
Recitò o non recitò, durante il tragitto, senza saperlo,
di nuovo, l'avemaria? Forse sì... forse no... Il fatto è
che, davanti alla porta del dentista, si fermò di botto,
più che mai aggrondato, con rivoli di sudore per tutto
il faccione, in tale buffo atteggiamento di balorda
sospensione, che un amico lo chiamò:
- Signor notajo!
- Ohé...
- E che fa lì?
- Io? Niente... avevo un... un dente che mi faceva
male..
- Le è passato?
- Già... da sé...
- E lo dice così? Sia lodato Dio!
Bobbio lo guardò con una grinta da cane idrofobo.
- Un corno! - gridò. - Che lodato Dio! Vi dico, da sè!
Ma perché vi dico così, vedrete che forse, di qui a un
momento, mi ritornerà! Ma sapete che faccio? Non mi
duole più; ma me lo faccio strappare lo stesso! Tutti me
li faccio strappare, a uno a uno, tutti, ora stesso me
li faccio strappare. Non voglio di questi scherzi... non
voglio più di questi scherzi, io! Tutti, a uno a uno, me
li faccio strappare!
E si cacciò, furibondo, tra le risa di quell'amico, nel
portoncino del dentista.
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