Novelle per un anno - 1922 - La Rallegrata
2. Canta l'epistola

- Avevate preso gli Ordini?
- Tutti no. Fino al Suddiaconato.
- Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
- Canta l'Epistola; regge il libro al diacono mentre canta
il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena
avvolta nel velo in tempo del Canone.
- Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
- Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono
canta l'Epistola.
- E voi allora cantavate l'Epistola?
- Io? proprio io? Il suddiacono.
- Canta l'Epistola?
- Canta l'Epistola.
Che c'era da ridere in tutto questo?
Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di
foglie secche, che s'oscurava e rischiarava a una rapida
vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti,
rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora
dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede,
aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti
gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla
Farmacia dell'Ospedale, parte storcendosi e parte
turandosi la bocca, s'erano tenuti a stento di ridere.
Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via
Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l'uno
aveva preso a domandare all'altro:
- Canta l'Epistola?
E l'altro a rispondere:
- Canta l'Epistola.
E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario
senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato
appiccicato il nomignolo di Canta l'Epistola.
La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in
generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo
momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss'altro,
quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima,
con la fede non riteneva compatibili.
Quando però cagione della perdita non sia la violenza di
appetiti terreni, ma sete d'anima che non riesca più a
saziarsi nel calice dell'altare e nel fonte dell'acqua
benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d'aver
guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt'al più, lì per lì,
non si lagna della perdita, in quanto riconosce d'aver
perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun
valore.
Tommasino Anzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche
l'unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un
lascito condizionato d'un vecchio zio sacerdote. Il padre,
inoltre, non s'era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci,
e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di
scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperii.
Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida
fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser
quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar
la fede e la vocazione.
Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la
volgarità dell'atto così contrario alla ragione per cui
s'era spogliato dell'abito sacerdotale.
Ma d'altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue
spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre
per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua
vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì
per casa.
Volle però dimostrare a tutti che non s'era spretato per
voglia di mettersi «a fare il porco» come il padre
pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese. Si
chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per
qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni,
fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra
i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di
Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli
occhi in volto a nessuno.
È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si
fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione
ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto
zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto
suo, a godere della buon'aria e dei cibi sani.
Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per
ischerno, mentre lo spirito gli s'immalinconiva e
s'assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con
un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.
Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l'Epistola.
Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre. Ma si
sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna
donna poteva dire d'essere stata guardata da lui, fosse pur
di sfuggita.
Non aver più coscienza d'essere, come una pietra, come una
pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere
per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le
piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né
pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla
propria vita. Ecco: sdrajato lì su l'erba, con le mani
intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le
bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il
vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di
mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire,
come da un'infinita lontananza, la vanità d'ogni cosa e il
tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.
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Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle
che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra
vacuità erano nuvole. Sa forse d'essere la nuvola? Né
sapevan di lei l'albero e le pietre, che ignoravano
anche se stessi.
E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche
- perché no? - pensare alla vicenda dell'acqua, che
divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo. E a
spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio
di fisica; ma a spiegare il perché del perché?
Su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta; giù nella
cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per
costruire case. Lì, in quel borgo montano, altre case.
Stenti, affanni, fatiche e pene d'ogni sorta, perché?
per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da
questo comignolo un po' di fumo, subito disperso nella
vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli
uomini.
Ma davanti all'ampio spettacolo della natura, a
quell'immenso piano verde di querci e d'ulivi e di
castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla
valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco
rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.
Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le
gioie e le speranze e i desiderii degli uomini gli
apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento
che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad
essi, impassibili. Quasi vicende di nuvole gli
apparivano nell'eternità della natura i singoli fatti
degli uomini. Bastava guardare quegli alti monti di là
dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti
all'orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché
l'uomo s'era messo a volare come un uccellino! Ma ecco
qua un uccellino come vola: è la facilità più schietta e
lieve, che s'accompagna spontanea a un trillo di gioia.
Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo
sgomento, all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che
vuoi fare l'uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un
motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il
motore si guasta, il motore s'arresta; addio uccellino!
- Uomo, - diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull'erba,
- lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai
volato?
D'un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese
una notizia che sbalordì tutti: Tommasino Unzio,
Canta l'Epistola, era stato prima schiaffeggiato e
poi sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante
il distaccamento, perché, senza voler dare alcuna
spiegazione, aveva confermato d'aver detto: -
Stupida! - in faccia alla signorina Olga Fanelli,
fidanzata del tenente, la sera avanti, lungo la via di
campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di
Loreto.
Era uno sbalordimento misto d'ilarità, che pareva
s'appigliasse a un'interrogazione su questo o quel dato
della notizia, per non precipitare di botto
nell'incredulità.
- Tommasino? - Sfidato a duello? - Stupida, alla
signorina Fanelli? - Confermato? - Senza spiegazioni? -
E ha accettato la sfida?
- Eh, perdio, schiaffeggiato!
- E si batterà?
- Domani, alla pistola.
- Col tenente De Venera alla pistola?
- Alla pistola.
E dunque il motivo doveva esser gravissimo. Pareva a
tutti non si potesse mettere in dubbio una furiosa
passione tenuta finora segreta. E forse le aveva gridato
in faccia «Stupida!» perché ella, invece di lui, amava
il tenente De Venera. Era chiaro! E veramente tutti in
paese giudicavano che soltanto una stupida si potesse
innamorare di quel ridicolissimo De Venera. Ma non lo
poteva credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò
aveva preteso una spiegazione.
Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e
spergiurava con le lagrime agli occhi che non poteva
esser quella la ragione dell'ingiuria, perché ella non
aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il
quale del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a
guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno,
le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa
passione segreta, che tutti dicevano. Ma che! no! non
quella: qualche altra ragione doveva esserci sotto! Ma
quale? Per niente non si grida: - Stupida! - in
faccia a una signorina.
Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due
padrini, il De Venera e la signorina stessa si
struggevano di saper la vera ragione dell'ingiuria; più
di tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire,
sicuro com'era che, se l'avesse detta, nessuno la
avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato che
egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile
l'irrisione.
Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da
qualche tempo in qua, nella crescente e sempre più
profonda sua melanconia, si fosse preso d'una
tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla
vita e vi durano alcun poco, senza saper perché, in
attesa del deperimento e della morte? Quanto più labili
e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto
più lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta. Oh! in
quanti modi si nasceva, e per una volta sola, e in
quella data forma, unica, perché mai due forme non erano
uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo
talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo
tutt'intorno, ignoto, l'enorme mondo, la vacuità enorme
e impenetrabile del mistero dell'esistenza. Formichetta,
si nasceva, e moscerino, e filo d'erba. Una formichetta,
nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d'erba. Il
filo d'erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via
per sempre; mai più, quello; mai più!
Ora, da circa un mese, egli aveva seguito giorno per
giorno la breve storia d'un filo d'erba appunto: d'un
filo d'erba tra due grigi macigni tigrati di mosco,
dietro la chiesetta abbandonata di Santa Maria di
Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel
crescer lento tra altri più bassi che gli stavano
attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido,
nella sua tremula esilità, oltre i due macigni
ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità
d'ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della
verde, sconfinata pianura; poi, su, su, sempre più alto,
ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in
cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e
vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni più
lieve alito d'aria; trepidando era accorso in qualche
giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a
tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni
giorno, alla stess'ora, passava dietro la chiesetta e
spesso s'indugiava un po' a strappare tra i macigni
qualche ciuffo d'erba. Finora, così il vento come le
capre avevano rispettato quel filo d'erba. E la gioia di
Tommasino nel ritrovarlo intatto lì, col suo spavaldo
pennacchietto in cima, era ineffabile. Lo carezzava, lo
lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva
con l'anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo
affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo
crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero
durante la notte. E proprio, con gli occhi della mente,
da lontano, vedeva quel suo filo d'erba, tra i due
macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel
cielo nero, che lo vegliavano.
Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere
un'ora con quel suo filo d'erba, quand'era già a pochi
passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa,
seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga
Fanelli, che forse stava lì a riposarsi un po', prima di
riprendere il cammino.
Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare
ch'ella, riposatasi, gli lasciasse il posto. E difatti,
poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse
seccata di vedersi spiata da lui: s'era guardata un po'
attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva
strappato giusto quel filo d'erba e se l'era messo tra i
denti col pennacchietto ciondolante.
Tommasino Unzio s'era sentito strappar l'anima, e
irresistibilmente le aveva gridato: - Stupida! -
quand'ella gli era passata davanti, con quel gambo in
bocca.
Ora, poteva egli confessare d'avere ingiuriato così
quella signorina per un filo d'erba?
E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.
Tommasino era stanco dell'inutile vita, stanco
dell'ingombro di quella sua stupida carne, stanco della
baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata più
acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse
ricusato di battersi. Accettò la sfida, ma a patto che
le condizioni del duello fossero gravissime. Sapeva che
il tenente De Venera era un valentissimo tiratore. Ne
dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del
Tir'a segno. E volle battersi alla pistola, la mattina
appresso, all'alba, proprio là, nel recinto del Tir'a
segno.
Una palla in petto. La ferita dapprima, non parve tanto
grave; poi s'aggravò. La palla aveva forato il polmone.
Una gran febbre; il delirio. Quattro giorni e quattro
notti di cure disperate.
La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla
fine dichiararono che non c'era più nulla da fare,
pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di
morire, volesse ritornare in grazia di Dio. E Tommasino,
per contentar la mamma, si piegò a ricevere un
confessore.
Quando questo, al letto di morte, gli chiese:
- Ma perché, figliuolo mio? perché?
Tommasino, con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra
un sospiro ch'era anche sorriso dolcissimo, gli rispose
semplicemente:
- Padre, per un filo d'erba...
E tutti credettero ch'egli fino all'ultimo seguitasse a
delirare.
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