Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
15. La tragedia d'un personaggio
È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina,
ai personaggi delle mie future novelle.
Cinque ore, dalle otto alle tredici.
M'accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia.
Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la
gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o
ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è
veramente una pena trattare.
Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona
grazia; prendo nota de' nomi e delle condizioni di ciascuno;
tengo conto de' loro sentimenti e delle loro aspirazioni. Ma
bisogna anche aggiungere che per mia disgrazia non sono di
facile contentatura. Sopportazione, buona grazia, sì; ma
esser gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al
loro animo con lunga e sottile indagine.
Ora avviene che a certe mie domande più d'uno aombri e
s'impunti e recalcitri furiosamente, perché forse gli sembra
ch'io provi gusto a scomporlo dalla serietà con cui mi s'è
presentato.
Con pazienza, con buona grazia m'ingegno di far vedere e
toccar con mano, che la mia domanda non è superflua, perché
si fa presto a volerci in un modo o in un altro; tutto sta
poi se possiamo essere quali ci vogliamo. Ove quel potere
manchi, per forza questa volontà deve apparire ridicola e
vana.
Non se ne vogliono persuadere.
E allora io, che in fondo sono di buon cuore, li compatisco.
Ma è mai possibile il compatimento di certe sventure, se non
a patto che se ne rida?
Orbene, i personaggi delle mie novelle vanno sbandendo per
il mondo, che io sono uno scrittore crudelissimo e spietato.
Ci vorrebbe un critico di buona volontà, che facesse vedere
quanto compatimento sia sotto a quel riso.
Ma dove sono oggi i critici di buona volontà?
È bene avvertire che alcuni personaggi, in queste udienze,
balzano davanti agli altri e s'impongono con tanta petulanza
e prepotenza, ch'io mi vedo costretto qualche volta a
sbrigarmi di loro lì per lì.
Parecchi di questa lor furia poi si pentono amaramente e mi
si raccomandano per avere accomodato chi un difetto e chi un
altro. Ma io sorrido e dico loro pacatamente che scontino
ora il loro peccato originale e aspettino ch'io abbia tempo
e modo di ritornare ad essi.
Tra quelli che rimangono indietro in attesa, sopraffatti,
chi sospira, chi s'oscura, chi si stanca e se ne va a
picchiare alla porta di qualche altro scrittore.
Mi è avvenuto non di rado di ritrovare nelle novelle di
parecchi miei colleghi certi personaggi, che prima s'erano
presentati a me; come pure m'è avvenuto di ravvisarne certi
altri, i quali, non contenti del modo com'io li avevo
trattati, han voluto provare di fare altrove miglior figura.
Non me ne lagno, perché solitamente di nuovi me ne vengon
davanti due e tre per settimana. E spesso la ressa è tanta,
ch'io debbo dar retta a più d'uno contemporaneamente. Se non
che, a un certo punto, lo spirito così diviso e frastornato
si ricusa a quel doppio o triplo allevamento e grida
esasperato che, o uno alla volta, piano piano,
riposatamente, o via nel limbo tutt'e tre!
Ricordo sempre con quanta remissione aspettò il suo turno un
povero vecchietto arrivatomi da lontano, un certo maestro
Icilio Saporini, spatriato in America nel 1849, alla caduta
della Repubblica Romana, per aver musicato non so che inno
patriottico, e ritornato in Italia dopo quarantacinque anni,
quasi ottantenne, per morirvi. Cerimonioso, col suo vocino
di zanzara, lasciava passar tutti innanzi a sé. E finalmente
un giorno ch'ero ancor convalescente d'una lunga malattia,
me lo vidi entrare in camera, umile umile, con un timido
risolino su le labbra:
- Se posso... Se non le dispiace...
Oh sì, caro vecchietto! Aveva scelto il momento più
opportuno. E lo feci morire subito subito in una novelletta
intitolata Musica vecchia.
Quest'ultima domenica sono entrato nello scrittojo, per
l'udienza, un po' più tardi del solito.
Un lungo romanzo inviatomi in dono, e che aspettava da più
d'un mese d'esser letto, mi tenne sveglio fino alle tre del
mattino per le tante considerazioni che mi suggerì un
personaggio di esso, l'unico vivo tra molte ombre vane.
Rappresentava un pover uomo, un certo dottor Fileno, che
credeva d'aver trovato il più efficace rimedio a ogni sorta
di mali, una ricetta infallibile per consolar se stesso e
tutti gli uomini d'ogni pubblica o privata calamità.
Veramente, più che rimedio o ricetta, era un metodo, questo
del dottor Fileno, che consisteva nel leggere da mane a sera
libri di storia e nel veder nella storia anche il presente,
cioè come già lontanissimo nel tempo e impostato negli
archivii del passato.
Con questo metodo s'era liberato d'ogni pena e d'ogni
fastidio, e aveva trovato - senza bisogno di morire - la
pace: una pace austera e serena, soffusa di quella certa
mestizia senza rimpianto, che serberebbero ancora i cimiteri
su la faccia della terra, anche quando tutti gli uomini vi
fossero morti.
Non si sognava neppure, il dottor Fileno, di trarre dal
passato ammaestramenti per il presente.
Sapeva che sarebbe stato tempo perduto, e da sciocchi;
perché la storia è composizione ideale d'elementi raccolti
secondo la natura, le antipatie, le simpatie, le
aspirazioni, le opinioni degli storici, e che non è dunque
possibile far servire questa composizione ideale alla vita
che si muove con tutti i suoi elementi ancora scomposti e
sparpagliati. E nemmeno si sognava di trarre dal presente
norme o previsioni per l'avvenire; anzi faceva proprio il
contrario: si poneva idealmente nell'avvenire per guardare
il presente, e lo vedeva come passato.
Gli era morta, per esempio, da pochi giorni una figliuola.
Un amico era andato a trovarlo per condolersi con lui della
sciagura. Ebbene, lo aveva trovato già così consolato, come
se quella figliuola gli fosse morta da più che cent'anni.
La sua sciagura, ancor calda calda, l'aveva senz'altro
allontanata nel tempo, respinta e composta nel passato. Ma
bisognava vedere da quale altezza e con quanta dignità ne
parlava!
In somma, di quel suo metodo il dottor Fileno s'era fatto
come un cannocchiale rivoltato. Lo apriva, ma non per
mettersi a guardare verso l'avvenire, dove sapeva che non
avrebbe veduto niente; persuadeva l'anima a esser contenta
di mettersi a guardare dalla lente più grande, attraverso la
piccola, appuntata al presente, per modo che tutte le cose
subito le apparissero piccole e lontane. E attendeva da
varii anni a comporre un libro, che avrebbe fatto epoca
certamente: La filosofia del lontano.
Durante la lettura del romanzo m'era apparso manifesto che
l'autore, tutto inteso ad annodare artificiosamente una
delle trame più solite, non aveva saputo assumere intera
coscienza di questo personaggio, il quale, contenendo in sé,
esso solo, il germe d'una vera e propria creazione, era
riuscito a un certo punto a prender la mano all'autore e a
stagliarsi per un lungo tratto con vigoroso rilievo su i
comunissimi casi narrati e rappresentati; poi,
all'improvviso, sformato e immiserito, s'era lasciato
piegare e adattare alle esigenze d'una falsa e sciocca
soluzione.
Ero rimasto a lungo, nel silenzio della notte, con
l'immagine di questo personaggio davanti agli occhi, a
fantasticare. Peccato! C'era tanta materia in esso, da
trarne fuori un capolavoro! Se l'autore non lo avesse così
indegnamente misconosciuto e trascurato, se avesse fatto di
lui il centro della narrazione, anche tutti quegli elementi
artificiosi di cui s'era valso, si sarebbero forse
trasformati, sarebbero diventati subito vivi anch'essi. E
una gran pena e un gran dispetto s'erano impadroniti di me
per quella vita miseramente mancata.
Ebbene, quella mattina, entrando tardi nello scrittojo, vi
trovai un insolito scompiglio, perché quel dottor Fileno
s'era già cacciato in mezzo ai miei personaggi aspettanti, i
quali, adirati e indispettiti, gli erano saltati addosso e
cercavano di cacciarlo via, di strapparlo indietro.
- Ohé! - gridai. - Signori miei, che modo è codesto? Dottor
Fileno, io ho già sprecato con lei troppo tempo. Che vuole
da me? Lei non m'appartiene. Mi lasci attendere in pace
adesso a' miei personaggi, e se ne vada.
Una così intensa e disperata angoscia si dipinse sul volto
del dottor Fileno, che subito tutti quegli altri (i miei
personaggi che ancora stavano a trattenerlo) impallidirono
mortificati e si ritrassero.
- Non mi scacci, per carità, non mi scacci! Mi accordi
cinque soli minuti d'udienza, con sopportazione di questi
signori, e si lasci persuadere, per carità!
Perplesso e pur compreso di pietà, gli domandai: - Ma
persuadere di che? Sono persuasissimo che lei, caro dottore,
meritava di capitare in migliori mani. Ma che cosa vuole
ch'io le faccia? Mi sono doluto già molto della sua sorte;
ora basta.
- Basta? Ah, no, perdio! - scattò il dottor Fileno con un
fremito d'indignazione per tutta la persona. - Lei dice così
perché non son cosa sua! La sua noncuranza, il suo disprezzo
mi sarebbero, creda, assai meno crudeli, che codesta passiva
commiserazione, indegna d'un artista, mi scusi! Nessuno può
sapere meglio di lei, che noi siamo esseri vivi, più vivi di
quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma
più veri! Si nasce alla vita in tanti modi, caro signore; e
lei sa bene che la natura si serve dello strumento della
fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione. E
chi nasce mercé quest'attività creatrice che ha sede nello
spirito dell'uomo, è ordinato da natura a una vita di gran
lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale
d'una donna. Chi nasce personaggio, chi ha l'avventura di
nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della
morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento
naturale della creazione; la creatura non muore più! E per
vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o
di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi
dica lei chi era don Abbondio! Eppure vivono eterni perché -
vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice
feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per
l'eternità.
- Ma sì, caro dottore: tutto questo sta bene,- gli dissi. -
Ma non vedo ancora che cosa ella possa volere da me.
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pagina
- Ah no? non vede? - fece il dottor Fileno. - Ho
forse sbagliato strada? Sono caduto per caso nel
mondo della Luna? Ma che razza di scrittore è lei,
scusi? Ma dunque sul serio lei non comprende
l'orrore della tragedia mia? Avere il privilegio
inestimabile di esser nato personaggio, oggi come
oggi, voglio dire oggi che la vita materiale è così
irta di vili difficoltà che ostacolano, deformano,
immiseriscono ogni esistenza; avere il privilegio di
esser nato personaggio vivo, ordinato dunque, anche
nella mia piccolezza, all'immortalità, e sissignore,
esser caduto in quelle mani, esser condannato a
perire iniquamente, a soffocare in quel mondo
d'artifizio, dove non posso né respirare né dare un
passo, perché è tutto finto, falso, combinato,
arzigogolato! Parole e carta! Carta e parole! Un
uomo, se si trova avviluppato in condizioni di vita
a cui non possa o non sappia adattarsi, può
scapparsene, fuggire; ma un povero personaggio, no:
è lì fissato, inchiodato a un martirio senza fine!
Aria! aria! vita! Ma guardi... Fileno... mi ha messo
nome Fileno... Le pare sul serio che io mi possa
chiamar Fileno? Imbecille, imbecille! Neppure il
nome ha saputo darmi! Io, Fileno! E poi, già, io,
io, l'autore della Filosofia del lontano, proprio io
dovevo andare a finire in quel modo indegno per
sciogliere tutto quello stupido garbuglio di casi
là! Dovevo sposarla io, è vero? in seconde nozze
quell'oca di Graziella, invece del notajo Negroni!
Ma mi faccia il piacere! Questi sono delitti, caro
signore, delitti che si dovrebbero scontare a
lagrime di sangue! Ora, invece, che avverrà? Niente.
Silenzio. O forse qualche stroncatura in due o tre
giornaletti. Forse qualche critico esclamerà: «Quel
povero dottor Fileno, peccato! Quello sì era un buon
personaggio!». E tutto finirà così. Condannato a
morte, io, l'autore della Filosofia del lontano, che
quell'imbecille non ha trovato modo neanche di farmi
stampare a mie spese! Eh già, se no, sfido! come
avrei potuto sposare in seconde nozze quell'oca di
Graziella? Ah, non mi faccia pensare! Su, su,
all'opera, all'opera, caro signore! Mi riscatti lei,
subito subito! mi faccia viver lei che ha compreso
bene tutta la vita che è in me!
A questa proposta avventata furiosamente come
conclusione del lunghissimo sfogo, restai un pezzo a
mirare in faccia il dottor Fileno.
- Si fa scrupolo? - mi domandò, scombujandosi. - Si
fa scrupolo? Ma è legittimo, legittimo, sa! È suo
diritto sacrosanto riprendermi e darmi la vita che
quell'imbecille non ha saputo darmi. È suo e mio
diritto, capisce?
- Sarà suo diritto, caro dottore, - risposi, - e
sarà anche legittimo, come lei crede. Ma queste
cose, io non le faccio. Ed è inutile che insista.
Non le faccio. Provi a rivolgersi altrove.
- E a chi vuole che mi rivolga, se lei...
- Ma io non so! Provi. Forse non stenterà molto a
trovarne qualcuno perfettamente convinto della
legittimità di codesto diritto. Se non che, mi
ascolti un po', caro dottor Fileno. È lei, sì o no,
veramente l'autore della Filosofia del lontano?
- E come no? - scattò il dottor Fileno, tirandosi un
passo indietro e recandosi le mani al petto. -
Oserebbe metterlo in dubbio? Capisco, capisco! È
sempre per colpa di quel mio assassino! Ha dato
appena appena e in succinto, di passata, un'idea
delle mie teorie, non supponendo neppure
lontanamente tutto il partito che c'era da trarre da
quella mia scoperta del cannocchiale rivoltato!
Parai le mani per arrestarlo, sorridendo e dicendo:
- Va bene... va bene... ma, e lei, scusi?
- Io? come, io?
- Si lamenta del suo autore; ma ha saputo lei, caro
dottore, trar partito veramente della sua teoria?
Ecco, volevo dirle proprio questo. Mi lasci dire. Se
Ella crede sul serio, come me, alla virtù della sua
filosofia, perché non la applica un po' al suo caso?
Ella va cercando, oggi, tra noi, uno scrittore che
la consacri all'immortalità? Ma guardi a ciò che
dicono di noi poveri scrittorelli contemporanei
tutti i critici più ragguardevoli. Siamo e non
siamo, caro dottore! E sottoponga, insieme con noi,
al suo famoso cannocchiale rivoltato i fatti più
notevoli, le questioni più ardenti e le più mirabili
opere dei giorni nostri. Caro il mio dottore, ho
gran paura ch'Ella non vedrà più niente né nessuno.
E dunque, via, si consoli, o piuttosto, si rassegni,
e mi lasci attendere a' miei poveri personaggi, i
quali, saranno cattivi, saranno scontrosi, ma non
hanno almeno la sua stravagante ambizione.
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