III.
Che buffoni, amico mio, che buffoni!
Sono venuti stamane a trovarmi il signor Postella e
quella montagna di carne ch'egli ha il coraggio di
chiamare la sua metà. Sono venuti a trovarmi per
chiarire, dice, la lettera che jeri mi scrisse tua
moglie.
Capisci che fa tuo cognato? Prima scrive in quella
razza di maniera, e poi viene a chiarire.
Basta... L'intima e vera ragione della sua visita
d'oggi però avrà pur bisogno, vedrai, d'esser
chiarita meglio da una seconda visita, domani.
Io almeno non ho saputo vederci chiaro abbastanza.
M'è parso soltanto di dover capire che il signor
Postella intende di far doppio giuoco e ho voluto
metter subito le carte in tavola.
Veramente, prima l'ho lasciato dire e dire. Plinio
insegna che le donnole, innanzi che combattano con
le serpi, si muniscono mangiando ruta. Io fo meglio:
mi munisco lasciando parlare il signor Postella;
assorbisco il succo del suo discorso; poi lo mordo
col suo stesso veleno.
Ah, se avessi visto come si mostrava afflitto della
lettera di tua moglie: afflittissimo! E siccome non
la finiva più, a un certo punto, per consolarlo, gli
ho detto:
- Senta, caro signor Postella, lei ha non so se la
disgrazia o la fortuna di possedere uno stile. Dote
rara! se la guardi! Dica un po', è forse pentito di
quello che m'ha fatto scrivere jeri dalla moglie
dell'amico mio?
Poveretto, non se l'aspettava. Ha battuto per lo
meno cento volte di seguito le palpebre, per quel
tic nervoso che tu gli sai; poi col risolino scemo
di chi non vuol capire e finge di non aver capito:
- Come come?
La moglie non ha detto nulla, ma per lei ha
scricchiolato la seggiola su cui stava seduta.
- Sì, badi, - ho ripreso io, impassibile - non
desidererei di meglio, signor mio.
E allora è venuta fuori la spiegazione, durante la
quale ho molto ammirato Postella moglie, che pendeva
dalle labbra del marito e approvava col capo quasi a
ogni parola, lanciandomi di tanto in tanto qualche
sguardo, come per dirmi:
«Ma sente come parla bene?»
Io non so se quel baccellone di piano abbia mai
posseduto un cervello; certo è che ora, se lo ha,
non lo tiene più in esercizio, tale e tanta fiducia
ripone in quello del marito, che è uno, sì, ma
basta, secondo lei, per tutti e due, e ne avanza.
Per farla breve, il signor Postella ha confermato
d'averla scritta lui la lettera; ma, beninteso! per
espresso incarico di tua moglie, che nel dolore,
dice, al quale tuttavia è in preda, non sentendosi
in grado, dice, di stenderla lei, gliene suggerì i
termini. Egli, il signor Postella, ne fu
dolentissimo, ed ecco, me ne dava una prova con la
sua visita d'oggi. Dall'altro canto però ha voluto
scusar tua moglie, e che la scusassi anch'io
considerando le delicate ragioni, dice, che le
avevano consigliato di farmi scrivere in quel modo.
E qui s'è chiarito un equivoco, o meglio, un
malinteso. Tua moglie, nel leggere la mia lettera -
dove (promettendole che avrei continuato a far per
lei quello che facevo per te) io avevo usato la
frase contribuire alle spese di casa - ha capito,
dice, ch'io volessi seguitare a vivere come per
l'addietro, e cioè più a casa tua, che in queste tre
stanzette mie... Ma, nel dirmi questo, le palpebre
del signor Postella parevano addirittura impazzite
sotto il mio sguardo a mano a mano più sdegnoso e
sprezzante.
Io non mi faccio ombra d'illusione su la natura dei
sentimenti di tua moglie per me: le antipatie sono
reciproche. Ma non tua moglie, Momo, lui, lui, il
signor Postella ha temuto invece che fosse mia
intenzione seguitare nel solito andamento di vita,
come se tu non fossi morto; guarda, ci metterei le
mani sul fuoco. E avrà persuaso tua moglie a
scrivermi a quel modo, dandole a intendere che la
gente, altrimenti, avrebbe potuto malignare su lei e
su me.
Si è assicurato così, che nessuno verrà più a
molestarlo in casa di tua moglie.
Ma d'altra parte, poi, ha temuto che io, nel vedermi
messo alla porta, per risposta, avrei chiuso la
bocca al mio sacchetto, e allora, capisci? è venuto
tutto sorridente a farmi scuse e cerimonie, che
vorrebbero essere uncini per tirarmi a pagare.
- Ma stia tranquillo, caro signor Postella! - gli ho
detto. - Stia tranquillo e rassicuri la signora,
ch'io non verrò a disturbarla che assai di raro... -
E stavo per aggiungere: «Tanto per saperne dare
qualche notizia a Momino».
Ma qui proteste calorosissime del signor Postella,
alle quali ha stimato opportuno di partecipare anche
la moglie, ma con la mimica soltanto, quasi per
rafforzare e rendere più efficaci i gesti del
piccolo marito, che d'ajuto di parole non aveva
bisogno.
Nelle ore pomeridiane di oggi, mi sono poi recato a
casa tua, per intendermi con tua moglie.
Che impressione, Momo, la tua casa senza di te! La
nostra, la nostra casa, Momino, senza di noi! Quei
mobili nostri lì, subito dopo l'entratina, nella
sala da pranzo con la portafinestra che dà sul
terrazzino... Quella vecchia tavola massiccia,
quadrata, che comperammo, Dio mio, trentadue anni fa
in quella rivendita di mobili, per così poco... A
rivederla, Momino, adesso, sotto la lampada a
sospensione con quel berrettone rosso di cartavelina
con cui l'ha parata tua moglie per paralume
(eleganze di donnette nuove, che, lo sai, mi diedero
subito ai nervi, appena tua moglie le portò; perché
poi, tra l'altro, bisognava accorgersi che erano una
stonatura tra la ruvida semplicità d'una casa
patriarcale come la nostra) - basta, che dicevo? Ah,
quella tavola, a rivederla... Il tuo posto... Ci
stava su Ragnetta, sai? E m'è parsa più magra,
povera bestiolina! Le ho grattato un po' la testa,
come facevi tu, dietro le orecchie. Nel mezzo della
tavola, intanto, sul tappeto ho visto che c'era il
solito portafiori; e nel portafiori, garofani
freschi. Non ho potuto fare a meno di notarli,
perché - capirai - in una casa da cui è uscito un
morto appena otto giorni fa... quei fiori freschi...
- Ma forse erano dei vasi del terrazzino. Fatto sta,
a ogni modo, che tua moglie ha potuto pensar di
coglierli e di metterli lì, sulla tavola, e non
davanti al tuo ritratto sul cassettone.
Basta. Appena mi vide, uno scoppio di pianto. Io ho
avuto come un singhiozzo nella gola, e volentieri
avrei dato un gran pugno in faccia al signor
Postella che, additandomela, quasi facesse la
spiegazione d'un fenomeno in un baraccone da fiera,
ha esclamato:
- Così da otto giorni: non mangia, non dorme..
«E la lasci piangere, signor mio, finché ne ha la
buona volontà!», m'è venuto quasi di gridargli.
Ora, io non nego che possa esser vera la notizia del
signor Postella; ma perché ha voluto darmela? Ha
forse avuto il sospetto ch'io non volessi credere?
Dunque, può non esser vero? Oh Dio, come sono spesso
imbecilli le persone scaltre.
- Non posso farle coraggio, cara Giulia, perché sono
più sconsolato di lei, - ho detto a tua moglie. -
Pianga, pianga pure, giacché Lei ha codesto
benedetto dono delle lagrime: Momo ne merita molte.
Ho sentito a questo punto un sospirone di tua
cognata, che se ne stava con le mani intrecciate sul
ventre, e mi sono interrotto per guardarla. Ella ha
guardato invece, con que' suoi occhi bovini, il
marito, come per domandargli se aveva fatto male a
sospirare e se stava in decretis.
- Perla d'uomo! - ha esclamato il signor Postella
rispondendo allo sguardo della moglie e scrollando
il capo. - Perla d'uomo!
Di' grazie al signor Postella, Momino.
Non ho potuto dirglielo io, perché, non so, quella
sua faccia, quei suoi modi mi mettono un tal prurito
nelle mani, che, se dovessi fargli una carezza sento
che lo schiaffeggerei voluttuosamente.
Egli se ne accorge e mi sorride.
Bella occupazione intanto, piangere e poter dire:
«Non ho altro da fare!». Ho pensato questo guardando
tua moglie, mentre io, impedito dai sospiri e dalle
esclamazioni dei coniugi Postella, non potevo più
parlare di te e non sapevo che dire e rimanevo lì
impacciato e stizzito. Fui sul punto d'alzarmi e
andarmene senza salutar nessuno; ma poi m'è
sovvenuto lo scopo della visita, e ho detto
senz'altro:
- Sono venuto, Giulia, per dirle che la sua lettera
di jeri mi ha recato molto dispiacere. Questa
mattina suo cognato, in casa mia, mi ha spiegato il
malinteso sorto a cagione d'una mia frase...
Il signor Postella, che aveva drizzato le orecchie,
qui m'interruppe, battendo le palpebre.
- Prego, prego...
- O parla lei, o parlo io! - gli ho intimato,
brusco.
- Oh, ma... Parli lei...
- Dunque mi lasci dire. Prima di tutto, lei, cara
Giulia, non doveva ringraziarmi affatto, di nulla.
- Come no? - fece a questo punto tua moglie, senza
levar gli occhi dal fazzoletto.
- Proprio così, - le ho risposto io. - Son conti,
Giulia, che ci faremo poi insieme Momo e io, nel
mondo di là. Lei sa che, tra me e lui, non ci fu mai
né tuo né mio. Non vedo la ragione d'un cambiamento,
adesso. Momo per me non è morto. Lasciamo questo
discorso. Se poi a Lei fa dispiacere ch'io venga
qualche volta a pregarla di valersi di me in tutte
le sue opportunità, me lo dica francamente, che
io...
- Ma che dice mai, signor Tommaso! - esclamò tua
moglie, interrompendomi. - Questa qui, lei lo sa
bene, è casa sua; non è casa mia.
Mi venne fatto, non so perché, di guardare il signor
Postella. Egli aprì subito le braccia mostrandomi le
palme delle mani e fece col capo una mossettina e
sorrise come per confermare le parole di tua moglie.
Faccia tosta! Mi sarei alzato; l'avrei preso per il
bavero della giacca; gli avrei detto: «È casa mia?
ne conviene? mi faccia dunque il piacere di
levarmisi dai piedi!».
La moglie se ne stava quatta, musando, come una
botta.
- È la casa di Momo, - ho risposto a Giulia infine,
sillabando. - La casa di suo marito, non è mia.
- Ma se tutto qua appartiene a lei...
- Scusi, tutta quanta la casa non l'ha forse
lasciata a lei, suo marito?
- Momo, - mi rispose tua moglie - non poteva
lasciarmi ciò che non gli apparteneva.
- Come no? - ho esclamato io. - Ma che va pensare
lei adesso?
- Vuole che non ci pensi? Ma si metta un po' al
posto mio... Vede come sono rimasta?
- Scusi, se lei non vuole tener conto di me, della
casa che è sua, dell'ottima compagnia che potranno
tenerle tanto sua sorella quanto il suo signor
cognato...
- Io la ringrazio, signor Tommaso, e me le dichiaro
gratissima per tutta la vita. Ma i suoi beneficii
non posso più accettarli... Ci pensi, e
m'intenderà... Per ora non mi sento in grado di
dirle altro... Ne riparleremo, se non le dispiace,
un'altra volta.
Sono rimasto stordito, Momino, come se mi avessero
dato una gran legnata tra capo e collo. Tua moglie
s'è alzata, ed è scappata via per nascondermi un
nuovo scoppio di pianto.
Ho guardato il signor Postella, che mi ricambiò lo
sguardo con aria di trionfo, come se volesse dire:
«Vede che i termini della lettera erano proprio di
lei?». Poi ha chiuso gli occhi ed ha aperto di nuovo
le braccia, ma con un'altra espressione,
stringendosi nelle spalle, come per significare:
«È fatta così! Bisogna compatirla...»
Secondo sospirone di tua cognata.
Stavo per prendere il cappello e il parapioggia,
quando il signor Postella con la mano mi fece segno
d'attendere, misteriosamente. Andò nella camera che
è già divenuta sua e, poco dopo, ritornò con una
scatolina in mano, nella quale ho veduto i tuoi tre
anelli, l'orologio d'oro con la catena, due spille e
la tabacchiera d'argento.
- Signor Aversa, se per caso volesse qualche ricordo
dell'amico...
- Oh, grazie, non s'incomodi! - mi sono affrettato a
dirgli. - Caro signor Postella, non ne ho bisogno.
- Intendo benissimo... Ma sa, siccome fa sempre
piacere possedere qualche oggetto appartenuto a una
persona cara, credo che...
- Grazie, grazie, no: vada a riporli, signor
Postella.
- Se lo fa per Giulia, - ha insistito tuo cognato -
le faccio notare che, essendo oggetti da uomo, credo
che... Guardi, prenda l'orologio...
- Ma se non vuol nulla!... - si arrischiò di
sospirare a questo punto Postella moglie.
- Tu non t'immischiare! - le diede subito su la voce
il marito. - Il signor Tommaso lo fa per cerimonia.
L'orologio solo, via... se lo prenda...
- Permetti? - riprese con timidezza la moglie. -
Codesto orologio, Casimiro mio, al povero Momo lo
aveva regalato appunto il signor Tommaso, quando
tornò dal suo viaggio in Isvizzera...
- Ah sì? - fece il signor Postella rivolto a me,
quasi con stupore, e mi parve che l'istinto predace
gli sfavillasse negli occhi. - Ah sì? Scusi, e
allora mi spieghi: sente che rumore fa?
E m'è toccato, Momino, di spiegargli il congegno del
tuo orologio automatico: il martelletto che balza
col moto della persona e carica così la macchina
senza bisogno d'altra corda, ecc. ecc. Ti risparmio
le frasi ammirative del signor Postella.
L'orso sogna pere, Momino: e di qui a qualche mese
(e forse meno) se per caso ti venisse in mente di
saper che ora è, va' a domandarlo a tuo cognato,
va'.
Ti avverto intanto che è mezzanotte, col mio.
IV.
Come ti senti, Momino?
Di' la verità: tu ti devi sentir male. Abbiamo
tratto oggi dal loculo N. 51 al Pincetto la tua
cassa per allogarla definitivamente in una modesta
tomba che ti ho fatto costruire a mie spese per
rimediare al primo errore di tua moglie, e che
spettacolo, Momino! che spettacolo! L'ho ancora
davanti agli occhi e non me lo posso levare.
Dissero i portantini che non ne avevano veduto mai
uno simile; e trattarono quella tua cassa come una
cosa molto pericolosa, non solo per loro, ma anche
per noi che assistevamo alla cerimonia, voglio dire
tua moglie, io, e i coniugi Postella che erano
venuti con lei.
Pericolosa, Momino, perché, sai? quella tua cassa di
zinco s'era tutta così enormemente gonfiata e
deformata, che da un momento all'altro, Dio liberi,
avrebbe potuto scoppiare.
I portantini spiegarono naturalmente il fenomeno,
attribuendolo cioè a uno straordinario sviluppo di
gas. Ma dalla fretta con cui il signor Postella
accolse questa spiegazione per vincere lo
sbigottimento da cui tutti a quella vista fummo
invasi, mi sorse all'improvviso il sospetto che,
oscuramente, dalla prima impressione di quella tua
cassa così gonfiata un rimorso gli fosse nato, che
non al gas, ma a ben altro si dovesse attribuire la
causa di quella tua enorme gonfiatura.
E ti confesso che mi sentii rimordere anch'io
Momino, per tutte le notizie che t'ho date. Temetti
veramente, che la presenza nostra ti potesse far
dare da un istante all'altro, a non star zitti, una
così formidabile sbuffata, da scagliarci addosso
quella tua cassa squarciata in mille pezzi da ogni
parte.
Ma queste notizie, amico mio, tu dovresti ormai
sapere perché e con che cuore io te le do; e non
essere come gli altri che s'ostinano a non volere
intendere perché venga tanta crudele apparenza di
riso a tutto ciò che mi scappa dalla bocca. Come
vuoi che faccia io, se mi diventa subito palese la
frode che chiunque voglia vivere, solo perché vive,
deve pur patire dalle proprie illusioni?
La frode è inevitabile, Momo, perché necessaria è
l'illusione. Necessaria la trappola che ciascuno
deve, se vuol vivere, parare a se stesso. I più non
l'intendono. E tu hai un bel gridare: - Bada! bada!
- Chi se l'è parata, appunto perché se l'è parata,
ci dà dentro, e poi si mette a piangere e a gridare
ajuto. Ora non ti pare che la crudeltà sia di questa
beffa che fa a tutti la vita? E intanto dicono ch'è
mia, solo perché io l'ho preveduta. Ma posso mai
fingere di non capire, come tanti fanno, la vera
ragione per cui quello ora piange e grida ajuto, e
mostrare d'esser cieco anch'io, quando l'ho
preveduta?
Tu dici:
- L'hai preveduta, perché tu non senti nulla!
Ma come e che potrei vedere e prevedere veramente,
se non sentissi nulla, Momino? E come aver questo
riso che par tanto crudele? Questa crudeltà di riso,
anzi, tanto più è sincera, quanto e dove più sembra
voluta, perché appunto strazia prima degli altri me
stesso là dove esteriormente si scopre come un
giuoco ch'io voglia fare, crudele. Parlando a te
così, per esempio, di tutte queste amarezze, che
dovrebbero esser tue, e sono invece mie.
Sai, poverina? era molto contenta però, oggi, tua
moglie, e me lo diceva ritornando dal Verano, di
saperti collocato bene ora, secondo i tuoi meriti in
una tomba pulita, nuova e tutta per te.
L'ho accompagnata fino al portone di casa, poi, dopo
il tramonto, mi sono recato a passeggiare lungo la
riva destra del Tevere oltre il recinto militare, in
prossimità del Poligono. E qua ho assistito a una
scenetta commovente, o che m'ha commosso per la
speciale disposizione di spirito in cui mi trovavo.
Per la vasta pianura, che serve da campo
d'esercitazione alle milizie, una coppia di cavalli
lasciati in libertà si spassavano a rincorrere un
loro puledretto vivacissimo, il quale, springando di
qua e di là e facendo mille sgambetti e giravolte,
dimostrava di prender tanta allegrezza di quel
giuoco. E anche il padre e la madre pareva che da
tutto quel grazioso tripudio del figlio si
sentissero d'un tratto ritornati giovani e in quel
momento d'illusione si obliassero. Ma poco dopo,
d'un tratto, come se nella corsa un'ombra fosse
passata loro davanti, s'impuntarono, scossero più
volte, sbruffando, la testa e, stanchi e tardi, col
collo basso andarono a sdrajarsi poco discosto.
Invano il figlio cercò di scuoterli, di aizzarli
novamente alla corsa e al gioco; rimasero lì serii e
gravi, come sotto il peso d'una grande malinconia; e
uno, che doveva essere il padre, scrollando
lentamente la testa alle tentazioni del puledrino,
mi parve che con quel gesto volesse significargli:
«Figlio, tu non sai ciò che t'aspetta...»
L'ombra già calata su la vasta pianura, faceva
apparir fosco nell'ultima luce Monte Mario col
cimiero dei cupi cipressi ritti nel cielo denso di
vapori cinerulei, dai quali per uno squarcio in alto
la luna assommava come una bolla.
Cattivo tempo, domani, Momino!
Eh, comincia a far freddo, e ho bisogno d'un
soprabito nuovo e d'un nuovo parapioggia.
Ho preso l'abitudine, sai? di stare ogni notte a
guardare a lungo il cielo. Penso: «Qualcosa di
Momino forse sarà ancora per aria, sperduta qua in
mezzo ai nuovi misteriosi spettacoli che gli saranno
aperti davanti».
Perché sono nell'idea che c'è chi muore maturo per
un'altra vita e chi no, e che quelli che non han
saputo maturarsi su la terra siano condannati a
tornarci, finché non avranno trovata la via
d'uscita.
Tu, per tanti rispetti, t'eri ben maturato per
un'altra vita superiore; ma poi, all'ultimo, volesti
commettere la bestialità di prender moglie, e vedrai
che ti faranno tornare soltanto per questo.
Neanch'io, per dir la verità, mi sento maturo per
un'altra vita. Ahimè, per maturarmi bene, dovrei,
con questo stomacuccio di taffetà che mi son fatto,
digerir tante cose, che non riesco neppure a mandar
giù: quel tuo signor Postella, per esempio!
Quanto mi piacerebbe, se ci facessero tornare tutti
e due insieme! Sono sicuro che, pur non avendo
memoria della nostra vita anteriore, noi ci
cercheremmo su la terra e saremmo amici come prima.
Non rammento più dov'abbia letto d'una antica
credenza detta del Grande Anno, che la vita cioè
debba riprodursi identica fin nei menomi
particolari, dopo trenta mil'anni, con gli stessi
uomini, nelle medesime condizioni d'esistenza,
soggetti alla stessa sorte di prima, e non solo
dotati dei sentimenti d'una volta, ma anche vestiti
degli stessi panni: riproduzione, insomma, perfetta.
Sarei propenso a immaginare tal credenza abbia avuto
origine dal sogno di due esseri felici; ma poi non
riesco a spiegarmi perché essi abbiano voluto
assegnare un periodo così lungo al ritorno della
loro felicità. Certo l'idea non poteva venire in
mente a un disgraziato; e forse a nessuno oggi al
mondo farebbe piacere la certezza che di qui a
trenta mil'anni si ripeterà questa bella fantocciata
dell'esistenza nostra. Il forte è morire. Morto,
credo che nessuno vorrebbe rinascere. Che ne dici,
Momino? Ah, tu già: ci hai qua tua moglie; me ne
dimenticavo. Bisogna sempre parlare per conto
proprio, a questo mondaccio.
...Mentre scrivo, in un bicchier d'acqua sul
tavolino è caduto un insetto schifoso, esile, dalle
ali piatte, a sei piedi, dei quali gli ultimi due
lunghi, finissimi, atti a springare. Mi diverto a
vederlo nuotare come un disperato, e osservo con
ammirazione quanta fiducia esso serbi nell'agile
virtù di que' due suoi piedi. Morrà certo
ostinandosi a credere che essi sono ben capaci di
springare anche sul liquido, ma che intanto
qualcosina attaccata alle estremità gl'impicci nel
salto; difatti, riuscendo vano ogni sforzo, coi piè
davanti, nettandoli vivacemente, cerca distrigarsene.
Lo salvo, Momino, sì o no?
Se lo salvo, esso senza dubbio ne darà merito ai
suoi piedi: affoghi dunque! E se invece fosse una
graziosa farfallina rassegnata a morire? L'avrei
tratta fuori da un pezzo, accuratamente... Oh carità
umana corrotta dall'estetica!
Ecco, o insetto infelice, il salvataggio: caccio la
punta di questa penna nell'acqua, poi ti farò
asciugare un po' al calore del lume e infine ti
metterò fuori della finestra. Ma l'acqua in cui sei
caduto, se permetti, non la berrò. E di qui a poco
tu, attirato novamente dal lume, forse rientrerai
nella stanza e verrai a punzecchiarmi con la piccola
proboscide velenosa. Ognuno fa il suo mestiere nella
vita: io, quello del galantuomo, e t'ho salvato.
Addio!
Notte serena. Mi trattengo un po' alla finestra a
contemplare le stelle sfavillanti.
Zrì, di tratto in tratto. È un pipistrello
invisibile, che svola curioso, qui, davanti al vano
luminoso aperto nel bujo della piazza deserta. Zrì:
e par che mi domandi: «Che fai?»
- Scrivo a un morto, amico pipistrello! E tu che
fai? Che cosa è mai codesta tua vita nottambula?
Svoli, e non lo sai; come io, del resto, non so che
cosa sia la mia; io che pure so tante cose, le quali
in fondo non mi hanno reso altro servizio che quello
di crescere innanzi a gli occhi miei, alla mia
mente, il mistero, ingrandendomelo con le cognizioni
della pretesa scienza: bel servizio davvero!
Che diresti tu, amico pipistrello, se a un tuo
simile venisse in mente di scoprire un apparecchio
da aggiustarti sotto le ali per farti volare più
alto e più presto? Forse dapprima ti piacerebbe, ma,
e poi?
Quel che importa non è volare più presto o più
piano, più alto o più basso, ma sapere perché si
vola.
E perché dovrebbe affrettarsi la tartaruga
condannata a vivere una lunghissima vita?
Nelle nostre favole intanto chiamiamo tarda e pigra
la tartaruga, la quale, per aver tanto tempo davanti
a sé, non si dà nessuna fretta, e chiamiamo pauroso
il coniglio che al primo vederci scappa via.
Ma se ai topi di campagna, ai grilli, alle
lucertole, agli uccelli, noi domandassimo notizia
del coniglio, chi sa che cosa ci risponderebbero,
non certo però, che sia una bestia paurosa. O che
forse pretenderebbero gli uomini che, al loro
cospetto, il coniglio si rizzasse su due piedi e
movesse loro incontro per farsi prendere e uccidere?
Meno male che il coniglio non ci sente! meno male
che non ha testa da ragionare a modo nostro;
altrimenti avrebbe fondamento di credere che spesso
tra gli uomini non debba correre molta differenza
tra eroismo e imbecillità.
E se per caso alla volpe, che ha la fama di savia,
venisse in mente di comporre favole in risposta a
tutte quelle che da gran tempo gli uomini van
mettendo fuori calunniando le bestie; quanta materia
non le offrirebbero queste scoperte umane,
pipistrello mio, e questa scienza umana.
Ma la volpe non ci si metterebbe, perché son sicuro
che con la sua sagacia intenderebbe che, se per modo
d'esempio, un favolista fa parlare un asino come un
uomo sciocco, sciocco non è l'asino, ma asino è
l'uomo.
Basta; chiudo la finestra, Momino: vado a letto.
Filosofia, eh? questa notte: un po' animalesca
veramente, con quei cavalli a principio, e poi con
quell'insetto e ora il pipistrello e la tartaruga e
il coniglio e la volpe e l'asino e l'uomo...
V.
Comprendo che il tempo (quello almeno abbocconato in
giorni e lunazioni e mesi dai nostri calendarii) per
te ormai è come nulla; ma io mi ero fatta
l'illusione che, per mio mezzo, un barlume di vita
potesse inalbarti il bujo in cui sei caduto, e la
mia voce, che pure è grossa, venir come vocina di
ragnatelo a vellicare, non che altro, l'umido e nudo
silenzio intorno a te.
Sono passati dieci mesi, Momo; te ne sei accorto? Ti
ho lasciato al bujo dieci mesi, senza scriverti un
rigo... Ma sta' pur sicuro che non hai perduto nulla
di nuovo: il mondo è sempre porco a un modo e
sciocco forse un po' peggio.
Non credere che t'abbia un solo istante dimenticato.
Mi ha prima distratto dallo scriverti ogni sera la
ricerca d'un nuovo alloggio; poi ho pensato: «Ma
davvero non saprei adattarmi a vivere in queste tre
stanzette? Perchè cerco una casa più ampia? per
vedermi forse crescere attorno la solitudine?». E
quest'ultimo pensiero mi ha gettato in preda a una
tristezza indicibile.
Ah, per i vecchi che restano soli (e senza neanche
la propria casa, aggiungi!) gli ultimi giorni sono
proprio intollerabili.
Mi ritorna viva nell'anima l'impressione che provavo
da giovine nel vedere per via qualche vecchio
trascinare pesantemente le membra debellate dalla
vita. Io li seguivo un tratto, assorto, quei poveri
vecchi, osservando ogni loro movimento e le gambe
magre, piegate, i piedi che pareva non potessero
spiccicarsi da terra, la schiena curva, le mani
tremule, il collo proteso e quasi schiacciato sotto
un giogo disumano, di cui gli occhi risecchi, senza
ciglia, nel chiudersi, esprimevano il peso e la
pena. E provavo una profonda ambascia, ch'era
insieme oscura costernazione e dispetto della vita,
la quale si spassa a ridurre in così miserando stato
le sue povere creature.
Per tutti coloro a cui torna conto restare scapoli,
la porta della vita dovrebbe chiudersi su la soglia
della vecchiaja, buono e tranquillo albergo soltanto
per i nonni, cioè per chi vi entra munito del dolce
presidio dei nipoti. Gli scapoli maturi dovrebbero
interdirsene l'entrata, o entrarci appajati da
fratelli, com'era mia intenzione. Ma tu, nel meglio,
mi tradisti; frutto del tradimento, la tua morte
affrettata: maggior danno però, forse, per me
rimasto così solo e abbandonato, che per te
colpevole verso l'amico di tanta ingiustizia, per
non dire ingratitudine.
Lasciami sfogare: ho traversato un periodo crudele.
A un certo punto, ho fatto le valige, e via!
Ho voluto rivedere i tre laghi e, con particolar
desiderio, quello di Lugano che, date le condizioni
d'animo con cui avevo intrapreso il primo viaggio,
al tempo del tuo matrimonio, mi aveva fatto maggiore
impressione.
Sono rimasto disilluso!
Eppure dicono che i vecchi non riescono a veder più
le cose come sono, bensì come le hanno altra volta
vedute.
Più d'ogni altro mi ha fatto dispetto un certo
gruppo d'alberi, di cui avevo serbato memoria, che
fossero altissimi e superbi. Li ho ritrovati
all'incontro quasi nani e storti, umili e polverosi:
li ho guardati a lungo, non credendo a gli occhi
miei; ma erano ben dessi, senz'alcun dubbio, lì, al
lor posto; e ho sentito in fine come se essi
avessero risposto così alla mia disillusione:
«Hai fatto male, vecchio, a ritornare! Eravamo per
te alberi altissimi e superbi; ma, vedi ora? Noi
siamo stati sempre così, tristi e meschini...»
Senza i tuoi augurii, ho compito a Moltrasio sul
lago di Como sessant'anni. In un'umile trattoria ho
alzato il bicchiere e borbottato:
- Tommaso, crepa presto!
Sono ritornato a Roma l'altro jeri.
E ora dovrei venire alle cose brutte per te; ma
sento che non mi è possibile.
L'immagine di quella tua cassa gonfia m'occupa come
un incubo lo spirito, e penso che, se non è ancora
scoppiata, scoppierebbe, se ti dicessi ciò che sta
per avvenire a casa tua.
Io non ci posso portare, amico mio, nessun rimedio.
T'ho detto che in principio fui distratto dallo
scriverti dalla ricerca d'una nuova casa; ma non te
n'ho detto la vera ragione, come poi del mio viaggio
lassù.
Ti basti sapere che tua moglie voleva che mi
riprendessi i mobili di mia pertinenza, che sono
ancora nella casa che fu nostra, e che, alla mia
assicurazione che non sapevo più che farmene né dove
metterli e che perciò se li tenesse pure
considerandoli ormai come suoi, mi rimandò l'assegno
mensile, dicendomi di non averne più bisogno.
Pare difatti che suo cognato abbia intrapreso non so
che negozio molto lucroso su medicinali con un suo
socio di Napoli, per cui la salute, amico mio,
diventerà sempre più preziosa; perché, con questo
negozio, povero a chi la perde e vorrà
riacquistarla.
Tua moglie usufruirà indirettamente di questo
negozio, perché quel socio di Napoli pare che abbia
un fratello, e pare che questo fratello, venuto a
Roma per concludere la società, la abbia conclusa
includendovi, per conto suo, tua moglie.
Sì, amico mio. Ella sposerà tra poco questo fratello
del socio di Napoli. Ma io non me ne sarei scappato
in Isvizzera per un caso così ordinario, perdonami,
e così facilmente prevedibile, se...
Insomma, Momo, faccio conto che la tua cassa sia già
scoppiata, e te lo dico. Tua moglie, con l'ajuto del
signor Postella, ha avuto il coraggio di farmi
intendere chiaramente che a un solo patto avrebbe
respinto la profferta di matrimonio di quel fratello
del socio di Napoli. E sai a qual patto? A patto che
la sposassi io. Capisci? Io. Tua moglie. E sai
perché? Per usare un ultimo riguardo alla tua santa
memoria.
Ebbene, Momo, credi ch'io me ne sia scappato in
Isvizzera per indignazione? No, Momo. Me ne sono
scappato, perché stavo per cascarci. Sì, amico mio.
Come un imbecille. E se imbecille non ti basta, di',
di' pure come vuoi. Mi piglio tutto. Non ha altra
ragione quest'interruzione di dieci mesi nella
nostra corrispondenza.
Fin dov'ero arrivato, fin dov'ero arrivato, amico
mio! Ero arrivato fino al punto d'accordarmi col
pensiero che tu stesso, proprio tu mi persuadessi a
sposare tua moglie, con tante considerazioni che,
sebbene fondate in un proponimento disperato,
tuttavia mi pareva di doverle riconoscere una più
giusta dell'altra, una più dell'altra assennata. Sì.
Per te, e per lei, giuste e assennate. Per te, in
quanto dovesse riuscirti assai meno ingrato che la
sposassi io, tua moglie, anziché un estraneo, perché
così tu potevi esser sicuro di rimaner sempre terzo
in ispirito nella famiglia, senz'essere mai
dimenticato. Per lei, in quanto, se da una parte non
s'avvantaggiava lasciando di sposare uno molto più
giovane di me, dall'altra certamente ci avrebbe
guadagnato la sicurezza assoluta dell'esistenza, la
tranquillità, il poter rimanere nella propria casa,
senz'abbassamento o mutamento di stato. E poi il
piacere velenoso per te di vedermi fare, anche più
vecchio di te, quello per cui, in vita, tanto ti
condannai.
Ho potuto capire a tempo, per fortuna, tutto
l'orrore della vita, amico mio, nei riguardi di chi
muore. E che un vero delitto è seguitare a dare ai
morti notizie della vita: di quella stessa vita, di
cui dentro di noi fu composta la loro realtà finché
vissero, e che seguitando a durare nel nostro
ricordo finché noi viviamo, è naturale che ormai
senza difesa e immeritamente debba esserne
straziata. Parlandoti della vita, potevo arrivare,
come niente, povero Momino mio, a concludere queste
notizie del mondo con l'inviarti in un cartoncino
litografato la partecipazione delle mie nozze con
tua moglie. Hai capito?
E dunque, basta, via. Finiamola.