Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
13. La trappola

No, no, come rassegnarmi? E perché? Se avessi qualche dovere
verso altri, forse sì. Ma non ne ho! E allora perché?
Stammi a sentire. Tu non puoi darmi torto. Nessuno,
ragionando così in astratto, può darmi torto. Quello che
sento io, senti anche tu, e sentono tutti.
Perché avete tanta paura di svegliarvi la notte? Perché per
voi la forza alle ragioni della vita viene dalla luce del
giorno. Dalle illusioni della luce.
Il bujo, il silenzio, vi atterriscono. E accendete la
candela. Ma vi par triste, eh? triste quella luce di
candela. Perché non è quella la luce che ci vuole per voi.
Il sole! il sole! Chiedete angosciosamente il sole,
voialtri! Perché le illusioni non sorgono più spontanee con
una luce artificiale, procacciata da voi stessi con mano
tremante.
Come la mano, trema tutta la vostra realtà. Vi si scopre
fittizia e inconsistente. Artificiale come quella luce di
candela. E tutti i vostri sensi vigilano tesi con ispasimo,
nella paura che sotto a questa realtà, di cui scoprite la
vana inconsistenza, un'altra realtà non vi si riveli,
oscura, orribile: la vera. Un alito... che cos'è? Che cos'è
questo scricchiolio?
E, sospesi nell'orrore di quell'ignota attesa, tra brividi e
sudorini, ecco davanti a voi in quella luce vedete nella
camera muoversi con aspetto e andatura spettrale le vostre
illusioni del giorno. Guardatele bene; hanno le vostre
stesse occhiaje enfiate e acquose, e la giallezza della
vostra insonnia, e anche i vostri dolori artritici. Sì, il
rodio sordo dei tofi alle giunture delle dita.
E che vista, che vista assumono gli oggetti della camera!
Sono come sospesi anch'essi in una immobilità attonita, che
v'inquieta.
Dormivate con essi lì attorno.
Ma essi non dormono. Stanno lì, così di giorno, come di
notte.
La vostra mano li apre e li chiude, per ora. Domani li
aprirà e chiuderà un'altra mano. Chi sa quale altra mano...
Ma per loro è lo stesso. Tengono dentro, per ora, i vostri
abiti, vuote spoglie appese, che hanno preso il grinzo, le
pieghe dei vostri ginocchi stanchi, dei vostri gomiti
aguzzi. Domani terranno appese le spoglie aggrinzite d'un
altro. Lo specchio di quell'armadio ora riflette la vostra
immagine, e non ne serba traccia; non serberà traccia domani
di quella d'un altro.
Lo specchio, per sé, non vede. Lo specchio è come la verità.
Ti pare ch'io farnetichi? ch'io parli a mezz'aria? Va' là,
che tu m'intendi; e intendi anche più ch'io non dica, perché
è molto difficile esprimere questo sentimento oscuro che mi
domina e mi sconvolge.
Tu sai come ho vissuto finora. Sai che ho provato sempre
ribrezzo, orrore, di farmi comunque una forma, di
rapprendermi, di fissarmi anche momentaneamente in essa.
Ho fatto sempre ridere i miei amici per le tante... come le
chiamate? alterazioni, già, alterazioni de' miei connotati.
Ma avete potuto riderne, perché non vi siete mai affondati a
considerare il mio bisogno smanioso di presentarmi a me
stesso nello specchio con un aspetto diverso, di illudermi
di non esser sempre quell'uno, di vedermi un altro!
Ma sì! Che ho potuto alterare? Sono arrivato, è vero, anche
a radermi il capo, per vedermi calvo prima del tempo; e ora
mi sono raso i baffi, lasciando la barba; o viceversa; ora
mi sono raso baffi e barba; o mi son lasciata crescer questa
ora in un modo, ora in un altro, a pizzo, spartita sul
mento, a collana...
Ho giocato coi peli.
Gli occhi, il naso, la bocca, gli orecchi, il torso, le
gambe, le braccia, le mani, non ho potuto mica alterarli.
Truccarmi, come un attore di teatro? Ne ho avuto qualche
volta la tentazione. Ma poi ho pensato che, sotto la
maschera, il mio corpo rimaneva sempre quello... e
invecchiava!
Ho cercato di compensarmi con lo spirito. Ah, con lo spirito
ho potuto giocar meglio!
Voi pregiate sopra ogni cosa e non vi stancate mai di lodare
la costanza dei sentimenti e la coerenza del carattere. E
perché? Ma sempre per la stessa ragione! Perché siete
vigliacchi, perché avete paura di voi stessi, cioè di
perdere - mutando - la realtà che vi siete data, e di
riconoscere, quindi, che essa non era altro che una vostra
illusione, che dunque non esiste alcuna realtà, se non
quella che ci diamo noi.
Ma che vuol dire, domando io, darsi una realtà, se non
fissarsi in un sentimento, rapprendersi, irrigidirsi,
incrostarsi in esso? E dunque, arrestare in noi il perpetuo
movimento vitale, far di noi tanti piccoli e miseri stagni
in attesa di putrefazione, mentre la vita è flusso continuo,
incandescente e indistinto.
Vedi, è questo il pensiero che mi sconvolge e mi rende
feroce!
La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco;
non la terra che si incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte.
Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si
rapprendende in questo flusso continuo, incandescente e
indistinto, è la morte.
Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal
flusso che non s'arresta mai, e fissati per la morte.
Dura ancora per un breve spazio di tempo il movimento di
quel flusso in noi, nella nostra forma separata, staccata e
fissata; ma ecco, a poco a poco si rallenta; il fuoco si
raffredda; la forma si dissecca; finché il movimento non
cessa del tutto nella forma irrigidita.
Abbiamo finito di morire. E questo abbiamo chiamato vita!
Io mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha
staccato dal flusso della vita in cui scorrevo senza forma,
e mi ha fissato nel tempo, in questo tempo!
Perché in questo tempo?
Potevo scorrere ancora ed esser fissato più là, almeno, in
un'altra forma, più là... Sarebbe stato lo stesso, tu pensi?
Eh sì, prima o poi... Ma sarei stato un altro, più là, chi
sa chi e chi sa come; intrappolato in un'altra sorte; avrei
veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti
diversi, diversamente ordinate.
Tu non puoi immaginare l'odio che m'ispirano le cose che
vedo, prese con me nella trappola di questo mio tempo; tutte
le cose che finiscono di morire con me, a poco a poco! Odio
e pietà! Ma più odio, forse, che pietà.
È vero, sì, caduto più là nella trappola, avrei allora
odiato quell'altra forma, come ora odio questa; avrei odiato
quell'altro tempo, come ora questo, e tutte le illusioni di
vita, che <I>noi morti d'ogni tempo</I> ci fabbrichiamo con
quel po' di movimento e di calore che resta chiuso in noi,
del flusso continuo che è la vera vita e non s'arresta mai.
Siamo tanti morti affaccendati, che c'illudiamo di
fabbricarci la vita.
Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la
vita, e diamo la morte... Un altro essere in trappola!
- Qua, caro, qua; comincia a morire, caro, comincia a
morire... Piangi, eh? Piangi e sguizzi... Avresti voluto
scorrere ancora? Sta' bonino, caro! Che vuoi farci? Preso,
co-a-gu-la-to, fissato... Durerà un pezzetto! Sta' bonino...
Ah, finché siamo piccini, finché il nostro corpo è tenero e
cresce e non pesa, non avvertiamo bene d'esser presi in
trappola! Ma poi il corpo fa il groppo; cominciamo a
sentirne il peso; cominciamo a sentire che non possiamo più
muoverci come prima.
Inizio
pagina
Io vedo, con ribrezzo, il mio spirito dibattersi in
questa trappola, per non fissarsi anch'esso nel
corpo già leso dagli anni e appesito. Scaccio subito
ogni idea che tenda a raffermarsi in me; interrompo
subito ogni atto che tenda a divenire in me
un'abitudine; non voglio doveri, non voglio affetti,
non voglio che lo spirito mi s'indurisca anch'esso
in una crosta di concetti. Ma sento che il corpo di
giorno in giorno stenta vie più a seguire lo spirito
irrequieto; casca, casca, ha i ginocchi stanchi e le
mani grevi... vuole il riposo! Glielo darò.
No, no, non so, non voglio rassegnarmi a dare
anch'io lo spettacolo miserando di tutti i vecchi,
che finiscono di morir lentamente. No. Ma prima...
non so, vorrei far qualche cosa d'enorme,
d'inaudito, per dare uno sfogo a questa rabbia che
mi divora.
Vorrei, per lo meno... - vedi queste unghie?
affondarle nella faccia d'ogni femmina bella che
passi per via, stuzzicando gli uomini, aizzosa.
Che stupide, miserabili e incoscienti creature sono
tutte le femmine! Si parano, s'infronzolano, volgono
gli occhi ridenti di qua e di là, mostrano quanto
più possono le loro forme provocanti; e non pensano
che sono nella trappola anch'esse, fissate anch'esse
per la morte, e che pur l'hanno in sé la trappola,
per quelli che verranno!
La trappola, per noi uomini, è in loro, nelle donne.
Esse ci rimettono per un momento nello stato di
incandescenza, per cavar da noi un altro essere
condannato alla morte. Tanto fanno e tanto dicono,
che alla fine ci fanno cascare, ciechi, infocati e
violenti, là nella loro trappola.
Anche me! Anche me! Ci hanno fatto cascare anche me!
Ora, di recente. Sono perciò così feroce.
Una trappola infame! Se l'avessi veduta... Una
madonnina. Timida, umile. Appena mi vedeva, chinava
gli occhi e arrossiva. Perché sapeva che io,
altrimenti, non ci sarei mai cascato.
Veniva qua, per mettere in pratica una delle sette
opere corporali di misericordia: visitare
gl'infermi. Per mio padre, veniva; non già per me;
veniva per aiutare la mia vecchia governante a
curare, a ripulire il mio povero padre, di là...
Stava qui, nel quartierino accanto, e s'era fatta
amica della mia governante, con la quale si lagnava
del marito imbecille, che sempre la rimbrottava di
non esser buona a dargli un figliuolo.
Ma capisci com'è? Quando uno comincia a irrigidirsi,
a non potersi più muovere come prima, vuol vedersi
attorno altri piccoli morti, teneri teneri, che si
muovano ancora, come si moveva lui quand'era tenero
tenero; altri piccoli morti che gli somiglino e
facciano tutti quegli attucci che lui non può più
fare.
È uno spasso lavar la faccia ai piccoli morti, che
non sanno ancora d'esser presi in trappola, e
pettinarli e portarseli a spassino.
Dunque, veniva qua.
- Mi figuro, - diceva con gli occhi bassi,
arrossendo, - mi figuro che strazio dev'esser per
lei, signor Fabrizio, vedere il padre da tanti anni
in questo stato!
- Sissignora, - le rispondevo io sgarbatamente, e le
voltavo le spalle e me n'andavo.
Sono sicuro, adesso, che appena voltavo le spalle
per andarmene, lei rideva, tra sé, mordendosi il
labbro per trattenere la risata.
Io me n'andavo perché, mio malgrado, sentivo
d'ammirar quella femmina, non già per la sua
bellezza (era bellissima, e tanto più seducente,
quanto più mostrava per modestia di non tenere in
alcun pregio la sua bellezza); la ammiravo, perché
non dava al marito la soddisfazione di mettere in
trappola un altro infelice.
Credevo che fosse lei; e invece, no; non mancava per
lei; mancava per quell'imbecille. E lei lo sapeva, o
almeno, se non proprio la certezza, doveva averne il
sospetto. Perciò rideva; di me, di me rideva, di me
che l'ammiravo per quella sua presunta incapacità.
Rideva in silenzio, nel suo cuore malvagio, e
aspettava. Finché una sera...
Fu qua, in questa stanza.
Ero al bujo. Sai che mi piace veder morire il giorno
ai vetri d'una finestra e lasciarmi prendere e
avviluppare a poco a poco dalla tenebra, e pensare:
- «Non ci sono più!» pensare: - «Se ci fosse uno in
questa stanza, si alzerebbe e accenderebbe un lume.
Io non accendo il lume, perché non ci sono più. Sono
come le seggiole di questa stanza, come il tavolino,
le tende, l'armadio, il divano, che non hanno
bisogno di lume e non sanno e non vedono che io sono
qua. Io voglio essere come loro, e non vedermi e
dimenticare di esser qua».
Dunque, ero al bujo. Ella entrò di là, in punta di
piedi, dalla camera di mio padre, ove aveva lasciato
acceso un lumino da notte, il cui barlume si soffuse
appena appena nella tenebra quasi senza diradarla, a
traverso lo spiraglio dell'uscio.
Io non la vidi; non vidi che mi veniva addosso.
Forse non mi vide neanche lei. All'urto, gittò un
grido; finse di svenire, tra le mie braccia, sul mio
petto. Chinai il viso; la mia guancia sfiorò la
guancia di lei; sentii vicino l'ardore della sua
bocca anelante, e...
Mi riscosse, alla fine, la sua risata. Una risata
diabolica. L'ho qua ancora, negli orecchi! Rise,
rise, scappando, la malvagia! Rise della trappola
che mi aveva teso con la sua modestia; rise della
mia ferocia: e d'altro rise, che seppi dopo.
È andata via, da tre mesi, col marito promosso
professor di liceo in Sardegna.
Vengono a tempo certe promozioni.
Io non vedrò il mio rimorso. Non lo vedrò. Ma ho la
tentazione, in certi momenti, di correre a
raggiungere quella malvagia e di strozzarla prima
che metta in trappola quell'infelice cavato così a
tradimento da me.
Amico mio, sono contento di non aver conosciuto mia
madre. Forse, se l'avessi conosciuta, questo
sentimento feroce non sarebbe nato in me. Ma dacché
m'è nato, sono contento di non aver conosciuto mia
madre.
Vieni, vieni; entra qua con me, in quest'altra
stanza. Guarda!
Questo è mio padre.
Da sette anni, sta lì. Non è più niente. Due occhi
che piangono; una bocca che mangia. Non parla, non
ode, non si muove più. Mangia e piange. Mangia
imboccato; piange da solo; senza ragione; o forse
perché c'è ancora qualche cosa in lui, un ultimo
resto che, pur avendo da settantasei anni
principiato a morire, non vuole ancora finire.
Non ti sembra atroce restar così, per un punto solo,
ancora preso nella trappola, senza potersi liberare?
Egli non può pensare a suo padre che lo fissò
settantasei anni addietro per questa morte, la quale
tarda così spaventosamente a compirsi. Ma io, io
posso pensare a lui; e penso che sono un germe di
quest'uomo che non si muove più; che se sono
intrappolato in questo tempo e non in un altro, lo
debbo a lui!
Piange, vedi? Piange sempre così... e fa piangere
anche me! Forse vuol essere liberato. Lo libererò,
qualche sera, insieme con me. Ora comincia a far
freddo; accenderemo, una di queste sere, un po' di
fuoco... Se ne vuoi profittare...
No, eh? Mi ringrazii? Sì, sì, andiamo fuori, andiamo
fuori, amico mio. Vedo che tu hai bisogno di
rivedere il sole, per via.
Inizio pagina