Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
12. Il coppo
Che bevuto! No. Appena tre bicchieri.
Forse il vino lo eccitava più del solito, per l'animo in cui
era dalla mattina, e anche per ciò che aveva in mente di
fare, quantunque non ne fosse ancora ben sicuro.
Già da parecchio tempo aveva un certo pensiero segreto, come
in agguato e pronto a scattar fuori al momento opportuno.
Lo teneva riposto, quasi all'insaputa di tutti i suoi doveri
che stavano come irsute sentinelle a guardia del reclusorio
della sua coscienza. Da circa venti anni, egli vi stava
carcerato, a scontare un delitto che, in fondo, non aveva
recato male se non a lui.
Ma sì! Chi aveva ucciso lui infine, se non se stesso? chi
strozzato, se non la propria vita?
E, per giunta, la galera. Da venti anni. Vi s'era chiuso, da
sé; se li era piantati a guardia da sé, con la bajonetta in
canna, tutti quegl'irsuti doveri, così che, non solo non gli
lasciassero mai intravedere una probabile lontana via di
scampo, ma non lo lasciassero più nemmeno respirare.
Qualche bella ragazza gli aveva sorriso per via?
- All'erta, sentinellàaa!
- All'erta stòòò!
Qualche amico gli aveva proposto di scappar via con lui in
America?
- All'erta, sentinellàaa!
- All'erta stòòò!
E chi era più lui, adesso? Ecco qua: uno che faceva schifo,
propriamente schifo, a se stesso, se si paragonava a quello
che avrebbe potuto e dovuto essere.
Un gran pittore! Sissignori: mica di quelli che dipingono
per dipingere... alberi e case... montagne e marine...
fiumi, giardini e donne nude. Idee voleva dipingere lui;
idee vive, in vivi corpi di immagini. Come i grandi!
Bevuto... eh, un tantino sì, aveva bevuto. Ma tuttavia,
parlava bene.
- Nardino, parli bene.
Nardino. Sua moglie lo chiamava così, Nardino. Perdio, ci
voleva coraggio! Un nome come il suo: Bernardo Morasco,
divenuto in bocca a sua moglie Nardino.
Ma, povera donna, così lo capiva lei... ino, ino... ino, ino...
E Bernardo Morasco, passando il ponte, da Ripetta al
Lungotevere dei Mellini, si rincalcò con una manata il
cappellaccio su la folta chioma riccioluta, già brizzolata,
e piantò gli occhi sbarrati ilari parlanti in faccia a una
povera signora attempatella, che gli passava accanto,
seguita da un barboncino nero, lacrimoso, che reggeva in
bocca un involto.
La signora sussultò dallo spavento e al barboncino cadde di
bocca l'involto.
Il Morasco restò un momento mortificato e perplesso. Aveva
forse detto qualche cosa a quella signora? Oh Dio! Non aveva
avuto la minima intenzione d'offenderla. Parlava con sé; -
di sua moglie, parlava... - povera donna anche lei!
Si scrollò. Ma che povera donna, adesso! Sua moglie era
ricca, i suoi quattro figliuoli erano ricchi, adesso. Suo
suocero era finalmente crepato. E così, dopo vent'anni di
galera, egli aveva finito di scontare la pena.
Vent'anni addietro, quando ne aveva venticinque, aveva
rapito a un usurajo la figliuola. Poverina, che pietà!
Timida timida, pallida pallida e con la spalla destra un
tantino più alta dell'altra. Ma lui doveva pensare all'Arte;
non alle donne. Le donne, lui, non le aveva potute mai
soffrire. Per quello che da una donna poteva aver bisogno,
quella poverina, anche quella poverina bastava. Ogni tanto,
con gli occhi chiusi, là e addio.
La dote, che s'aspettava, non era però venuta. Quell'usurajo
del suocero, dopo il ratto, non s'era dato per vinto; e
tutti allora si erano attesi da lui che, fallito il colpo,
abbandonasse quella disgraziata all'ira del padre e al
«disonor!». Buffoni! Come in un libretto d'opera. Lui? Ecco
qua, invece, come s'era ridotto lui, per non dare questa
soddisfazione alla gente e a quell'infame usurajo!
Non solo non aveva avuto mai una parola aspra per quella
poverina, ma per non far mancare il pane prima a lei, poi ai
quattro figliuoli che gli erano nati - via, sogni! via,
arte! via, tutto!
Là, tordi, per tutti i negozianti di quadretti di genere:
cavalieri piumati e vestiti di seta che si battono a duello
in cantina; cardinali parati di tutto punto che giuocano a
scacchi in un chiostro; ciociarette che fanno all'amore in
piazza di Spagna; butteri a cavallo dietro una staccionata;
tempietti di Vesta con tramonti al torlo d'uovo; rovine
d'acquedotti in salsa di pomodoro; poi, tutti i peggio
fattacci di cronaca per le pagine a colori dei giornali
illustrati: tori in fuga e crolli di campanili, guardie di
finanza e contrabbandieri in lotta, salvataggi eroici e
pugilati alla Camera dei deputati...
Ci sputavano sopra, adesso, moglie e figliuoli, a queste sue
belle fatiche, da cui per tanti anni era venuto loro un così
scarso pane! Gli toccava anche questo, per giunta: la
commiserazione derisoria di coloro per cui si era
sacrificato, martoriato, distrutto. Diventati ricchi, che
rispetto più, che considerazione potevano avere per uno che
si era arrabattato a metter su sconci pupazzi e caricature
per lasciarli tant'anni quasi morti di fame?
Ah, ma, perdio, voleva aver l'orgoglio di sputare anche lui
ora, a sua volta, su quella ricchezza, e di provarne schifo;
ora che non poteva più servirgli per attuare quel sogno che
gliel'aveva fatto un tempo desiderare. Era ricco anche lui,
allora, ricco d'anima e di sogni!
Che scherno, l'eredità del suocero, tutto quel denaro ora
che il sentimento della vita gli s'era indurito in quella
realtà ispida, squallida, come in un terreno sterpigno,
pieno di cardi spinosi e di sassi aguzzi, nido di serpi e di
gufi! Su questo terreno, ora, la pioggia d'oro! Che
consolazione! E chi gli dava più la forza di strappare tutti
quei cardi, di portar via tutti quei sassi, di schiacciare
la testa a tutti quei serpi, di dare la caccia a tutti quei
gufi? Chi gli dava più la forza di rompere quel terreno e
rilavorarlo, perché vi nascessero i fiori un tempo sognati?
Ah, quali fiori più, se ne aveva perduto finanche il seme!
Là, i pennacchioli di quei cardi...
Tutto era ormai finito per lui.
Se n'era accorto bene, vagando quella mattina; libero
finalmente, fuori della sua carcere, poiché la moglie e i
figliuoli non avevano più bisogno di lui.
Era uscito di casa, col fermo proposito di non ritornarvi
mai più. Ma non sapeva ancora che cosa avrebbe fatto, né
dove sarebbe andato a finire.
Vagava, vagava; era stato sul Gianicolo, e aveva mangiato in
una trattoria lassù... e bevuto, sì, bevuto... più, più di
tre bicchieri... la verità! Era stato anche a Villa
Borghese. Stanco, s'era sdrajato per più ore su l'erba d'un
prato, e... sì, forse per il vino... aveva anche pianto,
sentendosi perduto come in una lontananza infinita; e gli
era parso di ricordarsi di tante cose, che forse per lui non
erano mai esistite.
La primavera, l'ebbrezza del primo tepore del sole su la
tenera erba dei prati, i primi fiorellini timidi e il canto
degli uccelli. Quando mai, per lui, avevano cantato così
giojosamente gli uccelli?
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Che strazio, in mezzo a quel primo verde, così
vivido e fresco d'infanzia, sentirsi grigi i
capelli, arida la barba. Sapersi vecchio.
Riconoscere che nessun grido poteva più erompere a
lui dall'anima, che avesse la gioja di quei trilli,
di quel cinguettio; nessun pensiero più, nessun
sentimento nascere a lui nella mente e nel cuore,
che avessero la timidità gentile di quei primi
fiorellini, la freschezza di quella prima erba dei
prati; riconoscere che tutta quella delizia per le
anime giovani, si convertiva per lui in una infinita
angoscia di rimpianto.
Passata per sempre, la sua stagione.
Chi può dire, d'inverno, quale tra tanti alberi sia
morto? Tutti pajono morti. Ma, appena viene la
primavera, prima uno, poi un altro, poi tanti
insieme, rifioriscono. Uno solo, che tutti gli altri
finora avevano potuto credere come loro, resta
spoglio. Morto.
Era lui.
Fosco, angosciato, era uscito da Villa Borghese;
aveva attraversato Piazza del Popolo, imboccato via
Ripetta; poi sentendosi per questa via soffocare,
aveva passato il ponte, e giù per il Lungotevere dei
Mellini.
Mortificato ancora per lo sgarbo involontario fatto
a quella signora dal barboncino nero, incontrò là un
mortorio che procedeva lento lento sotto gli alberi
rinverditi, con la banda in testa. Dio, come stonava
quella banda! Meno male che il morto non poteva più
sentirla. E tutto quel codazzo d'accompagnatori...
Ah, la vita!
Ecco, si poteva felicemente definire così, la vita:
l'accordo della grancassa coi piattini. Nelle marce
funebri, grancassa e piattini non suonano più
d'accordo. La grancassa rulla, a tratti, per conto
suo, come se ci avesse i cani in corpo; e i
piattini, cing! e ciang! per conto loro.
Fatta questa bella riflessione e salutato il morto,
riprese ad andare.
Quando fu al Ponte Margherita, si rifermò. Dove
andava? Non si reggeva più su le gambe dalla
stanchezza. Perché aveva preso per via Ripetta? Ora,
passando il Ponte Margherita, si ritrovava di nuovo
quasi di fronte a Villa Borghese. No, via: avrebbe
seguito da quest'altra parte il Lungotevere fino al
nuovo ponte Flaminio.
Ma perché? Che voleva fare, insomma? Niente...
Andare, andare, finché c'era luce.
Oltre ponte Flaminio finiva l'arginatura; ma il
viale seguitava spazioso, alto sul fiume, a scarpa
su le sponde naturali, con una lunga staccionata per
parapetto. A un certo punto, Bernardo Morasco scorse
un sentieruolo, che scendeva tra la folta erba della
scarpata giù alla sponda; passò sotto alla
staccionata e scese alla sponda, abbastanza larga lì
e coperta anch'essa di folta erba. Vi si sdrajò.
Le ultime fiamme del crepuscolo trasparivano dai
cipressi di Monte Mario, lì quasi dirimpetto, e
davano alle cose che nell'ombra calante ritenevano
ancora per poco i colori come uno smalto soavissimo
che a mano a mano s'incupiva vie più, e riflessi di
madreperla alle tranquille acque del fiume.
Il silenzio profondo, quasi attonito, era lì presso
però, non rotto, ma per così dire animato da un
certo cupo tonfo cadenzato, a cui seguiva ogni volta
uno sgocciolio vivo.
Incuriosito, Bernardo Morasco si rizzò sul busto a
guardare, e vide dalla sponda allungarsi nel fiume
come la punta d'una chiatta nera, terminata in una
solida asse, che reggeva due coppi, due specie di
nasse di ferro giranti per la forza stessa
dell'acqua. Appena un coppo si tuffava, l'altro
veniva fuori dalla parte opposta, sgocciolante.
Non aveva mai veduto quell'arnese da pesca; non
sapeva che fosse, né che significasse; e rimase a
lungo stupito e accigliato a mirarlo, compreso quasi
da un senso di mistero per quel lento moto cadenzato
di quei due coppi là, che si tuffavano uno dopo
l'altro nell'acqua, per non prender che acqua.
L'inutilità di quel girare monotono d'un così grosso
e cupo ordegno gli diede una tristezza infinita.
Si riaccasciò su l'erba. Gli parve che tutto fosse
vano nella vita come il girare di quei due coppi
nell'acqua. Guardò il cielo, in cui erano già
spuntate le prime stelle, ma pallide per l'imminente
alba lunare.
Si annunziava una serata di maggio deliziosa, e più
nera e più amara si faceva a mano a mano la
malinconia di Bernardo Morasco. Ah, chi gli levava
più dalle spalle quei venti anni di galera, perché
anche lui potesse godere di quella delizia?
Quand'anche fosse riuscito a rinnovarsi l'animo,
cacciandone via tutti i ricordi che ormai sempre gli
avrebbero amareggiato lo scarso piacere di vivere,
come avrebbe potuto rinnovarsi il corpo già logoro?
Come andar più con quel corpo in cerca d'amore?
Senza amore, senz'altro bene era passata per lui la
vita, che poteva, oh sì, poteva esser bella! E tra
poco sarebbe finita... E nessuna traccia sarebbe
rimasta di lui, che pure aveva un tempo sognato
d'avere in sé la potenza di dare un'espressione
nuova, un'espressione sua alle cose... Ah, che!
Vanità! Quel coppo che il fiume del tempo faceva
girare, tuffare nell'acqua, per non prendere che
acqua...
Tutt'a un tratto, s'alzò. Appena in piedi, gli parve
strano che si fosse alzato. Avvertì che non si era
alzato da sé, ma che era stato messo in piedi da una
spinta interiore, non sua, forse di quel pensiero
riposto, come in agguato dentro di lui, da tanti
anni.
Era dunque venuto il momento?
Si guardò attorno. Non c'era nessuno. C'era il
silenzio che, formidabilmente sospeso, attendeva il
fruscio dell'erba a un primo passo di lui verso il
fiume. E c'erano tutti quei fili d'erba, che
sarebbero rimasti lì, tali e quali, sotto il
chiarore umido e blando della luna, anche dopo la
sua scomparsa da quella scena.
Bernardo Morasco si mosse per la sponda, ma solo
quasi per curiosità di osservare da vicino quello
strano ordegno da pesca. Scese su la chiatta, in cui
stava confitto verticalmente un palo, presso i due
coppi giranti.
Ecco: reggendosi a quel palo, egli avrebbe potuto
spiccare un salto, balzar dentro a uno di quei
coppi, e farsi scodellare nel fiume.
Bello! Nuovo! Sì... E afferrò con tutt'e due le mani
il palo, come per far la prova; e, sorridendo
convulso, aspettò che il coppo che or ora si tuffava
di là nell'acqua facesse il giro. Come venne fuori
di qua, man mano alzandosi, mentre quell'altro si
tuffava, veramente fece un balzo e vi si cacciò
dentro, con gli occhi strizzati, i denti serrati,
tutto il volto contratto nello spasimo dell'orribile
attesa.
Ma che? Il peso del suo corpo aveva arrestato il
movimento? Rimaneva in bilico dentro il coppo?
Riaprì gli occhi, stordito di quel caso, fremente,
quasi ridente... Oh Dio, non si moveva più?
Ma no, ecco, ecco... La forza del fiume vinceva...
il coppo riprendeva a girare... Perdio, no... aveva
atteso troppo... quell'esitazione, quell'arresto
momentaneo dell'ordegno per il peso del suo corpo
gli era già sembrato uno scherzo, e quasi ne aveva
riso... Ora, oh Dio, guardando in alto, mentre il
coppo si risollevava, vide come schiantarsi tutte le
stelle del cielo; e istintivamente, in un attimo,
preso dal terrore, Bernardo Morasco stese un braccio
al palo, tutte e due le braccia, vi s'abbrancò con
uno sforzo così disperato, che alla fine sguizzò dal
coppo in piedi su la chiatta.
Il coppo, con un tonfo violentissimo per lo strappo,
si rituffò schizzandogli una zaffata d'acqua
addosso.
Rabbrividì e rise, quasi nitrì di nuovo, convulso,
volgendo gli occhi in giro, come se avesse fatto
lui, ora, uno scherzo al fiume, alla luna, ai
cipressi di Monte Mario.
E l'incanto della notte gli apparve ritrovato, con
le stelle ben ferme e brillanti nel cielo, e quelle
sponde e quella pace e quel silenzio.
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