Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
11. Volare
Cortesemente la morte, due anni fa, le aveva fatto una
visitina di passata:
- No, comoda! comoda!
Solo per avvertirla che sarebbe ritornata tra poco. Per ora,
lì, da brava, a sedere su quella poltrona; in attesa.
Ma come, Dio mio? Così, senza più forza neanche di sollevare
un braccio?
Brodi consumati, polli, che altro? Latte d'uccello; lingue
di pappagallo...
Cari, i signori medici!
Prima che questo male la assolasse così, poteva almeno
ajutare un poco le due povere figliuole, recandosi a cucire
a giornata ora da questa ora da quella signora, che le
davano da mangiare e qualche soldo; più per carità che per
altro, lo capiva lei stessa. Non ci vedeva quasi più; le
dita avevano perduto l'agilità, le gambe la forza di mandare
avanti il pedale della macchina. Eh, ci galoppava, prima, su
un pedale di macchina! Ora, invece...
Niente quasi, quel che portava a casa; ma pure poteva dire
allora di non stare del tutto a carico delle figliuole. Le
quali lavoravano, poverine, dalla mattina alla sera, la
maggiore a bottega, la minore a casa: astucci, scatole,
sacchettini per nozze e per nascita: lavoro fino, delicato;
ma che non fruttava quasi più nulla ormai. Figurarsi che la
maggiore, Adelaide, nella bottega dov'era anche addetta alla
vendita e alla cassa, tirava in tutto tre lire al giorno.
Guadagnava un po' più la minore, col lavoro a cottimo; ma
non trovava da lavorare ogni giorno, Nené.
Tutt'e tre, insomma, riuscivano a mettere insieme appena
appena tanto da pagar la pigione di casa e da levarsi la
fame; non sempre.
Ma ora, al principio di quell'inverno, anche Adelaide s'era
ammalata, e come! Veramente avvertiva da un pezzo quello
spasimo fisso alle reni; ma finché s'era potuta reggere, non
ne aveva detto nulla. Poi le si erano gonfiate le gambe e
aveva dovuto farsi vedere da un medico.
- Dottore, che è?
Niente. Cosa da nulla. Nefrite. State a letto tre o quattro
mesi, ben riguardata dal fresco, con una bella fascia di
lana attorno alla vita; letto, lana e latte; latte, lana e
letto. Tre <I>elle</I>. La nefrite si cura così.
Quel guadagno fisso, su cui facevano il maggiore
assegnamento, era venuto per tanto a mancare. E
allegramente! La padrona della bottega aveva promesso di
serbare il posto ad Adelaide, e che intanto, per tutto il
tempo della malattia, non avrebbe fatto venir meno il lavoro
a Nené. Ma con un pajo solo di mani che poteva fare adesso
questa povera figliuola, cresciute le spese per la cura di
due malate?
Tutto quello che avevano potuto mettere in pegno, lo avevano
già messo. Fosse morta lei, almeno, vecchia e ormai inutile!
Adelaide, dal letto, pur con quel tarlo alle reni, ajutava
la sorella, incollava i cartoncini, li rifilava. Ma lei?
Niente. Neanche la colla in cucina poteva preparare. Doveva
rimanere lì, per castigo, lei, su quella poltrona, ad
affliggere le due figliuole con la sua vista e i suoi
lamenti. Perché si lamentava, anche, per giunta! Sicuro.
Certi lamenti modulati, nel sonno. La debolezza -
bestialmente - la faceva lamentare così, appena socchiudeva
gli occhi. Per cui si sforzava di tenerli quanto più poteva
aperti.
Ma che bello spettacolo, allora! Pareva una tomba, quella
camera. Senz'aria, senza luce, là, a mezzanino, in una delle
vie più vecchie e più anguste, presso Piazza Navona. (E
dalla piazza, piena di sole nelle belle giornate, arrivavano
in quella tomba gli allegri rumori della vita!)
Avrebbe tanto desiderato, la signora Maddalena, d'andare ad
abitar lontano lontano, magari fuor di porta, non potendo
dove sapeva lei. Si sarebbe contentata anche su ai quartieri
alti, magari in una stanza più piccola, ma non così oppressa
dalle case di rimpetto. Lì però eran più basse le pigioni, e
vicina la bottega ove Adelaide doveva recarsi ogni mattina;
quando vi si recava.
Tre lettini, in quella camera, un cassettone, un tavolino,
un divanuccio e quattro sedie. Puzzo di colla, tanfo di
rinchiuso. La povera Nené non aveva più tempo, e neanche
voglia, per dir la verità, di fare un po' di pulizia. Sul
cassettone, ci si poteva scrivere col dito, tanta era la
polvere. Stracci e ritagli per terra. E lo specchio, su quel
cassettone, fin dall'estate scorsa, tutto ricamato dalle
mosche. Ma se non si curava più neanche della sua persona,
quella povera figliuola...
Eccola là, tutta sbracata, senza busto, in sottanina e col
corpetto sbottonato, e i capelli spettinati che le cascavano
da tutte le parti. Ma che seno e che respiro di gioventù!
S'era forse ingrassata un po'; ma era pur tanto bellina
ancora! Un po' meno, forse, della sorella maggiore, che
aveva un volto da Madonna, prima che il male glielo
gonfiasse a quel modo. Ma ormai Adelaide aveva trentasei
anni. Dieci di meno, Nené, perché tra l'una e l'altra
c'erano stati tre maschi che il buon Dio aveva voluti per
sé. I maschi, che avrebbero potuto sostener la casa e
formarsi facilmente uno stato, morti; e quelle due povere
figliuole, invece, che le avevano dato e le davano tuttora
tanto pensiero, quelle sì, le erano rimaste. E non trovare
in tanti anni da accasarsi, belline com'erano, sagge,
modeste, laboriose. Eppure, oh, se ne facevano, di
matrimonii! Quanti sacchetti, quante scatoline ogni giorno!
Ma li facevano per le altre, i sacchetti e le scatoline, le
sue figliuole.
Uno solo s'era fatto avanti, l'inverno scorso: un bel tipo!
Vecchio impiegato in ritiro, tutto ritinto, doveva aver
messo da parte - chi sa come - una buona sommetta, perché
prestava a usura. Nené aveva detto di sì, solo per farle
chiudere gli occhi meno disperatamente. Ma poi s'era presto
capito che tanta voglia di sposare colui non la aveva, e che
invece... Ma sì, tutt'a un tratto, s'era sparsa la voce che
lo avevano messo dentro per offese al buon costume.
Così vecchio, e così... Ma già, il mondo, tutto rivoltato! E
non aveva avuto il coraggio di ripresentarsi, dopo tre mesi,
appena uscito dal carcere? Prima nero come un corvo, e ora
biondo come un canarino... Per poco Nené non gli aveva fatto
ruzzolar le scale. Eppure ancora, laido vecchiaccio
sfrontato, la seguiva e la infastidiva per via, quand'ella
si recava a lasciare a bottega i sacchettini e le scatolette
o a prender le commissioni.
Più che per Adelaide la signora Maddalena sentiva pietà per
questa più piccola. Perché Adelaide, almeno, da ragazzina,
aveva goduto, mentre Nené era nata e cresciuta sempre in
mezzo alla miseria.
Di tratto in tratto la signora Maddalena alzava gli occhi a
un ritratto fotografico ingiallito e quasi svanito, appeso
in cornice alla parete di faccia; e, contemplando quella
figura d'uomo zazzeruto, tentennava amaramente il capo.
Lo aveva sposato per forza. Ai suoi tempi, quel tomo lì, era
stato un famoso baritono buffo.
Da giovane lei aveva studiato canto, perché aveva una
bellissima voce di soprano sfogato. Faceva all'amore,
allora, con un giovanotto che forse l'avrebbe resa felice.
Ma la madre, donna terribile, un giorno - rimedio spiccio -
l'aveva schiaffeggiata pulitamente al balcone, <I>coram
populo</I>, mentre stava in dolce corrispondenza con
l'innamorato seduto sul balcone dirimpetto.
Aveva esordito a Palermo, prima del 1860, al <I>Carolino</I>,
e aveva fatto furore. Eh, altro... Ma quell'uomo là con la
zazzera, che cantava con lei, innamorato cotto, l'aveva
chiesta subito in moglie. E subito, appena sposati, le aveva
proibito di seguitare a cantare. Per gelosia, pezzo
d'imbecille! Sì, guadagnava tesori, lui, è vero, e la teneva
come una regina, ma sempre incinta, e senza casa, di città
in città, con un esercito di casse e di fagotti appresso. E
i denari, com'erano entrati, eran volati via. Poi lui s'era
ammalato, aveva perduto la voce di baritono buffo, e
buonanotte ai sonatori! Lui, morto in un ospedale; e lei
rimasta in mezzo alla strada con cinque figliuoli, tutti
piccini così.
Non solo il corpo, ma pure l'anima si sarebbe venduta per
dar da mangiare a quei piccini. Aveva fatto di tutto; anche
da serva, tre mesi; poi, i tre maschietti le erano morti fra
gli stenti; e quelle due femminucce se le era tirate su, non
sapeva più come neanche lei. Eccole là.
- Piove, Nené?
- Piove.
Da quindici giorni pioveva, signori miei, senza smettere un
momento. E per l'umidaccio che la acchiappava subito alle
reni, Adelaide, ecco, non si poteva tenere neppure a sedere
sul letto.
Oh! sonavano alla porta. E chi poteva essere con quella
bella giornata?
La signora Elvira, che piacere!, la padrona della bottega
d'Adelaide. S'era incomodata a venir lei stessa a pagare
fino in casa la settimana? Quanta bontà... No?
- No, care mie, - prese a dire la signora Elvira, deponendo
nelle mani di Nené l'ombrello sgocciolante e poi un
fazzoletto e poi la borsetta, per tirarsi su e commiserare
le sue sottane zuppe da strizzare.
In gioventù, una trentina d'anni fa, si doveva esser molto
compiaciuta di se stessa, quella signora Elvira, se con
tanta ostinazione aveva voluto conservarsi tal quale, coi
capelli biondi d'allora e il roseo delle guance e il rosso
delle labbra e quella ridicola formosità del busto e dei
fianchi. Sapendo di non poter più ingannare nessuno e
neanche se stessa, si ritruccava quella sua povera maschera
sciupata con violento dispetto per rappresentare almeno per
qualche momento, di sfuggita, davanti allo specchio quella
lontana immagine di gioventù passata invano, ahimè. Se non
che, certe volte, se ne dimenticava; e allora il contrasto
fra quella truccatura di rosea zitellina e la sguajataggine
della vecchia inacidita, strideva buffissimo e sconcio.
- No no, care mie, - seguitò. - Bontà, scusate, bontà fino a
un certo punto! Se non mi sfogo, schiatto. Dov'è la tasca?
Eccola qua! Leggi, leggi tu, anima mia; leggi qua!
- Che cos'è? - domandò la signora Maddalena dalla poltrona,
costernata.
La signora Elvira porse a Nené una lettera e rispose con le
mani per aria:
- Che cos'è? Centoquattordici lire di ritenuta! Bisogna che
mi vuoti il cuore dalla bile, o schiatto! Sono parti da fare
a una come me? Ma dico.. Lo sa Dio quel che sto patendo per
voi a bottega, per serbare il posto a Lalla, e tu intanto,
anima mia, qua... centoquattordici lire di ritenuta?
Impazzisco.
- Ma che c'entro io? - fece Nené.
- Che c'entri tu? - rimbeccò pronta quella. - E il lavoro
chi l'ha fatto?
- Non io sola.
- Tu per la maggior parte; tu che vuoi prendertene sempre
più di quello che puoi fare! Ed ecco che ne viene. Hai
visto? Piombi la sera tardi a bottega, approfitti che non ho
tempo di vedere e che mi fido di te... Ah, cara mia, no! Io
non le pago. Centoquattordici lire? Fossi matta! Ci ho colpa
anch'io, che non ho sorvegliato. Pagheremo, metà io, metà
tu.
- E con che pago io? - fece Nené, quasi ridendo.
- Me lo sconti col lavoro, - rispose la signora Elvira. - Oh
bella, toh! Cominciando da questa settimana.
- Signora Elvira...
- Non sento ragioni!
- Ma guardi come siamo tutt'e tre! Se ci toglie... Domani
viene il padron di casa per la pigione...
- E tu non gliela dare!
- Come non gliela do? Siamo in arretrato di due mesi. Ci
butta in mezzo alla strada. Creda, signora Elvira, che le
vogliono fare una soperchieria, perché il lavoro...
- Zitta, zitta, bella mia, non mi parlare del lavoro! - la
interruppe quella. - Ridammi il paracqua e ringrazia Dio,
anima mia, se non ti volto le spalle, come dovrei. Se non
tutto in una volta, sconterai a poco a poco, in
considerazione, bada bene! di tua sorella che mi lasciò
sempre contenta e di tua madre. C'è malattie; compatisco. Ti
do la metà, e basta. Statevi bene.
Posò il denaro sul cassettone, e scappò via.
Inizio
pagina
Le tre donne rimasero un pezzo a guardarsi negli
occhi senza fiatare. La signora Maddalena e Adelaide
s'erano accorte, e lei stessa, Nené, sapeva bene,
che veramente la manifattura di quelle scatoline per
un dolciere d'Aquila lasciava molto a desiderare.
Premeva a Nené di raggranellare il mensile per il
padrone di casa, e aveva lavorato anche di notte,
con le mani stanche e gli occhi imbambolati dal
sonno. Ora, con la giunta di quelle poche lire, il
mensile per il padrone di casa lo metteva insieme;
ma non restava nulla per la settimana ventura. Cioè,
restavano i debiti coi fornitori, i quali certo, non
ricevendo neppure il piccolo acconto promesso, non
le avrebbero fatto più credito per un'altra
settimana.
Stimando vano ogni sfogo di parole, si stettero
zitte tutt'e tre. Nello sguardo della madre però e
in quello d'Adelaide parve a Nené di scorgere come
un rimprovero per quel lavoro eseguito male; quel
rimprovero che forse avrebbero voluto rivolgerle a
tempo e che non le avevano rivolto per delicatezza,
giacché vivevano ormai alle spalle di lei. Parve
anche a Nené che quel poco denaro lasciato lì sul
cassettone dalla padrona della bottega fosse dato
come in elemosina a lei che aveva lavorato, non
perché lo meritasse, ma solamente per riguardo alla
sorella che se ne stava a letto e alla madre che se
ne stava in poltrona. Così infatti aveva detto
colei. Non meritava dunque nessuna considerazione,
lei come lei, pur essendo ridotta in quello stato,
peggio d'una serva? E sissignori! Per disgrazia, a
un certo punto, ad Adelaide scappò un sospiro in
forma di domanda:
- E ora come si fa?
- Come si fa? - rispose agra Nené. - Si fa così, che
mi corico anch'io e staremo a guardar dal letto
tutte e tre come piove.
<I>Tin tin tin</I> - di nuovo alla porta. Un'altra
visita? La provvidenza, questa volta.
Un'amica di Nené. Una spilungona miope, tutta collo,
dai capelli rossi crespi; e gli occhi ovati e una
bocca da pescecane. Ma tanto buona, poverina! Da più
d'un anno non si faceva vedere. Ora veniva tutta
festante, vestita bene, ad annunziare all'amica il
suo prossimo matrimonio. Sposava, sposava anche lei,
e pareva non ci sapesse credere lei stessa.
Stringeva forte forte le braccia a Nené nel darle
l'annunzio, e rideva (con quella bocca!) e per
miracolo non saltava dalla gioja, senza pensare che
lì, in quella camera squallida, c'erano due povere
malate e che la sua amica, tanto più giovane, tanto
più bellina di lei... Oh, ma ella era venuta per un
buon fine! Sapeva delle malattie, sapeva delle
angustie, e aveva pensato subito alla sua Nené.
Ecco: per commissionarle i sacchettini dei confetti.
Li voleva fatti da lei. Cento. E belli, belli, belli
li voleva, e senza risparmio. Pagava lui, lo sposo.
- Un ottimo posto, sai! Segretario al Ministero
della Guerra. E un anno meno di me. Un bel giovine,
sì. Eccolo qua!
Aveva il ritratto con sé: lo aveva portato apposta
per farlo vedere a Nené. Bello, eh? E tanto buono, e
tanto innamorato: uh, pazzo addirittura! Fra una
settimana le nozze. Bisognava dunque che fossero
fatti presto, quei sacchettini.
Parlò sempre lei in quella mezz'oretta che si
trattenne in casa dell'amica. Più non poteva, perché
era già tardi: alle cinque e mezzo lui usciva dal
Ministero, volava da lei, e guai se non la trovava a
casa.
- Geloso?
- No, Dio liberi! Geloso no, ma non vuol perdere
neanche un minutino, capisci? Oh, senti, Nené mia:
senza cerimonie tra noi! Tu avrai certo bisogno di
qualche anticipazioncina per le spese...
- No, cara, - le disse subito Nené. - Non ho proprio
bisogno di nulla. Va' pure tranquilla.
- Proprio di nulla? E allora, cento, eh?
- Cento, ti servo io. E rallegramenti!
La sposina corse a baciare la signora Maddalena, poi
Adelaide; baciò e ribaciò Nené, bacioni di cuore, e
via.
Le tre donne, questa volta, non tornarono a
guardarsi negli occhi. La madre li richiuse, mentre
le labbra le fremevano di pianto. Adelaide li volse
senza sguardo al soffitto. Poco dopo, Nené scoppiò
in una fragorosa risata.
- Bello davvero, oh, quello sposino!
- Fortune! - sospirò, dalla poltrona, la madre.
Adelaide, dal letto:
- Imbecille!
L'ombra s'era addensata nella camera. E spiccava
solo, in quell'ombra, un fazzoletto bianco sulle
ginocchia della madre, e il bianco della
rimboccatura del lenzuolo sul letto d'Adelaide. Ai
vetri della finestra, lo squallore dell'ultimo
crepuscolo.
- Intanto, - riprese la madre, che non si scorgeva
quasi più, - l'anticipazione... Sei andata a dirle
che non ne avevi bisogno...
- Già! Come farai? - soggiunse Adelaide.
Nené guardò l'una e l'altra, poi alzò le spalle e
rispose:
- Semplicissimo! Non glieli farò.
- Come? Se hai preso l'impegno! - disse la madre.
E Nené:
- Mi prenderò il gusto di farla sposare senza
sacchettini. Oh, a lei poi non glieli fo, non glieli
fo e non glieli fo! Questo piacere me lo voglio
prendere. Non glieli fo.
La madre e la sorella non insistettero, sicure che
la mattina dopo, ripensandoci meglio, Nené si
sarebbe recata a provvedersi a credito della stoffa
per quel lavoro di cui c'era tanto bisogno. Ma tutta
la notte Nené s'agitò in continue smanie sul letto.
Il padrone di casa venne nelle prime ore della
giornata e si portò via tutto il denaro.
- Piove, Nené?
Pioveva anche quel giorno; e tutta la notte era
piovuto.
Nené rifece il suo lettino; ajutò la madre a
vestirsi; l'adagiò pian piano sulla poltrona; rifece
anche il letto di lei e aggiustò alla meglio quello
di Adelaide, che volle provarsi a seder di nuovo,
sorretta dai guanciali. Ma perché? Se non c'era
proprio nulla da fare...
Stettero in silenzio per un lungo pezzo. Poi la
madre disse:
- E pettinati almeno, Nené! Non posso più vederti
così arruffata!
- Mi pettino, e poi? - domandò Nené, riscotendosi.
- E poi... poi t'acconci un po' - aggiunse la madre.
- Non vuoi davvero andare per quei sacchettini?
- Dove vado? con che vado? - gridò Nené, scattando
in piedi, rabbiosamente.
- Potresti da lei...
- Da chi?
- Dalla tua amica, con una scusa...
- Grazie!
- Oh, per me, sai, - disse allora, stanca, la madre,
- se mi lasci morire così, tanto meglio!
Nené non rispose, lì per lì; ma sentì in quel breve
silenzio crescere in sé l'esasperazione; alla fine
proruppe:
- Ma se non basto! se non basto! Non vedete?
M'arrabatto e, per far più presto, invece di
guadagnare, la ritenuta a quella strega ritinta! e
qua i sacchettini alla giraffa sposa, che li vuol
belli... Non ne posso più! Che vita è questa?
Adelaide allora balzò dal letto, pallida, risoluta:
- Qua la veste! Dammi la veste! Torno a bottega!
Nené accorse per costringerla a rimettersi a letto;
la madre si protese, spaventata, dalla poltrona; ma
Adelaide insisteva, cercando di svincolarsi dalla
sorella.
- La veste! la veste!
- Sei matta? Vuoi morire?
- Morire. Lasciami!
- Adelaide! Ma dici sul serio?
- Lasciami, ti dico!
- Ebbene, va'! - disse allora Nené, lasciandola. -
Voglio vederti!
Adelaide, lasciata, si sentì mancare; si sorresse al
letto; sedette sulla seggiola, lì, in camicia; si
nascose il volto con le mani e ruppe in pianto.
- Ma non fare storie! - le disse allora Nené. - Non
prendere altro fresco, e non scherziamo!
La ajutò a ricoricarsi.
- Esco io, più tardi, - poi disse, facendosi davanti
allo specchio sul cassettone, e ravviandosi dopo
tanti giorni i capelli con un tale gesto, che la
madre dalla poltrona rimase a mirarla per un lungo
pezzo, atterrita.
Non disse altro Nené.
Prima d'uscire, col cappello già in capo, stette a
lungo, a lungo, presso la finestra a guardar fuori,
attraverso i vetri bagnati dalla pioggia.
Sul davanzale di quella finestra, in un angolo, era
rimasta dimenticata una gabbietta, dalle gretole
irrugginite, infradiciata ora dalla pioggia che
cadeva da tanti giorni.
In quella gabbietta era stata per circa due mesi una
passerina caduta dal nido, nei primi giorni della
scorsa primavera.
Nené l'aveva allevata con tante cure; poi, quando
aveva creduto ch'essa fosse in grado di volare, le
aveva aperto lo sportellino della gabbia:
- Godi!
Ma la passeretta - chi sa perché! - non aveva voluto
prendere il volo. Per due giorni lo sportellino era
rimasto aperto. Accoccolata sulla bacchetta, sorda
agli inviti dei passeri che la chiamavano dai tetti
vicini, aveva preferito di morir lì, nella gabbia,
mangiata da un esercito di formiche venute su per il
muro da una finestrella ferrata del pianterreno,
dov'era forse una dispensa. Proprio così. Quella
passeretta era stata uccisa dalle formiche in una
notte mangiata dalle formiche, sciocca, per non aver
voluto volare. Per non aver voluto cedere
all'invito, forse, d'un vecchio passero
spennacchiato, ch'era stato in gabbia anch'esso tre
mesi, una volta, per offese al buon costume.
Ebbene, no. Dalle formiche, no, lei non si sarebbe
lasciata mangiare.
- Nené, - chiamò la madre, per scuoterla.
Ma Nené uscì di fretta, senza salutar nessuno. Mandò
i denari, ogni giorno. Non la rividero più.
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