Chi sa che cosa stava a leggere adesso il signor
cancelliere...
Terminata la lettura, il presidente fece alzare di
nuovo l'imputato per l'interrogatorio.
- Imputato Argentu, avete sentito di che siete
accusato?
Tararà fece un atto appena appena con la mano e, col
suo solito sorriso, rispose:
- Eccellenza, per dire la verità, non ci ho fatto
caso.
Il presidente allora lo redarguì con molta severità:
- Siete accusato d'aver assassinato con un colpo
d'accetta, la mattina del 10 dicembre 1911, Rosaria
Femminella, vostra moglie. Che avete a dire in
vostra discolpa? Rivolgetevi ai signori giurati e
parlate chiaramente e col dovuto rispetto alla
giustizia.
Tararà si recò una mano al petto, per significare
che non aveva la minima intenzione di mancare di
rispetto alla giustizia. Ma tutti, ormai, nell'aula,
avevano disposto l'animo all'ilarità e lo guardavano
col sorriso preparato in attesa d'una sua risposta.
Tararà lo avvertì e rimase un pezzo sospeso e
smarrito.
- Su, dite, insomma, - lo esortò il presidente. -
Dite ai signori giurati quel che avete da dire.
Tararà si strinse nelle spalle e disse:
- Ecco, Eccellenza. Loro signori sono alletterati, e
quello che sta scritto in codeste carte, lo avranno
capito. Io abito in campagna, Eccellenza. Ma se in
codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia
moglie, è la verità. E non se ne parla più.
Questa volta scoppiò a ridere, senza volerlo, anche
il presidente.
- Non se ne parla più? Aspettate e sentirete, caro,
se se ne parlerà...
- Intendo dire, Eccellenza, - spiegò Tararà,
riponendosi la mano sul petto, - intendo dire, che
l'ho fatto, ecco; e basta. L'ho fatto... sì,
Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati, l'ho
fatto propriamente, signori giurati, perché non ne
ho potuto far di meno, ecco; e basta.
- Serietà! serietà, signori! serietà! - si mise a
gridare il presidente, scrollando furiosamente il
campanello. - Dove siamo? Qua siamo in una Corte di
giustizia! E si tratta di giudicare un uomo che ha
ucciso! Se qualcuno si attenta un'altra volta a
ridere, farò sgombrare l'aula! E mi duole di dover
richiamare anche i signori giurati a considerare la
gravità del loro compito!
Poi, rivolgendosi con fiero cipiglio all'imputato:
- Che intendete dire, voi, che non ne avete potuto
far di meno?
Tararà, sbigottito in mezzo al violento silenzio
sopravvenuto, rispose:
- Intendo dire, Eccellenza, che la colpa non è stata
mia.
- Ma come non è stata vostra?
Il giovane avvocato, incaricato d'ufficio, credette
a questo punto suo dovere ribellarsi contro il tono
aggressivo assunto dal presidente verso il
giudicabile.
- Perdoni, signor presidente, ma così finiremo d'imbalordire
questo pover uomo! Mi pare ch'egli abbia ragione di
dire che la colpa non è stata sua, ma della moglie
che lo tradiva col cavalier Fiorìca. È chiaro!
- Signor avvocato, prego, - ripigliò, risentito, il
presidente. - Lasciamo parlare l'accusato. A voi,
Tararà: intendete dir questo?
Tararà negò prima con un gesto del capo, poi con la
voce:
- Nossignore, Eccellenza. La colpa non è stata
neanche di quella povera disgraziata. La colpa è
stata della signora... della moglie del signor
cavaliere Fiorìca, che non ha voluto lasciare le
cose quiete. Che c'entrava, signor presidente,
andare a fare uno scandalo così grande davanti alla
porta di casa mia, che finanche il selciato della
strada, signor presidente, è diventato rosso dalla
vergogna a vedere un degno galantuomo, il cavaliere
Fiorìca, che sappiamo tutti che signore è, scovato
lì, in maniche di camicia e coi calzoni in mano,
signor presidente, nella tana d'una sporca
contadina? Dio solo sa, signor presidente, quello
che siamo costretti a fare per procurarci un tozzo
di pane!
Tararà disse queste cose con le lagrime agli occhi e
nella voce, scotendo le mani innanzi al petto, con
le dita intrecciate, mentre le risate scoppiavano
irrefrenabili in tutta l'aula e molti anche si
torcevano in convulsione. Ma, pur tra le risa, il
presidente colse subito a volo la nuova posizione in
cui l'imputato veniva a mettersi di fronte alla
legge, dopo quanto aveva detto. Se n'accorse anche
il giovane avvocato difensore, e di scatto, vedendo
crollare tutto l'edificio della sua difesa, si voltò
verso la gabbia a far cenno a Tararà di fermarsi.
Troppo tardi. Il presidente, tornando a
scampanellare furiosamente, domandò all'imputato:
- Dunque voi confessate che vi era già nota la
tresca di vostra moglie col cavaliere Fiorìca?
- Signor presidente, - insorse l'avvocato difensore,
balzando in piedi, - scusi... ma io così... io
così...
- Che così e così! - lo interruppe, gridando, il
presidente. - Bisogna che io metta in chiaro questo,
per ora!
- Mi oppongo alla domanda, signor presidente!
- Lei non può mica opporsi, signor avvocato.
L'interrogatorio lo faccio io!
- E io allora depongo la toga!
- Ma faccia il piacere, avvocato! Dice sul serio? Se
l'imputato stesso confessa...
- Nossignore, nossignore! Non ha confessato ancora
nulla, signor presidente! Ha detto soltanto che la
colpa, secondo lui, è della signora Fiorìca, che è
andata a far uno scandalo innanzi alla sua
abitazione.
- Va bene! E può lei impedirmi, adesso, di domandare
all'imputato se gli era nota la tresca della moglie
col Fiorìca?
Da tutta l'aula si levarono, a questo punto, verso
Tararà pressanti, violenti cenni di diniego. Il
presidente montò su tutte le furie e minacciò di
nuovo lo sgombro dell'aula.
- Rispondete, imputato Argentu: vi era nota, sì o
no, la tresca di vostra moglie?
Tararà, smarrito, combattuto, guardò l'avvocato,
guardò l'uditorio, e alla fine:
- Debbo... debbo dire di no? - balbettò.
- Ah, broccolo! - gridò un vecchio contadino dal
fondo dell'aula.
Il giovane avvocato diede un pugno sul banco e si
voltò, sbuffando, a sedere da un'altra parte.
- Dite la verità, nel vostro stesso interesse! -
esortò il presidente l'imputato.
- Eccellenza, dico la verità, - riprese Tararà,
questa volta con tutt'e due le mani sul petto. - E
la verità è questa: che era come se io non lo
sapessi! Perché la cosa... sì, Eccellenza, mi
rivolgo ai signori giurati; perché la cosa, signori
giurati, era tacita, e nessuno dunque poteva venirmi
a sostenere in faccia che io la sapevo. Io parlo
così, perché abito in campagna, signori giurati. Che
può sapere un pover uomo che butta sangue in
campagna dalla mattina del lunedì alla sera del
sabato? Sono disgrazie che possono capitare a tutti!
Certo, se in campagna qualcuno fosse venuto a dirmi:
«Tararà, bada che tua moglie se l'intende col
cavalier Fiorìca», io non ne avrei potuto fare di
meno, e sarei corso a casa con l'accetta a spaccarle
la testa. Ma nessuno era mai venuto a dirmelo,
signor presidente; e io, a ogni buon fine, se mi
capitava qualche volta di dover ritornare al paese
in mezzo della settimana, mandavo avanti qualcuno
per avvertirne mia moglie. Questo, per far vedere a
Vostra Eccellenza, che la mia intenzione era di non
fare danno. L'uomo è uomo, Eccellenza, e le donne
sono donne. Certo l'uomo deve considerare la donna,
che l'ha nel sangue d'essere traditora, anche senza
il caso che resti sola, voglio dire col marito
assente tutta la settimana; ma la donna, da parte
sua, deve considerare l'uomo, e capire che l'uomo
non può farsi beccare la faccia dalla gente,
Eccellenza! Certe ingiurie... sì, Eccellenza, mi
rivolgo ai signori giurati; certe ingiurie, signori
giurati, altro che beccare, tagliano la faccia
all'uomo! E l'uomo non le può sopportare! Ora io,
padroni miei, sono sicuro che quella disgraziata
avrebbe avuto sempre per me questa considerazione; e
tant'è vero, che io non le avevo mai torto un
capello. Tutto il vicinato può venire a
testimoniare! Che ci ho da fare io, signori giurati,
se poi quella benedetta signora, all'improvviso...
Ecco, signor presidente, Vostra Eccellenza dovrebbe
farla venire qua, questa signora, di fronte a me,
ché saprei parlarci io! Non c'è peggio... mi rivolgo
a voi, signori giurati, non c'è peggio delle donne
cimentose! «Se suo marito», direi a questa signora,
avendola davanti, «se suo marito si fosse messo con
una zitella, vossignoria si poteva prendere il gusto
di fare questo scandalo, che non avrebbe portato
nessuna conseguenza, perché non ci sarebbe stato un
marito di mezzo. Ma con quale diritto vossignoria è
venuta a inquietare me, che mi sono stato sempre
quieto; che non c'entravo né punto, né poco; che non
avevo voluto mai né vedere, né sentire nulla;
quieto, signori giurati, ad affannarmi il pane in
campagna, con la zappa in mano dalla mattina alla
sera? Vossignoria scherza?» le direi, se l'avessi
qua davanti questa signora. «Che cosa è stato lo
scandalo per vossignoria? Niente! Uno scherzo! Dopo
due giorni ha rifatto pace col marito. Ma non ha
pensato vossignoria, che c'era un altro uomo di
mezzo? e che quest'uomo non poteva lasciarsi beccare
la faccia dal prossimo, e che doveva far l'uomo? Se
vossignoria fosse venuta da me, prima, ad
avvertirmi, io le avrei detto: "Lasci andare,
signorina! Uomini siamo! E l'uomo, si sa, è
cacciatore! Può aversi a male vossignoria d'una
sporca contadina? Il cavaliere, con lei, mangia
sempre pane fino, francese; lo compatisca se, di
tanto in tanto, gli fa gola un tozzo di pane di
casa, nero e duro!"». Così le avrei detto, signor
presidente, e forse non sarebbe accaduto nulla, di
quello che purtroppo, non per colpa mia, ma per
colpa di questa benedetta signora, è accaduto.
Il presidente troncò con una nuova e più lunga
scampanellata i commenti, le risa, le svariate
esclamazioni, che seguirono per tutta l'aula la
confessione fervorosa di Tararà.
- Questa dunque è la vostra tesi? - domandò poi
all'imputato.
Tararà, stanco, anelante, negò col capo.
- Nossignore. Che tesi? Questa è la verità, signor
presidente.
E in grazia della verità, così candidamente
confessata, Tararà fu condannato a tredici anni di
reclusione.