Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
9. Dono della Vergine Maria
+ Assunta.
+ Filomena.
+ Crocifissa.
+ Angelica.
+ Margherita.
+ ...
Così: una crocetta e il nome della figlia morta accanto.
Cinque, in colonna. Poi una sesta, che aspettava il nome
dell'ultima: Agata, a cui poco ormai restava da patire.
Don Nuccio D'Alagna si turò le orecchie per non sentirla
tossire di là; e quasi fosse suo lo spasimo di quella tosse,
strizzò gli occhi e tutta la faccia squallida, irta di peli
grigi; poi s'alzò.
Era come perduto in quella sua enorme giacca, che non si
sapeva più di che colore fosse e che dava a vedere che anche
la carità, se ci si mette, può apparire beffarda. La aveva
certo avuta in elemosina quella vecchia giacca. E don
Nuccio, per rimediare, dov'era possibile, al soverchio della
carità, teneva più volte rimboccate sui magri polsi le
maniche. Ma ogni cosa, come quella giacca, la sua miseria,
le sue disgrazie, la nudità della casa pur tutta piena di
sole, ma anche di mosche, dava l'impressione di una
esagerazione quasi inverosimile.
Prima di recarsi di là, aspettò un pezzetto, sapendo che la
figlia non voleva che accorresse a lei, subito dopo quegli
accessi di tosse; e intanto cancellò col dito quel
camposanto segnato sul piano del tavolino.
Oltre al lettuccio dell'inferma, in quell'altra camera,
c'era soltanto una seggiola sgangherata e un pagliericcio
arrotolato per terra, che il vecchio ogni sera si trascinava
nella stanza vicina per buttarvisi a dormir vestito. Ma eran
rimaste stampate a muro, sulla vecchia carta da parato
scolorita, qua e là strappata e con gli strambelli pendenti,
le impronte degli altri mobili pegnorati e svenduti; e
ancora attaccato al muro qualche resto dei ragnateli un
tempo nascosti da quei mobili.
La luce era tanta, in quella stanza nuda e sonora, che quasi
si mangiava il pallore del viso emaciato dell'inferma
giacente sul letto. Si vedevano solo in quel viso le fosse
azzurre degli occhi. Ma in compenso poi, tutt'intorno, sul
guanciale un incendio, al sole, dei capelli rossi di lei. E
lei che, zitta zitta, a quel sole che le veniva sul letto si
guardava le mani, o si avvolgeva attorno alle dita i
riccioli di quei magnifici capelli. Così zitta, così quieta,
che a guardarla e a guardar poi attorno la camera, in tutta
quella luce, se non fosse stato per il ronzio di qualche
mosca, quasi non sarebbe parsa vera.
Don Nuccio, seduto su quell'unica seggiola, s'era messo a
pensare a una cosa bella bella per la figliuola: alla sola
cosa a lei ormai desiderabile, che Dio cioè le aprisse la
mente, che quel duro patire lì sul saccone sudicio di quel
letto nella casa vuota la persuadesse a chiedere d'esser
portata all'ospedale, dove nessuna delle sorelle, morte
prima, era voluta andare.
Ci si moriva lo stesso? No: don Nuccio scoteva un dito, con
convinzione: era un'altra cosa; più pulita.
Rivedeva difatti col pensiero una lunga corsia, lucida, con
tanti e tanti lettini bianchi in fila, di qua e di là, e un
finestrone ampio in fondo sull'azzurro del cielo; rivedeva
le suore di carità, con quelle grandi ali bianche in capo e
quel tintinnio delle medaglie appese al rosario, a ogni
passo; rivedeva pure un vecchio sacerdote che lo conduceva
per mano lungo quella corsia: egli guardava smarrito,
angosciato dalla commozione, su questo e su quel letto; alla
fine il prete gli diceva: «Qua» e lo attirava presso la
sponda d'uno di quei letti, ove giaceva moribonda,
irriconoscibile, quella sciagurata che, dopo avergli messo
al mondo sei creaturine, se n'era scappata di casa per andar
poi a finir lì. - Eccola! - Già a lui era morta la prima
figlia, Assunta, di dodici anni.
- Come te! quella non ti perdona.
- Nuccio D'Alagna, - lo aveva ammonito severamente il
vecchio sacerdote. - Siamo davanti alla morte.
- Sì, padre. Dio lo vuole, e io la perdono.
- Anche a nome delle figlie?
- Una è morta, padre. A nome delle altre cinque che le
terranno dietro.
Tutte, davvero, una dopo l'altra. Ed egli, ora, era quasi
inebetito. Se l'erano portata via con loro, la sua anima, le
cinque figliuole morte. Per quest'ultima gliene restava un
filo appena. Ma pur quel filo era ancora acceso in punta;
aveva ancora in punta come una fiammellina. La sua fede. La
morte, la vita, gli uomini, da anni soffiavano, soffiavano
per spegnergliela: non c'erano riusciti.
Una mattina aveva veduto aprire a un suo vicino di casa, che
abitava dirimpetto, lo sportello della gabbiola per
cacciarne via un ciuffolotto ammaestrato ch'egli, alcuni
giorni addietro, gli aveva venduto per pochi soldi.
Era d'inverno e pioveva. Il povero uccellino era venuto a
batter le alucce ai vetri dell'antica finestra, quasi a
chiedergli ajuto e ospitalità.
Aveva aperto la finestra, e che carezze a quel capino
bagnato dalla pioggia! Poi se l'era posato su la spalla come
un tempo, ed esso a bezzicargli il lobo dell'orecchio. Si
ricordava dunque! Lo riconosceva! Ma perché quel vicino lo
aveva cacciato via dalla gabbia?
Non aveva tardato a capirlo, don Nuccio. Aveva già notato da
alcuni giorni, che la gente per via lo scansava, e che
qualcuno, vedendolo passare, faceva certi atti.
L'uccellino gli era rimasto in casa, tutto l'inverno, a
saltellare e a svolare cantando per le due stanzette,
contento di qualche briciola di pane. Poi, venuto il bel
tempo, se n'era andato via; non tutt'a un tratto, però:
erano state prima scappatine sui tetti delle prossime case:
ritornava la sera; poi non era tornato più.
E pazienza, cacciar via un uccellino! Ma cacciar via anche
lui, buttarlo in mezzo a una strada, con la figlia
moribonda... C'era coscienza?
- La coscienza, don Nuccio mio, io ce l'ho! Ma sono anche
ricevitore del lotto - gli aveva detto lo Spiga, che da
tant'anni lo teneva nel suo botteghino.
Ogni mestiere, ogni professione vuole una sua particolar
coscienza. E uno che sia ricevitore del lotto, si può dire
che commetta una cattiva azione, togliendo il pane di bocca
a un vecchio, il quale, con la fama di jettatore che gli
hanno fatta in paese, certo non chiama più gente al banco a
giocare?
Don Nuccio s'era dovuto arrendere a questa lampante verità;
e se n'era andato da quel botteghino piangendo. Era un
sabato sera; e nella casa dirimpetto, quello stesso vicino
che aveva cacciato il ciuffolotto dalla gabbia, festeggiava
una vincita al lotto. E l'aveva registrata lui, don Nuccio,
al banco, la scommessa di quel vicino. Ecco una prova della
sua jettatura.
Seduto presso la finestra, guardava nella casa dirimpetto la
mensa imbandita e i convitati che schiamazzavano mangiando e
bevendo. A un certo punto, uno s'era alzato ed era venuto a
sbattergli in faccia gli scuri della finestra.
Così voleva Dio.
Lo diceva senz'ombra d'irrisione, don Nuccio D'Alagna, che
se tutto questo gli accadeva, era segno che Dio voleva così.
Era anzi il suo modo d'intercalare. E, ogni volta,
s'aggiustava sui polsi la rimboccatura delle maniche.
- Un corno! - gli rispondeva però, volta per volta, don
Bartolo Scimpri: l'unico che non avesse paura, ormai,
d'avvicinarlo.
Sperticatamente alto di statura, ossuto e nero come un
tizzone, questo don Bartolo Scimpri, benché da parecchi anni
scomunicato, vestiva ancora da prete. Le maniche della
vecchia tonaca unta e inverdita avevano il difetto opposto
di quelle della giacca di don Nuccio: gli arrivavano poco
più giù dei gomiti lasciandogli scoperti gli avambracci
pelosi. E scoperti aveva anche, sotto, non solo i piedacci
imbarcati in due grossi scarponi contadineschi, ma spesso
perfino i fusoli delle gambe cotti dal sole, perché le calze
di cotone a furia di rimboccarle da capo attortigliate in un
punto perché si reggessero, s'erano slabbrate e gli
ricadevano sulla fiocca dei piedi.
Allegramente si vantava della sua bruttezza, di quella sua
fronte, che dalla sommità del capo calvo pareva gli
scivolasse giù giù fino alla punta dell'enorme naso,
dandogli una stranissima somiglianza col tacchino.
- Questa è la vela! - esclamava, battendosi la fronte. - Ci
soffia lo spirito divino!
Poi si prendeva con due dita il nasone:
- E questo, il timone!
Aspirava fortemente una boccata d'aria e, al rumore che
l'aria faceva nel naso otturato, alzava subito quelle due
dita e le scoteva in aria come se le fosse scottate.
Era in guerra aperta con tutto il clero, perché il clero - a
suo dire - aveva azzoppato Dio. Il diavolo, invece, aveva
camminato. Bisognava a ogni costo ringiovanire Dio, farlo
viaggiare in ferrovia, col progresso, senza tanti misteri,
per fargli sorpassare il diavolo.
- Luce elettrica! Luce elettrica! - gridava, agitando le
lunghe braccia smanicate. - Lo so io a chi giova tanta
oscurità! E Dio vuol dire Luce!
Era tempo di finirla con tutta quella sciocca commedia delle
pratiche esteriori del culto: messe e quarant'ore. E
paragonava il prete nella lunga funzione del consacrar
l'ostia per poi inghiottirsela al gatto che prima scherza
col topo e poi se lo mangia.
Egli avrebbe edificato la Chiesa Nuova. Già pensava ai
capitoli della Nuova Fede. Ci pensava la notte, e li
scriveva. Ma prima bisognava trovare il tesoro. Come? Per
mezzo della sonnambula. Ne aveva una, che lo ajutava anche a
indovinar le malattie. Perché don Bartolo curava anche i
malati. Li curava con certi intrugli, estratti da erbe
speciali, sempre secondo le indicazioni di quella
sonnambula.
Si contavano miracoli di guarigioni. Ma don Bartolo non se
ne inorgogliva. La salute del corpo la ridava gratis a chi
avesse fiducia nei suoi mezzi curativi. Aspirava a ben altro
lui! A preparare alle genti la salute dell'anima.
La gente però non sapeva ancor bene, se crederlo matto o
imbroglione. Chi diceva matto, e chi imbroglione. Eretico
era di certo; forse, indemoniato. Il tugurio dov'abitava, in
un suo poderetto vicino al camposanto, sul paese, pareva
l'officina d'un mago. I contadini dei dintorni vi si
recavano la notte, incappucciati e con un lanternino in
mano, per farsi insegnare dalla sonnambula il luogo preciso
di certe trovature, tesori nascosti che dicevano di saper
sotterrati nelle campagne del circondario al tempo della
rivoluzione. E mentre don Bartolo addormentava la
sonnambula, muto, spettrale, con le mani sospese sul capo di
lei, al lume vacillante d'un lampadino a olio, tremavano.
Tremavano, allorché, lasciando nel tugurio la donna
addormentata, egli li invitava a uscir con lui all'aperto e
li faceva inginocchiare sulla nuda terra, sotto il cielo
stellato, e, inginocchiato anche lui, prima tendeva
l'orecchio ai sommessi rumori della notte, poi diceva
misteriosamente:
- Ssss... eccolo! eccolo!
E levando la fronte, si dava a improvvisare stranissime
preghiere, che a quelli parevano evocazioni diaboliche e
bestemmie.
Rientrando, diceva:
- Dio si prega così, nel suo tempio, coi grilli e con le
rane. Ora all'opera!
E se qualche tarlo si svegliava nell'antica cassapanca che
pareva una bara, là in un angolo, o la fiammella del
lampadino crepitava a un soffio d'aria, un brivido coglieva
quei contadini intenti e raggelati dalla paura.
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Trovato il tesoro, sarebbe sorta la Chiesa Nuova,
aperta all'aria e al sole, senz'altari e
senz'immagini. Ciò che i nuovi sacerdoti vi
avrebbero fatto, don Bartolo veniva ogni giorno a
spiegarlo a don Nuccio D'Alagna, il quale era pure
il solo che, almeno in apparenza, stesse a sentirlo
senza ribellarsi o scappar via con le mani agli
orecchi.
- Lasciamo fare a Dio! - arrischiava soltanto, con
un sospiro, a quando a quando.
Ma don Bartolo gli dava subito sulla voce:
- Un corno!
E gli dava da ricopiare, per elemosina, a un tanto a
pagina, i capitoli della Nuova Fede che
scarabocchiava la notte. Gli portava anche da
mangiare e qualche magica droga per la figliuola
ammalata.
Appena andato via, don Nuccio scappava in chiesa a
chieder perdono a Dio Padre, a Gesù, alla Vergine, a
tutti i Santi, di quanto gli toccava d'udire, delle
diavolerie che gli toccava di ricopiar la sera, per
necessità. Lui come lui, si sarebbe lasciato
piuttosto morir di fame; ma era per la figlia, per
quella povera anima innocente! I fedeli cristiani lo
avevano tutti abbandonato. Poteva esser volere di
Dio che in quella miseria, nera come la pece,
l'unico lume di carità gli venisse da quel demonio
in veste da prete? Che fare, Signore, che fare? Che
gran peccato aveva commesso perché anche quel
boccone di pane dovesse parergli attossicato per la
mano che glielo porgeva? Certo un potere diabolico
esercitava quell'uomo su lui.
- Liberatemene, Vergine Maria, liberatemene Voi!
Inginocchiato sullo scalino innanzi alla nicchia
della Vergine, lì tutta parata di gemme e d'ori,
vestita di raso azzurro, col manto bianco stellato
d'oro, don Nuccio alzava gli occhi lagrimosi al
volto sorridente della Madre divina. A lei si
rivolgeva di preferenza perché gl'impetrasse da Dio
il perdono, non tanto per il pane maledetto che
mangiava, non tanto per quelle scritture diaboliche
che gli toccava di ricopiare, quanto per un altro
peccato, senza dubbio più grave di tutti. Lo
confessava tremando. Si prestava a farsi
addormentare da don Bartolo, come la sonnambula.
La prima volta lo aveva fatto per la figlia, per
trovare nel sonno magnetico l'erba che gliela doveva
guarire. L'erba non si era trovata; ma egli
seguitava ancora a farsi addormentare per provar
quella delizia nuova, la beatitudine di quel sonno
strano.
- Voliamo, don Nuccio, voliamo! - gli diceva don
Bartolo, tenendogli i pollici delle due mani,
mentr'egli già dormiva e vedeva. - Vi sentite le
ali? Bene, facciamoci una bella volatina per
sollievo. Vi conduco io.
La figliuola stava a guardare dal letto con tanto
d'occhi sbarrati, sgomenta, angosciata, levata su un
gomito: vedeva le palpebre chiuse del padre fervere
come se nella rapidità vertiginosa del volo la vista
di lui, abbarbagliata, fosse smarrita nell'immensità
d'uno spettacolo luminoso.
- Acqua... tant'acqua... tant'acqua... - diceva
difatti, ansando, don Nuccio; e pareva che la sua
voce arrivasse da lontano lontano.
- Passiamo questo mare, - rispondeva cupamente don
Bartolo con la fronte contratta, quasi in un supremo
sforzo di volontà. - Scendiamo a Napoli, don Nuccio:
vedrete che bella città! Poi ripigliamo il volo e
andiamo a Roma a molestare il papa, ronzandogli
attorno in forma di calabrone.
- Ah, Vergine Maria, Madre Santissima, - andava poi
a pregar don Nuccio davanti alla nicchia, -
liberatemi Voi da questo demonio che mi tiene!
E lo teneva davvero: bastava che don Bartolo lo
guardasse in un certo modo, perché d'un tratto
avvertisse un curioso abbandono di tutte le membra,
e gli occhi gli si chiudessero da sé. E prima ancora
che don Bartolo ponesse il piede su la scala, egli,
seduto accanto alla figlia, presentiva ogni volta,
con un tremore di tutto il corpo, la venuta di lui.
- Eccolo, viene, - diceva.
E, poco dopo, difatti, ecco don Bartolo che salutava
il padre e la figlia col cupo vocione:
- Benedicite.
- Viene, - disse anche quel giorno don Nuccio alla
figlia, la quale, dopo quel forte assalto di tosse,
s'era sentita subito meglio, davvero sollevata, e
insolitamente s'era messa a parlare, non di
guarigione, no - fino a tanto non si lusingava - ma,
chi sa! d'una breve tregua del male, che le
permettesse di lasciare un po' il letto.
Sentendola parlar così, don Nuccio s'era sentito
morire. O Vergine Maria, che quello fosse l'ultimo
giorno? Perché anche le altre figliuole, così: -
«Meglio, meglio,» - ed erano spirate poco dopo.
Questa, dunque, la liberazione che la Vergine gli
concedeva? Ah, ma non questa, non questa aveva
invocata tante volte; ma la propria morte: ché la
figlia, allora, nel vedersi sola, si sarebbe
lasciata portare all'ospedale. Doveva restar solo
lui, invece? assistere anche alla morte di
quell'ultima innocente? Così voleva Dio?
Don Nuccio strinse le pugna. Se la sua figliuola
moriva, egli non aveva più bisogno di nulla; di
nessuno; tanto meno poi di colui che, soccorrendo ai
bisogni del corpo, gli dannava l'anima.
Si levò in piedi; si premette forte le mani sulla
faccia.
- Papà, che hai? - gli domandò la figlia, sorpresa.
- Viene, viene, - rispose, quasi parlando tra sé; e
apriva e chiudeva le mani, senza curarsi di
nascondere l'agitazione.
- E se viene? - fece Agatina, sorridendo.
- Lo caccio via! - disse allora don Nuccio; e uscì
risoluto dalla camera.
Questo voleva Dio, e perciò lo lasciava in vita e
gli toglieva la figlia: voleva un atto di ribellione
alla tirannia di quel demonio; voleva dargli tempo
di far penitenza del suo gran peccato. E mosse
incontro a don Bartolo per fermarlo sull'entrata.
Don Bartolo saliva pian piano gli ultimi scalini.
Alzò il capo, vide don Nuccio sul pianerottolo a
capo di scala e lo salutò al solito:
- Benedicite.
- Piano, fermatevi, - prese a dire concitatamente
don Nuccio D'Alagna, quasi senza fiato, parandoglisi
davanti, con le braccia protese. - Qua oggi deve
entrare il Signore, per mia figlia.
- Ci siamo? - domandò afflitto e premuroso don
Bartolo, interpretando l'agitazione del vecchio come
cagionata dall'imminente sciagura. - Lasciatemela
vedere.
- No, vi dico! - riprese convulso don Nuccio,
trattenendolo per un braccio. - In nome di Dio vi
dico: non entrate!
Don Bartolo lo guardò, stordito.
- Perché?
- Perché Dio mi comanda così! Andate via! L'anima
mia forse è dannata; ma rispettate quella d'una
innocente che sta per comparire davanti alla
giustizia divina!
- Ah, mi scacci? - disse trasecolato don Bartolo
Scimpri, appuntandosi l'indice d'una mano sul petto.
- Scacci me? - incalzò, trasfigurandosi nello
sdegno, drizzandosi sul busto. - Anche tu dunque,
povero verme, come tutta questa mandra di bestie, mi
credi un demonio? Rispondi!
Don Nuccio s'era addossato al muro presso la porta:
non si reggeva più in piedi, e a ogni parola di don
Bartolo pareva diventasse più piccolo.
- Brutto vigliacco ingrato! - seguitò questi allora.
- Anche tu ti metti contro di me, codiando la gente
che t'ha preso a calci come un cane rognoso? Mordi
la mano che t'ha dato il pane? Io, t'ho dannato
l'anima? Verme di terra! ti schiaccerei sotto il
piede, se non mi facessi schifo e pietà insieme!
Guardami negli occhi! guardami! Chi ti darà da
sfamarti? chi ti darà da sotterrare la figlia?
Scappa, scappa in chiesa, va' a chiederlo a quella
tua Vergine parata come una sgualdrina!
Rimase un pezzo a fissarlo con occhi terribili; poi,
come se, in tempo che lo fissava, avesse maturato in
sé una feroce vendetta, scoppiò in una risata di
scherno; ripeté tre volte, con crescente sprezzo:
- Bestia... bestia... bestia...
E se n'andò.
Don Nuccio cadde sui ginocchi, annichilito. Quanto
tempo stette lì, sul pianerottolo, come un sacco
vuoto? Chi lo portò in chiesa, davanti alla nicchia
della Vergine? Si ritrovò là, come in sogno,
prosternato, con la faccia sullo scalino della
nicchia; poi, rizzandosi sui ginocchi, un flutto di
parole che non gli parvero nemmeno sue gli sgorgò
fervido, impetuoso dalle labbra:
- Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non
ho finito... Vergine Santa, e sempre V'ho lodata!
Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta
la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino
all'ultimo, V'ubbidirò! Ecco, io stesso, con le mie
mani sono venuto a offrirvi l'ultima figlia mia,
l'ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre
degli afflitti; non me la fate penare più! Lo so, né
soli né abbandonati: abbiamo l'ajuto Vostro
prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci
raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che
sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in
cielo! Codeste mani, se io ne sono degno, ora mi
soccorreranno, m'ajuteranno a provvedere alla figlia
mia. O Vergine santa, i ceri e la bara. Come farò?
Farete Voi: provvederete Voi: è vero? è vero?
E a un tratto, nel delirio della preghiera, vide il
miracolo. Un riso muto, quasi da pazzo, gli
s'allargò smisuratamente nella faccia trasfigurata.
- Sì? - disse, e ammutolì subito dopo, piegandosi
indietro, atterrito, a sedere sui talloni, con le
braccia conserte al petto.
Sul volto della Vergine, in un baleno, il sorriso
degli occhi e delle labbra s'era fatto vivo; le
ferveva negli occhi, vivo, il riso delle labbra; e
da quelle labbra egli vide muoversi senza suono di
voce una parola:
- Tieni.
E la Vergine moveva la mano, da cui pendeva un
rosario d'oro e di perle.
- Tieni, - ripetevano le labbra, più visibilmente,
poiché egli se ne stava lì come impietrito. Vive,
Dio, vive, vive quelle labbra; e con così vivo, vivo
e pressante invito il gesto della mano e anche del
capo, anche del capo ora, accompagnava l'offerta,
che egli si sentì forzato a protendersi, ad
allungare una mano tremante verso la mano della
Vergine; e già stava per riceverne il rosario,
quando dall'ombra dell'altra navata della chiesa un
grido rimbombò come un tuono:
- Ah, ladro!
E don Nuccio cadde, come fulminato.
Subito un uomo accorse, vociando, lo afferrò per le
braccia, lo tirò su in piedi, scrollandolo,
malmenandolo.
- Ladro! vecchio e ladro! Dentro la casa del
Signore? Spogliare la santa Vergine? Ladro! ladro!
E lo trascinava, così apostrofandolo e sputandogli
in faccia, verso la porta della chiesa. Accorse
gente dalla piazza, e ora tra un coro d'imprecazioni
rafforzate da calci, da sputi e da spintoni, don
Nuccio D'Alagna, insensato:
- Dono, - balbettava gemendo, - dono della Vergine
Maria...
Ma intravedendo su la piazza assolata l'ombra del
cippo che sorgeva davanti la chiesa, come se
quell'ombra si rizzasse d'improvviso dalla piazza,
assumendo l'immagine di don Bartolo Scimpri,
colossale, che scoteva il capo di nuovo in quella
sua risata diabolica, diede un grido e s'abbandonò,
inerte, tra le braccia della gente che lo
trascinava.
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