Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
8. Di guardia
- Tutti? Chi manca? - domandò San Romé, affacciandosi a una
delle finestre basse del grazioso villino azzurro, dalle
torricelle svelte e i balconi di marmo scolpiti a merletti e
a fiorami.
- Tutti! tutti! - gli rispose a una voce, dal verde spiazzo
ancor bagnato e luccicante di guazza, la comitiva dei
villeggianti ravvivati dalla gaja freschezza dell'aria
mattutina, essendo venuti su da Sarli a piedi.
Ma uno strillò:
- Manca Pepi!
- S'è affogato in Via della Buffa! - aggiunse la generalessa
De Robertis, togliendosi dal braccio il seggio a libriccino
per mettersi a sedere.
Tutti risero; anche San Romé dalla finestra, ma più per quel
che vide: cioè, la Generalessa, enormemente fiancuta, che
presentava il di dietro, china nell'atto d'assicurare i
piedi del seggiolino su l'erba dello spiazzo.
- E perché manca Pepi?
- Mal di capo, - rispose Biagio Casòli. - Sono andato a
svegliarlo io stamattina. Teme, dice, che gli prenda la
febbre.
Questa notizia fu commentata malignamente, sotto sotto, dal
crocchio delle signorine. Roberto San Romé se n'accorse
dalla finestra; vide quella smorfiosa della Tani, tutta
cascante di vezzi, ammiccare all'altra viperetta della Bongi,
e si morse il labbro.
Intanto dallo spiazzo la comitiva impaziente gli gridava di
far presto. S'eran levati tutti a bujo, giù a Sarli, per
fare pian piano la salita fino a Gori; da Gori a Roccia
Balda c'erano tre ore buone di cammino, e bisognava andar
lesti per arrivarci prima che il sole s'infocasse.
- Ecco, - disse San Romé, ritirandosi. - Dora sarà pronta.
Un momentino.
E andò al piano di sopra a picchiare all'uscio della camera
della cognata, che non s'era ancor fatta vedere.
La trovò stesa su una sedia a sdrajo, in accappatojo bianco,
coi bellissimi capelli biondi disciolti e una grossa benda
bagnata, ravvolta studiatamente intorno al capo, come un
turbante.
Pareva Beatrice Cenci.
- Come! - esclamò, restando. - Ancora così? Son tutti giù
che t'aspettano!
- Mi dispiace, - disse Dora, socchiudendo gli occhi. - Ma io
non posso venire.
- Come! - ripeté il cognato. - Perché non puoi? Che t'è
accaduto?
Dora alzò una mano alla testa e sospirò:
- Non vedi? Non mi reggo in piedi, dal mal di capo.
San Romé strinse le pugna, impallidì, con gli occhi gonfi
d'ira.
- Anche tu? - proruppe. - E temi niente niente che ti prenda
la febbre, eh? Ma guarda un po' che combinazione! Il signor
Pepi...
- Che c'entra Pepi?... - domandò lei accigliandosi
lievemente.
- Mal di capo, mal di capo, anche lui. E non é venuto, -
rispose San Romé, pigiando su le parole. - Bada, Dora, che
giù è stata notata la malattia improvvisa di questo signore,
e ti prego di non dar nuova esca alla malignità della gente.
Dora s'intrecciò sul capo le belle mani inanellate,
lasciando scivolar su le braccia le ampie maniche dell'accappatojo;
sorrise impercettibilmente, strizzò gli occhi un po' miopi,
e disse:
- Non capisco. Non è permesso aver mal di capo in casa
vostra?
- In casa nostra, - prese a risponderle San Romé, con
violenza; ma si contenne; cangiò tono: - Su, Dora, ti prego,
levati e smetti codesta commedia. Ho incomodato per te una
ventina di signore e signori, e t'avverto che gonfio da un
pezzo in silenzio e voglio che tu la finisca.
Ma Dora scoppiò in una risata interminabile. Poi si levò in
piedi, gli s'accostò, reggendosi con una mano la benda su la
fronte, e gli disse:
- Ma sai che mio marito stesso non si permetterebbe codesto
tono con me? T'ha lasciato detto ch'io ti debbo proprio
ubbidienza intera? Caro mio tutore, caro mio custode, caro
mio signor carabiniere, ho mal di capo veramente, e basta
così.
Si ritirò nella camera attigua, sbattendo l'uscio; ci mise
il paletto, e gli mandò di là un'altra bella risata.
Roberto San Romé fece istintivamente un passo, quasi per
trattenerla, e rimase tutto vibrante innanzi all'uscio
chiuso, con le mani alle guance, come se lei con quel riso
gliel'avesse sferzato.
Fu così viva questa impressione e gli fece tale impeto
dentro, ch'egli sentì a un tratto quanto fosse ridicola la
parte che rappresentava da circa tre mesi, da quando cioè
suo fratello Cesare era venuto a lasciar la moglie a Gori,
presso la madre da un anno inferma e relegata a letto.
Aveva fatto di tutto per renderle piacevole il soggiorno in
quel borgo alpestre; la aveva condotta quasi ogni mattina
giù a Sarli, dov'eran più numerosi i villeggianti; aveva
concertato feste, escursioni, scampagnate. Dapprima, la
cognatina elegante e capricciosa s'era annojata e
gliel'aveva dimostrato in tutti i modi: aveva scritto
cinque, sei, sette volte al marito, ch'ella di Gori ne aveva
già fin sopra gli occhi e che venisse subito subito a
prenderla; ma, poiché Cesare su questo punto non s'era
nemmeno curato di risponderle e, con la scusa di certi
affari da sbrigare, se la spassava liberamente a Milano; per
dispetto, là, s'era attaccata a quel signor Pepi che le
faceva una corte scandalosa.
Ed era cominciato allora il supplizio di San Romé. Si poteva
dare ufficio più ridicolo del suo? far la guardia alla
cognata che, nel vederlo così vigile e sospettoso e
costretto a usar prudenza, pareva glielo facesse apposta?
Più d'una volta, non potendone più, era stato sul punto di
piantarlesi di faccia e di gridarle: «Bada, Dora, son tomo
da rompergli il grugno io, a quel tuo spasimante! E se non
ne sei persuasa, te ne faccio subito la prova.»
Ma più le mostrava stizza, e più lei gli sorrideva
sfacciatamente. Oh, certi sorrisi, certi sorrisi che
tagliavano più d'un rasojo e gli dicevano chiaro e tondo
quanto fossero buffe quelle sue premure, quella sua mutria,
quella sua sorveglianza.
Col tatto, col garbo, egli si lusingava d'esser riuscito
finora a impedire che lo scandalo andasse tropp'oltre e
diventasse irreparabile. Ma, dato il caratterino della
cognata, non era ben sicuro di non aver fatto peggio,
qualche volta, con quella assidua e mal dissimulata
vigilanza, di non aver cioè provocato qualche imprudenza
troppo avventata. Aveva voluto farle comprendere subito che
s'era accorto di tutto e che avvertiva a ogni parola, a ogni
sguardo, a ogni mossa di lei, quando Pepi era là e anche
quando non c'era. Lei si era allora armata di quel suo riso
dispettoso, quasi accettando la sfida ch'era negli sguardi
cupi e fermi di lui. Non voleva riconoscergli alcuna
autorità su lei. Ed era uscita, per esempio, sola per
tempissimo dal villino, costringendolo a correre come un
bracco, a scovarla nel bosco dei castagni, a mezza via tra
Sarli e Gori. Sola - sì - l'aveva trovata sola, sempre: ma
poi, più d'una volta, gli era parso di scorgere attraverso
le stecche delle persiane Pepi là a Gori, di notte, presso
il villino, Pepi che villeggiava a Sarli.
Forse, fino a quel giorno, non era accaduto nulla di grave.
Ma ora? Ecco qua: ad onta di tutte le sue diligenze, si
vedeva come preso al laccio. Era evidente, evidentissima
un'intesa tra i due, tra il Pepi e Dora. E lui non poteva
trarsi indietro: l'aveva proposta lui quella gita a Roccia
Balda; aveva mandato già avanti la colazione per tutti
lassù. Quei signori sarebbero potuti andare più agevolmente
e più presto da Sarli, ed eran venuti su a Gori apposta per
prender Dora e lui. Non poteva dunque, in nessun modo, con
nessuna scusa, rimandarli indietro: doveva andar con loro
senza meno. E certamente in quel giorno... ah povero Cesare!
Come annunziare intanto che anche Dora, come Pepi giù a
Sarli, aveva il mal di capo?
San Romé scese allo spiazzo per un ultimo tentativo: pregare
le signore che inducessero loro la cognata a venire.
Lo affollarono di domande: - Perché? - Che ha? - Si sente
male? Oh guarda! - Oh poverina! - Ma come? - Da quando? -
Che si sente?
Lui si guardò bene dal dichiarare il male che accusava la
cognata; ma lo dichiarò lei, Dora, poco dopo là - come se
nulla fosse - a quelle signore, e volle anche aggiungere,
calcando su la voce: - Temo finanche che mi prenda la
febbre.
Roberto San Romé ebbe la tentazione di tirarle una spinta da
mandarla a schizzar fuori della finestra. Ah, quanto gli
avrebbe fatto bene al cuore, per votarselo di tutta la bile
accumulata in quei tre mesi.
- Febbre? No, cara, - s'affrettò a dirle la Generalessa,
proprio come se credesse al mal di capo. - Faccia sentire il
polso... Agitatino, agitatino... Riposo, cara. Sarà un po'
di flussione.
E chi le consigliò questo e chi quel rimedio e che si
prendesse cura a ogni modo di quel male, che non avesse a
diventar più grave, povera Dora, povera cara...
Sentì finirsi lo stomaco San Romé ascoltando gli amorevoli
consigli di tutte quelle ipocrite, nelle quali aveva sperato
ajuto e che invece: - Ma sì, pallidina! - Ma sì, le si vede
dagli occhi! - Ma certo, un po' di riposo le farà bene! -
Quanto ci duole! - Quanto ci dispiace! - Roccia Balda è
lontana: non potrebbe far tanto cammino...
Baci, saluti, altre raccomandazioni e, per non far troppo
tardi e perché la colazione era già partita per Roccia
Balda, finalmente s'avviarono dolentissime di lasciarla,
portandosi quel bravo, quel gentile San Romé che aveva avuto
la felicissima idea di una gita così piacevole.
Né si fermarono lì. Attraversando, tra i prati cinti di
altissimi pioppi, i primi ceppi di case, frazioni di Gori,
tutte sonore d'acque correnti giù per borri e per zane, e
vedendo San Romé pallido e taciturno, vollero esortarlo a
gara a non apprensionirsi tanto, perché, via, in fin de'
conti era una lieve indisposizione che sarebbe presto
passata. E il pover uomo dovette allora sorridere e
assicurar quelle buone signore, quelle care signorine che
lui non era punto in pensiero per il male della cognata e
ch'era anzi lieto, lietissimo di trovarsi in così bella
compagnia per tutta la giornata.
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Oh, il cielo era splendido e non c'era davvero
pericolo che si rovesciasse uno di quegli acquazzoni
improvvisi, così frequenti in montagna, a
interromper la gita; né c'era alcuna probabilità di
liberarsi prima di sera, con quel bravo signor
Bortolo Raspi di Sarli, che pesava a dir poco un
quintale e mezzo e a piedi era voluto venire, a
piedi anche lui, vantandosi d'essere un gran
camminatore, lui, e già cominciava a soffiare come
un biacco e a far eco alla Generalessa, che s'era
portato intanto il seggio a libriccino e dichiarava
d'aver bisogno di sostare di tratto in tratto, lei,
per non affaticarsi troppo il cuore. Stancare no,
non si stancava la Generalessa; ma certo quanto più
si va in là, eh? più si va piano. Lo sapeva bene il
signor Generale suo marito, rimasto a Sarli, che non
andava più neanche piano, da sette anni ormai in
riposo assoluto.
- Nandino! Nandino! Non ti precipitare al tuo
solito, figliuolo mio. T'accaldi troppo! San Romé,
prego, San Romé, venga qua: così andranno un po' più
piano quelle benedette ragazze.
E, per tenerlo con sé, gli volle narrare la sua
storia, la Generalessa, come l'aveva narrata a tutti
i villeggianti giù a Sarli: gli volle dare in quel
momento la consolazione di sapere che suo papà aveva
una bella posizione, perché guadagnava bene, suo
papà; e che lei era anche marchesa, sicuro! ma che
non ci teneva affatto: marchesa, perché suo papà, a
diciott'anni, quand'era ancora «un tocco di ragazza
da chiudere a doppia mandata in guardaroba» l'aveva
dapprima sposata a un marchese, che però glien'aveva
fatte vedere d'ogni colore; oh, le era toccato
finanche a servirlo otto anni con la spinite.
Rimasta vedova, bella (non lo diceva per vanità),
aveva conosciuto il Generale, perché lei «teneva
radunanze»: lui era un bel soldato: s'erano
innamorati l'uno dell'altra; e, si sa, era finita
come doveva finire. Nato Nandino, lei aveva saputo
far le cose per bene: aveva dato il bambino a balia
e aveva sposato.
- Bisogna sempre saper fare le cose per bene, caro
mio!
- Eh già, - sorrideva San Romé, che si sentiva
struggere dalla brama di mordere e avrebbe voluto
risponderle che sapeva quel che le male lingue
dicevano, che ella cioè era stata cameriera di quel
marchese, prima, del Generale poi.
Ma non pareva affatto, povera Generalessa! almeno
fino a una cert'ora del giorno. Non ostante la
pinguedine, lei di mattina era sempre poetica; poi,
è vero, cascava a parlar di cucina, ma perché le era
sempre piaciuto, diceva, attendere alle cure
casalinghe; e insegnava volentieri alle amiche
qualche buon manicaretto. Al Generale faceva lei da
mangiare: sì, perché bocca schifa quel benedett'uomo!
mai e poi mai avrebbe assaggiato un cibo
apparecchiato da altre mani.
- Oh bello! oh bello!
E si fermò ad ammirare un prato, su cui una
moltitudine di gambi esili, dritti, stendevano come
un tenuissimo velo, tutto punteggiato in alto da
certi pennacchietti d'un rosso cupo, bellissimi.
Come si chiamava, quella pianta graziosa?
- Oh, cattiva! - grugnì il signor Raspi. - Le bestie
non ne mangiano. Qui la chiamano frujosa o
<I>scaletta. Non serve a nulla, sa?
Che sguardo rivolse la Generalessa a quel savio uomo
che dal tondo faccione, dagli occhietti porcini
spirava la beatitudine della più impenetrabile
balordaggine. Non comprendeva che, in certe ore
poetiche, conveniva anche ammirare le cose che non
servono a nulla.
- San Romé, non perché tema di stancarmi, ma, dico,
per calcolar l'ora che si potrà fare, che via c'è
ancora fino a Roccia Balda?
- Uh, tanta, signora mia! C'è tempo! - sbuffò San
Romé. - Da dieci a dodici chilometri. Ora però
entreremo nel bosco.
- Oh bello! oh bello! - ripeté la Generalessa.
San Romé non poté più reggere e la lasciò col Raspi.
Di là, quelle pettegoline, la Bongi, la Tani,
tenendosi per la vita, avevano attaccato un
discorsetto fitto fitto, interrotto da brevi
risatine, e di tanto in tanto si voltavano indietro
a spiare se mai egli stesse in orecchi.
Su l'ultimo prato in declivio stavano a guardia
d'alcuni giovenchi due brutte vecchie rugose e
rinsecchite, intente a filar la lana all'ombra dei
primi castagni del bosco.
- E la terza Parca dov'è? - domandò loro forte,
seriamente, Biagio Casòli.
Quelle risposero che non lo sapevano, e allora il
Casòli si mise a declamare:
De' bei giovenchi dal quadrato petto,
erte sul capo le lunate corna,
dolci negli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Il signor Raspi, da lontano, si mise a ridere in una
sua special maniera, come se frignasse, e domandò al
Casòli:
- Che amava Virgilio? Le corna?
- Giusto le corna! - disse la Generalessa.
E tutti scoppiarono a ridere.
Lui, San Romé, le aveva già avvistate da lontano,
quelle corna, e gli pareva assai che gli amici non
ne profittassero per qualche poetica allusione.
Entrarono nel bosco. Ora avrebbero potuto distrarsi,
tutti quei cari signori, ammirando, come faceva la
Generalessa quasi per obbligo e il signor Raspi, per
fare una piccola sosta e riprender fiato, qua una
cascatella spumosa, là un botro scosceso e cupo
all'ombra di bassi ontani, più là un ciottolo nel
rivo, vestito d'alga, su cui l'acqua si frangeva
come se fosse di vetro, suscitando una ridda minuta
di scagliette vive; ma, nossignori! nessuno sentiva
quella deliziosa cruda frescura d'ombra insaporata
d'acute fragranze, quel silenzio tutto pieno di
fremiti, di fritinii di grilli, di risi di rivoli.
Pur chiacchierando tra loro, facevan tutti, come San
Romé che se ne stava in silenzio e diventava a mano
a mano più fosco e più nervoso, un certo calcolo
approssimativo. Dalla via che avevano percorsa,
argomentavano a qual punto del viale che va da Sarli
a Gori poteva esser giunto a quell'ora il Pepi.
Senza dubbio, Dora gli sarebbe andata incontro pian
piano, venendo giù da Gori. Poi certo, avvistandosi
da lontano, avrebbero lasciato il viale, lei di
sopra, lui di sotto, e sarebbero scesi nella valle
boscosa del Sarnio per ritrovarsi, senza mal di
capo, laggiù, ben protetti dagli alberi.
Tutte queste supposizioni si dipingevano così vive
alla mente di San Romé, che gli pareva proprio di
vederli, quei due, muovere al convegno, ridersi di
lui, prima fra sé e sé, poi tutt'e due insieme; e
apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie
nelle palme; quindi, notando che quegli altri si
accorgevano del suo irrequieto malumore e che
tuttavia, ora, non gli dicevano più nulla, come se
paresse loro naturalissimo, si riaccostava ad essi,
si sforzava a parlare, scacciando l'immagine viva,
scolpita, di quel tradimento che gli pareva fatto a
lui più che al fratello ignaro e lontano. Ma, poco
dopo, all'improvviso, non potendo interessarsi di
quelle vuote chiacchiere, era riassalito da
quell'immagine e si sentiva schernito da quella
gente, la quale, sapendo benissimo qual supplizio
fosse per lui quella gita, ecco, gli sorrideva per
dimostrarglisi grata del piacere ch'egli aveva loro
procurato, e gli domandava certe cose, certe cose...
Ecco qua: la Tani, per esempio, a un certo punto, se
credeva che quell'albero là fosse stato colpito dal
fulmine. Perché? Perché pareva che facesse le corna,
quel ceppo biforcuto... No? E perché dunque più
tardi, cioè quando finalmente arrivarono a Roccia
Balda e tutti, dall'alto, si misero ad ammirare la
vista maravigliosa della Valsarnia, perché la
Generalessa volle saper da lui, come si chiamassero
quei due picchi cinerulei, di là dall'ampia vallata?
Ma per fargli vedere che gli facevano le corna, là,
da lontano, anche i due picchi di Monte Merlo! No? E
perché dunque, dopo colazione, quel bravo signor
Bortolo Raspi cavò di tasca il fazzoletto, vi fece
quattro nodini a gli angoli e se lo pose sul testone
sudato? Ma per mostrargli anche lui due bei cornetti
su la fronte...
Corna, corna, non vide altro che corna, da per
tutto, San Romé quel giorno. Le toccò poi quasi con
mano, quando, sul tardi, avendo accompagnato la
comitiva fino a Sarli per la via più corta, e
risalendosene solo per il viale a Gori, a un certo
punto, giù nella valle, tra i castagni, intravide
Pepi, seduto e assorto senza dubbio nel ricordo
della gioja recente.
Si fermò, pallido, fremente, coi denti serrati,
serrate le pugna, perplesso, come tenuto tra due:
tra la prudenza e la brama impetuosa di lasciarsi
andar giù a precipizio, piombare addosso a
quell'imbecille, farne strazio e vendicarsi così
della tortura di tutta quella giornata. Ma, in quel
punto, gli arrivò dalla svolta del viale una vocetta
limpida e fervida che canticchiava un'arietta a lui
ben nota. Si voltò di scatto, e si vide venire
incontro la cognata col capo appoggiato
languidamente alla spalla d'un uomo che la teneva
per la vita.
Roberto San Romé sentì stroncarsi le gambe.
- Cesare! - gridò, trasecolando.
Il fratello, che stava a guardare in estasi le prime
stelle nel cielo crepuscolare, mentre la mogliettina
tutta languida cantava, sussultò al grido e gli
s'avvicinò con Dora, la quale, vedendolo, scoppiò in
una di quelle sue interminabili risate.
- Tu qua? - fece San Romé. - E quando sei arrivato?
- Ma stamattina alle nove, perbacco! - gli rispose
il fratello. - Non hai visto jersera il mio
telegramma?
- Non l'ha visto, non l'ha visto - disse Dora,
guardando il cognato con gli occhi sfavillanti. -
Era già a Sarli per concertar la gita a Roccia
Balda, e io non ho voluto dirgli nulla per non
guastargli il divertimento che pareva gli stesse
tanto a cuore. Mi dispiace solamente, - aggiunse, -
che l'ho tenuto forse in pensiero a causa... a causa
d'un certo mal di capo che ho dovuto simulare per
sottrarmi alla gita. Passato, sai, caro? passato del
tutto.
Prese anche il braccio del cognato, per risalire
pian piano a Gori, e col tono di voce più
carezzevole gli domandò:
- E di', Roberto, ti sei divertito?
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