Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
7. I nostri ricordi
Questa, la via? questa, la casa? questo, il giardino?
Oh vanità dei ricordi!
Mi accorgevo bene, visitando dopo lunghi e lunghi anni il
paesello ov'ero nato, dove avevo passato l'infanzia e la
prima giovinezza, ch'esso, pur non essendo in nulla mutato,
non era affatto quale era rimasto in me, ne' miei ricordi.
Per sé, dunque, il mio paesello non aveva quella vita, di
cui io per tanto tempo avevo creduto di vivere; quella vita
che per tanto altro tempo aveva nella mia immaginazione
seguitato a svolgersi in esso, ugualmente, senza di me; e i
luoghi e le cose non avevano quegli aspetti che io con tanta
dolcezza di affetto avevo ritenuto e custodito nella
memoria.
Non era mai stata, quella vita, se non in me. Ed ecco, al
cospetto delle cose - non mutate ma diverse perché io ero
diverso - quella vita mi appariva irreale, come di sogno:
una mia illusione, una mia finzione d'allora.
E vani, perciò, tutti i miei ricordi.
Credo sia questa una delle più tristi impressioni, forse la
più triste, che avvenga di provare a chi ritorni dopo molti
anni nel paese natale: vedere i proprii ricordi cader nel
vuoto, venir meno a uno a uno, svanire: i ricordi che
cercano di rifarsi vita e non si ritrovano più nei luoghi,
perché il sentimento cangiato non riesce più a dare a quei
luoghi la realtà ch'essi avevano prima, non per se stessi,
ma per lui.
E provai, avvicinandomi a questo e a quello degli antichi
compagni d'infanzia e di giovinezza, una segreta,
indefinibile ambascia.
Se, al cospetto d'una realtà così diversa, mi si scopriva
illusione la mia vita d'allora, que' miei antichi compagni -
vissuti sempre fuori e ignari della mia illusione -
com'erano? chi erano?
Ritornavo a loro da un mondo che non era mai esistito, se
non nella mia vana memoria; e, facendo qualche timido
accenno a quelli che per me eran ricordi lontani, avevo
paura di sentirmi rispondere:
«Ma dove mai? ma quando mai?»
Perché, se pure a quei miei antichi compagni, come a tutti,
l'infanzia si rappresentava con la soave poesia della
lontananza, questa poesia certamente non aveva potuto mai
prendere nell'anima loro quella consistenza che aveva preso
nella mia, avendo essi di continuo sotto gli occhi il
paragone della realtà misera, angusta, monotona, non diversa
per loro, come diversa appariva a me adesso.
Domandai notizia di tanti e, con maraviglia ch'era a un
tempo angoscia e dispetto, vidi, a qualche nome, certi visi
oscurarsi, altri atteggiarsi di stupore o di disgusto o di
compassione. E in tutti era quella pena quasi sospesa, che
si prova alla vista di uno che, pur con gli occhi aperti e
chiari, vada nella luce a tentoni: cieco.
Mi sentivo raggelare dall'impressione che quelli ricevevano
nel vedermi chieder notizia di certuni che, o erano spariti,
o non meritavano più che <I>uno come me</I> se ne
interessasse.
Uno come me!
Non vedevano, non potevano vedere ch'io movevo quelle
domande da un tempo remoto, e che coloro di cui chiedevo
notizia erano ancora i miei compagni d'allora.
Vedevano me, qual ero adesso; e ciascuno di certo mi vedeva
a suo modo; e sapevan degli altri - loro sì, sapevano - come
s'eran ridotti! Qualcuno era morto, poco dopo il mio
allontanamento dal paese, e quasi non si serbava più memoria
di lui; ora, immagine sbiadita, attraversava il tempo che
per lui non era stato più, ma non riusciva a rifarsi vivo
nemmeno per un istante e rimaneva pallida ombra di quel mio
sogno lontano; qualche altro era andato a finir male,
prestava umili servizi per campar la vita e dava del
<I>lei</I> rispettosamente a coloro coi quali da fanciullo e
da giovanetto trattava da pari a pari; qualche altro era
stato anche in prigione, per furto; e uno, Costantino,
eccolo lì: guardia di città: pezzo d'impertinente, che si
divertiva a sorprendere in contravvenzione tutti gli antichi
compagni di scuola.
Ma una più viva maraviglia provai nel ritrovarmi
d'improvviso intimo amico di tanti che avrei potuto giurare
di non aver mai conosciuto, o di aver conosciuto appena, o
di cui anzi mi durava qualche ingrato ricordo o d'istintiva
antipatia o di sciocca rivalità infantile.
E il mio più intimo amico, a detta di tutti, era un certo
dottor Palumba, mai sentito nominare, il quale, poveretto,
sarebbe venuto certamente ad accogliermi alla stazione, se
da tre giorni appena non avesse perduto la moglie. Pure
sprofondato nel cordoglio della sciagura recentissima, però,
il dottor Palumba agli amici, andati a fargli le
condoglianze, aveva chiesto con ansia di me, se ero
arrivato, se stavo bene, dov'ero alloggiato, per quanto
tempo intendevo di trattenermi in paese.
Tutti, con commovente unanimità, mi informarono che non
passava giorno, che quel dottor Palumba non parlasse di me a
lungo, raccontando con particolari inesauribili, non solo i
giuochi della mia infanzia, le birichinate di scolaretto, e
poi le prime, ingenue avventure giovanili; ma anche tutto
ciò che avevo fatto da che m'ero allontanato dal paese,
avendo egli sempre chiesto notizie di me a quanti fossero in
caso di dargliene. E mi dissero che tanto affetto, una così
ardente simpatia dimostrava per me in tutti quei racconti,
che io, pur provando per qualcuno di essi che mi fu riferito
un certo imbarazzo e anche un certo sdegno e avvilimento,
perché, o non riuscivo a riconoscermi in esso o mi vedevo
rappresentato in una maniera che più sciocca e ridicola non
si sarebbe potuta immaginare, non ebbi il coraggio
d'insorgere e di protestare:
«Ma dove mai? Ma quando mai? Chi è questo Palumba? Io non
l'ho sentito mai nominare!»
Ero sicuro che, se così avessi detto, si sarebbero tutti
allontanati da me con paura, correndo ad annunziare ai
quattro venti:
«Sapete? Carlino Bersi è impazzito! Dice di non conoscere
Palumba, di non averlo mai conosciuto!»
O forse avrebbero pensato, che per quel po' di gloriola, che
qualche mio quadretto mi ha procacciata, io ora mi
vergognassi della tenera, devota, costante amicizia di
quell'umile e caro dottor Palumba.
Zitto, dunque. No, che zitto! M'affrettai a dimostrare
anch'io una vivissima premura di conoscere intanto la
recente disgrazia di quel mio povero intimo amico.
- Oh, caro Palumba! Ma guarda... Quanto me ne dispiace! La
moglie, povero Palumba? E quanti figliuoli gli ha lasciati?
Tre? Eh già, sì, dovevano esser tre. E piccini tutti e tre,
sicuro, perché aveva sposato da poco... Meno male, però, che
aveva in casa una sorella nubile... Già già... sì sì... come
no? me ne ricordavo benissimo! Gli aveva fatto da madre,
quella sorella nubile: oh, tanto buona, tanto buona anche
lei... Carmela? No. An... Angelica? Ma guarda un po', che
smemorato! An...tonia, già, Antonia, Antonia, ecco: adesso
mi ricordavo benissimo! E c'era da scommettere che anche
lei, Antonia, non passava giorno che non parlasse di me, a
lungo. Eh sì, proprio; e non solo di me, ma anche della
maggiore delle mie sorelle, parlava, della quale era stata
compagna di scuola fino al primo corso normale.
Perdio! Quest'ultima notizia m'afferrò, dirò così, per le
braccia e m'inchiodò lì a considerare, che infine qualcosa
di vero doveva esserci nella sviscerata amicizia di questo
Palumba per me. Non era più lui solo; c'era anche Antonia
adesso, che si diceva amica d'una delle mie sorelle! E
costei affermava d'avermi veduto tante volte, piccino, in
casa mia, quando veniva a trovare quella mia sorella.
«Ma è mai possibile,» smaniavo tra me e me, con crescente
orgasmo, «è mai possibile, che di questo Palumba soltanto io
non abbia serbato alcun ricordo, la più lieve traccia nella
memoria?»
Luoghi, cose e persone - sì - tutto era divenuto per me
diverso; ma infine un dato, un punto, un fondamento sia pur
minimo di realtà, o meglio, di quella che per me era realtà
allora, le mie illusioni lo avevano; poggiava su qualche
cosa la mia finzione. Avevo potuto riconoscer vani i miei
ricordi, in quanto gli aspetti delle cose mi si eran
presentati diversi dal mio immaginare, eppur non mutati; ma
le cose erano! Dove e quando era mai stato per me questo
Palumba?
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Ero insomma come quell'ubriaco che, nel restituire
in un canto deserto la gozzoviglia di tutta la
giornata, vedendosi d'improvviso un cane sotto gli
occhi, assalito da un dubbio atroce, si domandava:
- Questo l'ho mangiato qui; quest'altro l'ho
mangiato lì; ma questo diavolo di cane dove l'ho mai
mangiato?
- Bisogna assolutamente, - dissi a me stesso, -
ch'io vada a vederlo, e che gli parli. Io non posso
dubitare di lui: egli è - qua - per tutti - di fatto
- l'amico più intimo di Carlino Bersi. Io dubito di
me - Carlino Bersi - finché non lo vedo. Che si
scherza? c'è tutta una parte della mia vita, che
vive in un altro, e della quale non è in me la
minima traccia. È mai possibile ch'io viva così in
un altro a me del tutto ignoto, senza che ne sappia
nulla? Oh via! via! Non è possibile, no! Questo cane
io non l'ho mangiato; questo dottor Palumba dev'essere
un fanfarone, uno dei soliti cianciatori delle
farmacie rurali, che si fanno belli dell'amicizia di
chiunque fuori del cerchio del paesello nativo sia
riuscito a farsi, comunque, un po' di nome, anche di
ladro emerito. Ebbene, se è così, ora lo accomodo
io. Egli prova gusto a rappresentarmi a tutti come
il più sciocco burlone di questo mondo? Vado a
presentarmigli sotto un finto nome; gli dico che
sono il signor... il signor Buffardelli, ecco, amico
e compagno d'arte e di studio a Roma di Carlino
Bersi, venuto con lui in Sicilia per un'escursione
artistica; gli dico che Carlino è dovuto ritornare a
rotta di collo a Palermo per rintracciare alla
dogana i nostri bagagli con tutti gli attrezzi di
pittura, che avrebbero dovuto arrivare con noi; e
che intanto, avendo saputo della disgrazia capitata
al suo dilettissimo amico dottor Palumba, ha mandato
subito me, Filippo Buffardelli, a far le
condoglianze. Mi presenterò anzi con un biglietto di
Carlino. Sono sicuro, sicurissimo, che egli
abboccherà all'amo. Ma, dato e non concesso ch'egli
veramente mi abbia una volta conosciuto e ora mi
riconosca; ebbene: non sono per lui un gran burlone?
Gli dirò che ho voluto fargli questa burla.
Molti degli antichi compagni, quasi tutti, avevano
stentato in prima a riconoscermi. E difatti, sì,
m'accorgevo io stesso d'esser molto cambiato, così
grasso e barbuto, adesso, e senza più capelli,
ahimè!
Mi feci indicare la casa del dottor Palumba, e
andai.
Ah, che sollievo!
In un salottino fiorito di tutte le eleganze
provinciali mi vidi venire innanzi uno spilungone
biondastro, in papalina e pantofole ricamate, col
mento inchiodato sul petto e le labbra stirate per
aguzzar gli occhi a guardare di sui cerchi degli
occhiali. Mi sentii subito riavere.
No, niente, neppure un briciolo di me, della mia
vita, poteva essere in quell'uomo.
Non lo avevo mai veduto, di sicuro, né egli aveva
mai veduto me.
- Buff... com'ha detto, scusi?
- Buffardelli, a servirla. Ecco qua: ho un biglietto
per lei di Carlino Bersi.
- Ah, Carlino! Carlino mio! - proruppe giubilante il
dottor Palumba, stringendo e accostando alle labbra
quel biglietto, quasi per baciarlo. - E come non è
venuto? dov'è? dov'è andato? Se sapesse come ardo di
rivederlo! Che consolazione sarebbe per me una sua
visita in questo momento! Ma verrà... Ecco, sì... mi
promette che verrà... caro! caro! Ma che gli è
accaduto?
Gli dissi dei bagagli andati a rintracciare alla
dogana di Palermo. Perduti, forse? Quanto se
n'afflisse quel caro uomo! C'era forse qualche
dipinto di Carlino?
E cominciò a imprecare all'infame servizio
ferroviario; poi a domandarmi se ero amico di
Carlino da molto tempo, se stavamo insieme anche di
casa, a Roma...
Era maraviglioso! Mi guardava fisso fisso, e con gli
occhiali, facendomi quelle domande, ma non aveva
negli occhi se non l'ansia di scoprirmi nel volto se
fosse sincera come la sua la mia amicizia e pari al
suo il mio affetto per Carlino.
Risposi alla meglio, compreso com'ero e commosso da
quella maraviglia; poi lo spinsi a parlare di me.
Oh, bastò la spinterella, lieve lieve, d'una parola:
un torrente m'investì d'aneddoti stravaganti, di
Carlino bimbo, che stava in via San Pietro e tirava
dal balcone frecce di carta sul nicchio del padre
beneficiale; di Carlino ragazzo, che faceva la
guerra contro i rivali di piazza San Francesco; di
Carlino a scuola e di Carlino in vacanza; di
Carlino, quando gli tirarono in faccia un torso di
cavolo e per miracolo non lo accecarono; di Carlino
commediante e marionettista e cavallerizzo e
lottatore e avvocato e bersagliere e brigante e
cacciatore di serpi e pescatore di ranocchie; e di
Carlino, quando cadde da un terrazzo su un pagliajo
e sarebbe morto se un enorme aquilone non gli avesse
fatto da paracadute, e di Carlino...
Io stavo ad ascoltarlo, sbalordito; no, che dico
sbalordito? quasi atterrito.
C'era, sì, c'era qualcosa, in tutti quei racconti,
che forse somigliava lontanamente ai miei ricordi.
Erano forse, quei racconti, ricamati su lo stesso
canovaccio de' miei ricordi, ma con radi puntacci
sgarbati e sbilenchi. Potevano essere, insomma, quei
racconti, press'a poco i miei stessi ricordi, vani
allo stesso modo e inconsistenti, e per di più
spogliati d'ogni poesia, immiseriti, resi sciocchi,
come rattrappiti e adattati al misero aspetto delle
cose, all'affliggente angustia dei luoghi.
E come e donde eran potuti venire a quell'uomo, che
mi stava di fronte; che mi guardava e non mi
riconosceva; che io guardavo e... ma sì! Forse fu
per un guizzo di luce che gli scorsi negli occhi, o
forse per un'inflessione di voce... non so! Fu un
lampo. Sprofondai lo sguardo nella lontananza del
tempo e a poco a poco ne ritornai con un sospiro e
un nome:
- Loverde...
Il dottor Palumba s'interruppe, stordito.
- Loverde... sì, - disse. - Io mi chiamavo prima
Loverde. Ma fui adottato, a sedici anni, dal dottor
Cesare Palumba, capitano medico, che... Ma lei,
scusi, come lo sa?
Non seppi contenermi:
- Loverde... eh, sì... ora ricordo! In terza
elementare, sì!... Ma... conosciuto appena...
- Lei, come? Lei mi ha conosciuto?
- Ma sì... aspetta... Loverde, il nome?
- Carlo...
- Ah, Carlo... dunque, come me... Ebbene, non mi
riconosci proprio? Sono io, non mi vedi? Carlino
Bersi!
Il povero dottor Palumba restò come fulminato. Levò
le mani alla testa, mentre il viso gli si scomponeva
tra guizzi nervosi, quasi pinzato da spilli
invisibili.
- Lei?... tu?... Carlino... lei? tu?... Ma come?...
io... oh Dio!... ma che...
Fui crudele, lo riconosco. E tanto più mi dolgo
della mia crudeltà, in quanto quel poverino dovette
credere senza dubbio ch'io avessi voluto prendermi
il gusto di smascherarlo di fronte al paese con
quella burla; mentre ero più che sicuro della sua
buona fede, più che sicuro ormai d'essere stato uno
sciocco a maravigliarmi tanto, poiché io stesso
avevo già sperimentato, tutto quel giorno, che non
hanno alcun fondamento di realtà quelli che noi
chiamiamo i nostri ricordi. Quel povero dottor
Palumba credeva di ricordare... S'era invece
composta una bella favola di me! Ma non me n'ero
composta una anch'io, per mio conto, ch'era subito
svanita, appena rimesso il piede nel mio paesello
natale? Gli ero stato un'ora di fronte, e non mi
aveva riconosciuto. Ma sfido! Vedeva entro di sé
Carlino Bersi, non quale io ero, ma com'egli mi
aveva sempre sognato.
Ecco, ed ero andato a svegliarlo da quel suo sogno.
Cercai di confortarlo, di calmarlo; ma il pover
uomo, in preda a un crescente tremor convulso di
tutto il corpo, annaspando, con gli occhi fuggevoli,
pareva andasse in cerca di se stesso, del suo
spirito che si smarriva, e volesse trattenerlo,
arrestarlo, e non si dava pace e seguitava a
balbettare:
- Ma come?... che dice?... ma dunque lei... cioè,
tu... tu dunque... come... non ti ricordi... che
tu... che io...
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