E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi.
Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro,
aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come
quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi
senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose
inaudite, espressioni poetiche, immaginose,
bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si
poteva in alcun modo spiegare come, per qual
prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che
finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e
registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo
alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava
di azzurre fronti di montagne nevose, levate al
cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi,
sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola.
Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia
dell'improvvisa alienazione mentale rimase però
sconcertato, non notando in me, non che meraviglia,
ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il
capo, con gli angoli della bocca contratti in giù,
amaramente, e dissi:
- Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri
che non è impazzito. Qualche cosa dev'essergli
accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può
spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha
vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi
spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò
veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era
stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto
mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto,
cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia,
l'incidente più comune, un qualunque lievissimo
inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per
via, possono produrre effetti straordinarii, di cui
nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa
appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile".
Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a
quelle condizioni di vita impossibili, ed essa
apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto
una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa
appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa.
Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non
sembrerà più tale; ma quale dev'essere, appartenendo
a quel mostro.
Una coda naturalissima.»
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti
gli altri inquilini della casa si domandavano con me
come mai quell'uomo potesse resistere in quelle
condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la
sorella della suocera: queste due, vecchissime, per
cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta,
cieca fissa; palpebre murate.
Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla
mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due
figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei
mariti, l'una con quattro, l'altra con tre
figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da
badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla
madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di
computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte
quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la
sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra
gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di
quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non
trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati,
stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché
qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a
cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano
in un letto a parte, e che ogni sera litigavano
anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva
stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua
volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a
ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non
gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano
da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un
divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un
sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a
stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni,
era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò
lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora
esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che
gli era accaduto. Rideva dei medici e degli
infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo
credevano impazzito.
- Magari! - diceva. - Magari!
Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti
anni - ma proprio dimenticato - che il mondo
esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua
sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei
conti del suo ufficio, senza mai un momento di
respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla
stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era
dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato
- che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su
quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza,
insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi
subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della
notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un
treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi
sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e
portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle
sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro
scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel
vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme
tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni
sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero
dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda,
fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo,
tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno
s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia...
tante città, in cui egli da giovine era stato e che
ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci
sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La
vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E
seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato,
mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la
stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il
mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua
casa, nell'arida, ispida angustia della sua
computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come
per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che
scoccava per lui, qua, in questa sua prigione,
scorreva come un brivido elettrico per tutto il
mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso
risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città
note e ignote, lande, montagne, foreste, mari...
Questo stesso brivido, questo stesso palpito del
tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita
«impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi
su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora,
nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le
montagne solitarie nevose che levavano al cielo
notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le
vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le
foreste...
E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato
nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi!
Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per
prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel
mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era
ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un
cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto.
Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo
sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a
chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso
come prima la sua computisteria. Soltanto il
capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da
lui come per il passato: doveva concedergli che di
tanto in tanto, tra una partita e l'altra da
registrare, egli facesse una capatina, sì, in
Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che
il treno ha fischiato...