Dolcemàscolo ne trasse uno avanti, presso la tavola,
dicendo ai due contadini:
- Sedete là, voi. Vengo da Vossignoria, uomo di
legge, per un parere.
Piccarone aprì gli occhi.
- Non faccio più l'avvocato, caro mio, da tanto
tempo.
- Lo so, - s'affrettò a soggiungere Dolcemàscolo. -
Vossignoria però è uomo di legge antico. E mio
padre, sant'anima, mi diceva sempre: «Segui gli
antichi, figlio mio!». So poi quant'era coscienzioso
Vossignoria nella professione. Dei giovani
avvocatucci d'oggi poco mi fido. Non voglio attaccar
lite con nessuno, badi! Fossi matto... Sono venuto
qua per un semplice parere, che Vossignoria solo mi
può dare.
Piccarone richiuse gli occhi:
- Parla, t'ascolto.
- Vossignoria sa, - cominciò Dolcemàscolo. Ma
Piccarone ebbe uno scatto e uno sbuffo:
- Uh, quante cose so io! Quante ne sai tu! So, so,
sa... E vieni al caso, caro mio!
Dolcemàscolo rimase un po' male; tuttavia sorrise e
ricominciò:
- Sissignore. Volevo dire che Vossignoria sa che ho
sullo stradone una trattoria...
- Del Cacciatore, sì: ci sono passato tante volte.
- Andando al Cannatello, già. E avrà veduto allora
certamente che su lo sporto, sotto la pergola, tengo
sempre esposta un po' di roba: pane, frutta, qualche
presciutto.
Piccarone accennò di sì col capo, poi aggiunse
misteriosamente:
- Veduto e sentito anche, qualche volta.
- Sentito?
- Che sanno di rena, figliuolo. Capirai, la polvere
dello stradone... Basta, vieni al caso.
- Ecco, sissignore, - rispose Dolcemàscolo,
ingollando. - Poniamo che io su lo sporto tenga
esposta un po' di... salsiccia, putacaso. Ora,
Vossignoria... forse questo... già!... stavo per
dire di nuovo... ma è un mio vezzo... Vossignoria
forse non lo sa, ma di questi giorni abbiamo il
passo delle quaglie. Dunque, per lo stradone,
cacciatori, cani, continuamente. Vengo, vengo al
caso! Passa un cane, signor Cavaliere, spicca un
salto e m'afferra la salsiccia dallo sporto.
- Un cane?
- Sissignore. Io mi precipito dietro, e con me
questi due poveracci ch'erano entrati nella bottega
per comperarsi un po' di companatico prima di
recarsi in campagna, al lavoro. È vero, sì o no?
Corriamo tutti e tre insieme, appresso al cane; ma
non riusciamo a raggiungerlo. Del resto, anche a
raggiungerlo, Vossignoria mi dica che avrei potuto
farmene più di quella salsiccia addentata e
strascinata per tutto lo stradone... Inutile
raccattarla! Ma io riconosco il cane; so a chi
appartiene.
- U... un momento, - interruppe a questo punto
Piccarone. - Non c'era il padrone?
- Nossignore! - rispose subito Dolcemàscolo. - Tra
quei cacciatori là non c'era. Si vede che il cane
era scappato di casa. Bestie da fiuto, capirà,
sentono la caccia, soffrono a star chiusi: scappano.
Basta. So, come le ho detto, a chi appartiene il
cane; lo sanno anche questi due amici miei, presenti
al furto. Ora Vossignoria, uomo di legge, mi deve
dire semplicemente se il padrone del cane è tenuto a
risarcirmi del danno, ecco!
Piccarone non pose tempo a rispondere:
- Sicuro che è tenuto, figliuolo.
Dolcemàscolo balzò dalla gioja, ma subito si
contenne; si volse a' due contadini:
- Avete sentito? Il signor avvocato dice che il
padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno.
- Tenutissimo, tenutissimo, - raffermò Piccarone. -
T'avevano detto forse di no?
- Nossignore, - rispose Dolcemàscolo gongolante,
giungendo le mani. - Ma Vossignoria mi deve
perdonare se, da povero ignorante come sono, ho
fatto debolmente un giro così lungo per venirle a
dire che Vossignoria deve pagarmi la salsiccia,
perché il cane che me l'ha rubata è proprio il suo,
Turco.
Piccarone stette un pezzo a guardare Dolcemàscolo
come allocchito; poi, tutt'a un tratto, abbassò gli
occhi e si mise a leggere nel libraccio che teneva
aperto su la tavola.
I due contadini si guardarono negli occhi;
Dolcemàscolo alzò una mano per far loro cenno di non
fiatare.
Piccarone, fingendo tuttavia di leggere, si grattò
il mento con una mano, grugnì, disse:
- Dunque Turco è stato?
- Glielo posso giurare, signor Cavaliere! - esclamò
Dolcemàscolo, alzandosi in piedi e incrociando le
mani sul petto per dar solennità al giuramento.
- E sei venuto qua, - riprese, cupo e calmo,
Piccarone, - con due testimoni, eh?
- Nossignore! - negò subito Dolcemàscolo. - Per il
caso che Vossignoria non avesse voluto credere alle
mie parole.
- Ah, per questo? - borbottò Piccarone. - Ma io ti
credo, caro mio. Siedi. Sei un gran dabbenuomo. Ti
credo e ti pago. Godo fama di mal pagatore, eh?
- Chi lo dice, signor Cavaliere?
- Tutti lo dicono! E lo credi anche tu, va' là.
Due... uh... due testimoni...
- Per la verità, tanto per lei, quanto per me!
- Bravo, sì: tanto per me, quanto per te; dici bene.
Le tasse ingiuste, caro mio, non voglio pagare; ma
quel ch'è giusto, sì, lo pago volentieri; l'ho
sempre pagato. Turco t'ha rubato la salsiccia? Dimmi
quant'è e te la pago.
Dolcemàscolo, venuto con la prevenzione di dover
combattere chi sa che battaglia contro i cavilli e
le insidie di quel vecchio rospo, di fronte a tanta
remissione, s'abbiosciò a un tratto, mortificato.
- Una sciocchezza, signor Cavaliere, - disse. -
Saranno stati una ventina di rocchi, poco più poco
meno. Non mette quasi conto di parlarne.
- No no, - rispose Piccarone, fermo. - Dimmi
quant'è: te la devo e te la voglio pagare. Subito,
figliuolo mio! Tu lavori; hai patito un danno; devi
essere risarcito. Quant'è?
Dolcemàscolo si strinse nelle spalle, sorrise e
disse:
- Venti rocchi di quei grossi... due chili... a una
lira e venti il chilo...
- Così a poco la vendi? - domandò Piccarone.
- Capirà, - rispose Dolcemàscolo, tutto miele. -
Vossignoria non l'ha mangiata. Gliela faccio pagare
(non vorrei...) gliela faccio pagare per quanto
costa a me.
- Nient'affatto! - negò Piccarone. - Se non l'ho
mangiata io, l'ha mangiata il mio cane. Dunque, si
dice... a occhio, due chili. Va bene a due lire il
chilo?
- Faccia come crede.
- Quattro lire. Benone. Ora dimmi un po', figliuolo
mio: venticinque meno quattro, quanto fanno?
Ventuno, se non m'inganno. Bene. Mi dai ventuna lira
e non ne parliamo più.
Dolcemàscolo, lì per lì, credette d'aver inteso
male.
- Come dice?
- Ventuna lira, - ripeté placido Piccarone. - Qua ci
sono due testimoni, per la verità, tanto per me,
quanto per te, va bene? Tu sei venuto da me per un
parere. Ora, io, i pareri, figliuolo mio, i consulti
legali, li faccio pagare venticinque lire. Tariffa.
Quattro te ne devo di salsicce; dammene ventuna, e
non se ne parli più.
Dolcemàscolo lo guardò in faccia, perplesso, se
ridere o piangere, non volendo credere che dicesse
sul serio e parendogli tuttavia che non scherzasse.
- Io a... a lei? - balbettò.
- Mi par chiaro, figliuolo, - spiegò Piccarone. - Tu
fai l'oste; io, debolmente, l'avvocato. Ora, come io
non nego il tuo diritto al risarcimento, così tu non
negherai il mio per i lumi che m'hai chiesti e che
t'ho dati. Adesso sai che se un cane ti ruba la
salsiccia, il padrone del cane è tenuto a fartene
indenne. Lo sapevi prima? No! Le cognizioni si
pagano, caro mio. Ho penato e speso tanto io per
apprenderle! Credi che ti faccia celia?
- Ma sissignore! - confessò Dolcemàscolo con le
lagrime in pelle, aprendo le braccia. - Io le abbono
le salsicce, signor Cavaliere: sono un povero
ignorante; mi perdoni, e non ne parliamo più
davvero.
- Ah no, ah no, caro mio! - esclamò Piccarone. - Non
abbono niente io. Il diritto è diritto, tanto per te
quanto per me. Pago io, pago, voglio pagare. Pagare
ed esser pagato. Stavo qua a studiare, come vedi;
m'hai fatto perdere un'ora di tempo. Ventuna lira.
Tariffa. Se non ne sei ben persuaso, da' ascolto a
me, caro: va' da un altro avvocato a domandare se mi
spetti o no questo compenso. Ti do tre giorni. Se in
capo al terzo giorno non mi avrai pagato, sta' pur
sicuro, figliuolo mio, che ti cito.
- Ma signor Cavaliere! - scongiurò di nuovo
Dolcemàscolo a mani giunte, alterandosi però in
volto improvvisamente.
Piccarone alzò il mento, alzò le mani:
- Non sento ragioni. Ti cito!
Dolcemàscolo allora perdette il lume degli occhi.
L'ira lo acciuffò. Che era il danno? Niente. Alle
beffe pensò, che avrebbe avute, che già indovinava
guardando le facce allegre di quei due contadini:
lui che si credeva tanto scaltro, lui che s'era
impegnato di spuntarla e già aveva quasi toccato con
mano la vittoria. Tale impeto gli diede il vedersi
preso, ora, quando meno se l'aspettava, nella sua
stessa ragna, che si trovò d'un tratto mutato in
bestia feroce.
- Ah, perciò, - disse, accostandoglisi, con le mani
levate e contratte, - perciò è così ladro il suo
cane? L'ha addottorato lei!
Piccarone si levò in piedi, torbido, levò un
braccio:
- Esci fuori! Risponderai anche d'ingiurie a un
galantuomo che...
- Galantuomo? - ruggì Dolcemàscolo, afferrandogli
quel braccio e scotendoglielo furiosamente.
I due contadini si precipitarono per trattenerlo; ma
tutt'a un tratto, che è che non è, il vecchio si
abbandonò appeso inerte per quel braccio alle mani
violente di Dolcemàscolo. E come questi, allibito,
le aprì, cascò prima a sedere su lo sgabello,
traboccò poi da un lato e rotolò per terra giù tutto
in un fascio.
Di fronte al terrore de' due contadini, Dolcemàscolo
contrasse il volto, come per uno spasimo di riso. O
che? Non lo aveva nemmeno toccato.
Quelli si chinarono sul giacente, gli mossero un
braccio.
- Scappate... scappate...
Dolcemàscolo li guardò entrambi, come inebetito.
Scappare?
S'intese, in quel punto, cigolare una banda del
cancello, e si vide la cassa da morto, che il
vecchio aveva fatto riporre per sé, entrare in
trionfo su le spalle di due portantini ansanti,
quasi chiamati lì per lì, al bisogno.
A tale apparizione restarono tutti come basiti.
Dolcemàscolo non pensò che Nocio Pàmpina, detto
Sacramento, dopo la visita e l'osservazione
dell'assessore, si fosse affrettato a mettersi in
regola, rimandando a destino quella cassa; ma si
ricordò in un lampo di ciò che il Mèndola aveva
detto la mattina, là, nella trattoria; e,
all'improvviso, in quella cassa vuota che aspettava
e sopravveniva ora al punto giusto come chiamata
misteriosamente, vide il destino, il destino che
s'era servito di lui, della sua mano.
S'afferrò la testa e si mise a gridare:
- Eccola! Eccola! Questa lo chiamava! Siatemi tutti
testimoni che non l'ho nemmeno toccato! Questa lo
chiamava! L'aveva fatta metter da parte per sé! Ed
eccola qua che viene, perché doveva morire!
E prendendo per le braccia i due portantini per
scuoterli dallo stupore:
- Non è vero? Non è vero? Ditelo voi!
Ma non erano per nulla stupiti, quei due portantini.
Da che avevano portata appunto quella cassa da
morto, era per loro la cosa più naturale del mondo
che trovassero morto l'avvocato Piccarone. Si
strinsero nelle spalle, e:
- Ma sì, - dissero, - eccoci qua.